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sabato 20 maggio 2017

"L'antagonista" di Edoardo Zambelli

Gioca bene la carta del proprio esordio Edoardo Zambelli ne L’antagonista (Laurana, pp. 222, euro 15), costruendo un romanzo che corre su due linee che convergono verso un comune punto di fuga. Qui la fiction (quella che possiamo chiamare la "vicenda principale") e la meta-fiction (le pagine del romanzo che il protagonista anonimo sta scrivendo, finzione nella finzione) si intervallano creando un inedito gioco di specchi, retto sempre con attenzione e controllo in ogni fase della narrazione, in una prosa che si distingue per come lascia precipitare l'incerto dentro la certezza di un nugolo fitto di descrizioni, fino all’allucinato e allucinante epilogo. Quanto avremo letto fino allora si sarà srotolato davanti a noi come un giallo a tappe, costellato di geometriche e inquietanti coincidenze. Evitando di avvitare l’analisi attorno a un protagonista (ma si usa questa parola con le pinze in un romanzo che si intitola così!) e alla sua vita di trentenne-quarantenne inetto e inadatto dalla vita sfasciata - tema di cui ipotizziamo gli operatori editoriali non sentano la mancanza, dopo i tentativi promozionali della spenta “generazione TQ" - Zambelli ha costruito un viaggio in prima persona che continuamente rimanda agli altri, al prossimo, alle entrate/uscite delle persone e dei luoghi nella vita di tutti.

Chi si racconta ha da poco concluso una relazione di matrimonio e decide di ritirarsi a Torre dell’Orso, un paesello marino della Puglia, per scrivere un romanzo e questa è una delle due rotaie su cui effettivamente scorre il testo, oltre alla vicenda principale. Qui, provando a ricomporre una vita routinaria fatta di passeggiate e scrittura, farà la casuale scoperta, da un quotidiano locale, della morte per suicidio di Erika, persona-movente di tutto il viaggio che intraprenderà e di tutte le anime che si accalcheranno nelle pagine di questo libro. Erika era stata la sua ragazza molti anni prima, all’epoca dell’università nel mantovano. Proprio per questo l’uomo che narra la vicenda principale con una prosa lontanissima dall’ipotassi (e forse all’inizio bisogna un po’ fare l’orecchio alla frammentazione) si reca a Gonzaga per starci qualche giorno. Inizia dalla tomba dove trova un biglietto con su scritto soltanto "perdonami", parla con il parroco senza ricavare granché, ritrova l’agonizzante Giovanni gestore del negozio di dischi dove aveva lavorato, un parente di Erika e Grazia, la donna attraente che ha preso in gestione l’albergo in cui si ferma per qualche notte. Sono tutte persone che scopriremo essere legate alla vita e al destino tragico di Erika. Ad un certo punto la narrazione prende la strada di Roma e lasciamo al lettore anche la curiosità di scoprire quale Roma dipinga Zambelli, perché qui sta una delle parti più riuscite del suo lavoro. A Roma i nodi vengono al pettine grazie all’incontro con un impresario teatrale che aveva preso in consegna Erika e il suo sogno di recitazione e veniamo rinviati infine a un fotografo che era diventato il compagno di Erika e che l'aveva uccisa senza ucciderla, mortificandola in uno stupro di gruppo da lui immortalato in una foto. Sono spesso le foto a orientare i vettori del racconto di Zambelli, fino alla foto dello stupro e al suo bruciare. E piove molto nelle pagine, il cielo si riapre ma torna immancabilmente a piovere e fa freddo. I due sensi più corteggiati dalla scrittura, vista e udito, mi pare abbiano trovato in questo esordio una riuscitissima staffetta.

Edmond Jabès ha scritto che "non siamo fatti per pensare gli inizi. Sono gli inizi che, successivamente, ci pensano". A rincorrere il mistero di una fine Zambelli ha scritto soprattutto un libro molto bello sugli inizi delle relazioni e sulla loro permanenza. Il viaggio si compie in avanti nel tempo, ma in realtà diventa un viaggio di ricostruzione, flashback, indagine e memoria. L'impressione è che comunque non ci sia niente di più fuorviante dell'espressione "fare i conti con il proprio passato". Senza esagerare nel dipanare una trama sostanzialmente lineare ma ricca di colpi di scena “a ritroso”, va detto che questo libro ricolloca la scrittura in quel percorso radicalmente disturbante che da sempre le appartiene e che è folle chiederle di dimenticare per inseguire un mercato che sembra più a suo agio nei libri "onesti" dei buoni, edificanti sentimenti e scenette. Giulio Mozzi, che per questo libro ha scritto la bandella, ha affermato che L'antagonista è “un romanzo sul desiderio di essere uccisi”. Questo desiderio può riguardare sia la vicenda principale di Erika sia quella inventata, ovvero l’ulteriore invenzione dentro l’invenzione, la storia che lo scrittore sta scrivendo e che intervalla, spesso con capitoli più brevi, quella che per comodità abbiamo definito “vicenda principale”. Tra l’altro a Zambelli è riuscito anche di non scrivere l’ennesimo romanzo poco interessante con al centro le vicende di uno scrittore: non vi è quasi nulla di autoreferenziale, ma quello che vale è la relazione tra le persone che comporranno questo mosaico di un pavimento curvo e irregolare, dove malcerti si cammina tutti, il come si diventa solo comparsa nella vita di qualcuno, il come si resta nei sentimenti e nel ricordo. Senza rinviare a idiozie come ad esempio "il fuoco sacro dell'arte" o altre menate del genere, anzi, lasciando percepire il distacco profondo da queste (almeno mi è parso si percepisca nettamente ciò nell'incontro tra il protagonista e l'impresario teatrale), Zambelli ha infine instillato il dubbio di un rinnovato valore simbolico attivato da qualsiasi opera di finzione. In effetti lui a volte fa economia e ogni cosa che rientra nello spettro di registrazione della sua sonda sembra poi per forza destinata ad avere un ruolo fondamentale nella ricerca attorno al mistero di Erika. In tempi di realismo o neorealismo questa economia di elementi e questo ruolo di tutto ciò che precipitava nella pagina aveva un valore ben preciso e diverso, forse poco interessante. Oggi è diventata altro. Ma che cosa precisamente? Simbolo e basta? Non lo so.

giovedì 19 novembre 2015

"Cella" di Gilda Policastro

Primo: c'è una parola che m'è subito parsa ricorrente o quantomeno insistente in questo terzo romanzo di Gilda Policastro intitolato Cella (Marsilio, pp. 180, euro 17). Quale potrebbe essere? Si tratta della parola "romanzo". Sembra infatti che l'insistenza su questo lemma ponga la scrittura in un dialogo metaletterario e camuffato sulle possibilità del "romanzo". Avevo chiesto all'autrice un file con il testo del libro per poter verificare, con una statistica lessicale. Il risultato è questo: “Dice che è il nome di un cavallo da romanzo. Nella vita di Elena niente somiglia più a un romanzo, oppure, se a un romanzo somiglia, è uno di quei romanzi che non concludono, con la storia tutta ingarbugliata.” (pag. 11); “Forse l’amore adesso si misura in minuti. Dice, mamma, sapessi quanto si aspettano le donne, nei romanzi. Legge sempre. Legge, va a cavallo, oppure manda uno dei suoi frenetici messaggi.” (pag. 12); “Elena dice che potrei scrivere romanzi, passo le ore a rimuginare su particolari insignificanti. A distanza di giorni le chiedo, all’improvviso, se si ricorda un frammento di qualche conversazione casuale, orecchiata per strada, dal medico, in coda alle poste.” (pag. 31); “Giovanni e le donne. Un giorno lo potrei scrivere su questo, un romanzo.” (pag. 32); “Quando Elena ha cominciato il liceo ho preso in mano qualche romanzo. Ma mi annoiavano queste donne a loro volta annoiate, uomini sempre indecisi, che ne amavano una e poi andavano con le altre. Era lì che avevano copiato, quelli come Giovanni.” (pag. 39-40); “Non riesco ad amarla, come la donna di quel romanzo. Non riesco a dirle che le voglio bene, forse non gliene voglio perché è figlia sua, forse non gliene vorrei in ogni caso.” (pag. 102); “Loro si piacquero subito, avevano i libri, parlavano di quelli. Soprattutto i romanzi russi, ma anche la poesia: le prestò un’antologia che non aveva voluto darmi («cosa te ne faresti, tu»), 100 poeti della DDR” (pag. 111). Insomma l'impressione è che il romanzo ne dissemini molti altri, in più accezioni. Significa qualcosa tutto ciò? Forse l'ossessione del romanzo? La sua banalizzazione? La sua presunta morte? I suoi limiti? Si sa che più si nomina una cosa più si svuota. Si trova anche un'accezione di "foto-romanzo". Questo libro inoltre è intervallato da due foto su cui torneremo.

Secondo: la storia. Chi narra è una donna del Sud che diventa amante mai renitente di un medico benestante, conosciuto e stimato tanto da fare, come molti altri suoi colleghi, il passo della politica. Un cacciatore di donne seriale, anche. Lei proviene da una storia familiare incasinata, con un padre che mise presto nei guai tutta la famiglia. Già, la famiglia: si avverte in tutto questo libro, assai poco "famigliare", come Policastro desideri scrivere di famiglia sopra ogni altra cosa, prima ancora che di sesso. Il sesso non è granché, anche se trapunta un po' tutta la linea della narrazione (viene in mente Girotondo di Arthur Schnitzler, uno dei più grandi "pezzi" che sul sesso siano stati scritti lo scorso secolo). L'iniziazione dell'io narrante avviene presto, in uno studio dentistico dove viene spedita diciasettenne per racimolare soldi. Di lì a poco l'incontro con Giovanni e la nascita di Elena, figlia che nel carattere risentirà del concepimento e personaggio attraverso il quale emerge lo sguardo felice e feroce dell'autrice su chi è più giovane. Giovanni si allontanerà dalla "famiglia" e diventerà latitante per aver curato, nell'ambito della propria professione, una terrorista (è frequente questo inserto relativo alla lotta armata nei romanzi degli ultimi dieci o quindici anni).  Così, con l'imbarazzo tipico che mi assale ogni volta che affronto il temibile "riassunto di un'opera", ho riassunto io. In una intervista a puntate apparsa su "Vibrisse", il bollettino di Giulio Mozzi, Gilda Policastro ha così riassunto: "una donna senza nome racconta la sua condizione di prigioniera: il paese con le sue restrizioni, le frequentazioni di personaggi squallidi come il dentista che la molesta da adolescente, la famiglia con un padre che a un certo punto, per questioni di debiti, se ne va. L’incontro con Giovanni Principe, figura di riferimento per la sua professione di medico e il suo impegno in politica, sembra offrirle una possibilità di emancipazione. Viaggiano, incontrano persone colte come il professore, con cui la donna sarà quasi obbligata a iniziare una relazione. Ma anche Giovanni Principe, a un certo punto, come il padre, la abbandona. La donna si ritrova sola, con una figlia che non riesce ad amare e per la quale è motivo di imbarazzo e di inquietudine, specie dopo il tentato suicidio. Fino all’arrivo di una brigatista, che rimette in discussione tutto il suo vissuto, suggerendole una possibile via d’uscita nel confronto a più voci col suo passato”.

Terzo. Le opere di Louise Bourgeois che inframezzano il testo in due punti potrebbero far pensare a Sebald. Sono foto nel romanzo. In realtà, più che all'autore di Austerlitz, anche qui Policastro s'invia in una metariflessione che riguarda i limiti - e quindi le possibilità - dell'opera, necessariamente multimediale. Non c'è relazione stretta tra storia e opera, almeno nel senso comune che potremmo immaginarci di "relazione stretta".

Quarto: dal punto di vista della scrittura osserviamo un telaio che quasi si regge sulla ricerca di un appiattimento funzionale per tendere il testo e quindi, in ultima analisi, una sorta di strategia della tensione. L'anticipazione del complemento oggetto è un tratto frequente, ma anche la posticipazione come avete notato nei numerosi esempi del primo paragrafo. I dialoghi si fondono senza punteggiatura nel corpo dei brevi capitoli. Se in qualche punto si ha l'impressione di un'ingerenza del lessico specialistico della psicologia, alla fine è più nei territori della letteratura greca che vanno ricercati gli assi (del resto questa ha alimentato larga parte di psicologia, psichiatria o psicanalisi e tutti i nostri complessi).

Quinto: Sade. Non lo dico per le scene di sessualità brutale che apostrofano questa narrazione o per circonvoluzioni fuorvianti attorno a quel che si chiama "sadismo". Sade è stato alla fine uno dei più lucidi "idraulici dell'animo". "Tutto ciò che mi impedisce di abitare la mia tristezza mi è insopportabile" vuole l'epigrafe scelta da Policastro, da Roland Barthes. Lo capiremo leggendo il libro. Il sesso perverso e reificato non è certo la questione centrale di Cella e non è nemmeno il colore primario di un libro che raduna in meno di duecento pagine un pensiero sulle relazioni famigliari, sull'amore, sulla perversione intesa come ingrediente sempre dato nell'esistenza umana. Basta, mi fermo qui. Cinque stazioni come cinque sono le lettere del breve titolo - nome della protagonista - per fissare una nota di lettura puntiforme su un libro che parla soprattutto di potere, più di quanto parli di impotenza. Penso potreste trovarlo notevole per come stempera tanti grumi di temi caldi dell'oggi. Ciascuno a suo modo. E forse, ci penso ora mentre lo scrivo, anche Pirandello c'entra: per come tratta le celle del suo spazio scenico, per il suo speculare attorno alla maschera, alla tortura, alla stanza della tortura (indimenticabile quello studio di Giovanni Macchia sul drammaturgo).

lunedì 18 maggio 2015

Giulio Mozzi a Ca' dei Ricchi a Treviso per TRAversi



Venerdì 22 maggio 2015 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi" - a cura di Marco Scarpa
con Giulio Mozzi

Questo il quarto e ultimo appuntamento della rassegna poetica intitolata "L'attesa" e curata da Marco Scarpa. Altre notizie su quanto avviene a Ca’ dei Ricchi si possono reperire sul sito trevisoricercaarte.org. Un altro appuntamento poetico, al di fuori di questa rassegna ma sempre negli spazi di Ca' dei Ricchi, è previsto per giovedì 18 giugno, quando avrà luogo la presentazione del progetto Nervi edizioni, come ricordato in questa intervista.

Giulio Mozzi (Padova, 1960). Ha lavorato presso la Federazione regionale dell'artigianato veneto e la Libreria internazionale Cortina di Padova; dal 1996 lavora come consulente editoriale (Sironi, Einaudi, ora Marsilio) e come insegnante di scrittura e narrazione (circolo Lanterna magica a Padova, Bottega di narrazione a Milano). Ha pubblicato sei libri di racconti, due di scritture in versi (Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Einaudi, 2000 e Dall’archivio, Nino Aragno Editore, 2013), un fortunato Ricettario di scrittura creativa, Zanichelli, e - recentemente - L'officina della parola, Sironi (entrambi in collaborazione con Stefano Brugnolo). L'ultimo suo lavoro è Favole del morire, pubblicato nel 2015 da Laurana. La foto qui sopra è presa da suo bollettino di letture e scritture vibrisse.

mercoledì 8 aprile 2015

"Favole del morire" di Giulio Mozzi, narrazione e danza macabra

Mi pare che Favole del morire di Giulio Mozzi, libro composito da poco pubblicato dall'editore Laurana nella collana Rimmel (pp. 156, euro 14, postfazione di Lorenzo Marchese), intersechi da vari punti i temi che sono più cari all'autore, non limitandosi a quelli letterari. Se volessimo compiere una sommaria indagine sui titoli di Mozzi potremmo scoprire che una riflessione sul morire riaffiora già ne Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (Einaudi, 2000) ma pure in uno scritto intermedio, instant-book a suo modo, pubblicato da Transeuropa nel 2009 con il titolo Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi. Se vogliamo tenere per buona l'idea che queste favole siano "pezzi", come scrive l'autore, mi pare siano anche forme disparate che convergono e si incastrano in un quadro di cui restano ben calcati e visibili i profili differenti, come avviene se in un puzzle osserviamo anche le forme e i bordi dei singoli pezzi. In tutto ciò riusciamo comunque a cogliere l'unitarietà di un'immagine una volta conclusa la lettura. 

Partiamo dai temi letterari. Due sono già enunciati nel titolo: da un lato abbiamo le favole, ovvero componimenti che solitamente prevedono la presenza di animali. Si prenda e si parta proprio da "La stanza degli animali", racconto che apre il volume (già uscito in solitaria per un'interessante collana di :duepunti edizioni denominata Zoo) e dall'altro troviamo circonvoluzioni di pensieri (barocchi, macabri, ossessivi?) sul morire, e non sulla morte. Leggendo qualcuno di questi pezzi ho quasi ravvisato il tentativo di verificare la tenuta di un solco "morale" delle nostre lettere e la forma dialogica in cui spesso Mozzi si cala conferma - o quantomeno lascia aperta - questa ipotesi. Se così fosse, sarebbe interessante indagare sulla vena secca del moralismo italiano, il quale non ha trovato interpreti duraturi dopo Parini e Leopardi. Scrivo questo come puro spunto.

Non meno densi, a mio avviso, sono i temi extraletterari (o metaletterari) che Mozzi affronta in altri contesti e che pure quest'ultimo libro investe, riflessioni probabilmente sedimentate anche nella sua professione nell'ambito editoriale: la caducità dell'opera e di ogni opera ad esempio, il carattere di servitù esistente tra autore e opera e persino la volontà di curiosare e gettare uno sguardo sulla scarsa fortuna della forma breve e del racconto in Italia, una distanza di scrittura che Mozzi ha praticato sin dall'esordio. Partendo da quest'ultimo ci chiediamo: perché il racconto non gode di molta fortuna da noi? Semplicemente perché non abbiamo avuto gli Hemingway e i Carver? Mica ci sono solo loro e si dica chiaramente che questa prosa di Mozzi è felicemente lontana da una grande piega-piaga americana che ha rattrappito troppa nostra narrativa, in maniera più forte da quando minimum fax è diventata anche una moda, oltre ad essere una sigla editoriale che pure ha pubblicato libri interessanti. Nella nota introduttiva Mozzi afferma di non essere più in grado di scrivere in modo "normale" e quest'interessantissimo inciso, più che convincerci che esista un modo "normale" di scrivere e che sia giusto in qualche modo perseguirlo e coltivarlo, ci muove a interrogarci se può invece continuare ad esistere oggi un modo ritenuto normale di scrivere un romanzo o un racconto e, in fin dei conti, un libro. Si tratta di un discorso che si apre giustamente alle forme e per questa via tale discorso si salda con la caducità dell'opera cui accennavo: se tutto è caduco e tutto passa in fretta, il ragionamento che ne consegue è che l'immortalità o la tenuta dell'opera (il canone?) non ci riguarda poi tanto e che la narrazione, assieme a tutto quello che scriviamo e quello che chiamiamo letteratura, non ci può che interessare oggi.
(La professione di Mozzi - sia detto per inciso - non può che metterlo quotidianamente davanti all'obsolescenza programmata di ogni opera, alle famose sei settimane che di media vengono concesse a un libro per raggiungere il pareggio e il "pezzo" di questo libro con protagonista un Emilio Salgari pronto al suicidio è ulteriore riprova della costanza di questa riflessione metaletteraria e metaeditoriale.)

Favole del morire è dunque un libro mosso e smosso. Non può che essere così, visto che del morire nulla sappiamo, anche se possiamo pensarlo, parlarne, scriverne. Anche quando affronta un tema eterno e onnipresente come quello della (mancata) sepoltura, in "Novella con fantasma", questo libro non cerca scorciatoie nell'atto del pensiero. La forma dialogica è pertanto congeniale, sia dove è manifesta già a livello tipografico sia dove è più velata, proprio perché non consente alcuna scorciatoia e mantiene la tensione. Noi viviamo dimenticando spesso il morire. Non dico che non ci pensiamo. Possiamo pensarci tanto o poco, non ha importanza quando o dove ci pensiamo. Quando però ci avvolge quel pensiero di non essere più, quel memento mori che può prendere in istanti assai diversi fra loro, tutti forse avvertiamo un tenue mancamento, un morso all'incontrario, una svista sul vivere, e allora credo ci percorra tutti quel desiderio elettrico di interrogarsi sul finire e sulla finitudine. C'è inoltre una forte componente iconografica e iconologica, direi quasi ripiana, e non solo nei paratesti del libro, e tale serbatoio di immagini giunge all'opera di Mozzi come appiglio di pensiero. In "Ottobre 1986", un bellissimo racconto di Gian Mario Villalta contenuto in Un dolore riconoscente, un testo che è in sostanza una lettera indirizzata una donna solo intravista su un terrazzo, ad un certo punto si legge: "Se non siamo più in grado di pensare niente della morte, allora quello che pensiamo della vita è niente, allora anche la vita è niente". Forse, provvedendo a sostituire "morte" e "vita" con le parole "morire" e "vivere", riusciamo a intravedere le molteplici spinte dei sette pezzi che compongono questo libro, i loro diversi ma convergenti moventi e movimenti di odierna danse macabre.

lunedì 17 febbraio 2014

da "Corruptio optimi pessima" di Antonio Turolo

Una poesia da #31
(in realtà non soltanto una, per stavolta)



Nella biblioteca interiore di questo poeta non c'è spazio per la "letteratura come gioco" e tantomeno per la scrittura intesa come terapia. E non ci vuole molto a capirlo, se si prende in mano questo libro, tanto bello quanto forse dimenticato o passato inosservato. Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo (Nuova Dimensione, pp. 132, euro 11, ancora in commercio) rappresentò un libro atteso, almeno qui, tra gli amici della provincia di Treviso e tra chi si interessa di poesia. Proprio sulla sua/nostra provincia si erano lette in rivista alcune composizioni importanti, tra le più sorprendenti di quel periodo. C'era stata prima anche la silloge, altrettanto importante e sorprendente, intitolata Le parole contate, inclusa nel Sesto quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos, nel 1998. Nel decennio a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i Duemila, poche furono le occasioni di leggerlo, ancor meno forse quelle di ascoltarlo (ma quando capitava, a me sembrava non volasse una mosca tra il pubblico). Quando nel 2007 arrivò questo libro, con una prefazione atipica nei modi e riconoscente di Giulio Mozzi (quasi un'inversione del senso della gratitudine tra prefatore e autore), le cose non cambiarono di molto, nel senso che non mi pare che Corruptio optimi pessima abbia avuto l'attenzione che meritava e merita tuttora. Per fortuna è anche vero che nessuno sta qui a sindacare sui circuiti che segue (o sui quali si segue) la poesia oggigiorno: la poesia resta di chi la trova, e qui secondo me avete un'occasione per trovarla. Per questo motivo ora mi limito a rimettere in circolo una manciata di versi, cercando di contare anch'io le parole. La poesia di Antonio non ha bisogno infatti di molte introduzioni, arriva diretta, come un colpo sparato ad alzo zero. Colpisce, ferisce, talvolta strappa un sorriso con le unghie delle sillabe, anch'esse contate. Mozzi parla anche della "tenerezza" di questo libro, e in fondo ha ragione. Una sola poesia non bastava, secondo me, per tornare a parlare di questo libro intitolato con una massima di Gregorio Magno e così intriso di storia familiare (i due perni sono spesso la zia e la madre dell'autore, ritratta nella foto scelta per la copertina). Facendo allora una piccola violenza a questo spazio intitolato "Una poesia da", ho scelto alcune delle mie orecchie fatte sulle pagine di questo libro.

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Poesie da Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo (Nuova Dimensione, 2007).


Da un'altra psicologa



Quand'è fuori dal nido cosa fa?
Mi chiese dopo che con precisione
di panico e di agorafobia
le avevo riferito.

Domanda errata - le direi oggi -
non è andar fuori, è rincasare
che mi fa male.

Come un cane legato alla catena,
più corta
più lasca
dipende,
abito insieme alle mie ossessioni.

Potrei vivere a New York o a Nuova Delhi,
da questa casa
da questa città
non uscirò più.

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In un soggiorno una pendola ha scandito
per anni i giorni di noi tre in famiglia.
È un oggetto vecchio robusto e delicato insieme.

Quando mia zia l'aveva rinvenuto
tra le vecchie cose di mia nonna, 
ricordi tramandati tra generazioni,
anche l'orologiaio -
commosso un poco e un poco incuriosito
dal suo meccanismo -
era venuto fino a casa nostra
per stabilire sul muro esattamente
l'unico punto che la faceva andare.

Tutto bene per un po' di anni.

Un precario equilibrio
ritmava
in una scansione ordinata
i miei libri,
i cappelli della zia,
le ombre nella mente della mamma.

Ma 
la tradizione è finita.
Io non avrò figli.
La mamma sta male, io non ho un lavoro.
La pendola è rotta.

La venderò per soldi domattina.


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Treviso tre




La neghittosa provincia non è priva
di una sua sorniona saggezza.

Con soggezione ci si iscrive
alla grande Università
Universitas Patavina Libertas
la cattedra di Galileo
gli affreschi di Giotto
il magnifico Rettore.

Facendo il pendolo via Mestre,
ci si illude che quelle mete estere
Parigi Monaco Zurigo
declamate dall'altoparlante
saranno nostre un giorno
con tutti questi studi
e che la nostra vita forse cambierà.

Disillusi, un po' invecchiati,
ci si rivede poi a Treviso
a qualche concorso
a far le guardie mediche
o a insegnare la sintassi dei casi
e il pessimismo di Leopardi.

Il cerchio si chiude,
attento, mi dico,
non credere di essere speciale,
la sanno lunga queste sabbie mobili,
ne hanno fatti fuori di più forti di te.

--


Hai fatto bene mamma, a insegnarmi l'italiano.

Non badare nemmeno
ai professori che
difendono il dialetto.

Sono soltanto snob,
ipocriti entomologi
fingono compassione
per l'esemplare che
trafiggono uccidendolo.

Detesta come me
il ristorante tipico     agriturismo rustico
il buon selvaggio in gabbia     spiagge paradisiache
safari fotografici     diete vegetariane
verginità rifatta     in carta riciclata.


Il rustico dei ricchi è un falso rustico.

--

Un disadattato


mi ha definito un giorno
un sacerdote astuto cattivo penetrante.
Non amavo quel frate, e dentro me
più volte ho sognato di fargliela vedere,
di dimostrargli che non è così.

Adesso stai bene    finalmente lavori

post tenebras lux    è stata una fase
guadagni perfino -
mi lusingano altri
lo spettacolo deve continuare.

 

Ma non è vero.

Una tessera di mosaico
scompagnata
una carta
solitaria

un conto che
non torna
un apolide inglorioso.

Io non sono collega di nessuno.

--


La mia vita
assomiglia un poco
all'eterno corridoio
di questa casa di riposo.

Luci al neon
infermiere premurose o sbrigative
con cuffietta,
medicinali, dolcetti, 
aria di chiuso.

E qui in fondo
la mamma che sorride.

--

PS. Antonio Turolo, che fu allievo di Gianfranco Folena, ha pubblicato anche due monografie: Tradizione e rinnovamento nella lingua del Magalotti (Firenze, Accademia della Crusca, 1993) e Teoria e prassi linguistica nel primo Gadda (Pisa, Giardini,1995). Ma per conoscere ciò che Turolo pensa della "carriera universitaria" ("sconcio ossimoro") vi invito a procurarvi
Corruptio optimi pessima.

mercoledì 20 luglio 2011

I sentimenti sovversivi di Roberto Ferrucci

Uscito prima in edizione bilingue per la collana francese "Meet les bilingues" diretta Patrick Deville, viene ora scorporato in un'edizione tutta italiana (Isbn Edizioni, pp. 144, euro 17) il romanzo che Roberto Ferrucci dedica al suo soggiorno nella Loira Atlantica, a Saint-Nazaire, al decimo piano del "Building", in un appartamento messo a disposizione dalla fondazione francese per gli scrittori periodicamente invitati a un soggiorno di sei settimane con borsa settimanale. Il libro rientrebbe dunque nell'insieme dei molti romanzi che parlano di scrittori e di scrittura. Nel tempo ho sviluppato un'avversione per questo crescente genere editoriale che vanta anche illustri esponenti (fate un esperimento soffermandovi a leggere una dozzina di quarte di copertina in libreria o su un sito di commercio elettronico, c'è un'alta probabilità che almeno un paio vi annuncino la storia di uno scrittore, in crisi, in amore, in trance creativa, alle prese con una storia che ha per protagonista un altro ennesimo scrittore). Per me questo genere è spesso un criterio di scarto nell'abbondante offerta, visto che tollero male l'idea di un'autereferenzialità della scrittura tipica della peggiore televisione. Ma con Ferrucci sapevo di non correre questo rischio, fortunatamente la quarta di copertina parlava d'altro e Ferrucci non è certo adagiato sull'autoreferenzialità. Nella narrazione Ferrucci compie un'operazione pirandelliana di abbattimento della quarta parete, gioca apertamente con il proprio "pubblico", lo fa entrare nella scrittura senza finzione alcuna, con lui si perde il confine tra fiction e no fiction, in vista di una prosa-documentario che non ha molti praticanti. Avevo letto un libro di Jean-Philippe Toussaint, scrittore che Ferrucci ha più volte tradotto, Mes Bureaux. Luoghi dove scrivo. Partivo preparato forse. Ferrucci ha scritto anch'egli un romanzo sui luoghi dove ha scritto, sulla sua città, Venezia, e, indirettamente, un romanzo sul paese di provenienza amato e provvisoriamente abbandonato (l'Italia volgare, rancorosa e anestetizzata degli ultimi decenni, presenza tanto più forte e centrale in absentia).

Dentro la scrittura di Ferrucci entrano tutte queste cose ed entra davvero di tutto. Uno potrebbe pensare che se esistesse una legge per il product placement anche nella narrativa Ferrucci abbia sottoscritto un contratto con la Apple, tante sono le volte in cui cita i prodotti dell'azienda di Cupertino, ma in realtà si tratta davvero di un modo nuovo (e ben venga) di recepire il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia e consegnarlo alla scrittura. E si badi bene, tecnologia che serve anche alla scrittura. Entrano le riflessioni amare sull'Italia, la vita del soggiorno francese, né fuga né catarsi bensì necessità fisiologica di un altrove, le vicende di Venezia (quelle sulla città lagunare e sulle idiozie che la circondano, da tutte le parti politiche, sono tra le pagine più belle).

Sentimenti sovversivi è un libro che nasce altrove, che porta altrove e riprecipita continuamente nella realtà italiana degli ultimi anni. Ferrucci ama troppo l'Italia per non tornarci all'interno della bolla fragile della scrittura. Sarà interessante leggere nuovamente queste pagine tra qualche anno. L'autore porta alla ribalta una questione generazionale, che passa più rapidamente in primo piano quando si fa più scottante la ripresa di una vera "questione morale". Lo fa tuttavia da una posizione di disagio individuale. Marco Lodoli, riferendosi al precedente romanzo di Ferrucci, Cosa cambia, ha scritto: "Se la letteratura a Roma prende spesso una piega creaturale e lirica, e a Milano una sperimentale e antropologica, nel Veneto sembra affermarsi la linea soggettiva-sociale, ovverosia una predisposizione al racconto della modernità vista alla luce di un disagio individuale: e penso a Trevisan, a Mozzi, a Bugaro. E penso anche a Roberto Ferrucci [...]." Credo che Lodoli abbia colto nel segno (due nomi per Roma e Milano? Rispettivamente Maria Grazia Calandrone e Giorgio Falco). Non è affatto mia intenzione ipotizzare una "linea" veneto-friulana nella narrativa attuale, ma se non altro segnalare la reattività che molti scrittori di questi posti dimostrano, il tentativo di predisporsi a un cambiamento e a un adattamento del vivere in questa parte d'Europa e in questo frangente di secolo, all'interno di una nazione dove persino i sentimenti più normali del cittadino sono additati come sovversivi.

venerdì 24 giugno 2011

10 buoni motivi per essere cattolici?












Il punto di domanda alla fine lo aggiungo io. Il titolo del libro è ovviamente senza. Il volume è il terzo della collana "Dieci!" dell'editore Laurana. Sono sincero, forse non mi sarei mai interessato ad un libro con un simile titolo se uno degli autori non fosse Giulio Mozzi, uno scrittore che seguo con una certa attenzione e che spesso ha cose interessanti da raccontare. E così accade anche in queste pagine (scritte a quattro mani con Valter Binaghi, anche se è specificato sin da subito quali testi appartengano a Mozzi e quali a Binaghi). Ma è proprio questo intreccio tra un titolo non originalissimo e i vari autori (la bella prefazione è di Tullio Avoledo) che probabilmente porterà fortuna al libro. Questo il mio augurio e cerco di spiegare il perché dell'augurio di seguito.

Il punto di domanda l'ho inserito perché alla fine del libro (144 pagine lette in rapidità, euro 11,90) mi sono chiesto se vi avevo trovato davvero 10 buoni motivi per essere cattolici. Il volume parte da premesse condivisibili: la fregola di pubblicare certi titoli che sparano ad alzo zero contro la chiesa e il clero (anche se non bisogna dimenticare che la fetta di editori cattolici non è irrilevante e che non siamo proprio "inondati"), la profonda ignoranza sul cattolicesimo in cui versa un paese a stragrande maggioranza cattolica, finanche all'affermazione paradossale (e quindi efficace) che quella del cattolicesimo sia una delle più radicali esperienze di diversità che si possa vivere oggi in Italia. Quello che io credo è che il titolo sia fuorviante (forse sarebbe stato più corretto parlare di "cristiani cattolici"), che svolga bene la sua funzione di attrarre un certo pubblico, ma che alla fine non rispecchi veramente i contenuti dei dieci capitoli. In fin dei conti il titolo è stato un po' forzato per entrare nel format di collana.

Binaghi e Mozzi hanno scritto un libro coraggioso che si ritrova a svolgere una funzione di disturbo. Il loro intento appare quello di scrostare il dibattino pubblico dalle posizioni asfittiche in cui si è seduto, provare a restituire e ricostruire un messaggio rivoluzionario che ha perso presa e magnetismo. Ci siamo mai chiesti cosa accadrebbe se qualcuno come Gesù Cristo, al di là delle riflessioni storiche che si possono fare sulla sua figura, si presentasse oggi sulla terra? Lo inviterebbero al Maurizio Costanzo Show o da Marzullo?

Credo che la mia personale situazione rifletta quella di molti della mia generazione: battezzato, cresimato, ho smesso di frequentare la chiesa a sedici anni. Tendo a previlegiare, nella visione delle cose, le grosse difficoltà o i bastoni tra le ruote che la chiesa, l'istituzione più antica sulla faccia della terra, pone nello sviluppo di senso critico, nella ricerca scientifica, nel percorso di un paese  che troppo spesso paga prezzi troppo alti per diventare "normale". Mi sembra di vivere in un paese dove la religione è trattata alla stregua di una delle tante superstizioni che ci trasciniamo appresso dalla notte dei tempi. Trovare in questo libro una sponda di riflessione è stata una piacevole scoperta, perché la religione rimane un argomento troppo importante da trattare con cliché, qualsiasi sia la loro provenienza. Non credo di avervi trovato 10 buoni motivi per essere cattolico ma, più semplicemente, dieci tentativi di riportare un dibattito importante su binari condivisibili, dieci buoni motivi per prendere in mano la Bibbia che Mozzi definisce quasi sempre, con una perifrasi, "il libro dei libri", dieci buoni motivi per non confondere sempre la chiesa con la narrazione del cristianesimo come, a tratti, ho rischiato di fare anche qui.