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domenica 25 febbraio 2018

"Tempo riflesso" di Corrado Benigni. Una lettura di Daniela Gentile

La raccolta di Corrado Benigni Tempo riflesso (Interlinea 2018), si legge attraverso un movimento a più livelli: da un lato seguendo la direzione spaziale che dalla superficie procede con lo scandaglio verso il basso, verso tutto ciò che non si vede e che superficie non è, ma che esiste e che sembrerebbe godere tanto di una immutabilità quanto di una evoluzione propria; dall’altro secondo la traiettoria del senso che si muove alternativamente da ciò che si vede, e quindi si conosce, a ciò che si ignora perché lontano dall’orizzonte della vista, dei sensi.

Il metodo che emerge dai versi per realizzare tale struttura sembrerebbe fotografico (la fotografia, del resto, è assai richiamata nella raccolta, soprattutto nell’ultima sezione Apparenze): un obiettivo, quello del poeta, che ingrandisce il dettaglio, procede per pixel sempre più sgranati sino a giungere alle Pietre vive, prima sezione del libro, alle cellule, agli insetti, ricostruendo, così, stratificate memorie del sottosuolo per sottrazione di elementi o per loro aggregazione con alternate immagini di pieni e di vuoti che restituiscono un equilibrio solo apparente delle parti. Né è lasciato sfocato il procedimento con il quale Benigni ha intrapreso la composizione, per immagini-poesia, del suo piccolo de rerum natura; si legge per esempio in Ordine dalla sezione Dall’invisibile:
Osserva. Tutto è organizzato secondo regole precise. La geometria della goccia separata dal flusso dell’acqua, gli alberi ancora spogli a marzo che aspettano pazienti la fiamma delle foglie. Decifra. Il suono che si rompe tra due note, l’accartocciarsi del vento sulle cicatrici della terra e il ghiaccio che si scioglie. Dall’impero di un ordine non c’è via di scampo, rigorosa è la gerarchia della natura, il suo alfabeto indifferente, dove ogni cosa è specchio di un’altra. 
Se, per il tramite di questi imperativi, rimane nitida la traccia degli scatti in successione che sono stati necessari per questo lavoro, e se molteplici sono gli strumenti con un cui Benigni costruisce l’immagine, ora con una versificazione asciutta che richiama se stessa nelle singole sezioni, ora con una prosa che si affaccia di più alla spontaneità della riflessione, più fuori fuoco restano invece i risultati perché ontologicamente irraggiungibili.

«qualunque cosa è uno specchio se guardata a lungo./ Impara il linguaggio delle pietre/ Non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui/ nella geometria del nostro diradarci», leggiamo in Risveglio. Misurare il tempo attraverso i nostri anni o attraverso l’avvicendarsi delle stagioni nel colore delle foglie non basta, non è che un inganno la sua precisione: il risultato è un numero, una porzione infinitamente breve rispetto al tempo che scorre lungo tutto ciò che è prima di noi, sotto la superficie delle cose e del loro apparire. La poesia si fa quindi carico del tentativo di approssimazione alle cose e anche al tempo nell’unico modo che gli è concesso dal linguaggio, dalla nostra esistenza stessa: essere riflesso, istante, scatto e segmento di tempo; essere lente con cui scorgere una «trascendenza tangibile», tentare, se non di illuminare, almeno di riflettere «quello che cerchiamo e non abbiamo trovato».

Daniela Gentile

sabato 9 marzo 2013

“Abitiamo attraverso la pelle” di Ryszard Krynicki. Cos'è la poesia, cosa salva? nic, Bóg

A fine 2012, a novembre per l'esattezza, cioè nel periodo in cui tutti gli editori sono trafelati, inavvicinabili e ossessionati dalle strenne natalizie (alle quali si chiede spesso la sistemata finale dei conti dell'anno intero), è uscito nella discrezione assoluta un libro dei più importanti poeti polacchi contemporanei. Ryszard Krynicki era infatti in Italia per il conferimento del premio alla carriera del Festival Internazionale di Poesia Civile di Vercelli e per l'occasione Interlinea fece uscire, nella collana Lyra, Abitiamo attraverso la pelle (pp. 69, euro 12). La traduzione è di Francesca Fornari, autrice anche dell'altra unica traduzione in italiano di Krynicki, conferita in un volume edito da Forum nel 2011 con il titolo de Il punto magnetico. Il nome di Krynicki è legato alla poesia a doppia mandata e forse anche da un batesoniano doppio legame: si può partire dalla casa editrice a5 da lui fondata e che annovera Wisława Szymborska tra i pezzi da novanta del catalogo, ma anche Zbigniew Herbert, Hanna Krall (molti titoli nel catalogo Giuntina), James Merrill, Charles Simic, Stanisław Barańczak (gran traduttore di Shakespeare e... dei testi dei Beatles!), Ewa Lipska, Marcin Świetlicki per finire con Adam Zagajewski (di cui Adelphi ha da poco proposto Della vita degli oggetti), e si può arrivare fino alle traduzioni in polacco di cui è autore lo stesso Krynicki (Brecht, Celan, Sachs). I nomi dei poeti da lui tradotti, uniti a quelli di Bruno Schulz, di Zbigniew Herbert o di Kafka, rappresentano le coordinate più ricorrenti nei discorsi attorno alla poesia di questo autore nato nel 1943 nel lager di Sankt Valentin, in Austria.

Scrive Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca (libro curato da Luigi Marinelli e uscito per Einaudi nel 2004), nel capitolo dedicato a Nowa Fala (Nuova Ondata), il movimento a cui si collega solitamente Krynicki:

"Come Barańczak, anche Ryszard Krynicki (1943) si servì delle strategie della poesia linguistica - forte fu l'influsso della "teoria della fioritura" introdotta da Tadeusz Peiper, fondata sullo sviluppo per integrazione e precisazione della parola o frase iniziale - per registrare la complessità caotica e dissonante della realtà sociale, la sua finzione, l'amorfismo, la perdita dei punti di orientamento morali."

A partire dal 1978, nota De Fanti, cioè dalla raccolta La nostra vita cresce, "la poetica di denuncia sociale cede spazio alla riflessione filosofica, alla meditazione sulla funzione della poesia, a un tono personale sempre più vicino al silenzio." E non a caso la bella, breve premessa della traduttrice si intitola proprio Ryszard Krynicki: il silenzio, unica patria. E per tornare alla funzione della poesia, l'attacco di una poesia si chiede proprio "Cos'è la poesia, cosa salva?". Verrebbe da rispondere con la minuscola poesia bianca che chiude questo libro: nic, Bóg (nulla, Dio). 

La poesia che dà il titolo al libro è molto bella, ma ha versi lunghi, che mi porterebbero all'impiego di troppe fastidiose parentesi quadre per rendere gli a capo e stare dentro i limiti di larghezza di questa superficie bianca sulla quale scrivo (eventualmente la reperirete facilmente in altri siti). Scelgo allora un'altra poesia, dai versi più contenuti, una delle più belle tra quelle che costituiscono la manciata di testi che questo libro mette in circolo nel sangue. Buona lettura (ho come l'impressione che a volte la poesia buona possa funzionare come una trasfusione di sangue).

IL MONDO ESISTE ANCORA


niente cambia
ogni giorno attendi che ti assegnino l’appartamento
ti alzi il mondo esiste ancora
torni dal lavoro il mondo ancora esiste
leggi nel giornale
che i cinesi hanno scoperto un osso che può 
rivoluzionare la scienza
e demolire la teoria di Darwin
vai a letto ti addormenti
senza ascoltare fino alla fine l’ultimo notiziario
dormi non sogni nulla
ti alzi le tue ossa non rivoluzioneranno la scienza
ti rechi a lavoro lungo la via dell’Armata Rossa
il mondo esiste ancora niente è cambiato
sul lato sinistro della via
dipende dalla direzione in cui ti muovi
insieme al paese intero
sul lato di sinistro della via
sul lato di estrema sinistra della via
sul lato sinistroide della via
sul lato levitante della via
vedi uno slogan lo scopo più alto della strada è l’uomo 
sul lato etc. destro lo slogan lo scopo più alto
più in basso non riesci a leggere
più in basso cadono gocce di pioggia aerei petali di neve 
niente è cambiato
le macchine imprimono nell’asfalto
la misteriosa lettera &
il tempo scorre nell’immobilità come corrente elettrica

e il tuo bambino tornando dall’asilo sa già 
che lo scopo più alto è

etc.


(Traduzione di Francesca Fornari)