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giovedì 9 febbraio 2017

Un ricordo di Carolus L. Cergoly in uno scritto di Chiara Catapano (e due poesie da "Ponterosso")


Il complesso di un imperatore triestino 
di Chiara Catapano


Sul Piccolo di Trieste, il 26 aprile 2006 comparve un articolo, esteso innamorato, che voleva veicolare al mondo una notizia importante. La veicolò, credo, solo ai triestini e a quei pochi che ancora si ricordavano in Italia di Carolus L. Cergoly: le edizioni de Il Ramo d’Oro ripubblicavano i versi di Ponterosso.
Per chi non è mai stato a Trieste va spiegato che Ponterosso, assieme alla piazzetta omonima, è stato luogo di mercato sorto in quella parte di città – il Borgo Teresiano – che Maria Teresa volle rendere moderno punto d’incontro tra le culture dell’Impero. E l’Imperatrice sapeva sempre cosa fare, in senso di modernità e di scambi commerciali.
A metà del ‘700 dunque, con mirabile opera ingegneristica, le saline furono interrate e nacque quel tuffo del mare dentro la città che è il Canal Grande - non a caso realizzato da un veneziano. E Pontebianco, Ponteverde e Ponterosso a far la spola quasi tra due frontiere.

Ma Cergoly forse forse sono in pochi a conoscerlo e ancor meno quelli che l’han letto perché parla dentro tutte le lingue (quel “misiòt”, quella mescolanza) che tanto ricca ha reso la mia città fino ai primi del Novecento, senza gualcirne neppure una: e Cergoly indossa quest’abito però con tanta personalità che ne vien fuori qualcosa di alieno. Un’altra lingua, ancora una come se non bastassero tutte le altre, perché ci si impazziva insomma a Trieste; ci voleva un riassunto sintattico, un concentrato semantico…
E ancora, a volte, per le strade di Trieste, quando dai portoni cittadini esconoentrano accenti greci, sopraccigli cirillici transitanti sotto la Portizza che sbuca poi nel ghetto, ti senti sopra una nave di carne ed ossa e di accenti aspirate fricative. Hai bisogno di chiamarla con un solo nome, e non lo trovi. Cergoly il nome unico per tutte le cose con tutti i nomi per una sol cosa l’aveva trovato. Ha inventato una lingua inimitabile, ha condensato i vocabolari. Li ha riversati riverberandoli qui, nella mia città, questa nave fantasma oggi tutta echi.
È pura mitologia, decadente quanto volete ma mitologia, la mia città: se un Cergoly giovane giornalista potrà raccontare di quel tal magro profeta, infagottato negli abiti, che sentenziò così, per strada, la sua divinazione: “Te diventerà diretor del Times”: era – quel Tiresia celtico - James Joyce, e l’immagine di questo incontro l’ho proprio amata, perché son cose che possono succedere, credetemi, solo nella mitologia mitteleuropea di questa vecchia città sul mare, stupida e cattiva (per dirla con Carolus).

Era, Carolus L. Cergoly di quei triestini capaci di render tutto leggero – non la leggerezza del male, senza pensieri, bensì quella gaia contrapposta all’inevitabile moto involutivo del capoluogo “troppo” di confine. “Sono solo fesserie”, era l’intercalare suo, mentre leggeva in pubblico i suoi versi.
Ma a queste scaglie di luce, a queste “fesserie” (a me che ho nuotato controcorrente una vita per stare a galla dentro la città che m’ha partorita e svezzata) noi triestini dobbiamo proprio tanto: a volte mi pare che la città si sia salvata perché Cergoly l’ha chiamata definitivamente per nome.
E se pure la sua lingua ai più risulterà ostica, val la pena lo sforzo, val più della babelica torre: c’è la poesia, qui, che canta la diversità di ognuno dentro il calderone infinito dell’universale che chiamiamo vita.

Da Ponterosso (Poesie mitteleuropee in lessico triestino)

Introitus

Radice ungaro slava
Punta de spada
La ga sepolta
Fonda
In humus austriaco

Albero ben cressù
Curado a la tedesca
Dritto ramà
Tra l’aria fresca
De bosco e de marina

Foie che canta
Al vento
Strambotti a l’italiana
Malinconie tormento
Rotto
De quando in quando
Da un rider senza scopo

Questo son mi
Del novecento e otto


Trieste
Un ponte pitturà de rosso
Il Ponterosso
Come due gambe storte
Traverso del canal
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Un sbatociar
De barche e de battane
“Ema” “Sgombro” “Rodolfo”
E fora del Canal
In mezzo al golfo
Un vapor in ancora per sempre
“Stadium” el suo nome
Con tanti oblò
Doppiadi sora el mar

Tutto e tutti
Passa el Ponterosso
Revoltella[1] in carrozza con gli Asburgo
Turbanti levantini
Odori de halvà e pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi de la Bieska
Ebrei de Weimar
A zavattar per metter banchi

E passa una slovena
De Kumnik
No la trova el suo amor
Fabbro de fin
Ferro battù de Kropa
Perso el se ga nel vardar onde

Carri e cavai
De Pinzgau
Coi zoccoli a tamburo
E lupolo per Dreher
E jazzo per sorbetti
Che cala de Postojna

Pianelle furlanute
Cadorini e Ciarnei
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E mi son tutto fiamma
De vento son vestì
Dormo
Coi nuvoli fumando

E ciacolo con l’Angelo
Come inciodà de sora dei camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba spartida
Come l’Imperator

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall
Un ponte pitturà de ross
Il Ponterosso
Su l’Adriatico estremo
Sotto el crinal del Carso
Con l’ultima Sirena
Che me smaga
La bella Lau

E digo
Strenzi el tutto
E slarga el Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva



[1] Pasquale Revoltella, imprenditore (1795-1869)

martedì 18 ottobre 2016

Tradurre in italiano Coetzee, Gordimer, Joyce, Fitzgerald, Mansfield, Morrison, Naipaul e altri. Intervista a Franca Cavagnoli


Librobreve intervista #70
 
Franca Cavagnoli
Esce per Feltrinelli il 20 ottobre Un ritratto dell’artista da giovane di James Joyce nella traduzione di Franca Cavagnoli (pp. 320, euro 9,50). Scrittrice e traduttrice, Franca Cavagnoli ha pubblicato per Frassinelli i romanzi Una pioggia bruciante (2000, Feltrinelli Zoom 2015), Non si è seri a 17 anni (2007) e Luminusa (2015). Ha pubblicato anche La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (2012; Premio Lo straniero 2013) Mbaqanga (2013) e Black (2014). Ha tradotto e curato opere di J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Katherine Mansfield, Toni Morrison, V.S. Naipaul. Per Feltrinelli ha curato e tradotto anche Il grande Gatsby (2011, premio Von Rezzori 2011 per la traduzione letteraria) e i Racconti (2013) di Francis Scott Fitzgerald. 

LB: Qual è l'ultimo libro che ha tradotto e quale è stata invece la sua prima esperienza di traduzione letteraria? Che ricordo ne conserva?
R: L’ultimo è Un ritratto dell’artista da giovane di Joyce, che esce in questi giorni per Feltrinelli. È uno dei libri più importanti della mia adolescenza e desideravo tradurlo da molto tempo, ma non mi sentivo mai pronta. Anche il primo è stato un romanzo irlandese – La ragazza dagli occhi verdi di Edna O’Brien, uscito per e/o. Ricordo lo smarrimento, la perenne sensazione di non farcela, un forte sentimento di impotenza.

LB: Oggi immagino che tutti traducano direttamente al computer ma immagino altresì che non sia stato sempre così. Al di là delle possibilità di controllo e revisione globale del testo che un qualsiasi software di elaborazione testi consente, pensa che questo cambiamento abbia dei riverberi sul risultato che magari non sono ancora stati studiati? (Mi ha colpito la sua annotazione sulla "s" del nome Gatsby che, in fase di traduzione, lei digitava "z", riportando il personaggio nell'alveo del suo nome originario James Gatz. Con una penna in mano sarebbe successo?)
R: Certo che sarebbe successo. Non ha a che fare con il mezzo con cui si scrive – il computer o la macchina da scrivere. È un lapsus. Quella ‘z’ ha cominciato a venire fuori a un certo punto della traduzione, durante la scena al Plaza, ed è stata rivelatrice. Per me Jay Gatsby è tornato a essere James Gatz in quella scena lì: il sogno ormai langue e l’illusione si schianta a terra in mille schegge.

LB: Nella sua prefazione alla nuova traduzione de Il grande Gatsby uscita per Feltrinelli, lei ricorda Ricoeur e quella sorta di "elaborazione del lutto" che si verifica nell'atto di accoglienza che è ogni traduzione. Qual è stato il lutto più difficile da elaborare?
R: L’ultimo. È sempre l’ultimo. E i miei tempi di elaborazione del lutto – il travaglio del lutto – sono lunghi. Riuscirò a non sentire più questo sentimento di mestizia, il distacco da Stephen Dedalus, solo fra molto tempo. 

Giuseppe Pontiggia
LB: Sempre in quella sua prefazione veniamo a conoscenza delle preoccupazioni di Fitzgerald per i risvolti e i comunicati stampa che dovevano accompagnare l'uscita del suo libro nel 1925 (libro che - ricordiamo - ebbe inizialmente un'accoglienza tiepida). Nei contratti di traduzione che ho letto mi ha sempre colpito il fatto che il traduttore dovesse fornire, contestualmente al file finale della traduzione, anche una proposta di risvolto, la quale poteva poi essere ripresa e adattata dalla redazione, così come totalmente ignorata. Mi sono chiari i motivi "industriali" di questa richiesta. Lei che ne pensa? Chi dovrebbe scrivere i risvolti e soprattutto che cosa si dovrebbe scrivere nei risvolti? (Io ad esempio confesso che per anni ho fatto fatica ad avvicinarmi al romanzo di Fitzgerald proprio a causa delle copertine e delle quarte di copertina che mi sembravano tutte uguali, scontate e ripetitive; quando finalmente ho letto il romanzo mi è parso che tutti quei paratesti e confezioni avessero solo incrostato malamente un libro che è molto altro e forse tutt'altro.)
R: Molti editori non lo scrivono nel contratto e alcuni non lo chiedono proprio. Non dovrebbe essere imposto. Scrivere un risvolto è una delle cose più difficili: bisogna selezionare attentamente ciò che si decide di inserire quando si ha a disposizione solo una ventina di righe. Dovrebbe occuparsene l’editor o il direttore editoriale: è una grande responsabilità. Ma può farlo anche chi traduce, se se la sente. Io li faccio da molti anni e ho imparato dal mio Maestro, Giuseppe Pontiggia. Un risvolto dovrebbe dare le coordinate sul contenuto e avere un valore informativo, promozionale e critico. Dovrebbe suggerire la trama e far risaltare gli elementi forti del libro: un paio, non di più. La difficoltà sta proprio qui: è difficile concentrare tanto in poche righe. Non ricordo più chi ha detto: «Non ho abbastanza tempo per essere breve». E poi il linguaggio deve essere evocativo, espressivo. Bisogna, cioè, badare alle valenze espressive e non solo a quelle concettuali, mentre la maggior parte dei risvolti è scritta in una prosa solo mediamente comunicativa.


LB: Che la poesia non paghi è vero anche nell'ambito della traduzione. Scorrendo la sua bibliografia si nota una sostanziale assenza della poesia. Effettivamente è così? E se è così, le manca poter tradurre poesia? Quale libro di poesia vorrebbe tradurre?
R: No, non mi manca. Leggo poesia – ora sto leggendo le dolenti liriche di Herbert riunite in L’epilogo della tempesta (Adelphi) – ma non ho con la poesia la frequentazione quotidiana che ho con la prosa. Non traduco poesia perché non scrivo poesia. Scrivo e traduco romanzi e racconti. Ma ho tradotto molta prosa poetica, da Sarah Kirsch a Katherine Mansfield a James Joyce. Prima di Un ritratto dell’artista da giovane ho tradotto Giacomo Joyce, una narrazione in prosa poetica, l’unico testo che Joyce ha ambientato a Trieste e non a Dublino.

LB: Sbuffa mai mentre traduce? In quali circostanze solitamente?
R: No. Se mai mi escono sospiri di autentica disperazione, quando non capisco fino in fondo quello che leggo e la ricerca che faccio non dà frutti.

LB: Chiedo un consiglio e una regola, se è possibile parlare di regola: nel caso di una traduzione di un romanzo, crede sia meglio operare continue revisioni sull'avanzamento della traduzione o cercare di concentrare e ridurre i momenti dedicati alla revisione del testo tradotto?
R: L’uno e l’altro. Alla fine della mattinata di lavoro rileggo quello che ho tradotto quella mattina. E lo stesso faccio l’indomani prima di cominciare a tradurre: rileggo quello che ho tradotto il giorno prima. E poi, quando ho finito la traduzione, cominciano le varie revisioni di tutto il libro: con il testo a fronte prima e, dopo, più letture dell’italiano senza più guardare il testo inglese, o solo occasionalmente. Rileggo più volte, e l’ultima rilettura è sempre a voce alta.

LB: Studiare teoria della traduzione è importante, oltre ad essere affascinante. La preparazione teorica di un traduttore ne aumenta sicuramente consapevolezza e senso di responsabilità. Ci consiglia un paio di testi fondamentali, uno di base e introduttivo e uno "avanzato", già immerso in questo tema?
R: Consiglierei il mio La voce del testo (Feltrinelli, Premio Lo Straniero 2013) e Traduzioni estreme di Franco Nasi (Quodlibet).

LB: Accenniamo brevemente agli aspetti della formazione dei nuovi traduttori. Che cosa si può insegnare e che cosa non si può insegnare?
R: Si può insegnare tutto, ma chi vuole imparare deve avere un’inclinazione, sentire forte, dentro, il desiderio di tradurre.

LB: Per chiudere vorrei che ci segnalasse il lavoro di qualche giovane traduttore, magari ancora non notato, che secondo lei merita particolare attenzione. Grazie.
R: Consiglierei senz’altro i lavori di due traduttrici davvero in gamba – Stella Sacchini e Camilla Diez –, che traducono dall’inglese e dal francese rispettivamente e hanno vinto il Premio Babel per giovani traduttori nel 2014 e 2015. È un premio che abbiamo voluto istituire per dare visibilità ai giovani. Da quest’anno il premio ha cambiato nome e ora si chiama Premio Babel-Booksinitaly. Abbiamo comunicato la rosa dei finalisti proprio oggi: Stefano Musilli, Luca Salvatore e Marta Silvetti.
 

martedì 17 dicembre 2013

"Finn's Hotel" di James Joyce

Che cos'è questo Finn's Hotel di James Joyce? Un editore col quale avrete forse familiarizzato nel reparto ragazzi delle librerie, Gallucci, ha portato in italiano con la traduzione "d'autore" di Ottavio Fatica, all'interno della bella e materialmente fantasmagorica collana "Alta definizione", uno dei pezzi mancanti nella biografia joyciana (pp. 128, euro 13, introduzione di Danis Rose e postazione di Seamus Deane tradotte da Giovanna Granato, disegni di Casey Sorrow). Finn's Hotel costituisce un ritrovamento del quale si è abbastanza discusso negli ultimi tempi. E non poteva accadere diversamente: trattasi di uno dei più importanti scrittori del Novecento e questo libro di prose brevi impazzite ha pure la presunzione di collocarsi incautamente tra due molossi controversi come Ulisse (1922) e la Veglia per Finnegans (1939). La questione insomma sembra diventare interessante. Che cose ci è sfuggito in tutti questi anni? Che cosa è stato imboscato? Che "libro" precede il congedo un po' misterioso della veglia joyciana?

Stavo per scrivere che queste brevissime prose illustrate sulla storia d'Irlanda sono "schegge". Mi sono autocensurato. Se vogliamo tenere per buono il materiale, il legno, allora sono giunture o incastri, e non tanto tra le due succitate opere maggiori in dimensione e fama, bensì tra la storia e la lingua. Perché nella sua ricca nota ha ragione il nostro decano fra gli anglisti, che persino nel cognome conosce la fatica del tradurre. Ha ragione a spostare decisamente l'attenzione sulla lingua e il suono colto dalla sonda auricolare joyciana. Fatica scrive della speciale dotazione di Joyce, un "senso del linguaggio" come pochi altri, autentico scarto dello scrittore che più di ogni altro a lui contemporaneo rappresenta "il precipitato della soluzione modernista". (Francamente, per rimanere al nostro traduttore, l'avevo un po' perso nella nota che accompagna la sua traduzione delle poesie in inglese della poeta romena Nina Cassian, uscite qualche mese fa per Adelphi assieme a quelle in lingua romena col titolo C'è modo e modo di sparire, nel senso che non ne avevo colto bene il senso e l'incisività; ora invece qui lo ritrovo in tutto il suo scoppiettare imprevedibile di fuoco, in tutto quel prudente azzardo che accompagna la vita di ogni traduttore di valore, com'egli senza dubbio è.) Ed è importante sapere che il libro che avete tra le mani è stato affidato a un traduttore accortissimo, altrimenti c'era il rischio di perdere il peso specifico dell'operazione editoriale che Carlo Gallucci ha portato a termine. E c'era il rischio di perdere definitivamente Joyce e il suo senso del linguaggio.


Un disegno di Casey Sorrow
Torniamo alla domanda d'apertura. L'autore stesso definiva queste favole, nel 1923 mentre le scriveva, degli "epiclets", o "ten little epics" (piccola epica, ma anche invocazione dello Spirito Santo nel sacramento dell'eucarestia). Sono formule note, per chi bazzica Joyce, parole in uso già dai tempi di Dubliners (il centenario della pubblicazione di questo libro cade il prossimo anno). Pensiamo al momento. Sono passati pochi mesi dalla pubblicazione di Ulysses. Sono allora queste dieci favole paragonabili ad un bell'allenamento defaticante per smaltire l'acido lattico? Anche se è defaticante, di un importante allenamento si tratta. E non c'è partita vera senza allenamento. E alcuni gesti atletici purtroppo riescono solo in allenamento. Insomma, questi testi rivisitanti storie e mitologie dell'Irlanda sono scomodi, e non nell'accezione normale che si dà al termine scomodo quando riferito a un libro. Sono testi scomodi perché tutte le persone che su Joyce hanno campato fanno davvero fatica a inserirli dentro quella che è diventata via via la vulgata joyciana, nutrita di miti, leggende e molte imprecisioni, verso le quali il nostro traduttore ci mette in guardia. Questo libretto titolato come l'hotel dove lavorava Nora, la moglie dello scrittore, diventa allora un "voyage au bout de l'anglais". Il folletto dublinese sapeva scegliere (Joyce, in inglese, sconfina nella parola "choice"), così come dimostra di saper scegliere Fatica. Finn's Hotel è un libro che si presenta con maggiore confidenza al lettore, rispetto ai due torrioni che lo circondano nella bibliografia joyciana, eppure sento che mi ha lasciato in bocca un interrogativo quasi inquietante: quale il posto di Joyce e della sua letteratura, al di là delle tante carriere accademiche che attorno a lui si sono arroccate?