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giovedì 23 aprile 2015

"Tre parole sulla Resistenza" di Giacomo Noventa

Il primo scritto di Giacomo Noventa ripreso in Tre parole sulla Resistenza (Castelvecchi, pp. 72, euro 9) si potrebbe leggere a ripetizione in giornate come queste. Dopo aver concluso le poche pagine di Discorso sulla Resistenza e sulla morale politica (del 1947) ho pensato a quanto raramente ci poniamo il problema di come raccontiamo la storia, e qui intendo il racconto degli storici, siano questi storici di professione, statisti, giornalisti improvvisati, letterati, scienziati sociali o altro ancora. La prosa di chi scrive sulla storia non è quasi mai in cima alle nostre preoccupazioni e per questo a volte è interessante ascoltare anche chi, spostandosi dalla prosa, parla di poesia come storiografia. E non si tratta di capire soltanto perché Gioacchino Volpe fosse un grandissimo scrittore o perché altri storici attuali dovrebbero prestare molta più attenzione alla loro prosa sciatta e cascante, pena l'inanità dell'intero loro operato; si tratta anche di capire, piuttosto, perché ogni ragionamento attorno alla storia sia primariamente un trattato di retorica. Ma come?, si chiederà qualcuno. Dopo tutto lo sforzo che proviamo a fare per liberarci della "retorica fascista", della "retorica comunista"? Io credo invece - e leggendo Giacomo Noventa ho delle conferme - che il grosso equivoco di fondo sia aver dato e continuare a dare a "retorica" una connotazione negativa. Retorica è tutto, ovunque ci sia testo e quel conflitto che qualsiasi testo ineludibilmente imprime su una pagina. Mi rendo conto di dire una cosa ovvia per molti, ma forse meno ovvia di quanto si possa credere. E a volte può star bene ripetere anche le cose ovvie, tanto più quando si è vicini a ricorrenze.

E allora il punto più importante e decisivo di questo libretto confezionato con alcuni scritti a tema resistenziale è la distinzione netta tra Resistenza e antifascismo. La prosa storica di cui necessitiamo ha un tremendo bisogno di distinzioni e di pochissime sfumature impressionistiche. I due termini su cui si sofferma Noventa, Resistenza e antifascismo, non sgorgano dalla stessa polla, vanno proprio divelti. Una certa "retorica" (virgolette d'obbligo qui, allora) ha voluto darcele a bere assieme, mescolate come goccette in un bicchier d'acqua e un'altra "retorica", oggi, usa la parola "resistenza" o il verbo "resistere" con un tic fastidioso. Gli uomini della Resistenza, prima ancora di combattere contro il Fascismo, combatterono contro sé stessi. Quest'aspetto della battaglia contro sé stessi è uno dei temi centrali di Noventa ma anche di tanta parte del secolo scorso, basti pensare a un autore come Brecht oppure a Fortini, per tornare in Italia. L'appurare l'esistenza di tale battaglia ci offre la spinta per saltar giù dagli angusti parapetti dai quali si affaccia qualsiasi discorso resistenziale e sulla resistenza, con o senza maiuscola. E di qui, ritornando a Noventa, anche a costo di dover passare dapprima per le sue riflessioni resistenziali, tralasciando momentaneamente il resto della sua opera, è giunto il momento di ridare a Ca' Zorzi un posto di grande pregnanza fra coloro che esercitarono un vero magistero d'azione nel Novecento, nonostante (o forse proprio a causa di) quello scontro irrequieto contro sé stessi che trovò il suo campo di battaglia proprio nel testo e nella retorica (senza virgolette) che ha tentato un racconto tra tanti possibili. Lì sta uno dei motivi che ci riporta continuamente a Noventa, lì - se vogliamo usare un termine che non amo - sta la sua attualità. E per far ciò, va bene ripartire da questi scritti, sia pure nel clima spesso annacquato dalle ricorrenze e soprattutto senza dimenticare che Noventa fu grande poeta. Per chi volesse cimentarsi con altri scritti, con altri suoi testi, resta imprescindibile l'opera monumentale di sistemazione che fece l'editore Marsilio a cura di Franco Manfriani, anche se non guasterebbe una più agile frammentazione e proposta editoriale più continuativa, dal momento che le opere monumentali di sistemazione, pur meritorie, sono spesso la tomba luccicante di uno scrittore.

venerdì 22 agosto 2014

"Poesia nera e poesia bianca" di René Daumal

Quote #4

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Si scrive poesia, senza certezza di nulla. Si sa. Scriverla è dirla ed è un tentativo. E quanto ci mancano forse delle sane discussioni artigianali sulla versificazione, sull'orecchio, per chi vuole anche sull'occhio. Tuttavia non si registrano, da quel che mi pare di notare, grandissime novità e allora tanto vale riprendere in mano qualche libro passato che ha provato a dire qualcosa, come questo Poesia nera e poesia bianca di René Daumal proposto ora da Castelvecchi (pp. 54, euro 9, traduzione di Michela Summa). Lo scritto che offre il titolo a questo librino dell'autore de Il monte analogo era già apparso in un antico fascicolo Adelphi intitolato I poteri della parola, curato da Carlo Rugafiori nel 1968. Nel complesso questa pubblicazione di Castelvecchi non propone per esteso le discussioni "artigianali" di cui sopra, però raggruppa alcuni scritti rilevanti del grande studioso di lingua sanscrita e filosofia indù, che in vita - ricordiamo  - conobbe Simone Weil e Roger Gilbert-Lecomte, s'avvicinò alla patafisica jarryana e a Gurdjieff. E c'è un punto molto interessante dove queste riflessioni vengono a galla. Questo che segue è il passo che ho scelto per oggi ed è tratto dal saggio Suggestioni per un mestiere poetico:

[...] Il poeta danza nella possessione di un pensiero. Ma poiché s'impone di muovere solo pochissimo il suo corpo, la sua danza si riassume nei movimenti dell'apparecchio vibrante e tanto sensibile della sua voce, e si traduce in suoni. Per il cammino inverso dell'apparecchio ricettivo, tanto sensibile, dell'udito, la stessa danza entra nel corpo dell'uditore, e il suo pensiero è informato. Ma esso non riceve forma, se questa non esiste già per se stessa.
Magma di materia mentale, l'uomo vibra e si staglia sotto l'impatto di parole dalle risonanze indefinite. Queste, è facile a dirsi, sono delle generalità. Da quale estremità prendere questo immenso concerto del linguaggio, per penetrarne gli effetti e le leggi? Qui come altrove, c'è il numero, strumento di scelta. La parola è composta di sillabe, i cui timbri sono determinati dalle vocali. È stato scoperto (Helmholtz e altri) che ogni vocale è caratterizzata da un'armonica fondamentale. La scala delle vocali è tanto rigorosamente matematica quanto lo è la scala musicale. Quanto alle consonanti, queste sono sensazioni di tensioni e distensioni muscolari, che sarebbero altrettanto misurabili. L'accento tonico, gli accenti oratori (interrogativo, dubitativo, ingiuntivo e altri) sono aumentati dalle armoniche fondamentali di certe vocali, generalmente di una, due o tre ottave. I metri sono contati in unità di tempo o, nelle nostre versificazioni degenerate d'oggi, in numeri di sillabe. Quanto ai ritmi, questi ultimi sono numeri viventi. Tutta la matematica poetica, quindi, può essere contata. [...]

martedì 29 luglio 2014

"Compagnia K" di William March (e uno sguardo agli americani)

"Leggere una Grande Guerra" #5

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Sono passati già alcuni anni dalla pubblicazione di Compagnia K da parte di Castelvecchi (2010, pp. 256, euro 16, a cura di Dario Morgante) che ripesca la traduzione di Adriana Pellegrini, autrice della traduzione Longanesi del 1967 uscita con titolo Fuoco!. Ci apriamo con questa nota ad alcuni cenni sul contributo americano alla letteratura sulla Grande Guerra. E prima ancora di affrontare Hemingway (che forse non ha nemmeno senso ricordare, tanto è noto) potremmo ricordare John Dos Passos i cui Three Soldiers reclamano da tempo una nuova traduzione. Di certo del narratore dell'Illinois potremmo ricordare pure quell'One Man's Initiation uscito già con due traduzioni diverse e leggera variazione nel titolo, una presso Piano B e l'altra per Gingko edizioni. Sempre Castelvecchi ha pubblicato Orizzonti di gloria di Humphrey Cobb, libro dal quale fu tratto l'omonimo capolavoro di Stanley Kubrick con Kirk Douglas e Ralph Meeker e del quale rimaneva stranamente soltanto l'edizione di Editori Riuniti del 1964. Lo stesso recente best-seller Stoner di Williams incrocia nella parte a mio avviso più interessante, quella iniziale, il contributo americano alla Prima guerra mondiale. Ma gli echi di quell'immane conflitto nella letteratura d'oltreoceano sono numerosi e magari avremo modo di rincorrerne qualcun altro. Pensiamo soltanto a La paga dei soldati di Faulkner o a La stanza enorme di Cummings. Questo, come ricordato, per rimanere nell'alveo americano. E per soffermarci un po' sul nostro Company K segnaliamo soltanto alcuni spunti che ne elevano l'interesse. Pubblicato durante gli anni Trenta (1933), così come moltissima letteratura mondiale su quel conflitto, quasi a testimoniarne dei tempi di rielaborazione decennali, il libro di William March origina dall'esperienza diretta dell'autore tra i Marines in Francia. Strutturato in tanti capitoletti come tante sono le storie di singoli uomini qui radunate, è stato spesso ritenuto un faro dell'antimilitarismo. E se a volte ci spaventa solo pensare alla totalità dell'esperienza umana, quella di sempre o anche solo quella di oggi, provate a tuffarvi in questo tentativo riuscito di restituire una totalità dell'esperienza di guerra avvenuta in uno dei suoi tanti fronti.

lunedì 23 giugno 2014

Lettere da Westerbork di Etty Hillesum

Complici forse le edizioni integrali del Diario e delle Lettere pubblicate da Adelphi tra il 2012 e il 2013, assistiamo alla comparsa di una costellazione di volumi meno corposi dedicati a Etty Hillesum. Sono principalmente lettere, e nel caso delle due rapide segnalazioni che voglio fare sono entrambi libri che ci riportano a Westerbork, il campo di transito nell'Olanda nord-orientale. Un primo volume si trova nel catalogo di Via del Vento edizioni di Pistoia, la casa editrice di Fabrizio Zollo che qui cura anche una densa postfazione, all'interno della bellissima collana di testi rari denominata "Ocra gialla", con il titolo Una piccola voce (pp. 36, euro 4, Traduzione di Francesca Degani e Ilona Merx). L'altro titolo compare nell'altrettanto bella collana di libri brevi "Etcetera" di Castelvecchi con il titolo Due lettere da Westerbork (pp. 70, euro 7,50, prefazione di Marcella Filippi, traduzione di Stefano Musilli).

Westerbork, dunque. Prima di Auschwitz. Un campo di transito dove transitarono circa 107.000 ebrei. Tra questi anche l'allenatore di calcio ungherese Árpád Weisz (lo scopritore di Giuseppe Meazza, recita Wikipedia), Anne Frank e Edith Stein. Il campo dei treni che partivano ogni martedì. Il fazzoletto di terra dove furono radunati dal 1939 i rifugiati che provenivano principalmente dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall'Austria e dalla Germania. Queste lettere raccolgono ciò che Etty Hillesum vedeva, a volte rischiando e spingendosi in zone proibite del campo, proprio per incontrare i volti. Entrambi i volumi propongono la lettera del 24 agosto 1943, scritta un paio di settimane prima del suo treno per Auschwitz. Il volume di Castelvecchi ne comprende anche una del dicembre 1942. Etty Hillesum racconta i volti, i colori delle divise, i pianti dei bambini, l'attesa, i treni, i viali del campo, i saluti di chi parte, la "contabilità" della morte che a fronte di una richiesta di 1000 ebrei ne fa partire 1020, "per sicurezza", nell'eventualità, non certo remota, che qualcuno morisse durante il viaggio. Entrambe le lettere erano comparse già durante il periodo della resistenza olandese, nel tardo 1943. Westerbork è il campo dove Etty Hillesum andò volontaria e dove scrisse quasi tutte le sue lettere che rappresentano, come noto, un momento di strappo rispetto alla comune percezione della Shoah.

Westerbork Memorial
"Vago un po' smarrita per altre baracche, incrociando scene che mi si stagliano davanti in numerosi dettagli cristallini e che al contempo sono come visioni evanescenti e ancestrali. Vedo un vecchio moribondo che viene portato via mentre recita lo Shemà per se stesso. Recitare lo Shemà vuol dire pregare per qualcuno che è sul punto di morire. Si tratta essenzialmente di invocare senza sosta il nome di Dio, e l'ideale è quando chi sta per morire è ancora in grado di partecipare alla preghiera. Vedo un vecchio moribondo che viene portato via in barella verso il treno mentre recita lo Shemà per se stesso... Vedo un padre che benedice la moglie e il figlio prima di partire e che si fa benedire a sua volta da un vecchio rabbino con la barba bianca come la neve e il profilo fiammeggiante di un profeta. Vedo.. Oh be', proprio non mi riesce di descriverlo..." (lettera del 24 agosto 1943, traduzione di Stefano Musilli).

domenica 8 settembre 2013

Giaime Pintor e "L'ora del riscatto". Ancora sul 25 luglio 1943

A distanza di settant'anni esatti dall'8 settembre 1943, scrivo indirettamente dell'altra data simbolica che l'ha preceduta, il 25 luglio 1943. Parto dalla buona scelta dell'editore Castelvecchi di pubblicare nella collana "(etcetera)" l'intervento che Giaime Pintor scrisse in seguito alla capitolazione di Mussolini per mezzo della mozione Grandi del luglio 1943. Il testo, già presente in coda del quasi introvabile e prezioso Il sangue d'Europa (Einaudi, 1950, poi 1975, curato da Valentino Gerratana), è ora isolato e presentato con il titolo L'ora del riscatto. 25 luglio 1943 (pp. 57, euro 7,50). Si tratta in realtà di un testo uscito postumo a New York, nel volume IV dei "Quaderni italiani", e scritto nell'ottobre del 1943 a Napoli. Pintor qui ripercorre con massima lucidità e per gradi, con una prosa limpida come certe acque mediterranee, i terribili mesi che principiano nel 1942 con la sconfitta tedesca di Stalingrado e approdano rapidamente alla liberazione alleata dell'Africa orientale, premessa ai bombardamenti su Pantelleria, Linosa, Lampedusa (operazione Corkscrew, il "cavatappi") e al conseguente sbarco in Sicilia (operazione Husky). Pintor arriva a rapide falcate, già nelle prime pagine, a camminare sopra le dinamiche interne all'Italia del disfacimento mussoliniano e alle parallele trame della corona di Casa Savoia. Sa catturare l'accelerazione che conduce velocemente ai primi bombardamenti alleati sulla penisola e a quello, anche simbolicamente di peso, della capitale. Ed ecco la data del 25 luglio 1943: appositamente ho scritto "capitolazione di Mussolini" e non "capitolazione dell'intero Fascismo", perché, come è noto, il 25 luglio 1943 non rappresenta del tutto la caduta di quell'apparato statale che il ventennio fascista aveva modellato. Troppo spesso a certe date viene dato un valore di spartiacque eccessivo. Pur nell'importanza non solo simbolica del 25 luglio, non si deve correre troppo, visto che si rischia di perdere il filo di alcune continuità o delle permanenze. Lo scritto di Pintor aiuta anche in questo, pur non essendo sgorgato per questo fine: i due mesi scarsi compresi tra la fine di quel luglio e l'8 settembre infatti si capiscono meglio quando ci si concentra sulla fluidità di quella situazione (che pure, per molti versi, è corretto definire di stallo), e non tanto sui punti fermi dati dalle date. Se è vero che il 25 luglio finisce il Fascismo è anche vero che con il 25 luglio non si esaurisce la sua struttura burocratico-militare e non termina formalmente l'alleanza di guerra con la Germania.

Sorprendente è la capacità di lettura dei personaggi. Penso al caso del maresciallo Badoglio in particolare. Ciò che resta di questo piccolo libro è la vivida fotografia dell'opposizione clandestina al Fascismo, già "esaurita", per quel che concerne la sua funzione originaria, nella primavera del 1943, il riconoscimento di una situazione di stasi e quasi paradossale data dallo scontrarsi di un certo grado di maturità giunto dall'opinione pubblica e dall'effettivo stallo dell'azione politica (proprio quella politica che talvolta grossolanamente dimentichiamo nell'atto di narrare le tragedie delle guerre mondiali, come non c'entrasse, come se le guerre non partissero e facessero ritorno alla politica, come se tragedie come la Grande Guerra o la  Shoah potessero fare a meno della politica per essere raccontate). E su tutto, trovo sia importante per il lettore d'oggi rilevare la capacità di ripresa "a caldo" della situazione, in un testo che intreccia continuamente il dato storico a quello generazionale (quasi sociologico, eppur privo della vaghezza di tanta sociologia). L'abbozzo sicuro di lettura della società italiana trasformata "geneticamente" dal ventennio, gli attimi immediatamente successivi, lo sviluppo degli scenari internazionali: Pintor, appena ventiquattrenne, sa parlarci di tutto questo in una manciata di pagine.

I fatti storici sono comunque noti: l'inclinarsi delle potenze dell'Asse, la "pancia molle" d'Europa rappresentata, nelle celebri parole di Winston Churchill, dalla stessa Italia e la rapida disgregazione di quei mesi tumultuosi (a proposito di creatività linguistica delle ambasciate, sto leggendo L'azzardo del 1915. Come l'Italia decide la sua guerra di Gian Enrico Rusconi e a partire da questo libro incomincio a pensare che si potrebbe ormai compilare un'antologia delle colorate e creative espressioni usate dalle cancellerie europee per dipingere l'Italia e così potremmo capire meglio cose dell'oggi). Questi fatti sono sullo sfondo del ragionamento di Pintor. Ciò che il giovane laureato in giurisprudenza e brillante germanista ne ricava è un'analisi che sarebbe fin troppo facile definire soltanto lucida (come ho fatto io stesso, nelle prime righe) e fin troppo scontato far combaciare creativamente con l'oggi: l'inettitudine di un'intera classe politica, il fallimento, la mancanza di coraggio e senso di responsabilità di ogni azione (lo stato totalitario è anche una immensa macchina deresponsabilizzante). Questi sono dei tratti comuni, ma non sono la realtà storica. Se così facciamo, la storia rischia di trasformarsi in un giochino da settimana enigmistica dove cerchiamo solo lievi differenze tra vignette sostanzialmente uguali. Anche alla luce di questi tratti-punti fermi schiacciati da Pintor prendono quota il valore e il senso profondo della lettera aggiunta in appendice. Il piccolo libro di Castelvecchi si conclude infatti con la lettera che Giaime inviò al fratello Luigi Pintor tre giorni prima di morire, ferito a morte da un'esplosione di una mina nei pressi di Castelnuovo al Volturno, il primo dicembre 1943. Il testo della lettera è molto celebre, uno dei più citati quando si ripercorrono le motivazioni resistenziali della generazione di Pintor. Come potete vedere anche dal link, quella lettera completa e quasi glossa lo scritto più ampio che dà il titolo a questo volume. 

Dicevo tuttavia che è sin troppo facile voler cercare parallelismi con l'Italia attuale. Editorialmente e giornalisticamente parlando, pure la presunta durata temporale del "berlusconismo" sembra prestarsi per ulteriori e inconcludenti parallelismi. Quando ci si appassiona a certe similitudini storiche inutili, persino il metodo "americano" al quale stiamo assistendo da anni (prima nei Balcani e ora nei paesi del Medio Oriente) sembra porsi in una sorta di sostanziale continuità e parallelismo con quanto accadeva alla fine della Seconda guerra mondiale. Credo non ci sia nulla di più pernicioso di questi parallelismi pigri. Se è vero che la storia come disciplina è "scienza del cambiamento" come voleva Marc Bloch, quel che può fare la lettura di libri come questo è simile all'azione di un bagno tonificante in acqua fredda: risvegliare, se possibile, i muscoli delle intelligenze ancora vigili. Ma, si sa, non ci si bagna mai della stessa acqua storica. Per questo i parallelismi (volgarmente detti anche "corsi e ricorsi", tanto cari ai giornalisti e pure, inspiegabilmente, ad alcuni storici), sono pericolosi. Sono brutalmente banali e regnano dov'è pigrizia intellettuale. Pintor stesso, quando in queste pagine si appella alla storia e al Risorgimento in particolar modo, sembra aver chiaro questo punto. Il lavoro dell'editore talvolta può essere più raffinato e penetrante di quello giornalistico: rimettere in circolazione un testo, quel testo soltanto, senza violentarlo o soffocarlo di inutili prefazioni che lo attualizzino con banalizzazioni acrobatiche. Lasciarlo agire, reagire.

mercoledì 16 gennaio 2013

Long Play e altri volteggi della puntina. Ritorna l'Adorno in musica

Trovo tempestiva e opportuna questa proposizione di alcuni scritti musicali di Theodor Wiesengrund Adorno. Long play e altri volteggi della puntina (Castelvecchi, pp. 64, euro 9) è un volumetto che rimette in circolo alcuni dei contributi più rilevanti della riflessione adorniana sulla musica. Dicevo "tempestiva" e "oppurtuna": tempestiva perché è bene tornare a parlare di musica e di critica musicale con chi ha insegnato a farlo, tanto più in un periodo dove le preoccupazioni sulla smaterializzazione della musica sembrano soverchiare qualsiasi altro dibattimento; opportuna perché, come ottimamente riesce anche Massimo Carboni nell'utile prefazione, una pubblicazione del genere contribuisce ad allontanare Adorno da quell'inutile casella di "apocalittico" in cui è stato più volte rinchiuso, operazione che ha contribuito non poco ad inaridire il portato della sua riflessione. Chi scopre Adorno, anche nel dialogo con gli artisti e i poeti, nelle lettere ad esempio, potrà invece iniziare ad apprezzare un filosofo persino simpatico, immerso nelle relazioni umane, tutt'altro che apocalittico (e tantomeno "integrato"), una persona posseduta da una sorta di dàimon che lo porta a formulare riflessioni basilari sul quel rapporto dialogico tra opera e critica, sulla critica come esigenza-interrogativo intimo posto dall'opera, sugli scarti e sui ritardi costituzionali tra opera e critica, sentite come due facce di un'unica pagina, le quali dovrebbero tornare a esser visitate e sfogliate con un unicum. In altre parole abbiamo facile gioco a dire che la critica è morta (quasi una frase di comodo che ricorre nei contesti più disparati, ormai); se la critica è morta allora con lei è morta anche la musica, è morta la poesia e sono davvero morte le altre arti. Ma non voglio arrivare al galoppo a Hegel o a quello che ha innescato la sua riflessione sull'arte. Torneremo alla fine su questo punto importantissimo che interfaccia opera, critica e oggi anche il giornalismo; l'importante ora è mettere a fuoco subito questa profonda necessità reciproca di critica e opera che Adorno torna a ricompattare, soprattutto nell'ultimo contributo di questo libretto.

Il volume si apre con Volteggi della puntina, saggio sul grammofono e sul fonografo: qui potrete leggere la celebre similitudine tra piatto del fonografo e tornio del vasaio ("Il piatto dei fonografi è paragonabile al tornio del vasaio: la massa sonora viene plasmata su di esso e la materia è già data. Ma il vaso sonoro che così nasce resta vuoto. Sarà l'ascoltatore a riempirlo"); il libro poi prosegue con il brevissimo e incisivo saggio sulla Forma del disco, e affonda quindi nella rivoluzione del "long play" nel successivo terzo contributo intitolato Opera e long play. Il tutto si chiude con un più articolato intervento a una conferenza del 1967, qui tradotto col titolo di Riflessioni sulla critica musicale. Si tratta senza dubbio del saggio più interessante, dove la riflessione si condensa e, per come è strutturata, per come questa si apre, presenta persino una certa intercambiabilità del discorso con altre critiche immaginabili dal lettore (letteraria, d'arte). Affrontando questi quattro contributi in sequenza non è difficile chiedersi, semplicemente: e oggi? Che cosa è successo alla musica, oggi? Quella della smaterializzazione è solo una finta "rivoluzione" o è una realtà che mina alla base l'essenza di questa pratica umana, l'arte che più di ogni altra dialoga con l'incertezza, il non sapere davvero dove la musica inizia e dove finisce (per riprendere qui un celebre pensiero di Vinko Globokar). Da critici, forse bisognerebbe tornare a interrogare gli artisti ponendo domande terra-terra, elementari: anche questo in parte sembra essere l'insegnamento adorniano, con buona pace di chi l'aveva posto nel severo "piedistallo" profetico e apocalittico.

Conclusa la lettura sale come un automatismo una domanda: ma perché il filosofo e sociologo Adorno si interessava così tanto di musica? Adorno, con la sua riflessione, ci ricorda implicitamente qualcosa di semplice e importante: la musica è sempre stata parte fondamentale della riflessione filosofica. Dai pitagorici a Nietzsche, passando per Leibniz o Bloch (di Carlo Migliaccio, Musica e utopia. La filosofia della musica di  Ernst Bloch), la speculazione filosofica sulla e nella musica ha significato eo ipso una parte fondante e costitutiva del percorso filosofico dell'uomo. Oggi in questa si registrano sbandamenti, divagazioni, vago entertainment e si rischia di perdere quest'unità costitutiva dell'essere umano tra filosofia e musica, una conquista antica e precoce che stiamo progressivamente smarrendo. Pensiamo anche a compositori come John Cage, all'inevitabile riflessione attorno (dentro?) al silenzio, a Luciano Berio, alle frequentazioni tra musica e teoria della Gestalt, al Wittgenstein musicale, oppure interroghiamoci sull'esistenza di una grandissima percussionista sorda come Evelyn Glennie, alla quale anche il giovane filosofo italiano Andrea Baldini ha dedicato studi pionieristici in un paper intitolato Touching the sound che mi è capitato di leggere tempo addietro, su consiglio del sempre stimolante Davide Sparti.

E allora ritorno sul binomio arte-critica sollevato in apertura, per rispondere in un sol colpo (ma c'è sempre spazio per i commenti, se vorrete) a interrogativi caduti lungo il percorso di chi vi scrive. Ci ritorno perché ci ho pensato continuamente durante tutta la lettura del quarto saggio di questo libro. Qualche volta, ad esempio, più o meno esplicitamente, mi è stato chiesto se con un blog del genere (e prima ancora con le riviste) intendevo fare giornalismo o critica. La risposta è ovviamente negativa per entrambi i casi. Del giornalismo sono sempre mancati i soldi per i quali, da quando il giornalismo esiste, il giornalismo si fa, con esiti che vanno dal deprecabile all'eccezionale. Per fare critica mi mancano invece innumerevoli (troppi) requisiti, culturali e probabilmente pure morali. Il punto non è quel che faccio io, ma la convinzione fondamentalista di molti, cioè che sia necessario schierarsi nettamente sul versante giornalistico o su quello critico, dimenticando anche ciò che comunemente finisce sotto l'etichetta di divulgazione e che è spesso la base della crescita culturale. Tale netto schieramento di campo, a mio avviso, oggi si configura impraticabile. Il buon giornalismo ha lasciato intuire enormi potenzialità, ben più incisive della critica, mentre la critica spesso si è racchiusa a guardarsi l'ombelico in cimiteri disciplinari alimentati soltanto dai lumini della "pubblichite" accademica. La questione è troppo ampia e andrebbe affrontata con una certa "tensione rilassata" di fondo, senza fondamentalismi appunto, consapevoli che il mondo non è finito il mese scorso e probabilmente non finirà domani. Finito, soprattutto in accezione diversa, estetica, è l'uomo. Anche un recente scritto di Claudio Giunta su Gianfranco Contini mi aiuta nel ragionamento e mi conforta: Contini è stato quasi certamente il critico letterario più intelligente e importante del secolo scorso, una figura capitale per la cultura italiana e non solo. Eppure non è detto che abbia necessariamente scritto le cose importanti e abbia depositato i saperi oggi irrinunciabili. Claudio Giunta riconosce ampiamente i meriti del maestro, la sua intelligenza difficilmente raggiungibile, ricordata dalle tante iniziative del 2012 appena concluso, anno del centenario della nascita. Anche chi scrive non può che silenziosamente accodarsi in questo duraturo attestato di stima intellettuale e morale. Ma allo stesso tempo, tra i primi a dimostrarlo, Giunta ha il coraggio di concedere al critico e linguista di Domodossola un'iniziale irrecuperabile distanza, consapevole e giusta, condivisibile, che gli fa concludere che "le cose di cui lui si è occupato non sono esattamente le cose che a me interessano, e che i problemi che lui si è posto – le domande che ha fatto ai libri, diciamo – non sono esattamente quelli la cui soluzione, o (meglio) la cui riformulazione a me sta a cuore." (Tra l'altro, sia detto per inciso, non dovremmo dimenticare pure l'umiltà di Contini, il suo lavoro "sporco" che l'ha portato ad essere il critico che tutti stimiamo: quanti sedicenti critici sarebbero oggi disposti a immergersi in quel lavoro? Quanti critici fondamentalisti richiamano per sé l'etichetta di critico senza un grammo di quell'immensa fatica?). Detto in altre parole, non è forse nel Breviario di ecdotica o in altri scritti continiani che rintracceremo le mosse più interessanti per raccapezzarci in questo tempo difficile. I confini sono frastagliati: abbiamo bisogno di leggere questo Adorno, abbiamo bisogno di studiare Contini e continuare a stimarlo, in tutti i sensi del verbo "stimare", abbiamo estremo bisogno di comprendere i movimenti della scienza d'oggi, come abbiamo estrema necessità di capire da dove potrebbe venire una rottura di continuità importante, che illumini un po' questo tempo e che faccia vivere anche alle intersezioni tra arte, critica, scienza e politica una nuova fiorente stagione. 

Perdonerete quest'incursione, dove ho accennato persino ai territori disordinati di questo blog. Prendetevela con Adorno. Si parva licet... Ma tutta questa tirata serviva per rispondere a domande che mi sono state poste strada facendo, in questi anni, spesi anche tra riviste e blog, per ribadire ancora una volta che i fondamentalismi non ci fanno per niente bene. E per rimediare almeno un po' vi lascio a Evelyn Glennie... o preferivate Globokar?



sabato 7 luglio 2012

Un instant-book di Simone Weil? Manifesto per la soppressione dei partiti politici

Quando un editore rimette in circolo un titolo del genere, cambiandone la veste grafica, in un periodo in cui, alle ultime consultazioni elettorali, si è verificato quel che si è verificato, è normale pensare che stia facendo un'operazione instant, sulla scia dell'apparente fuoriuscita dei partiti dalla scena italiana. Che i partiti stiano scomparendo è fatto da dimostrare, così come è opportuno dimostrare subito che il Manifesto per la soppressione di partiti politici (già uscito nel 2008, ora riproposto da Castelvecchi, pp. 60, euro 6, con la prefazione di André Breton, una versione pdf del testo originale è reperibile qui) non merita di cucirsi addosso quest'abito instant. Naturalmente un titolo del genere, per altro abbastanza fedele all'originale, potrebbe lasciar intendere qualcosa di simile. Eppure credo non ci possa essere errore più grave di sradicare questa riflessione dal momento in cui è stata concepita e scritta, in una situazione storica, antropologica e culturale profondamente diversa, dove i partiti avevano tutt'altro peso e configurazioni, una diversa età anagrafica, in una realtà che è poi via via cambiata costantemente, in accelerazione. Da allora, anche questo costrutto teorico-reale di partito, che da più parti è stato osannato e vilipeso, è mutato profondamente. Pochi anni fa Mauro Scalise scrisse un libello dal titolo eloquente: Il partito personale. Già soltanto questi due libri, quello di cui parliamo e quello di Scalise, nelle loro posizioni, segnano il percorso fatto dal costrutto di "partito". Il partito fu anche presente in una delle nostre migliori storie repubblicane, quella Repubblica dei partiti di Pietro Scoppola che, assieme a Storia dell'Italia repubblicana di Silvio Lanaro, costituisce uno dei principali assi viari per lo studio post 1946. Questo mi serve per dire che dei partiti non possiamo liberarcene così facilmente e siamo/saremo chiamati a capire le ragioni dello scritto di Simone Weil, non certo a farne un'operazione banalmente attualizzante, per di più se vogliamo conservarne intatti l'incisività e il graffio nel presente (basti solo pensare alla deriva localistica, anche in senso nazionale e/o regionale dei partiti e paragonarla alle Internazionali ancor vive nella prosa della Weil).


Allora cosa salviamo di questo scritto del 1940 uscito poi sul numero 26 della rivista "La Table Tonde", nel 1950? Tutto, naturalmente, ma in particolar modo un ragionamento centrale sulla vaghezza della dottrina. Vi siete mai chiesti quale dolore e dissipazione esista nella vaghezza, nella vaghezza di cui parla Simone Weil? Qui non c'entra nulla il "vago" leopardiano. Parliamo di tutt'altra vaghezza, una vaghezza mortifera che genera veri mostri. Proprio laddove affronta questo concetto fondamentale della sua Note (e non "manifesto"), Simone Weil scrive:


Il fine di un partito politico è cosa vaga e irreale. Se fosse reale, esigerebbe un enorme sforzo di attenzione, in quanto una concezione del bene pubblico non è cosa facile da elaborare. L'esistenza del partito è palpabile, evidente, non esige alcuno sforzo per essere riconosciuta. È inevitabile, così, che in realtà il partito sia esso stesso il suo proprio fine. 

Da qui si dipanano i successivi ragionamenti sulle tendenze essenziali dei partiti: totalitarie, repressive del senso di verità e giustizia, orientate a quell'educazione partitica che è la vera menzogna del secolo scorso e della quale la Weil è stata tra le prime ad accorgersene. A tratti si spinge oltre, come quando sconfina all'arte e alla letteratura parlando di Gide e Maurras come fondatori di "partiti". Pensiamo, come suggerisce Breton nella nota iniziale, a quando sorge questo scritto, dopo il mortifero 1940 francese, e allora capiremo meglio anche che questa soppressione altro non sarà che una lunga e maturata operazione di "disinganno collettivo". Insomma, i motivi per trasformare questa "Nota" in un'opportunità di ripensamento dell'ipocrisia partitica e dell'ipocrisia che sta dietro all'etichetta "partito" ci sono tutti e sono ben maggiori di quelli che lascerebbero scivolare questo sofferto scritto nel mare degli instant-books. Il ragionamento di Simone Weil è radicale, distruttivo. Non so se sia quello di cui oggi abbiamo bisogno in primis, sicuramente necessitiamo urgentemente di un ripensamento preciso dell'ectoplasma partitico, che si faccia forte dei nuovi saperi e di una cultura e realtà mutate velocissimamente in poco tempo. In questo l'urgenza, meritevole, della riproposizione del libro. Ma è estate, non è un libro da spiaggia questo, seppur piccolino e leggero. Mal che vada si può leggere in campagna, ascoltando le cicale e i piccoli grilli; soprattutto quest'ultimi, facendo attenzione a non sottovalutarli e ignorarli.