Ripescaggi #23
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La Prima guerra mondiale ricorre in più di un post di questo blog, oramai ve ne sarete accorti. Credo sia interessante non soltanto perlustrare la "war literature" o la "war poetry" (prerogativa britannica?) come letteratura nata durante la guerra, ma andare a vedere cosa succede in molti autori dopo quella guerra. Un testo che ci aiuta in questo, proposto in un ripescaggio di un'antica recensione fatta per il sito della rivista daemon, è la commedia Der Schwierige di Hugo Von Hofmannsthal, libro che qui presento nell'edizione Quodlibet a cura di Elena Raponi ma che - per la cronaca - uscì anche per Adelphi a cura di Gabriella Bemporad. Sorrido a rileggermi a distanza di anni. Credo non riuscirei più a parlare così di un libro (distaccato, quasi didascalico) e, a ben ricordare, non è che recensissi sempre in questo modo anche all'epoca. Ciò non toglie che il libro sia meritevole e che io lo ripeschi in questo modo, con una breve recensione di qualche anno fa che fatico oggi a sentire come mia... Di tempo ne è passato parecchio, se verso la fine del pezzo parlavo di Novantesimo anniversario della fine della guerra. Ormai siamo già tutti proiettati in ottica di Centenario della Grande guerra, se non altro fuori dall'Italia. Qui il marasma di idee e progetti, lo scoordinamento, l'ombra bieca del regionalismo deteriore e il campanilismo sembrano farla da padroni anche con riferimento a questa ricorrenza che avrà una portata letteralmente "mondiale". E pensare che quell'evento per il nostro paese non fu proprio un evento trascurabile...
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L’uomo difficile è una commedia in tre atti del 1921, ambientata nella Vienna post Prima guerra mondiale, ossia nella capitale dell’impero che fu tra i protagonisti dell’evento bellico che sconvolse il paesaggio reale e mentale dell’Europa e del mondo. Le famose regole aristoteliche dell’unità di luogo, tempo e azione sono qui rispettate: la storia si svolge nell’arco di una serata, tutta la vicenda si snoda nell’ambito di una festa dell’aristocrazia viennese.
L’uomo difficile del titolo è il reduce Hans Karl, uno scapolo facoltoso sulla quarantina che la guerra ha reso misantropo. Kari, così è chiamato dagli amici, è costretto a partecipare ad una festa per cercare di “sistemare” una serie di affari personali: l’amante Antoniette che vuole liquidare e far ritornare dal marito, il nipote Stani che ha una relazione con la stessa Antoniette, donna che tuttavia intende lasciare per sposarsi con la passionale Helene. Alla fine, nell’arco di una serata e della festa a casa di Helene, Kari non riuscirà a combinare nulla di quanto si era proposto, anzi, si renderà conto di essere innamorato lui stesso di Helene, la quale non mancherà di ricambiare e di dichiararsi apertamente. In questa dichiarazione è la chiave di volta della commedia, l’irrompere quasi casuale della risolutezza e del coraggio femminile che cambieranno i destini dei protagonisti della vicenda, contrapposti alle antinomie di un uomo che non osa, dibattuto nei grandi temi che spesso troviamo all’interno dell’opera di Hugo von Hofmannsthal, tra i quali il difficile rapporto tra parola e azione (a molti infatti verrà in mente la Lettera di Lord Chandos) e soprattutto tra parola e silenzio (e qui il pensiero potrebbe arrivare persino al “vicino” Wittgenstein).
Il libro è splendidamente curato dalla specialista hofmannsthaliana Elena Raponi, la quale è anche l’autrice di una prefazione che colloca attentamente il testo di Hugo von Hofmannsthal nel quadro della produzione letteraria europea all’indomani della Grande guerra. Un motivo di più per avvicinarsi a quest’opera rilevante dello scrittore austriaco, a novant’anni esatti dalla fine di quell’evento così fondamentale nello svolgersi della storia contemporanea.
Librobreve
Dedicato ai lettori dalla palpebra pesante.
sabato 18 maggio 2013
mercoledì 15 maggio 2013
"Un romanzetto lumpen" di Roberto Bolaño e "Il futuro", il film di Alicia Scherson
A luglio saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Roberto Bolaño, avvenuta in un ospedale di Barcellona, mentre era in attesa di un trapianto di fegato. E in via neanche troppo ufficiosa ci si appresta a ricordare l'autore cileno scomparso a soli cinquant'anni e approdato in Italia dapprima grazie alle cadenzate proposte di Sellerio e ora saldamente fatto proprio da Adelphi. Il nuovo libro proposto da quest'ultimo editore non ha nulla a che fare con la mole dell'incompiuto 2666. Si tratta di un romanzo breve (pp. 119, euro 14, traduzione bella e convincente di Ilide Carmignani) dal titolo quasi dimesso di Un romanzetto lumpen (Una novelita lumpen nell'originale). Come recita la bandella che l'editore ha deciso di accostare al romanzo, stratagemma ricorrente quando si è in odore di prime cinematografiche, da questo libro è tratto il film Il futuro della regista cilena Alice Scherson, nelle sale italiane dal prossimo mese di giugno. "Futuro" è in effetti parola-chiave di questo breve romanzo e sicuramente non era pensabile di intitolare un film partendo dal titolo del libro o attorno alla parola "lumpen", che rimanda agli stracci, ai cenci, al "lumpenproletariat" di Carlo Marx. In italiano, e nello scenario di Roma in particolare dove il libro è ambientato, potremmo anche parlare di "populino".
Un romanzetto lumpen, come sottolinea quell'aggettivo ricercato lasciato non tradotto nel titolo, è in sostanza una storia di ambientazione proletaria, da borgata romana, anche se tutto sembra andare oltre le pastoie che inchiodano talvolta le storie nei tempi in cui sono ambientate. Bianca, l'io narrante e protagonista di queste pagine, e suo fratello rimangono orfani dopo l'incidente stradale dei genitori avvenuto in un'orribile strada del Sud. Da quel momento la loro vita nell'appartamento romano prende una piega che scivolerà verso la delinquenza (l'incipit del romanzo è però: "Ora sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente."). Le giornate slittano in una routine snervata fatta di lavoro, come lavateste lei e come factotum di palestra nel caso del fratello. Si guarda molta tv (e i videonoleggi hanno una parte da leone nel romanzo!). Nell'appartamento si insediano presto due amici del fratello, il "libico" e il "bolognese". Non sono ladri, a quanto pare, sono maniaci della pulizia, a turno entrano di notte in camera di Bianca per fare sesso. La situazione economica peggiora nel giro di poco tempo. Ad un certo punto si decide che Bianca deve entrare nella casa di Maciste, un ex campione di culturismo e ex Mister Universo, ora cieco. Deve allietarlo e ha al contempo una missione ben precisa: scovare la cassaforte di Maciste. Si applica con dedizione al compito, negli intervalli tra il sesso e una doccia, ma senza trovarla. Eppure, proprio nelle stanze di Maciste sembra baluginare l'esile sfregare di fiammifero di una storia d'amore, chiusa schiacciata e compressa dallo squallore delle scene che precedono e seguono gli incontri tra Bianca e Maciste.
Il romanzo, o romanzetto, fu pubblicato nel 2002 quando Bolaño era ancora in vita. Gli scrittori della scuderia dell'editore erano stati inviati in varie capitali europee. A scrivere. Il nostro scelse Roma, e qui vi ambientò la sua storia "lumpen", che a noi potrebbe apparire latamente pasoliniana. Nel 2005 Sellerio lo fece tradurre a Angelo Morino e lo pubblicò con un titolo significativamente diverso e per certi aspetti difficilmente spiegabile: Un romanzetto canaglia. Ora, dopo due edizioni italiane nell'arco di un decennio, ecco che arriva il cinema con il film della connazionale di Bolaño, Alicia Scherson, a marcare il decennale della scomparsa. Per l'epigrafe Bolaño scelse Antonin Artaud: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi." Come varierebbe quest'epigrafe di fronte a una scrittura doppia, che oggi sembra guardare come Giano bifronte sia alla letteratura che al cinema? Che avesse davvero ragione Antonin Artaud che toute écriture est de la cochonnerie? Questo romanzetto assai breve quasi implora tutta la vostra porca attenzione, soprattutto se vi capita di pensare al futuro, come la protagonista Bianca:
"[...] In fondo io pensavo sempre al futuro. Ci pensavo talmente tanto che il presente era entrato a far parte del futuro, la parte più strana. Andare a trovare Maciste era pensare al futuro, sudare, chiudermi in stanze dove il buio era assoluto, era pensare al futuro. Un futuro che assomigliava a una stanza qualunque della casa di Maciste, ma più luminosa e con i mobili protetti da lenzuola vecchie o coperte, come se i padroni di casa (una casa che era nel futuro) fossero partiti e non volessero far accumulare la polvere sulle loro cose. Ecco qual era il mio futuro ed era così che ci pensavo, se quello si può chiamare pensare (se quello si può chiamare futuro)."
Un romanzetto lumpen, come sottolinea quell'aggettivo ricercato lasciato non tradotto nel titolo, è in sostanza una storia di ambientazione proletaria, da borgata romana, anche se tutto sembra andare oltre le pastoie che inchiodano talvolta le storie nei tempi in cui sono ambientate. Bianca, l'io narrante e protagonista di queste pagine, e suo fratello rimangono orfani dopo l'incidente stradale dei genitori avvenuto in un'orribile strada del Sud. Da quel momento la loro vita nell'appartamento romano prende una piega che scivolerà verso la delinquenza (l'incipit del romanzo è però: "Ora sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente."). Le giornate slittano in una routine snervata fatta di lavoro, come lavateste lei e come factotum di palestra nel caso del fratello. Si guarda molta tv (e i videonoleggi hanno una parte da leone nel romanzo!). Nell'appartamento si insediano presto due amici del fratello, il "libico" e il "bolognese". Non sono ladri, a quanto pare, sono maniaci della pulizia, a turno entrano di notte in camera di Bianca per fare sesso. La situazione economica peggiora nel giro di poco tempo. Ad un certo punto si decide che Bianca deve entrare nella casa di Maciste, un ex campione di culturismo e ex Mister Universo, ora cieco. Deve allietarlo e ha al contempo una missione ben precisa: scovare la cassaforte di Maciste. Si applica con dedizione al compito, negli intervalli tra il sesso e una doccia, ma senza trovarla. Eppure, proprio nelle stanze di Maciste sembra baluginare l'esile sfregare di fiammifero di una storia d'amore, chiusa schiacciata e compressa dallo squallore delle scene che precedono e seguono gli incontri tra Bianca e Maciste.
Il romanzo, o romanzetto, fu pubblicato nel 2002 quando Bolaño era ancora in vita. Gli scrittori della scuderia dell'editore erano stati inviati in varie capitali europee. A scrivere. Il nostro scelse Roma, e qui vi ambientò la sua storia "lumpen", che a noi potrebbe apparire latamente pasoliniana. Nel 2005 Sellerio lo fece tradurre a Angelo Morino e lo pubblicò con un titolo significativamente diverso e per certi aspetti difficilmente spiegabile: Un romanzetto canaglia. Ora, dopo due edizioni italiane nell'arco di un decennio, ecco che arriva il cinema con il film della connazionale di Bolaño, Alicia Scherson, a marcare il decennale della scomparsa. Per l'epigrafe Bolaño scelse Antonin Artaud: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi." Come varierebbe quest'epigrafe di fronte a una scrittura doppia, che oggi sembra guardare come Giano bifronte sia alla letteratura che al cinema? Che avesse davvero ragione Antonin Artaud che toute écriture est de la cochonnerie? Questo romanzetto assai breve quasi implora tutta la vostra porca attenzione, soprattutto se vi capita di pensare al futuro, come la protagonista Bianca:
"[...] In fondo io pensavo sempre al futuro. Ci pensavo talmente tanto che il presente era entrato a far parte del futuro, la parte più strana. Andare a trovare Maciste era pensare al futuro, sudare, chiudermi in stanze dove il buio era assoluto, era pensare al futuro. Un futuro che assomigliava a una stanza qualunque della casa di Maciste, ma più luminosa e con i mobili protetti da lenzuola vecchie o coperte, come se i padroni di casa (una casa che era nel futuro) fossero partiti e non volessero far accumulare la polvere sulle loro cose. Ecco qual era il mio futuro ed era così che ci pensavo, se quello si può chiamare pensare (se quello si può chiamare futuro)."
lunedì 13 maggio 2013
"La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta", ospiti de "La poesia del giovedì" Dina Basso, Marco Bini, Tommaso Di Dio e Matteo Fantuzzi
Siamo arrivati al penultimo appuntamento della rassegna veneziana "La poesia del giovedì". Il prossimo incontro sarà dedicato ad un volume antologico molto interessante che raduna alcune voci di poeti nati negli Ottanta (La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, Ladolfi, Borgomanero, 2011). Ospiti saranno Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio. A raccontare il progetto antologico sarà presente anche il curatore, Matteo Fantuzzi.
Giovedì 16 maggio 2013
Giovedì 16 maggio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 18:00
Presentazione e reading dall'antologia
La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta
Intervengono il curatore Matteo Fantuzzi
e gli autori Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio
info: portalepoesie@gmail.com

Ecco un link ricco dal blog di Stefano Guglielmin; il volume contiene testi di: Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni, e le introduzioni di: Manuel Cohen, Gianfranco Lauretano, Roberto Carnero, Andrea Temporelli, Stefano Raimondi, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Gualtiero de Santi, Andrea Gibellini, Giuliano Ladolfi, Maria Grazia Calandrone, Anna Maria Carpi, Rosita Copioli, Gian Ruggero Manzoni, Alberto Casadei. Questo il link al sito dell'editore mentre questo il link di UniversoPoesia, il sito-blog che Matteo Fantuzzi cura da molto tempo.
sabato 11 maggio 2013
Sally Read, poesie al "Punto di rottura"
Ripescaggi #22
Stavolta il ripescaggio della recensione non affonda troppo in là nel passato, come capita spesso coi ripescaggi. Si tratta di una brevissima recensione (2000 battute) di un volume di poesia dedicato a Sally Read, uscito da poco per le edizioni La Vita Felice per la cura di Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti. Il testo qui sotto è ospitato dalla rivista QuiLibri. Aggiungo in fondo un link al sito dell'editore dove sarà possibile trovare un'ottima selezione di testi tratti da questo Punto di rottura. Poesie scelte (pp. 200, euro 14, con testo a fronte).
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C’è più di una ragione per rallegrarsi di questo libro.
Partiamo da quella forse più noiosa (perché legata agli addetti ai lavori), ma
non per questo meno importante: chi traduce e pubblica oggi, in italiano, la
buona poesia che si legge all’estero? Quasi nessuno. In parte qualcosa avviene
in rete, ma all’insegna del caos e del caso. Venuti meno l’impegno e la
costanza d’attenzione di collane storiche, non si può che rallegrarsi di fronte
a un editore che con cura e competenza volge nella nostra lingua la poesia di
Sally Read. Perché? Perché Read è autrice di versi che sapranno parlarvi a
fondo, mutare in voi e addirittura sradicare una certa idea di poesia che è in
giro. Secondo motivo è legato all’autrice: come ricordano i curatori, Loredana
Magazzeni e Andrea Sirotti, Read (che da anni vive in Italia) è una delle voci
più significative e originali della poesia in lingua inglese.
Per gli irriducibili delle coordinate (riconosco, a volte aiutano)
rimando alle prime righe della premessa dei curatori, dove si ricorda come
Sally Read abbia “metabolizzato
e mediato sia la grande lezione confessional della poesia americana (Sylvia Plath e Anne Sexton)
sia l’ondata rivendicativa e politica delle femministe storiche (Adrienne Rich,
Marge Piercy) attraverso un rigoroso controllo formale, una distillazione colta
e controllata, eticamente elevata e poeticamente e umanamente integra,
debitrice tanto a Sharon Olds quanto a Wallace Stevens.” Tutto vero. Ma anche
se non avete letto nessuno dei poeti citati, affondate fiduciosi nei temi,
nelle ambientazioni ospedaliere, nella vera vita che scorre in queste pagine
che vibrano spesso dei luoghi ai quali rimandano. “Dopo cinque anni, leggo
Carver. / Il metrò del mattino è pieno zeppo. / Gente con gli occhi chiusi come
se / fosse la meditazione a far scorrere / questa bestia metallica.” Pesco da Contraccolpo
una bellissima immagine per ribadire che anche in voi un salutare contraccolpo
potrebbe rinculare alla lettura di questi versi.
A questo link del sito dell'editore La Vita Felice potete trovare una manciata di testi originali e la loro traduzione.
A questo link del sito dell'editore La Vita Felice potete trovare una manciata di testi originali e la loro traduzione.
martedì 7 maggio 2013
Mario De Santis e Ida Travi ospiti di "Tra Versi" a Ca' dei Ricchi a Treviso
Giovedì 9 maggio 2013 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia, Treviso
Rassegna di poesia "Tra Versi" - a cura di Marco Scarpa
con Mario De Santis e Ida Travi
Mi pare sia stato Zanzotto a far cadere una volta un inciso sui "diritti della poesia". Lasciava intendere che si parla e scrive troppe volte di "responsabilità e doveri del poeta e della poesia", tralasciando imperdonabilmente il versante non meno importante dei diritti della poesia. Quest'arte, se c'è, è davvero una forma rara di "generosità" e una discussione sui diritti che le spettano potrebbe essere prima o poi intavolata.
Penso anche a questo quando vi propongo simili rassegne (e i libri brevi di poesia che in queste serate si presentano) e penso anche ai diritti della poesia o del fare per la poesia, il quale costituisce forse un fare poesia a sua volta.
Segnalo il penultimo appuntamento della rassegna di poesia "Tra Versi" curata da Marco Scarpa, con l'aiuto alle scenografie di Sara Tisci. La sede è sempre la restaurata Ca' dei Ricchi, nel pieno centro di Treviso. Stavolta l'appuntamento cade di giovedì. Se il tempo lo consente, forse questa potrebbe essere l'occasione per sperimentare il cortile esterno come luogo della lettura. La rassegna sinora ha portato in città molte tra le voci più interessanti della penisola. Chi non ha mai partecipato potrebbe "provare per credere" e scoprire come la poesia può oggi essere proposta e presentata con passione, cura e competenza. Ricordo che l'appuntamento finale porterà a Treviso, venerdì 31 maggio, una delle voci più lette, ancorché forse poco ascoltate, di quest'ultima stagione. Come ho già ricordato, mi riferisco a Cristina Alziati e al suo Come non piangenti.
Mario De Santis è nato a Roma nel 1964. Giornalista e conduttore radiofonico dal 1988, ha curato principalmente trasmissioni culturali e di attualità. Dopo dieci anni di autore di contenuti a Radio Deejay, dal 2010 è a Radio Capital, dove conduce e cura programmi, tra questi il quotidiano di libri e arte “Soul Food”. Vive a Milano. È poeta e ha pubblicato due raccolte di versi Le ore impossibili (Empiria, 2007) e La polvere nell’acqua (Crocetti, 2012). Collabora con “Poesia”, “Bookdetector”, "RSera” “repubblica.it” con recensioni e interviste.
Ecco un link dedicato a Mario De Santis.

Ida Travi è nata a Cologne (Brescia) il 21 settembre 1948. Da molti anni la sua poesia si inscrive nel rapporto tra oralità e scrittura: suo è uno dei primi libri scritti in proposito, nel 2000: L’aspetto orale della poesia, Anterem Edizioni 2000, Selezione Premio Viareggio 2001, terza edizione per Moretti&Vitali, nel 2007. In poesia ha pubblicato La corsa dei fuochi (Moretti&Vitali, 2006), Neo/Alcesti (Moretti&Vitali, 2009), Tà. Poesia dello spiraglio e della neve (Moretti&Vitali, 2009, Selezione Premio Viareggio 2011) e nel 2012 Il mio nome è Inna (Moretti&Vitali, 2012). Il suo Diotima e la suonatrice di flauto. Atto Tragico, edito da Baldini Castoldi Dalai nel 2004, è testo drammaturgico messo in scena dal Teatro Scientifico di Verona, e ora opera lirica e tesi di Laurea in Composizione di Andrea Battistoni, già direttore alla Scala. Su sue poesie e radiodrammi i compositori contemporanei Andrea Mannucci, Andrea Ziviani, Giuliano Zosi, Nicola Meneghini hanno composto musiche originali per opere poetico-musicali. Ha rilasciato interviste e letture per Archivio Radio Rai Tre Suite, Fahrenheit, Radio Svizzera Italiana, Radio Alma Bruxelles, Radio Popolare, Radio Ca' Foscari e altre emittenti nazionali. Collabora a "Il Manifesto".
Qui sotto un video dedicato a Ida Travi.
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sabato 4 maggio 2013
Matteo Marchesini e gli "Atti mancati"
Non ha bisogno del mio irrilevante endorsement Matteo Marchesini, recente candidato al Premio Strega. Che talento vero di scrittura non manchi a questo poeta, critico e ora narratore (dopo un libro di racconti, ecco qui il primo "romanzo", parola virgolettata per i motivi che andranno a chiudere questo mio intervento) è fuori di dubbio se si scorre la sua prosa. Penso anche al suo recente saggio dove mette in riga cinque figure chiave del Novecento: Savinio, Noventa, Fortini, Bianciardi e Bellocchio. E comunque altri, ben più dotati e navigati, hanno sottolineato il talento. Il fatto che però tutti i nostri valenti big, da Goffredo Fofi a Massimo Onofri, da Giorgio Manacorda a Filippo La Porta, assieme ai loro discepoli, inseriscano, quasi pedissequamente ormai (sono ammesse leggere variazioni sul tema), la postilla "il più interessante della sua generazione" ogni volta che ne scrivono non è poi il massimo della vita e della critica, non è nemmeno il massimo per i loro generosi lettori e in fondo neanche per Marchesini stesso. Proverò comunque a dire perché questo libro possa diventare una lettura (quella sì) rilevante per le persone della nostra generazione. Non solo per noi, ma anche e soprattutto per noi, direi molto più per noi che per le generazioni di succitati big nati tra il 1937 (Fofi) e il 1961, anno di nascita del più giovane e sempre interessante Onofri. Il motivo di questa premessa è però presto riassunto: se esiste ancora una funzione della critica legata a scelte qualitativamente discriminanti, rincorse anche mediante stratagemmi che servono a creare rotture di continuità o a smuovere acque stagnanti, non si capisce il perché di questo sostanziale appiattirsi di formule critiche coagulate attorno a questo giovane autore. Tali stratagemmi della critica, banalizzati e ridotti all'osso, ricorrono generalmente all'innalzamento/lode di nomi poco noti ove non del tutto sconosciuti o, al contrario, al ridimensionamento/stroncatura di nomi più noti o largamente noti. Riconosco che questo mio dire è un banalizzare, ma semplifica molti meccanismi della critica attuale e passata. Il fatto che però dovrebbe tranquillizzare tutti è che con Marchesini non siamo davanti né a uno sconosciuto sprovveduto né tantomeno al già avvenuto riconoscimento di un nuovo Savinio. Quindi suggerirei rilassamento, positivo rilassamento, un po' di ragionevole calma, per tornare all'opera, al "romanzo", alla scrittura, e per provare a interrogarci se queste formule critiche stiano giovando davvero al percorso di questo trentaquattrenne. In fondo la critica è (sarebbe) qualcosa di troppo importante per rasentare questo conformismo di formule.
Il nome di Marchesini a più di qualcuno ricorderà collaborazioni radiofoniche con Radio Radicale, poesie e pagine di critica sempre accese sulle pagine di quotidiani importanti, dall'edizione bolognese del "Corriere della Sera" a "Il Foglio" dove ritrova il "suo" Berardinelli, passando per "Domenica" de "Il Sole-24 Ore" dove scrivono talvolta La Porta, Fofi e Paolo Febbraro, come Marchesini vicino a Manacorda da lunga data. Ho letto Atti mancati (Voland, pp. 128, euro 13) con la curiosità che si dedica al primo romanzo di una persona che per qualche tempo della propria vita si è intercettata, pur da lontano e a distanza di sicurezza (ricordo con piacere l'omaggio delle poesie del suo I cani alla tua tavola, alcuni anni fa, per mezzo delle riviste "daemon" e "Atelier", dove avevamo amici in comune che oggi sarebbero più flebilmente consegnati al reticolo di Facebook), distanza/isolamento forse simili a quelli ricercati dal protagonista prima dell'irrompere sulla scena di Lucia. Ed è per questo che arrivo oggi a parlarvi di questi Atti, che in prima battuta mi hanno fatto sorvolare, di converso a quello che dirò tra poco, sopra ad altri atti, da quelli "linguistici" di Austin (quando si fa qualcosa con le parole, come quando qualcuno proclama/dichiara qualcuno o qualcosa), a quelli "impuri" della tradizione cattolica a quelli bellissimi e fusi in una sola parola, Atimpuri, di Luigi Meneghello. Ho forse il vizio di dare troppo peso ai titoli, pensando che con questi l'autore, il suo editore o il suo editor aprano brecce giganti sullo scalcinato muro della prosa contemporanea (quest'ultimo non sia inteso necessariamente come un giudizio di valore). In psicanalisi, apprendo aprendo una generosa Wikipedia, l'"atto mancato", detto paraprassia in ambiente britannico, coincide con un errore d'azione, laddove si vorrebbe fare un'azione e se ne compie un'altra, "guidati" dall'inconscio. A suo modo, anche il celebre lapsus linguistico è un atto mancato. In ambiente germanofono, nella lingua di Freud in sostanza, suona più come "azione difettosa", manchevole di qualcosa. E in effetti pare vivere in questa dimensione Marco, il trentenne protagonista di queste pagine, persona che si è progressivamente isolata (di sé dice: "Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani") e che al momento del ciak della macchina da presa della narrazione vive di quella professione di free lance della cultura ("un lavoro che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano") qui quasi assurta a simbolo di una parte di una generazione, che è poi la stessa alla quale appartengo (Matteo Marchesini è nato nel 1979 a Castelfranco Emilia). La mia convinzione è però che questo non sia l'ennesimo romanzo troppo debitore della psicanalisi. "Atto" e "azione" hanno fondamento comune nel latino "agere", eppure c'è un abisso - lo stesso che sembra ibernare la nostra generazione in quest'epoca - tra azione e atti. Forse siamo protagonisti di azioni, ma non di atti. Il mio pensiero sul titolo, in altre parole, è che rischiamo di (non?) passare alla storia per la generazione degli atti mancati, dei gesti normali intrecciati a quelli inadeguati e difettosi, in uno scoordinamento non più correggibile: forse una moderna edizione delle "occasioni" montaliane e magari, come generazione, abbiamo soltanto inaugurato una stagione.
A muovere questo romanzo d'esordio è un quadrilatero di relazioni, elemento geometrico innovativo rispetto al tradizionale ménage à trois, a maggior ragione se consideriamo che un punto di questa figura non agisce, in quanto è già morto, anche se forse il suo agire in absentia è massiccio e di peso. Marchesini poi sembra avere tatuata sull'iride dell'occhio la mappa dei luoghi e delle vie che descrive, nominate con ossessività che diventa via via rassicurante. (A dispetto di una bella copertina con un parabrezza coperto da gocce di pioggia pronte a essere spazzate dal tergicristallo, non ho avvertito una caratterizzazione meteorologica forte in questo romanzo, sensazione che ho registrato come misteriosa mancanza.) Sono davvero decine e decine le vie di Bologna nominate e le strade che conducono Marco e Lucia fuori dalla città, verso l'Appennino, all'interno della Micra di lui, quando incomincia una rincorsa affannosa al passato del loro fidanzamento, interrotto da una fuga di Lucia (sintomaticamente Le donne spariscono in silenzio è il titolo di un libro di racconti dell'autore), cinque anni prima del suo ritorno in scena. Lucia riappare durante la consegna del premio "Bolognino d'oro" a Bernardo Pagi, uno dei punti del quadrilatero, maestro di Marco e conoscenza comune. Marco è chiamato a coprire la cerimonia con un pezzo di cronaca culturale e da qui prende avvio il libro e un periodo di nuovi incontri tra lui e Lucia, di dialoghi zoppi, di glaciale tenerezza e di nuove scoperte, laceranti e decisive come la cicatrice che compare ad un certo punto sul corpo di Lucia. Lacerante è anche il ricordo riaffiorante di Ernesto, amico comune che ha trovato la morte in un incidente, in una delle tante strade che avviluppano una Bologna inspiegabilmente labirintica eppure priva di Minotauro, anche se la presenza di Lucia potrebbe essere ricondotta, in un goffo tentativo di critica "mitologica", ad una moderna, enigmatica e malata Arianna. Lucia aveva provato attrazione per Ernesto e la sua fuga si colloca dopo il mortale incidente, avvolto in circostanze misteriose che lasciano pensare a un suicidio. Anche l'ingresso sulla scena di Davide, fratello di Ernesto ricoverato in ospedale psichiatrico, è un fattore che allarga la convincente geometria che sottende il romanzo breve di Marchesini.
E su tutto campeggia proprio l'ossessione del romanzo, da intendersi qui come genitivo duplice, soggettivo e oggettivo: ossessione che appartiene ed è insita nel romanzo e che simultaneamente riguarda il romanzo. Per questo ho virgolettato la parola "romanzo" all'inizio del mio scritto: romanzo da concludere e condividere con la ritrovata Lucia, nel caso di Marco, romanzo nelle pagine di Ernesto non consegnate a Pagi e il romanzo vero di Marchesini, che il lettore si trova tra le mani. Le storie arrivano alla fine, sempre, così come le nostre vite: è una verità banale, lapalissiana quanto abbagliante. Un punto chiave sembra saldare le diverse esperienze di scrittura praticate da Marco e si trova all'inizio: "Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza." (il corsivo è mio). Non possono non ritornare a galla certe scorribande attuali della critica sui temi dell'esperienza, della sua assenza e del trauma. Pensavo - e qui qualcuno magari storcerà il naso - alle pagine dedicate da Scurati all'inesperienza, nel suo libriccino La letteratura dell'inesperienza, pensavo anche a Daniele Giglioli che ha scritto un libro eloquentemente intitolato Senza trauma e poi allo stato dell'arte di Guido Mazzoni contenuto nella sua maggiore fatica, Teoria del romanzo (questo è invece un titolo che, nella sua genericità da manuale universitario, finisce coll'essere riduttivo del portato innovativo del saggio). Marco, il protagonista, alla presenza di Lucia, persona che ha amato e visto fuggire senza troppe spiegazioni e con la quale ha ripreso solo qualche timido contatto via Skype, subisce le scosse più profonde. La scoperta della grave malattia di Lucia, del suo slittamento e deperimento fisico, recepito con puntuali rintocchi durante gli imprevedibili appuntamenti che si susseguono dopo il giorno del ritrovo al Bolognino d'Oro, diventa paradossalmente una liberazione, una fessurazione nella crosta troppo dura e rinsecchita del protagonista. Lucia è colei che "fa capitare delle cose" e in questo passaggio si ravvisa quasi il nucleo del libro e dell'amore raccontato, forse il perché del timore che il protagonista prova al cospetto di Lucia.
L'ho letto come un libro-mappa che consiglio, proprio a te che pazientemente sei arrivato fino a qui e che magari, come rintocca l'incipit, senza tanti preavvisi, ad un certo punto e "senza accorgertene, hai trentatré anni". A maggior ragione se "ti sei costruito a posteriori un’adolescenza normale, una prima giovinezza decente di compagnie e bravate. E quasi quasi ci credi." Un libro utile per iniziare a fare i conti con i recessi spaziosi della nostra pusillanimità allargata e, in fondo, col nostro mai sopito sogno di una particella di immortalità consegnato miseramente alla scrittura. Insomma, per ricollegarmi alle battute iniziali, dopo aver letto questo libro credo ci sia qualcosa di più interessante e problematico da provare a dire, al di là della formuletta che vuole l'autore come "il più interessante della sua generazione". E poi, mi domando con ancor più forza dopo la lettura: siamo una generazione interessante? C'è qualcosa o qualcuno di davvero interessante tra noi? E se sì, dove e come andare a scovarlo? Non ho risposte chiare, è evidente.
Ah, dimenticavo, solo per la cronaca: quasi ogni recensore vi suggerisce di far combaciare le curvature del personaggio di Bernardo Pagi con il profilo di Alfonso Berardinelli, critico militante-importante-rilevante (e tutti gli aggettivi in -ante che volete), figura sulla quale però, a mio avviso, ci siamo un po' troppo incistati tutti negli ultimi anni. Sappiate che non è obbligatorio pensare a Berardinelli quando leggete di Bernardo Pagi; è solo un'indicazione di lettura, e il libro si può serenamente leggere lo stesso, anche ignorando questo prodigo consiglio. Trasportando il tutto in un'altra lingua, più garbata del nostro idioma ormai illividito a tutti i livelli del consorzio civile (e spesso anche nella lingua della critica), qualcuno potrebbe uscire con un sorriso e con un liberatorio who cares?
Il nome di Marchesini a più di qualcuno ricorderà collaborazioni radiofoniche con Radio Radicale, poesie e pagine di critica sempre accese sulle pagine di quotidiani importanti, dall'edizione bolognese del "Corriere della Sera" a "Il Foglio" dove ritrova il "suo" Berardinelli, passando per "Domenica" de "Il Sole-24 Ore" dove scrivono talvolta La Porta, Fofi e Paolo Febbraro, come Marchesini vicino a Manacorda da lunga data. Ho letto Atti mancati (Voland, pp. 128, euro 13) con la curiosità che si dedica al primo romanzo di una persona che per qualche tempo della propria vita si è intercettata, pur da lontano e a distanza di sicurezza (ricordo con piacere l'omaggio delle poesie del suo I cani alla tua tavola, alcuni anni fa, per mezzo delle riviste "daemon" e "Atelier", dove avevamo amici in comune che oggi sarebbero più flebilmente consegnati al reticolo di Facebook), distanza/isolamento forse simili a quelli ricercati dal protagonista prima dell'irrompere sulla scena di Lucia. Ed è per questo che arrivo oggi a parlarvi di questi Atti, che in prima battuta mi hanno fatto sorvolare, di converso a quello che dirò tra poco, sopra ad altri atti, da quelli "linguistici" di Austin (quando si fa qualcosa con le parole, come quando qualcuno proclama/dichiara qualcuno o qualcosa), a quelli "impuri" della tradizione cattolica a quelli bellissimi e fusi in una sola parola, Atimpuri, di Luigi Meneghello. Ho forse il vizio di dare troppo peso ai titoli, pensando che con questi l'autore, il suo editore o il suo editor aprano brecce giganti sullo scalcinato muro della prosa contemporanea (quest'ultimo non sia inteso necessariamente come un giudizio di valore). In psicanalisi, apprendo aprendo una generosa Wikipedia, l'"atto mancato", detto paraprassia in ambiente britannico, coincide con un errore d'azione, laddove si vorrebbe fare un'azione e se ne compie un'altra, "guidati" dall'inconscio. A suo modo, anche il celebre lapsus linguistico è un atto mancato. In ambiente germanofono, nella lingua di Freud in sostanza, suona più come "azione difettosa", manchevole di qualcosa. E in effetti pare vivere in questa dimensione Marco, il trentenne protagonista di queste pagine, persona che si è progressivamente isolata (di sé dice: "Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani") e che al momento del ciak della macchina da presa della narrazione vive di quella professione di free lance della cultura ("un lavoro che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano") qui quasi assurta a simbolo di una parte di una generazione, che è poi la stessa alla quale appartengo (Matteo Marchesini è nato nel 1979 a Castelfranco Emilia). La mia convinzione è però che questo non sia l'ennesimo romanzo troppo debitore della psicanalisi. "Atto" e "azione" hanno fondamento comune nel latino "agere", eppure c'è un abisso - lo stesso che sembra ibernare la nostra generazione in quest'epoca - tra azione e atti. Forse siamo protagonisti di azioni, ma non di atti. Il mio pensiero sul titolo, in altre parole, è che rischiamo di (non?) passare alla storia per la generazione degli atti mancati, dei gesti normali intrecciati a quelli inadeguati e difettosi, in uno scoordinamento non più correggibile: forse una moderna edizione delle "occasioni" montaliane e magari, come generazione, abbiamo soltanto inaugurato una stagione.
A muovere questo romanzo d'esordio è un quadrilatero di relazioni, elemento geometrico innovativo rispetto al tradizionale ménage à trois, a maggior ragione se consideriamo che un punto di questa figura non agisce, in quanto è già morto, anche se forse il suo agire in absentia è massiccio e di peso. Marchesini poi sembra avere tatuata sull'iride dell'occhio la mappa dei luoghi e delle vie che descrive, nominate con ossessività che diventa via via rassicurante. (A dispetto di una bella copertina con un parabrezza coperto da gocce di pioggia pronte a essere spazzate dal tergicristallo, non ho avvertito una caratterizzazione meteorologica forte in questo romanzo, sensazione che ho registrato come misteriosa mancanza.) Sono davvero decine e decine le vie di Bologna nominate e le strade che conducono Marco e Lucia fuori dalla città, verso l'Appennino, all'interno della Micra di lui, quando incomincia una rincorsa affannosa al passato del loro fidanzamento, interrotto da una fuga di Lucia (sintomaticamente Le donne spariscono in silenzio è il titolo di un libro di racconti dell'autore), cinque anni prima del suo ritorno in scena. Lucia riappare durante la consegna del premio "Bolognino d'oro" a Bernardo Pagi, uno dei punti del quadrilatero, maestro di Marco e conoscenza comune. Marco è chiamato a coprire la cerimonia con un pezzo di cronaca culturale e da qui prende avvio il libro e un periodo di nuovi incontri tra lui e Lucia, di dialoghi zoppi, di glaciale tenerezza e di nuove scoperte, laceranti e decisive come la cicatrice che compare ad un certo punto sul corpo di Lucia. Lacerante è anche il ricordo riaffiorante di Ernesto, amico comune che ha trovato la morte in un incidente, in una delle tante strade che avviluppano una Bologna inspiegabilmente labirintica eppure priva di Minotauro, anche se la presenza di Lucia potrebbe essere ricondotta, in un goffo tentativo di critica "mitologica", ad una moderna, enigmatica e malata Arianna. Lucia aveva provato attrazione per Ernesto e la sua fuga si colloca dopo il mortale incidente, avvolto in circostanze misteriose che lasciano pensare a un suicidio. Anche l'ingresso sulla scena di Davide, fratello di Ernesto ricoverato in ospedale psichiatrico, è un fattore che allarga la convincente geometria che sottende il romanzo breve di Marchesini.
E su tutto campeggia proprio l'ossessione del romanzo, da intendersi qui come genitivo duplice, soggettivo e oggettivo: ossessione che appartiene ed è insita nel romanzo e che simultaneamente riguarda il romanzo. Per questo ho virgolettato la parola "romanzo" all'inizio del mio scritto: romanzo da concludere e condividere con la ritrovata Lucia, nel caso di Marco, romanzo nelle pagine di Ernesto non consegnate a Pagi e il romanzo vero di Marchesini, che il lettore si trova tra le mani. Le storie arrivano alla fine, sempre, così come le nostre vite: è una verità banale, lapalissiana quanto abbagliante. Un punto chiave sembra saldare le diverse esperienze di scrittura praticate da Marco e si trova all'inizio: "Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza." (il corsivo è mio). Non possono non ritornare a galla certe scorribande attuali della critica sui temi dell'esperienza, della sua assenza e del trauma. Pensavo - e qui qualcuno magari storcerà il naso - alle pagine dedicate da Scurati all'inesperienza, nel suo libriccino La letteratura dell'inesperienza, pensavo anche a Daniele Giglioli che ha scritto un libro eloquentemente intitolato Senza trauma e poi allo stato dell'arte di Guido Mazzoni contenuto nella sua maggiore fatica, Teoria del romanzo (questo è invece un titolo che, nella sua genericità da manuale universitario, finisce coll'essere riduttivo del portato innovativo del saggio). Marco, il protagonista, alla presenza di Lucia, persona che ha amato e visto fuggire senza troppe spiegazioni e con la quale ha ripreso solo qualche timido contatto via Skype, subisce le scosse più profonde. La scoperta della grave malattia di Lucia, del suo slittamento e deperimento fisico, recepito con puntuali rintocchi durante gli imprevedibili appuntamenti che si susseguono dopo il giorno del ritrovo al Bolognino d'Oro, diventa paradossalmente una liberazione, una fessurazione nella crosta troppo dura e rinsecchita del protagonista. Lucia è colei che "fa capitare delle cose" e in questo passaggio si ravvisa quasi il nucleo del libro e dell'amore raccontato, forse il perché del timore che il protagonista prova al cospetto di Lucia.
L'ho letto come un libro-mappa che consiglio, proprio a te che pazientemente sei arrivato fino a qui e che magari, come rintocca l'incipit, senza tanti preavvisi, ad un certo punto e "senza accorgertene, hai trentatré anni". A maggior ragione se "ti sei costruito a posteriori un’adolescenza normale, una prima giovinezza decente di compagnie e bravate. E quasi quasi ci credi." Un libro utile per iniziare a fare i conti con i recessi spaziosi della nostra pusillanimità allargata e, in fondo, col nostro mai sopito sogno di una particella di immortalità consegnato miseramente alla scrittura. Insomma, per ricollegarmi alle battute iniziali, dopo aver letto questo libro credo ci sia qualcosa di più interessante e problematico da provare a dire, al di là della formuletta che vuole l'autore come "il più interessante della sua generazione". E poi, mi domando con ancor più forza dopo la lettura: siamo una generazione interessante? C'è qualcosa o qualcuno di davvero interessante tra noi? E se sì, dove e come andare a scovarlo? Non ho risposte chiare, è evidente.
Ah, dimenticavo, solo per la cronaca: quasi ogni recensore vi suggerisce di far combaciare le curvature del personaggio di Bernardo Pagi con il profilo di Alfonso Berardinelli, critico militante-importante-rilevante (e tutti gli aggettivi in -ante che volete), figura sulla quale però, a mio avviso, ci siamo un po' troppo incistati tutti negli ultimi anni. Sappiate che non è obbligatorio pensare a Berardinelli quando leggete di Bernardo Pagi; è solo un'indicazione di lettura, e il libro si può serenamente leggere lo stesso, anche ignorando questo prodigo consiglio. Trasportando il tutto in un'altra lingua, più garbata del nostro idioma ormai illividito a tutti i livelli del consorzio civile (e spesso anche nella lingua della critica), qualcuno potrebbe uscire con un sorriso e con un liberatorio who cares?
mercoledì 1 maggio 2013
Erika Crosara a "La poesia del giovedì"
S'avvia verso la conclusione la rassegna veneziana "La poesia del giovedì", curata con passione da Maddalena Lotter e Giulia Rusconi. Domani, terzultimo appuntamento, è la volta di Erika Crosara, autrice vicentina (ora residente in Friuli) che ho scoperto e conosciuto da poco, con piacevole stupore e piacere, soprattutto fonico. Mi ha parlato un po' di come ha lavorato alla serata di domani e mi spiace davvero non poter essere lì ad ascoltare poesie e musicisti. Mi auguro che per uno che non può esserci ce ne siano almeno un paio che ci andranno... Si torna all'orario che prevede l'inizio alle 18:00.
Giovedì 2 maggio 2013
Giovedì 2 maggio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 18:00
Presentazione e reading di Erika Crosara (crocetta)
al basso e all'ukulele: Diego Crosara
alle percussioni: Gabriele Grotto
alle percussioni: Gabriele Grotto
info: portalepoesie@gmail.com
Erika Crosara è nata a Vicenza nel 1977. È laureata in
Conservazione dei beni culturali. Attualmente vive a Galleriano di Lestizza
(Udine). Le sue poesie sono presenti in alcune antologie (Dall’Adige all’Isonzo. Poeti
a Nord-Est, Fara Editore,
Rimini, 2008; Notturni di_versi. Crisi,
nuovadimensione, Portogruaro, 2010; Salvezza
e impegno, Fara Editore, Rimini, 2010; Ombre
come cosa salda. Il Purgatorio letto
dai poeti Canti X-XXVII, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2011), su
riviste e blog letterari. Ius è il suo primo libro di poesia (Anterem Edizioni, Verona, 2010,
vincitore del Premio Lorenzo Montano nello stesso anno).
Ed ecco qui sotto alcune poesie da Ius, compresa una poesia di quattro versi, senza titolo, forse adatta a questa giornata diventata di scampagnate, grigliate e pic-nic, che restituisce il bel lavoro che Erika Crosara compie su sintassi e suono. Includo inoltre la poesia (l'inverno è rotto) che è stata pubblicata nel volume Ombre come cosa salda. Il Purgatorio letto dai poeti Canti X-XXVII (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2011).
(kitchen)
I.
(faceva così) le braccia sott’acqua nei piatti del bisogno,
andava mettendosi in testa l’intera serie dei nascondini
felicissimi. non era l’opposto bislacco, ma
un’assurda terapia: un fiore, di tanto in tanto un frutto,
lasso (il suo cuore) quando vengono coi ritorni cantando.
II.
non dipendeva da lui se pure offriva, continue, le sue
sgraziature, se stare significava il lato corto. pare che si tratti
di un dettaglio altrimenti tecnico, che il meccanismo stesso
impedisca ogni ricorso al cui prodest: vaghe, vaghe notizie
circa il posto degli avanzi.
III.
pensava in ogni occasione al marchio dell’inizio, al
marchio della fine. pensava anche alla forma del piatto,
se la capacità della sua custodia fosse sufficiente, al
gioco della ruota: immondo, lindo… sbalordivano le
distanze, oltre i palmi, il modo di volgersi in processioni.
IV.
quel che si capiva era che di lì a poco avrebbero stornato
il corso, che l’immobilità giocava la sua regola di assoluto;
non così il dato reale. avrebbero toccato il massimo
dell’equilibrio solo quando uno avesse parlato e l’altro nel
contempo con le mani e l’acqua. avrebbero dunque toccato il cielo.
-
come casoni attraversati dalla campagna
visti con quattro occhi frontali che noi facciamo
la gita siamo i gitanti accaduti al pianeta potendo.
c'erano mattoni, pietre quadrate, gli arbusti.
-
(l’inverno è rotto)
1.
«sono tutti bravi quando aspettano nenie, mirini,
dolci forni delle feste. accorrono col fiore infilzato,
con occhi grandi come pavoni».
2.
«ah dice se il melo almeno cantasse invece di questa
soldataglia glabra che vedo passata sopra e acuta sui
ponti, e che viene nel mondo, nel porco, nel bisogno
del giorno. una mano energumena entra nel piatto,
la malaparata avanza e taglia dopo la corda persino
i confini, coi petali intorno».
3.
«le lodi rimbalzano fra cannule e strisce ventose,
netto e mondato cammina. c’è fresco sotto le instabili
mura, muore ogni discorso davanti al serraglio. oggi
che il campo è nudo e un falco si annuncia nelle cose
minori, nei laghetti, per strada».
cauda.
«perché la polvere arretra, a stento ti dice: non importa
l’inverno è rotto e tu stipi e ti rimetti».
domenica 28 aprile 2013
Giuseppe Berto e i suoi colloqui col cane Cocai
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #15
Eh già... verrebbe da finir qui, perché il libro è in fondo anche questo, sta anche in queste parole. Ma diciamo un po' meglio che cos'è. Il volume raccoglie gli interventi concepiti in forma dialogica con il cocker spaniel Cocai che si situano su una rupe isolata della Calabria, a Capo Vaticano, in una regione che tra l'altro ritorna persino nel titolo di Intorno alla Calabria, libretto che Berto pubblicò a proprie spese poco prima di morire. Le inquietudini che hanno mosso la generazione di Berto (e pure la successiva) le potete trovare qui, full optionals, e questo libello m'appare oggi quasi come un'epitome di queste, se non fosse che non c'è nulla di strettamente didattico in questi scritti di occasione che si sollevano stanchi dalle lacerazioni della fine di tutte le ideologie, rivisitate in tranquillity fronteggiando il mare della Calabria.
Durante gli anni dell'università, a Padova, frequentavo spesso una libreria di remainders. Non sono sicuro sul nome (Compralibro, mi pare) e non so nemmeno se ci sia ancora. Allora andavo in treno a Padova e ci passavo sempre davanti mentre ora, che a Padova ci torno di rado e per lo più con l'auto, questa libreria posta all'incrocio tra Corso del Popolo e Via Trieste, con il Piovego di fronte, resta fuori dai miei giri. Ricordo però una commessa tanto gentile (d'accordo, ero un discreto cliente e pure discreto, nell'altro senso) quanto graziosamente timida e poi il gran assortimento di volumi interessanti a metà prezzo. Tra tutti riaffiorano alla superficie della memoria molti Scheiwiller di poesia (del marchio All'insegna del pesce d'oro), tanta letteratura italiana e universale della Marsilio e persino un'ottima scelta di volumi del Politecnico Einaudi (quelli con il quadrato rosso in copertina, dove il mio indimenticato professore Silvio Lanaro aveva pubblicato L'Italia nuova: identità e sviluppo 1861-1988). Più volte mi capitò in mano il libro di Berto di cui vorrei parlare oggi, ma non so perché alla fine non lo acquistai mai. Qualche giorno fa l'ho preso in biblioteca. Perché vi racconto tutta questa storia? Perché credo che la fisicità del parallelepipedo-libro, in questa mia storiella, abbia un senso. Vedete, non credo sia tanto il fantomatico profumo della carta (a volte mi pare che ci siamo scoperti tutti, dalla sera al mattino, copulanti con carte profumate e forse esageriamo!) a venire a mancare con un'ipotetica affermazione del libro digitale, bensì questa insistenza, ricorrenza o "ingombro fisico", spaziale e mentale, più difficilmente deperibile rispetto al digitale, che il libro-parallelepipedo occupa nella nostra vita e nella nostra memoria e di cui l'odore della carta, tra l'altro assai variabile nel tempo, è soltanto uno degli aspetti considerabili e, almeno per me, il meno rilevante. Prima di addentrarmi nel libro che per tanti anni ho ignorato e ora degnato d'attenzione, preciso che non è per una semplice ragione di vicinanza geografica che mi soffermo oggi su Giuseppe Berto, nato a Mogliano Veneto nel 1914 e morto a Roma il primo novembre 1978. Al di là dei più noti Il cielo è rosso e Il male oscuro, o del profetico (posso usare questo aggettivo con ostentata sicurezza e senza virgolette?) Modesta proposta per prevenire, c'è davvero un nugolo di opere, a torto reputate minori, che andrebbero riscoperte, riproposte, riaccolte dentro i dibattiti. In realtà molte sono ancora disponibili, altre no, altre sono state rese disponibili da poco, come gli scritti giornalistici del periodo 1962-1971, radunati in volume col titolo di Soprappensieri da Nino Aragno, editore che costituisce una delle più belle realtà dell'Italia attuale (pensate, solo per fare un esempio, alle Prose critiche di Caproni, opera coraggiosa e gigante recentemente pubblicata da quest'editore torinese). Proprio nel periodo di questi citati scritti giornalistici si colloca anche la scrittura confluita nel libro Colloqui col cane (Marsilio, 1986, pp. 168, Lire 12.000, io l'ho trovato in biblioteca e credo che in commercio non si trovi facilmente), che altro non è che una raccolta di interventi apparsi su "Il Resto del Carlino" dall'ottobre 1968 al luglio del 1969.
Il lettore bravo a collocare gli eventi salienti di un secolo non mancherà di notare che questi scritti prendono vita nel frangente affacciato sul maggio parigino e sui carri armati nella Primavera di Praga, fatti che ebbero una portata di ripensamento fuori dall'ordinario. E così anche questi scritti sembrano vivere in questa dimensione del ripensamento. Nella sua nota alla fine del libro Cesare De Michelis scrive: "Colloqui col cane è un libro tenero e disperato, dolce e severo: un atto di accusa contro il passato e contro il presente lucido e coerente fino alle conseguenze più estreme, è il racconto del destino di una generazione senza pace che si agita inquieta da più di trent'anni. Non è facile trovare una testimonianza più limpida e amara di una sconfitta epocale che ha investito tutt'intera una cultura e una vita".
Eh già... verrebbe da finir qui, perché il libro è in fondo anche questo, sta anche in queste parole. Ma diciamo un po' meglio che cos'è. Il volume raccoglie gli interventi concepiti in forma dialogica con il cocker spaniel Cocai che si situano su una rupe isolata della Calabria, a Capo Vaticano, in una regione che tra l'altro ritorna persino nel titolo di Intorno alla Calabria, libretto che Berto pubblicò a proprie spese poco prima di morire. Le inquietudini che hanno mosso la generazione di Berto (e pure la successiva) le potete trovare qui, full optionals, e questo libello m'appare oggi quasi come un'epitome di queste, se non fosse che non c'è nulla di strettamente didattico in questi scritti di occasione che si sollevano stanchi dalle lacerazioni della fine di tutte le ideologie, rivisitate in tranquillity fronteggiando il mare della Calabria.
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| Berto e Cocai |
Giuseppe Berto è tuttora e probabilmente rimarrà a lungo una figura troppo spigolosa del nostro panorama. Un atipico troppo nervoso, invischiato con tutti i punti caldi del secolo scorso. Eppure ha ragione De Michelis, e non possiamo che convenire con la struggente bellezza di queste pagine di prosa giornalistica dove trovano posto alcune delle grandi inquietudini del Novecento italiano e non solo, esitazioni del pensiero che per forza di cose ci trasciniamo anche nell'oggi. Forse, neanche tanto tardi, arriveranno a dedicare un Meridiano a Berto, ma in fondo non ce ne frega poi moltissimo. Lo dico solo perché Berto è uno di quegli autori che andrebbero ripresi a prescindere e prima di un'opera di peso come un Meridiano. Negli atti di un convegno a lui dedicato, c'è un intervento di Andrea Zanzotto (che miniera critica fu Zanzotto, da riscoprire passo dopo passo!) che, dopo aver fatto piazza pulita da vulgate che lo volevano troppo "appiccicato alla destra", lo dipinge afflitto da un senso di colpa, fiaccato da una sorta di facchinaggio della penna, divaricato tra un'idea alta della letteratura che egli possedeva e altre forme "minori" che praticò per necessità economica. Uno dei crucci di Berto fu, secondo Zanzotto, il dover ricorrere spesso alla scrittura come mezzo di sussistenza, a differenza di altri scrittori che avevano accettato la professione dell'insegnamento (come Zanzotto stesso) e che grazie a questa riuscirono a svincolarsi dalla necessità della scrittura come mezzo di sostentamento, pur trovando come contraltare la realtà di una professione avvolta spesso da grigia routine. Zanzotto vide addirittura nel rifiuto dell'insegnamento di Berto il suo "errore fondamentale". Un carattere spigoloso e nervoso come quello di Berto, in contrasto anche coi circoli radical-chic della capitale dove morì, ha convissuto persino - ricorda Zanzotto - con un inspiegabile senso di colpa di mancanza di cultura. Berto non ne era privo, e anzi aveva provato ad affrontare a viso aperto il labirinto della sua epoca, spanciando sul muro d'acqua dei temi della psicanalisi nelle opere più note e fortunate. Libri come questo Colloqui col cane, a torto considerati minori, sono a mio avviso tra le possibili fondazioni per ricostruire l'edificio della vicenda intellettuale e morale del nostro paese, le sue aporie, le sue inaggirabili asprezze e vanno a costituire un passaggio obbligato dell'oggi, se davvero vogliamo provare ad uscire dalle discussioni che ammorbano il dibattito pubblico, spesso fomentato da quisquilie che assurgono agli onori di una cronaca impressionistica, tanta è la confusione che fa tra i suoi colori.
Per concludere, lascio ancora una volta la parola al Zanzotto critico e a un passo del già citato intervento (contenuto in Aure e disincanti del Novencento letterario), il quale sembra rivestire bene anche la volumetria di questo libro-parallepipedo, ormai introvabile e, come ho provato a dimostrare, soltanto in apparenza minore:
"Una grave crisi travaglia non solo le ideologie, ma anche le religioni che spesso reagiscono assumendo tratti di carattere implosivo e regressivo. Ed è sempre attuale la battuta di Woody Allen: «Dio è morto, Marx è morto, ed anch'io comincio a non sentirmi troppo bene». Grande è l'urgenza di superare questa stretta, con nuove sintesi. E urge affrontare il problema delle sempre più obsolescenti strutturazioni del pensiero, ma anche del nichilismo che è diventato ormai chiacchiera da salotto, nel guazzabuglio culturale che impera oggi; mentre dalla mattina alla sera ogni novità si dissolve. Ogni sforzo per superare, anche attraverso una ripresa del sentimento religioso, il nichilismo depressivo, è degno di rispetto. E in questo senso Berto se lo merita pienamente. Frattanto, nell'attuale regno del consumo che consuma tutto, è anche sperabile che esso abbia a consumare persino il demonio del nichilismo...".
Per concludere, lascio ancora una volta la parola al Zanzotto critico e a un passo del già citato intervento (contenuto in Aure e disincanti del Novencento letterario), il quale sembra rivestire bene anche la volumetria di questo libro-parallepipedo, ormai introvabile e, come ho provato a dimostrare, soltanto in apparenza minore:
"Una grave crisi travaglia non solo le ideologie, ma anche le religioni che spesso reagiscono assumendo tratti di carattere implosivo e regressivo. Ed è sempre attuale la battuta di Woody Allen: «Dio è morto, Marx è morto, ed anch'io comincio a non sentirmi troppo bene». Grande è l'urgenza di superare questa stretta, con nuove sintesi. E urge affrontare il problema delle sempre più obsolescenti strutturazioni del pensiero, ma anche del nichilismo che è diventato ormai chiacchiera da salotto, nel guazzabuglio culturale che impera oggi; mentre dalla mattina alla sera ogni novità si dissolve. Ogni sforzo per superare, anche attraverso una ripresa del sentimento religioso, il nichilismo depressivo, è degno di rispetto. E in questo senso Berto se lo merita pienamente. Frattanto, nell'attuale regno del consumo che consuma tutto, è anche sperabile che esso abbia a consumare persino il demonio del nichilismo...".
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