venerdì 21 luglio 2017

da "La mente musicale" di Michele Ranchetti

Una poesia da #65


Nel 1963, anno abbastanza noto ai frequentatori delle cronache letterarie italiche per via del Gruppo 63, Michele Ranchetti aveva 38. Era quello il momento in cui si trasferiva a Firenze per insegnare Storia della Chiesa, chiamato da Delio Cantimori. In quell'anno pubblicava anche Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo per Einaudi. Lo studioso di Freud e Wittgenstein, il traduttore delle Elegie duinesi di Rilke, di Pascal, Celan e futuro curatore della nuova edizione della Bibbia di Diodati, era a quell'altezza nel mezzo della composizione di un "libro" che troverà dimora presso Garzanti soltanto nel 1988. La mente musicale (pp. 148, fuori catalogo) raccoglie poesie di un arco di tempo considerevole, dal 1938 al 1986. Nella nota posta all'inizio del libro Ranchetti esprime l'impossibilità di un ordine cronologico delle molte poesie "numerate" appartenenti a La mente musicale e scrive anche "non credo vi sia progresso, nelle poesie, o processo alcuno, non esprimono alcun itinerarium mentis, sono, piuttosto, momenti di un giro a vuoto mentale. È il mondo che si muove all'esterno delle loro insistenze verbali e che si mostra, anche se raramente, a dispetto di esse". Verso la fine della nota ricorda anche che il libro è qui e là costellato di elementi religiosi che sono i "verba et nomina" della tradizione cristiana in cui è cresciuto e "non i resti di un'ispirata glossolalia".

(Con questo breve contributo si inaugura una serie di tre post dedicati ad altrettanti libri di poesia di Michele Ranchetti.)



65


Ma è per poco tempo. Ora che giocano
guardali, e se piangono è il grido
fra due sorrisi. Dopo cadranno.
Vedi che il filare
che si accompagna al declivo
può essere
forma di essi, i due fratelli, e il culmine
della collina può rappresentare
la loro pace.
La sciagura ora è altrove e crea
altre genti il suo premio, può muovere
verso di noi se il senso
d'altre esistenze la induce
a ricrearsi, ma la sua presenza
non è dissolta.
Ancora un giorno vivo, senza memoria
entra nella notte di ieri e il suo domani
avrà per la sua morte la pura
indifferenza, ma da sempre a quel fine
destinato perenne della fine.


mercoledì 19 luglio 2017

6 poesie di Fabián Casas nelle versioni di Stefano Strazzabosco

Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.


Fabián Casas, Dora Markus
6 poesie nelle versioni di Stefano Strazzabosco


Senza chiavi e al buio

Era uno di quei giorni in cui tutto riesce bene.
Avevo pulito la casa e scritto
due o tre poesie che mi piacevano.
Non chiedevo di più.
Allora sono uscito in corridoio per buttare la spazzatura
e dietro di me, per la corrente,
la porta mi si è chiusa.
Sono rimasto lì, senza chiavi e al buio
sentendo le voci dei vicini
dietro le loro porte.
Passerà, mi sono detto;
però forse la morte è anche questo:
un corridoio buio,
la porta chiusa con le chiavi dentro,
la spazzatura in mano.


Mi fermo davanti alla barriera

Mi fermo davanti alla barriera.
È una notte chiara e la luna si riflette
sui binari. Spengo i fari dell’auto.
Va bene, penso, è giusto che ci diamo del tempo.
Ma non capisco la nostra relazione;
non ci riesco. Servirebbe a qualcosa?
Tuo padre si è ammalato e mia madre è morta;
eppure anche così potrei buttarmi su di te
come ogni notte. È questo ciò che so.
Ora la terra vibra e un treno scuro
trasporta sconosciuti come noi.


A metà della notte

Mi alzo a metà della notte con molta sete.
Mio padre dorme, i miei fratelli dormono.
Me ne sto nudo in mezzo al cortile
e ho la sensazione che le cose non mi riconoscano.
Sembra che dietro di me niente si sia concluso.
Eppure mi trovo un’altra volta nel luogo in cui sono nato.
Il viaggio del Salmone
in un’epoca dura.
Penso questo e apro il frigorifero:
un po’ di luce dalle cose
che si mantengono fredde.


Il calabrone

Un piccolo kamikaze
sbatte sui vetri cercando di entrare.
Può darsi che il freddo mattutino
l’abbia svegliato dalla calda baldoria
della notte – anche noi
abbiamo dovuto chiudere le finestre
e coprirci di corsa per il temporale –
e ora (un po’ più punk
dell’albatros di Baudelaire)
rinuncia, stordito,
alla sua inafferrabile eleganza.


Hegel

Mi domando se la disperazione
sia uguale per tutti.
Se Hegel, quando sentì che moriva
sentì che veramente moriva
o intuì una sintesi implacabile
più in là del suo corpo.
In ogni modo, è difficile
vivere senza paure;
conosco gente che vorrebbe che l’amassero
e che passa il suo tempo sui flipper.


Dora Markus

I tuoi guanti di lana, i miei occhiali,
il topolino che usavi come amuleto,
la vestaglia bianca, il suono del motore
del nostro matrimonio, i miei stivali verdi,
il preservativo nero, il tuo dizionario
francese-spagnolo, l’odore
dei giorni del sesso:
cose che aderiscono
al palato del water
e che poi se ne vanno.


Sin llaves y a oscuras

Era uno de esos días en que todo sale bien.
Había limpiado la casa y escrito
dos o tres poemas que me gustaban.
No pedía más.
Entonces salí al pasillo para tirar la basura
y detrás de mí, por una correntada,
la puerta se cerró.
Quedé sin llaves y a oscuras
sintiendo las voces de mis vecinos
a través de sus puertas.
Es transitorio, me dije;
pero así también podría ser la muerte:
un pasillo oscuro,
una puerta cerrada con la llave dentro,
la basura en la mano.


Me detengo frente a la barrera

Me detengo frente a la barrera.
Es una noche clara y la luna se refleja
en los rieles. Apago las luces del auto.
Está bien, pienso, es bueno que nos demos tiempo.
Pero no comprendo nuestra relación;
no sirvo para eso. ¿Acaso serviría de algo?
Tu padre está enfermo y mi madre está muerta;
pero igual podría ir y tirarme encima tuyo
como todas estas noches. Eso es lo que sé.
Ahora la tierra vibra y un tren oscuro
lleva gente desconocida como nosotros.


A mitad de la noche

Me levanto a mitad de la noche con mucha sed.
Mi viejo duerme, mis hermanos duermen.
Estoy desnudo en el medio del patio
y tengo la sensación de que las cosas no me reconocen.
Parece que detrás de mi nada hubiese concluido.
Pero estoy otra vez en el lugar donde nací.
El viaje del Salmón
en una época dura.
Pienso esto y abro la hieladera:
un poco de luz desde las cosas
que se mantienen frías.


El moscardón

Un pequeño kamikaze
golpea la ventana tratando de entrar.
Posiblemente el frío matinal
lo despertó de la juerga calurosa
de la noche – nosotros mismos
tuvimos que cerrar las ventanas
y correr a taparnos por el temporal –
y ahora (un poco más punk
que el albatros de Baudelaire)
renuncia, aturdido,
a su inasible elegancia.


Hegel

Me pregunto si la desesperación
es igual para todos.
Si Hegel, cuando se sintió morir
se sintió realmente morir
o intuyó una síntesis implacable
más allá de su cuerpo.
De todas formas, se hace difícil
no vivir en el miedo;
conozco gente que desea ser amada
y gasta su tiempo en los flippers.


Dora Markus

Tus guantes de lana, mis lentes,
el ratoncito que usabas de amuleto,
la bata blanca, el ruido del motor
de nuestro matrimonio, mis botas verdes,
el preservativo negro, tu diccionario
francés-español, el olor
de los días del sexo;
cosas que pegan
en el paladar del inodoro
y después se van.



Fabián Casas è nato a Buenos Aires, Argentina, nel 1965. Ha pubblicato i libri di poesia Tuca (1990), El salmón (1996 e 2007), Pogo (2000), Bueno, eso es todo (2000), Oda (2003 e 2008), El spleen de Boedo (2003), El hombre del overol (2006) ed El pequeño mecanismo de los acontecimientos (2012), ora riuniti in Horla City y otros (Seix Barral, 2016). La sua prosa comprende il romanzo Ocio (2000 e 2007), trasposto sul grande schermo da Alejandro Lingenti e Juan Villegas; i racconti di Los Lemmings y otros (2005); i volumi di saggi Ensayos bonsái (2007) e Breves apuntes de autoayuda (2011). 
I suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, portghese e armeno. Nel 2007 ha vinto il prestigioso premio tedesco “Anna Seghers”.


sabato 15 luglio 2017

Poesie inedite di Fabio Donalisio con le illustrazioni di Davide Lippolis



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Di seguito alcuni estratti da Il libro dei re con le poesie di Fabio Donalisio e le illustrazioni di Davide Lippolis.









martedì 11 luglio 2017

Poesie inedite di Jonida Prifti



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Di seguito due testi inediti di Jonida Prifti.


IL RATTO E LA PASSERA



PPPPassa dicono che PPPPassa la Passera sul PPPonte PPPrima che il Rrratto scappi via mare PPPronto a sbarcare sulle rive strane via nave. Guarda la PPPassera sul binocolo un PPPunto di colore, guarda da un un solo foro PPerché è cieco l'altro, guarda in alto ma PPPunta sul filo elettrico PPPiovono gocce di cristallo e il Rrratto PPPassa sul filo PPPasso dopo PPPasso la PPPassera conta dall'alto. PPPiove sul filo tanto PPPiove sul filo, di scosse elettriche le sirene inviano suoni al Rrratto che PPProva di PPPassare sul Filo che PPPende dal cielo pende dal cielo, mare, nave, mare cielo e nave cade. Il Rratto cade. PPPrima che la PPPassera PPPianga il lampo in mezzo PPPassa.


SOTTO IL BUCO

Come un pupazzo
come un ratto
come un passo
come un mare
il rumore
l'onda
sotto
sotto il mare
sotto la sabbia
sotto l'estate
sotto di voi che guardate
dal basso
uno sputo
dall'alto
dal basso
si risucchia
si risente
si sente
il basso
sotto
sotto il terreno
sotto
proprio sotto
sotto te
sotto quel piede malato
sotto il buco che trovi in mezzo
sotto quel buco che hai in mezzo
ti ci infili e ti ci risucchi da solo

ma dopo quando esci da lì
cosa fai quando esci da lì
da quel buco
quando esci da lì
cosa fai quando ti buchi proprio lì
ti buchi in mezzo allo stomaco

Quando vedi la creatura viva che vive su quell'onda da più di quarantotto?

Prendi quella barca
prendi quella barca
infilaci dentro le tue scarpe
infilaci dentro il ratto


domenica 9 luglio 2017

"Dora Pal" di Ida Travi. La postfazione di Alessandra Pigliaru

L'editore Moretti&Vitali ha pubblicato Dora Pal. La terra, nuovo libro di poesia di Ida Travi. Ricordo in questa breve introduzione che per lo stesso editore Ida Travi ha pubblicato importanti contributi saggistici quali L'aspetto orale della poesia (2000) e Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini (2015). Per gentile concessione dell'editore si pubblica la Postfazione di Alessandra Pigliaru a questo nuovo libro. Ringrazio in particolar modo Alessandra Pigliaru e Angela Melgrati.


Postfazione
di Alessandra Pigliaru


«Datemi retta, quel che vi dico | non potete capirlo di schiena, devo | parlarvi nel petto, e allora | nel petto fiorirà la rosa». È all’altezza del petto e quindi del respiro che Dora Pal parla. Da petto a petto, significa che il tempo del fiorire è tornato a raccontare di sé e che non gli si può voltare le spalle. Lo si farebbe con la storia e con una parola che sistema gli elementi, dalle stagioni alle cose del mondo, in un ordine comprensibile. Non stupisce che in quel petto alberghi una rosa perché i fiori, l’erba, gli alberi con i rami che misurano il cielo fanno parte da sempre della poetica di Ida Travi. E sono un omaggio alla poetica della magnificenza del minuscolo che da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli hanno rappresentato uno dei modi di contrattare con la gratitudine per il circostante.
Questo ultimo lavoro che prende il nome della sua protagonista, Dora Pal, chiude la quarta sequenza in versi dedicata ai Tolki, abitanti della terra di Zard e scampati a qualche naufragio o evento catastrofico non ben identificabile. Ancora adesso, siamo dinanzi a un piccolo nucleo di uomini, donne e bambini. Non si tratta tuttavia di altri centri, lo scenario che descrive Travi è stato composto in una å precisa che dal casolare rosso delle origini arriva alla casetta degli attrezzi, alla struttura diroccata e ora a una tettoia che sta davanti a una cucina; anche gli oggetti da lavoro permangono, così come il tragitto della crescita dei vari bambini che si incontrano, prima della nominazione e ora mentre spingono un carretto, fa parte di un unico pensiero. È infatti l’occhio poetico che da , passando per Il mio nome è Inna e Katrin, ha deciso quale parte del creato illuminare. Come fosse una telecamera, lo sguardo di Ida Travi è la porzione registica a cui l’autrice intende farci accedere. Non un millimetro di più di quella inquadratura, anche se accanto si sente il sospiro di Inna, l’incedere di Katrin, il prodigio del pettine, la torsione dell’anello e il grembiule mutato in scialle. Sono soggettività in movimento che premono, tutti e tutte, davanti alla porta di un futuro a venire ma rimangono fuori dalla vista, sia del verso che della lettura. Meglio non sovrapporsi, pur sapendosi prossimi. ogni cosa ha il suo tempo e ogni faccenda il suo momento sotto il sole.
Il futuro, di cui i Tolki si sono fatti portatori, è adesso. Dora Pal e la sua famiglia-tribù conoscono il significato di ciò che sarà da venire e che, in verità, è già avvenuto: «E se non mi credete, a me che cosa importa | cosa m’importa? Io sono Dora Pal, | sono Dora, io!». Dora Pal è la terra, sia minuscola che maiuscola. Quella che viene calpestata, sia dal nostro passo errante che dall’assalto famelico del profitto. È la terra in cui gravitano viventi meno arroganti degli umani e da cui, ciò nonostante, perseveriamo a non imparare quasi niente. È tuttavia anche la terra su cui ci si inginocchia, che si tocca quando l’elemento del “basso continuo” non la perde di vista. Serve ma al modo dell’inutilità irriducibile, viene compianta e presto ricollocata nell’alveo di un augurio.
Dora Pal non possiede nessun vaso, non ha ricevuto nessuna punizione divina per espiare colpe non sue bensì un tempo, forse, ha avuto il nome rovesciato. Non è un caso che nell’etimo di “dora” stia il significato di “dono”, e invece di “pan” (tutto) abbia preferito un suono più dolce, “pal”, che non la renda rintracciabile. La Dora Pal di Ida Travi ha quindi poco da spartire con la mitica Pandora anche se entrambe hanno potuto maneggiare la speranza e la prima ha capito che l’unico modo di portarla nel mondo è saperla predicare. Pandora risiede nel tragitto menzognero di una storia che attribuisce responsabilità a chi non le ha avute. A questo proposito, il piano di immanenza, Ur, che avevamo già conosciuto, ora si esplicita per ciò che è: «Chi ha paura di Ur? || Nessuno ha paura di Ur? || Ur sta sopra ogni cosa || Vuole mangiarvi in testa || State attenti, state attenti!».
Il tono di Dora Pal è sapienziale, i “piccoli nomi” sono allora il simbolo di zoe, il timbro del nascituro non può determinare semplicemente il bios ma qualcosa di più: «Io chiamo i pulcini | e mi viene da piangere || Ma perché, che male c’è | se mi viene così da piangere?». I mali del mondo sono già tutti scappati di mano, è chiaro come non vi sia nessun cruccio a farsi commuovere da chi è piccolo.
Capelli d’argento, Dora Pal compare torreggiante sopra il «sacco-altare» di farina, elemento cruciale nella poetica di Ida Travi che, se non torna neppure una volta in Katrin, risente di numerose iterazioni ne Il mio nome è Inna. Ma anche ne L’aspetto orale della poesia, come nell’ultimo Poetica del basso continuo. «Dovresti saperlo: la farina | non è come la neve, va nel forno || Tu prendi la farina – così – | ci metti l’acqua e poi… nel forno! || Tu non conosci la storia, Vre || Dell’acqua, del mulino non sai niente | non t’hanno insegnato niente, niente». Una «conoscenzafarina», l’ha chiamata la stessa poeta. La mano di chi scrive è la mano che  «si è ritratta dalla farina così come dal sangue». C’è dell’altro, più profondo della semplicità: in chiusura di questo straordinario lavoro sulle personagge e sui personaggi, unico nel panorama italiano se pensiamo che Travi è riuscita a farne una genealogia critica e simbolica, si avverte lo stringere dell’essenziale; di qualcosa che è di là da lievitare. In Dora Pal farina e polvere sono infatti aspetti della medesima trasformazione. Se la prima è la possibilità di impastare la parola, riparandola al caldo di un forno – a differenza della neve che sarà pur candida ma non sa moltiplicarsi –, la seconda è il monito di una parola che, se non curata, può morire ma per altre ragioni. La polvere in questo senso è sia ontologica che terrestre. ontologica perché chiarisce la natura del pulviscolo che si solleva mentre Dora, Vre, Zet e Kiv si incrociano, non proviene dalla terra ma dalla friabilità di una consistenza relazionale fra loro che esiste da sempre. Allo stesso modo la polvere è terrestre perché le relazioni – quando sono incarnate – hanno il passo della stratificazione storica. La polvere del cimitero, allora, delle tombe di chi ha preceduto una progenie ancora tutta da definire, è il deposito del tempo che non riesce a rigenerarsi.
È che gli enti convocati da Travi sono il contrappunto degli eventi, di quello “scalpitare” che nei lavori precedenti mancava e che qui invece è introdotto dal fischio (del vento come del merlo nero) quando dichiara tempesta: «Eravamo alla stessa altezza la foglia ed io | e sotto il fondamento cantava la tempesta». Del resto è proprio da quella tempesta che si scompigliano le ipostasi, che si sa avvertire il tremore di ciò che sarà. «oltre la porta bianca, oltre | il cespuglio nero… | fino alla coda del cane | fino alla macchina da cucire | Il bambino era per terra | ti ricordi? il rocchetto era per terra | ti ricordi? E le mani per terra | anche loro, anche loro… || L’anima degli animali | entra e esce con le sue ali, Zet | lo dice la parola stessa». Ulteriori riferimenti psicoanalitici di rocchetti, fili e bambini che si attrezzano a far scomparire le madri qui non hanno udienza. Più del rocchetto, ci insegna Ida Travi, è importante il filo. E se esso è ciò che consente al bambino di tirare il carretto, viene ricordato a quel bambino che sta crescendo che un giorno dovrà renderlo. Ancora di più, nel caso di Dora Pal, la corda che tiene al ventre, è il legame. Se allora il rocchetto giunge a essere sostituito dal carretto, significa che il “gioco” di Kiv, prima o poi, non potrà che essere quello di guardare dentro a ciò che trascina: «Tu parla come fanno le radici | lo sai come fanno le radici? || Salgono su dalla terra come se fossero morte | e poi all’improvviso ti danno il fiore, il fiore».
La terra ha la benedizione nell’occhio chiuso del bambino, quell’arco mosso di parole corte, come i Tolki insegnano a ripetere, sono pescate chissà da quale cassetto della memoria onirica. La terra sia benedetta, ci ammonisce Dora Pal, nello scricchiolio dei nomi impronunciabili: «Date retta a quel che dice la vecchia || Se dico –  porta il sasso, porta il sasso | se dico – porta il fuoco, porta il fuoco || Dovete farlo e basta, una non diventa così | per niente, una lo sa se è giusto || E non state qui a discutere, nessuno | può parlare per un altro: è la legge». L’unico tribunale plausibile è quello che segue la legge del cuore, senza criterio: «– essere del mondo cosa vuoi? – || Volevo essere nel petto di qualcuno | volevo sventolare nel petto di qualcuno».
La rivolta possibile appare essere in questo modo quella di sentire, di esercitarsi finalmente a sentire e non solo a pensare, cercando di sanare la scissione immedicabile su cui il canone occidentale ha immaginato fondarsi. Ecco perché i cavalli, uno bianco e uno nero di riferimento platonico, vengono salutati da Ida Travi non nel conflitto di uno sull’altro ma nella assoluta convivenza di entrambi. La terra si regge nelle mani di queste due istanze o forse l’anima è già in salvo? «Come battere un pugno sul tavolo | e alzarsi di colpo gridando: amore!». Tuttavia, è l’anima o il corpo? «Voi, piccole forme d’insetto, voi | esseri vulnerabili nelle chiome». Gli esseri del mondo di cosa si circondano se non di amore? Di cosa reclamano necessità se non di attenzione? Dora Pal è la prima antenata, la regina della parola impastata di lavoro, è la signora che tutto fa muovere, che nella grandezza immensa del cielo intuisce l’importanza del catino. Ma è anche colei che al vuoto della fede (intesa come anello e allusione al vincolo coniugale) oppone la circolarità della parola, del verso che ha detto quanto sia complesso mettere al mondo immagini, linguaggi, parole e opere. E che pur tuttavia si prepara a una nuova gestazione. Non nell’ottica dell’eterno ritorno dell’identico ma seguendo il solco secondo cui nessun essere è del mondo se non nasce già e sempre in relazione. Il commiato dai Tolki non è mai stato più doloroso, eppure ci auguriamo che restando nei pressi di una parola così autentica ne sentiremo ancora parlare. 


venerdì 7 luglio 2017

Due libri di Osip Mandel’štam: "Quaderni di Voronež. Primo quaderno" e le ottave di "Quasi leggera morte"

Gli ammiratori di Osip Mandel’štam, autore ormai ampiamente "fuori diritti", hanno di che rallegrarsi in questo primo semestre del 2017. Quasi sicuramente propedeutiche a un climax ascendente di pubblicazioni che si concluderà il prossimo anno, con l'ottantennale della morte, sono ben due le novità editoriali di un certo rilievo che si sono viste in libreria. La casa editrice Giometti&Antonello-Macerata (curioso e sicuramente d'antan questo ripescaggio della città dell'editore nel nome e sulle copertine) ha dato il via a quella che si annuncia come una serie di pubblicazioni che si concluderà con l'edizione del suo epistolario. Quaderni di Voronež. Primo quaderno (pp. 112, euro 16, a cura di Maurizia Calusio) raduna testi del primo dei tre fascicoli vergati dal poeta durante il triennio d'esilio nella pianeggiante Voronež, tra il 1934 e il 1937. Si tratta del periodo che solitamente è fatto coincidere con una terza stagione della sua scrittura (ma a periodizzare all'interno di una "produzione" di uno scrittore si fa sempre in tempo, e a che pro?), dopo l'esordio acmeista e la stagione dei grandi componimenti nel primo lustro degli anni Venti. Ora, basta una scorsa al luogo e alla data di morte del poeta (Vladivostock 1938) per ricordarsi di fatti perlopiù noti e capire che si tratta di scritti terminali sorti in attesa di un arresto definitivo, che lo condurrà alla morte in Siberia. Il volume curato da Maurizia Calusio e corredato di un'appendice iconografica, raccoglie principalmente le poesie del primo anno, preludio di un periodo di scrittura poetica che diventerà quasi torrenziale e che scopriremo via via con le prossime pubblicazioni dedicategli dalla casa editrice marchigiana.


Il così detto periodo di Voronež inizia in realtà con una ricostruzione dei testi inediti dei primi anni Trenta, in una rocambolesca fuga-salvataggio ricordata dalla moglie Nadežda e citata anche nell'edizione delle ottave di Quasi leggera morte (Adelphi, pp. 100, euro 10, a cura di Serena Vitale; una curiosità sulla copertina a lato presa dal sito della casa editrice: non è quella finale riportante anche la dicitura "Ottave" e il nome della curatrice). Gli undici testi che qui ritroviamo sono arrivati a noi perché salvati dalle perquisizioni tra le fodere di cuscini. Ottave come la numero 4 del maggio 1932 si leggono e si ammirano, e poco altro c'è da dire. Pur breve, non credo però abbia senso riportarla tutta, visto che il libro è composto da quegli undici testi. Poi, certamente, altri testi di consistente peso specifico concorrono a formare questo secondo libro di Osip Mandel’štam di cui si dà notizia. Lo si capisce leggendo la prefazione di Serena Vitale, dove colpirà il racconto dell'amicizia con il biologo e entomologo Boris Kuzin. E parimenti desta ammirazione la compilazione della "Nota al testo" finale, dove ogni poesia è accompagnata da un microsaggio con plurime aperture sulla "conoscenza" che rintracciano questi testi. Chi apprezza Osip Mandel’štam non ha insomma bisogno di molti inviti alla lettura, ma semplicemente di un rinvio a una novità editoriale che copre qualche lacuna. Chi non l'ha ancora avvicinato dovrà accettare che l'esercizio di una recensione si ponga stavolta in tutta la sua affascinante inutilità. Una cosa importante sia detta in chiusura: Mandel’štam è sicuramente passato, o quantomeno rischia di passare, al mito e alla leggenda della poesia novecentesca. Questo, editorialmente parlando, fa gioco, ma è terribilmente pericoloso e stolto. L'incrostazione mitologica sta rovinando anche quel poco che ancora rimane di interessante nella scrittura e nella letteratura, quello che ci fa dire che vale la pena leggere qualcosa (fa specie vedere leggende e automitologie perseguite anche a livelli caserecci da certi autori nostrani ancora in vita). Si torni alla già citata ottava 4 o si apra in libreria il volumetto verdino all'ottava 11, a pagina 55. Comincia così: "E dallo spazio esco nel giardino / incolto delle grandezze, / strappo l'immaginaria costanza, / l'autoconsenso delle cause." Il finale, ovvero gli ultimi quattro versi dell'ottava, è tutto per voi.

martedì 4 luglio 2017

Il numero 37 della rivista "Riga" dedicato a Maurice Blanchot

Riviste #9


Non so se si possa dire pacificamente che oggi non corre buon sangue tra letteratura e filosofia, quantomeno tra certa letteratura e certa filosofia. Lo so, bisognerebbe raffinare il livello di analisi di questa impressione, ma mi fermo qui. L'impressione è che questi "mondi" non sappiano più fecondarsi o provocarsi, ma nemmeno sterilizzarsi definitivamente a vicenda e rimangano in ostaggio di una convivenza a volte forzata e musona. Non so se è questo un sintomo o un problema, ma varrebbe la pena provare a fare attorno a queste supposizioni qualche ragionamento in più, magari in sostituzione di tanti rovelli sociologici su cosa va o non va, cosa funziona più o meno e sui tanti "dover essere" della letteratura, prima ancora della filosofia. Si tratta comunque soltanto di un'impressione di uno che osserva e a volte, avventatamente, trascrive l'impressione. E come tale l'impressione va presa. Tuttavia, se non sono l'unico ad averla, cade doppiamente bene questo numero 37 della rivista "Riga" di Marcos y Marcos dedicato a Maurice Blanchot (pp. 320, euro 28, a cura di Giuseppe Zuccarino), figura chiave per riprendere in mano il discorso e il rapporto tra i due campi e pratiche del sapere su menzionate e non solo con riferimento alla zona francese. Dico che questa pubblicazione "cade doppiamente bene" perché l'architettura del volume è aperta e polifonica, come sempre in "Riga", e aiuta ad avvicinare l'opera di Blanchot da più versanti e altezze. Certo, come si ricorda anche nell'"Editoriale" di questo ricco volume che ha davvero una funzione stimolante, prendendo il nostro paese a esempio, si può serenamente riconoscere che su Blanchot è calato uno strano sipario. E parliamo di un sipario che riguarda principalmente la sua attività di critico, perché quella di scrittore è sostanzialmente sconosciuta qui. Il sipario è stato in parte risollevato due anni fa, quando Einaudi, che di Blanchot non ha più riproposto l'opera più celebre, Lo spazio letterario, ha mandato in libreria La conversazione infinita. Scritti sull'«insensato gioco di scrivere».

Da un punto di vista editoriale è quindi difficile e magari è pure presto per capire se qualcosa sta cambiando in Italia, uno dei pochi paesi che di Blanchot non ha tradotto il primo romanzo del 1941, Thomas l'obscur (nelle principali lingue europee si trova e su questo romanzo si legga la lettera di Emmanuel Levinas riportata nel volume di cui si dà notizia, anche come esempio di conversazione letteraria). Più che azzardarci in previsioni e a capire se l'aria attorno a Blanchot sta cambiando possiamo piuttosto, per cominciare, dare qualche informazione sulla struttura di questo volume, che si apre con i testi di René Char, Edmond Jabès, Marco Ercolani, Enzo Campi e Benoît Vincent. La seconda parte della monografia s'avvia proprio con la proposta della traduzione del primo capitolo del già citato Thomas l'oscuro e del primo capitolo de L'altissimo (Le Très-Haut, 1948). Tra altri scritti, completano questo corpo stimolante di prime parziali versioni gli scritti sul surrealismo, su Melville e un cospicuo numero di lettere.

Nella parte centrale del volume si concentrano le amicizie di Blanchot (amicizia è una parola fondamentale del lessico dello scrittore e questo volume è un invito a scoprire perché) e qui possiamo leggere contributi assai brevi o assai più articolati del già citato Levinas, di Pierre Klossowski, George Bataille (che ricorda, per affinità di interessi, il "magistrale studio" di Blanchot su Sade, cioè Lautréamont e Sade uscito in Italia per Dedalo e poi per SE), Jean Starobinski, Roger Laporte, Jacques Derrida, Jean-Luc Nancy, Bernard Stiegler, Christophe Bident e un lungo saggio di Georges Didi-Huberman intitolato Da somiglianza a somiglianza che scandaglia la lunga rincorsa di Blanchot attorno ai poli di "immagine" e "somiglianza", uno scritto che non mancherà di interessare gli estimatori dei libri di Didi-Huberman. La parte di interventi scritti ex novo per la pubblicazione ideata a Marco Belpoliti e Elio Grazioli contiene saggi di Alberto Castoldi, Marco Della Greca, Manlio Iofrida, Bruno Moroncini, Riccardo Panattoni, Igor Pelfreffi, Paolo Vignola e dello stesso curatore Giuseppe Zaccarino. Qui, più che in altre aree della rivista, si affronta la questione politica in Blanchot. Chiude tutto la galleria con le opere di João Louro e Pietro Fortuna, dove curiosamente si gioca e si ritorna sulla scarsezza di foto di Blanchot (un problema che non riguarderà gli scrittori a venire, a quanto pare).


Se nei corridoi del pensiero càpita ancora che si parli di pensatori, correnti e filosofie per "sommi capi" (da leggersi in tutte le valenze dell'espressione) e per aree geografiche, il lascito di Blanchot pare recalcitrante a farsi imbrigliare in quell'area francese che, con alterne vicende, occupa tuttora delle posizioni alte nella hit parade del pensiero. Perché il suo metodo, la sua solitudine e persino l'estensione di amicizia si pongono in una posizione dialogante con più metodi e più incertezze, in una congettura di accoglimento della separazione e della distanza infinita con l'altro, fino a portarci a ripensare l'isolamento del pensiero e della parola. Persino sulla "forma-libro", che ancora tiene banco oggi ed è alla base di tutti i discorsi e i riferimenti letterari che si fanno, troverete in questo volume di "Riga" vivaci rimandi.