venerdì 28 aprile 2017

«Il festino degli dèi» di Giovanni Bellini. Lo studio di Edgar Wind proposto da Abscondita

Parentesi all'inizio: per chi lo vuole, a palazzo Sarcinelli a Conegliano, è in corso fino al 18 giugno 2017 una bella mostra intitolata "Bellini e i belliniani. Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo" a cura di Giandomenico Romanelli. Fuori parentesi, in aggiunta: non serve seguire i sogni di grandeur della vicina cugina Treviso, fossilizzata da decenni sull'impressionismo in virtù di una passata mostra di grande successo commerciale, per continuare a proporre una serie di mostre sensate, variegate, ben architettate e non disertate dal pubblico e prova ne sia l'attività espositiva coneglianese (molto bella e sorprendente è stata anche la mostra sui Vivarini). Certo, diverse saranno le risorse e le aspettative di flusso di pubblico generato sulle due città, ovvero la cosiddetta ricaduta sul turismo, ma ad ogni modo è proprio il caso di dire che staremo a vedere sul lungo periodo che succede (e comunque a Treviso tra poco arrivano gli Alpini e saranno pieni per un po', per cui il consiglio è lasciar perdere gli impressionisti per i belliniani, almeno in quei giorni della adunata nazionale). Il cinquecentenario della morte di Giovanni Bellini era lo scorso anno. Forse per queste concomitanze o forse no, Abscondita manda in libreria la traduzione de «Il festino degli dèi» di Giovanni Bellini dello studioso Edgar Wind (pp. 144, a cura di Rossella Rizzo, con una ricca appendice iconografica). Il libro raccoglie testi dedicati a questa singolare opera belliniana (quasi un hapax nella sua produzione) dallo storico dell'arte tedesco, attento analista dei misteri pagani nel Rinascimento, inteso come epoca di unità di arti visive e letteratura. I saggi qui raccolti si concentrano appunto su un'opera tarda e tra le più enigmatiche dell'artista veneziano, il quale dipinse con grande ritrosia e ritardi questo quadro originariamente destinato allo studiolo ferrarese di Isabella d'Este.


Wind (Berlino, 1900 – Londra, 1971) apparteneva alla gloriosa scuola warburghiana e fu allievo di Erwin Panofsky, cioè di colui che con Warburg e Saxl rivoluzionò il modo di fare storia dell'arte. Il suo interesse per quest'opera tardiva del Bellini è ben comprensibile se consideriamo la componente pagana delle sue ricerche allegoriche e mitologiche, suggellate nel libro del 1958 Pagan Mysteries in the Renaissance, tradotto in italiano da Adelphi nell'anno della sua morte. Il punto, con le opere d'arte in generale e quelle del Rinascimento in particolar modo è sempre quello: come leggere queste opere senza poter ricostruire i rimandi al pensiero, all'iconologia e agli impliciti filosofici e letterari che le presupponevano? Come poter leggere insomma certe opere separando arti visive e letteratura o arti visive e filosofia? Come avvicinarsi ad alcune di queste senza considerare il neoplatonismo rinascimentale, la tradizione ermetica, il ritorno d'interesse per i misteri del paganesimo? Le conferenze qui radunate partono nel 1944 e solo quattro anni trovano collocazione nel volume intitolato Bellini's Feast of the Gods. A Study in Venetian Humanism. Il fulcro del ragionamento di Wind consiste nell'osservare che il dipinto di Bellini, che fu verosimilmente ritoccato da Tiziano e da Dosso Dossi (soprattutto nel fondo boscoso e nel fagiano appollaiato sull'albero) e consegnato ad Alfonso d'Este nel 1514, restituisce la fantasia pagana di Isabella per la propria "grotta" o studiolo. Wind di sofferma soprattutto sul ruolo centrale di Pietro Bembo quale ambasciatore e sollecitatore presso il Bellini nel compimento di quest'opera che rimane comunque controversa, sia nella sua storia (è noto come Bellini non fosse molto attivo su temi mitologici, sui quali invece primeggiava Mantegna), sia nella sua ricezione. Il soggetto dell'opera si lega ai Fasti di Ovidio e il dipinto, che attualmente è conservato nella National Gallery of Art di Washington, dimostra ancora una volta come la storia dell'arte sia una disciplina privilegiata per entrare e uscire dagli immaginari sui quali si sono stratificate le visioni dei secoli successivi. Le debolezze degli dei, ripresi stanchi in una scena con un forte sentore di ubriachezza, permangono tra i colori di questa affollata ammucchiata campestre. E lo studio di Wind è un monito a riconsiderare la collocazione di quest'opera tra le altre parimenti celebri che finirono nei camerini ferraresi di Alfonso e Isabella. In tal senso la già citata ricca appendice è uno strumento di grande aiuto e suggestione.

(Per un'ulteriore analisi del dipinto belliniano, nel quale si registrano fra l'altro, per la prima volta, gli usi di pigmenti di orpimento e realgar, si rinvia a questa interessante pagina del sito "Colourlex".)

giovedì 27 aprile 2017

Una poesia inedita di Eugenia Galli



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Una poesia inedita di Eugenia Galli (Rimini, 1996), con un ringraziamento a Simone Maria Bonin per la segnalazione e collaborazione.


LA SERRANDA


Certe volte sul corpo mi si chiude una serranda
senza chiavi, che dolcezza non disserra
All’interno sono voci del passato: «È una troia, no
è come una puttana, però gratis»
All’esterno sono suoni indistinguibili; quando arrivano
sanno solo di minaccia o di rimprovero

Certe volte mi ricordo del ribrezzo che vi ho fatto
col mio sangue, coi miei peli sulle gambe,
senza il consono pudore nel parlare del mio sesso

Quando chiudo la serranda le mie labbra si ritirano,
mi si accorciano i capelli, perdo forma
E tra i pixel si censurano il mio seno ed il mio collo
per non occupare spazio, per non eccitare troppo
per sembrare un campo rosa senza semi
dall’oblò di un aeroplano

E la faccia che mi guarda in giù dall’alto
si trasforma in una faccia di sciacallo:
mi divora senza meriti di caccia


martedì 25 aprile 2017

"Una relazione" di Carlo Cassola: un romanzo ferroviario per parlare del sentimento

Da un paio d'anni gli Oscar Mondadori, con la nuova veste grafica scantonata in copertina all'angolo alto a destra, stanno riproponendo anche le opere meno note di Carlo Cassola. Parlare di opere meno note per libri come come Paura e tristezza, Tempi memorabili o per l'ultimo uscito, Una relazione (pp. LI+121, a cura di Alba Andreini e con un'introduzione di Laura Pariani), non è tuttavia corretto. Tralasciando il grande successo di libri coma La ragazza di Bube o Fausto e Anna, non bisognerebbe dimenticare che ogni nuovo libro di Cassola, spesso coadiuvato dall'editor-amico Manlio Cancogni, era atteso come un evento non solo dal pubblico, ma anche dalla casa editrice torinese, che con i suoi libri sapeva di andare a colpo sicuro e di poter sistemare qualche conto. L'ultima edizione einaudiana di Una relazione, un tascabile, risale comunque al 2004, e prevedeva la brutta copertina con Stefano Accorsi e Maya Sansa. Il fatto si può ben capire: era l'epoca del film L'amore ritrovato di Carlo Mazzacurati, che da questo libro è tratto (sarà bene che prima o poi qualcuno dica qualcosa di sensato sulle copertine che riprendono un fotogramma di un film: il meccanismo commerciale su cui si basano è fin troppo banale e prevedibile, ma la loro esistenza potrà dirci qualcosa degli attuali e futuri matrimoni tra letteratura di finzione e cinematografia). Bisogna poi retrocedere al 1972 per la precedente edizione del libro che apparve per la prima volta nel 1969.

Restiamo al libro e ad altri matrimoni solo evocati sullo sfondo, poiché la relazione extraconiugale del titolo è quella tra Mario, uomo sposato, ottimista e vanesio, tutto sommato assai prevedibile, e Giovanna, una ragazza un tempo facile e chiacchierata in paese, ma divenuta presto desiderosa di progettare qualcosa per sé e la propria vita, da lei stessa definita in un dialogo "uno straccio, un mucchietto di spazzatura". La vita di Giovanna, nel corso della breve narrazione, compare in ben tre momenti distaccati, fondamentali per capire la modernità del personaggio e della penna di una delle "Liale" del Gruppo 63 (così Cassola con Bassani e Pratolini secondo la sicumera spaccona di quel gruppo). Quando facciamo la conoscenza di Mario sappiamo che è sposato e padre. Per l'impiego in banca è costretto a fare il pendolare tra Follonica e Livorno (e sia detto che questo è un grande romanzo ferroviario della costa tirrenica dove incontriamo Livorno, Solvay, Cecina, Bolgheri, Castagneto Carducci, San Vincenzo). Siamo all'epoca delle imprese in Abissinia. Durante una trasferta di lavoro Mario rivede Giovanna e per togliersi un capriccio decide di riconquistarla. Il movente del romanzo è in questo nuovo incontro, a distanza di anni dalla loro prima facile relazione di gioventù. Dopo le resistenze iniziali di Giovanna, il riaggancio accade e qui inizia il loro affezionamento, la loro relazione clandestina fatta di propositi risoluti di farla finita, ripensamenti, comportamenti contraddittori. Ma Giovanna è cambiata rispetto alla prima sveltina che Mario vuole ricreare e ancor più cambierà trascorrendo con lui quaranta giorni a Livorno, dove è richiamato per un corso ufficiali in vista della Guerra d'Etiopia. La vicenda è giocata per buona parte sui dialoghi, sesso quasi inesistente e su una riuscita modulazione di esterni e interni (inclusi quelli già ricordati afferenti al mondo del treno e delle stazioni ferroviarie).

Dicevamo che tre sono i momenti in cui Giovanna, la vera protagonista del libro, compare nella linea della storia: la prima volta come flashback, quando è la giovane "facile" della riviera che bene o male è stata con molti uomini. La seconda volta nei cinque mesi che costituiscono l'intervallo della nuova relazione tra Giovanna e Mario (la parte portante del libro) e infine, dopo un'ellissi tanto grande quanto significativa, in un treno popolato lungo la stessa linea ferroviaria devastata dalla guerra, nel 1945. Mario ha combattuto la guerra, è tornato magro, Giovanna si è sposata felicemente con un uomo più giovane che è morto di una banale polmonite e dal quale ha avuto una figlia. I due si riconoscono nel vagone affollato di un lentissimo treno, nel quale Giovanna si mostrerà del tutto indifferente nei confronti dell'uomo di cui è stata l'amante anni prima. Se Mario esce dalla vicenda malconcio (vanesio e narcisista, uno che ci mette poco a tornare in pace con sé stesso, anche se Giovanna l'ha amato perché capace di "sentimento" e non solo di "parole"), Giovanna è decisamente una figura che sopporta una grande trasformazione del sé attraverso la narrazione. Tornando ai nostri film, mi pare che un limite di molto cinema contemporaneo sia quello di non saper mettere in opera una certa mutazione dei personaggio e la sopportazione di differenti sé.

Leggendo Cassola - e qui torno a parlare più in generale della sua opera - viene il dubbio che una cospicua storia dell'affettività e delle relazioni sia ancora da scrivere, anche se proprio lui con altri ha cominciato l'impresa. Il ventennio fascista e la guerra hanno agito anche come un immenso coperchio e contenimento delle relazioni sentimentali, costrette dentro molti strati di clandestinità, una clandestinità che paradossalmente si è fatta ravvisabile persino nel linguaggio pubblico falso e colloso che ha preso il sopravvento e dal quale si fa fatica a sganciarci. La letteratura resistenziale talvolta ha colto questa situazione di impasse, ma non ha potuto da sola dare la stura a un lavoro efficace delle opere di letteratura sulle relazioni. Nel tempo, quel che conta, è proprio la relazione che si dà, la quale può passare dal sentimento all'indifferenza. Una relazione è un romanzo più complesso di quel che si può evincere da questa semplice riduzione in nota e temo che non ci si possa nemmeno fermare nel decretare la riuscita del personaggio femminile a fronte della liquidazione di un personaggio maschile meschino e in fondo un po' puttaniere, come talvolta in sede critica si è visto fare: ne va della comprensione di oltre mezzo secolo di relazioni sentimentali in cui uomini e donne hanno continuato ad amarsi, tradirsi e soprattutto a mutare. Come ce lo raccontiamo questo mutamento, se mutamento davvero è?

sabato 22 aprile 2017

Bruno Munari per Laterza: le nuove copertine "google" di Riccardo Falcinelli

Covertures #14



Il nome di Riccardo Falcinelli è una garanzia in tema di copertine, grafica editoriale e visual design. Non solo con il proprio lavoro per importanti case editrici, ma anche cementando il proprio operato con libri teorici, Falcinelli è diventato un nome di riferimento. Tra le sue opere di riflessione vanno ricordate Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network (Einaudi), Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design (Stampa Alternativa) e Fare i libri (Minimum Fax), libri utili ben al di fuori dell'ambito del design editoriale (soprattutto i primi due), che non dovrebbero mancare nelle biblioteche di chi si occupa di design, pubblicità, packaging e altre attività a stretto contatto con la parola larga - ma in realtà assai attillata - che è "design".

La casa editrice Laterza ha recentemente rilanciato alcuni dei più noti titoli di Bruno Munari del proprio catalogo, sempre all'interno della collana "Economica Laterza", e ha affidato la veste grafica, diversa dagli altri libri della collana, proprio a Falcinelli. Detto in altre parole potremmo dire che un affermato visual designer di oggi è stato chiamato a vestire le copertine dei libri di un visual designer tra i più importanti del nostro passato. Il risultato sono le copertine che potete vedere qui sopra, che a mio avviso risentono di un'immagine "google": il nome di Munari è giocato con colori cangianti per ogni singola lettera su fondo bianco nella parte bassa della copertina, un po' come nel caso del motore di ricerca. Il titolo campeggia invece in alto. In ogni libro è poi giocata un'illustrazione a un colore (nero) vicino al nome dell'autore. In questi casi, dal momento che si suppone Falcinelli abbia presentato più progetti a Laterza, verrebbe voglia di spulciare tra quelli scartati dal committente.

giovedì 20 aprile 2017

Poesie inedite di Sonia Gentili



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 


Due poesie inedite di Sonia Gentili.



Catena e nube


dentro catene di universi si consumano
le sere in cui eravamo, e ancora
mancano lo scopo

dentro catene di universi che consumano
il buio nell’asse
della rotazione si sprigiona
come una febbre
che disegna cerchi il giorno: esso procede
con una larga gonna
attorno ai fianchi e la sua trasparenza
ci trasforma
in nube


Variazione dei contrari

la morte
indivisa dal tuo sorgere, sole

A. Rosselli

Indivisa dal tuo sorgere cadeva,
luna, la notte sul polso della vita
e il suo pulsare ritornava orgia
nel sonno di chiome
d’alberi tinte del blu più
nero da cui sorgono stridendo
bestie minuscole che volano
ubriache e storte
sul sentiero

indivisa dal tuo sorgere cadevo,
luna, dentro l’orgia
sempre notturna della vita
futura: il colpo sordo
d’un arto ignoto
della bambina nel mio ventre
vive ed è violenza, riso o
bracciata cieca nell’urto fluido
delle acque: cieca, nel buio mai
smarrita

orgia indivisa dal buio
della vita


martedì 18 aprile 2017

Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica. Intervista a Mariuccia Salvati

Librobreve intervista #79


Si intitola Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica ed è edito da Carocci (pp. 212, euro 19) l'ultimo libro di Mariuccia Salvati, docente di Storia contemporeanea all'università di Bologna. In collaborazione con Franco Baldasso, che insegna Italian Studies presso Bard College a New York, ho rivolto alcune domande all'autrice. Ci siamo soffermati sul percorso che l'ha portata a questa nuova opera e l'intervista è diventata un momento nel quale ricordare figure di primo piano della ricerca storica. Quasi involontariamente il tutto si è trasformato in un omaggio a Silvio Lanaro, storico dell'Università di Padova scomparso nel giugno del 2013, che desideriamo così ricordare. 

Cogliamo l'occasione per segnalare che giovedì 20 aprile alle ore 17:00 presso la Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica (Piazza della Enciclopedia Italiana, 4 - Roma) si terrà la presentazione del volume. Ne discuteranno con l’autrice Giuliano Amato, Marc Lazar e Renato Moro.

Silvio Lanaro
AC:. Il suo libro pone al centro il problema del linguaggio. Era un tema caro a uno storico come Silvio Lanaro, che dedicò ai problemi epistemologici del linguaggio e della scrittura storica addirittura un libro che è quanto di più lontano possa esserci dall'odierno furoreggiare dello "storytelling" (Raccontare la storia. Generi, narrazioni, discorsi, Marsilio, 2004). Come muta questo tema fondante del linguaggio nel suo libro, nei diversi decenni che prende in esame?
MS: Lei ha colto giustamente il legame del mio libro con Silvio Lanaro, che con il suo Retorica e politica (2011, pubblicato due anni prima della morte), è stato molto vicino ai miei pensieri mentre riflettevo sulla opportunità di procedere a una operazione come la raccolta di saggi sparsi. Con Lanaro siamo stati molto amici a partire dalla fine degli anni ’80; abbiamo collaborato insieme nella costruzione di reti come la Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea), nella selezione di giovani allievi (concorsi), in numerosi convegni. Vi è sempre stata una sintonia di fondo: direi la voglia di chiarezza, di intelligenza delle cose, oltre allo scarso interesse per l’uso politico della storia contemporanea. Vi era poi tra di noi (oltre alla profonda amicizia…) uno strano legame ‘culturale’ antecedente alla nostra collaborazione universitaria: entrambi abbiamo letto per tempo gli scritti di un intellettuale protagonista del ventennio fascista (e poi della sociologia del dopoguerra), come Camillo Pellizzi (citato in Passaggi): soprattutto gli scritti degli anni ’20, quando l’uso della retorica politica era rivendicato sulla stampa (in polemica con Gobetti) dal giovane intellettuale in funzione del fascismo. Il fascismo è stato prima di tutto (di questo era convinto anche Silvio) un linguaggio pubblico, un linguaggio retorico, cioè funzionale a una soggezione mentale delle masse e a una visione distorta della realtà: ce ne rendiamo conto ancora di più oggi.
Quanto alla sua domanda (se il tema del linguaggio muti nel libro): in realtà mi sono resa conto (ex post) che quel tema non muta e per questo il libro è un libro coerente. Il linguaggio rimane per lo storico lo strumento attraverso cui cogliere i cambiamenti: il linguaggio - dei testimoni, del corpo (la maschera), della folla, del leader – è prova, è testimonianza, ma può essere letto se lo si inserisce in un percorso di eventi che aiuti a coglierne il senso profondo. 

Marc Bloch
AC: Si percepisce nella sua prosa la necessità di un ritorno a un "fattore umano" nel mestiere di storico. Il richiamo a Marc Bloch è evidente, tuttavia potrebbe chiarire cosa significa davvero riportare il "fattore umano" dentro la ricerca storica? Da un punto di vista epistemologico e di metodo è qualcosa che può essere più facile a dirsi che a farsi...
MS: Lei ha colto benissimo quest’altro punto di sintonia con Silvio Lanaro. Per anni ho insegnato a Bologna Storia della Francia (nei primi anni del corso di laurea in storia si insegnava la storia dei singoli paesi europei, poi si passò a insegnare la storia d’Europa) e dunque la Francia tra le due guerre, il movimento operaio e figure come Marc Bloch e Simone Weil. Così Apologia della storia, La strana disfatta, La prima radice, erano testi di lettura quasi obbligatori per trasmettere il dramma degli anni Trenta e la permanenza di una cultura che non era solo antifascista, ma umanista e razionalista. Era un modo per contrapporre intellettualmente (e non ideologicamente) il filone della Dichiarazione dell’89 alla cultura dello stato fascista. Entrambi gli autori sono poi presenti – sempre per il loro richiamo all’uomo - nel capitolo su Amnistia e amnesia, cioè sulla guerra e sul come uscirne.

FB: Perché secondo lei questo periodo di transizione è stato oggetto di moltissimi studi storiografici negli ultimi 10-15 anni? Da Zunino a Liucci, da Focardi a Bistarelli, da Lanaro a La Rovere, da Luzzatto a Schwartz per citarne solo qualcuno.
MS: In realtà, come lei sa bene, questo periodo è stato oggetto di studi storici fin dall’immediato dopoguerra, ma con un focus diverso nei vari periodi: la resistenza, la RSI, la guerra civile (il libro di Claudio Pavone è un libro di storia di una guerra civile non solo tra corpi ma anche tra menti, spiriti, giudizi): ma è pur sempre una transizione, un passaggio. Quello che lei giustamente segnala per i decenni più vicini a noi è l’attenzione agli intellettuali, testimoni e protagonisti di quella transizione e per questo chiave di lettura della transizione. Credo che un ruolo importante come ‘segnalatori di incendio’ l’abbiano svolto i convegni organizzati per i decennali della resistenza) dagli istituti di cultura come la Fondazione Basso, il Gramsci, lo Sturzo (oltre che dagli istituti della resistenza), soprattutto negli anni ’90: è allora che viene meno, con la crisi dei partiti, anche la fiducia nella affermazione di una cultura diffusa e progressista. Mentre volgeva al termine il Novecento, si era davanti a un nuovo passaggio di cui non si conosceva (e non si conosce ancora...) l’esito. Per questo si tornò a riflettere su quegli anni interrogandosi se, quando e come il fascismo fosse stato mentalmente, ‘intellettualmente’ sconfitto.

FB. Secondo lei ci sono figure di quegli anni oggi ingiustamente dimenticate? Perché?
MS: Certamente molte altre figure, soprattutto di scrittori, meritano di essere ricordate, ma mi sembra che i nomi che cito siano già di per sé evocativi di altri che non cito, ma che si inseriscono in questo recupero. Consiglio a questo proposito una bella antologia di brani, Autoritratto italiano di Alfonso Berardinelli.

Ruggero Zangrandi
FB. Lei dedica un capitolo a una figura oggi poco ricordata ma la cui testimonianza ebbe un enorme impatto per la generazione del secondo dopoguerra, Ruggero Zangrandi. Ci può introdurre alla sua figura e dire perché a suo avviso è importante ancora oggi?
MS: Non so se sia importante ancora oggi. È certamente stato dimenticato, osteggiato, probabilmente frainteso. Ed è per questo che lo ritengo un po’ il simbolo di un passaggio non completamente compiuto (o forse impossibile da compiere) nell’immediato dopoguerra dal nostro paese. Zangrandi ha pagato duramente il suo essere stato da ragazzo il compagno di banco del figlio di Mussolini. Creò alla fine degli anni ’30 un gruppetto socialista di opposizione, fu incarcerato a Regina Coeli, ma nell’estate del ‘43, a differenza di altri prigionieri politici, non venne liberato e quindi fu portato dai tedeschi occupanti in Germania. Tornò due anni dopo, segnato per sempre da quella prigionia, si iscrisse al Pci, ma non incontrò, salvo pochi casi, veri amici in quel partito. Solo Togliatti lo difese, perché in fondo condivideva la battaglia che Zangrandi stava conducendo: cioè (oltre a testimoniare Il lungo viaggio attraverso il fascismo) quella di tentare di raccogliere l’adesione al Pci anche dei giovani che erano stati mandati da Mussolini a fare la guerra, senza conoscere nulla del fascismo e tanto meno dell’antifascismo (troppo lontano).

AC: E poi troviamo pagine molto belle su Nicola Chiaromonte. Quale lettura consiglierebbe a chi è non ha letto nulla di Chiaromonte?
MS: Nicola Chiaromonte è stato un grande intellettuale e un grande scrittore. Per questo ho voluto dedicare un suo testo politico-giornalistico inedito a Silvio Lanaro nel libro in suo onore (quello riprodotto in Passaggi). Di lui consiglierei la raccolta di saggi Credere e non credere. Ma si trovano quaderni di suoi scritti e saggi su di lui presso le edizioni Una Città di Forlì. Sempre da parte del gruppo di Una città è stata fondata la biblioteca Alfred Lewin, che ha il grande merito di aver messo in rete, a disposizione di noi lettori, un grande numero di opere e soprattutto riviste, legate a queste correnti intellettuali minoritarie nell’Italia degli anni ’50-‘60.

Giaime Pintor
FB: Una domanda sorta leggendo il libro: come si può fare storia intellettuale del Novecento in Italia in modo tale da aprire una conversazione con la più ampia storia intellettuale europea?
MS: Ma questa storia è già inserita nella storia intellettuale europea! Basta intenderci su che cosa sia la storia intellettuale europea. Pellizzi era un intellettuale europeo, non solo per la sua biografia (ha vissuto a Londra dal 1922 al ’39, insegnato letteratura italiana a University College - facendo allo stesso tempo propaganda fascista), ma anche per i temi che introduceva nel dibattito italiano, collaborava con le migliori riviste di cultura, di teatro. La svolta avvenne, per lui in senso fascista, e per molti altri giovani intellettuali in senso antifascista, circa nel ’38, con le leggi antiebraiche (del resto è a quella data che si avvia anche nel mondo cattolico, a partire dal pontefice, una presa di distanza dal fascismo). Così come lo era – intellettuale europeo -  Giaime Pintor che nell’estate del 43, prima di scegliere la resistenza rivede le note al Saggio sulla rivoluzione di Pisacane, e corregge la sua traduzione delle poesie di Rilke da appassionato germanista quale era. Credo che siamo stati, come intellettuali, più provinciali noi negli anni ‘70… Detto questo l’Europa tra le due guerre era un luogo terribile per viverci e pensare (basta leggere i Diari di V. Klemperer, e il suo La Lingua del Terzo Reich).

FB. Secondo lei è ancora possibile una qualche religione della politica quali furono a modo loro, e completamente diverso (il che non implica di sicuro un'equivalenza) le grandi ideologie del Novecento come Fascismo e Comunismo?
MS: Temo purtroppo che siano sempre possibili forme di accecamento della ragione, anche se non necessariamente per la politica: compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di segnalarne i pericoli.

FB. Per finire una domanda apparentemente fuori tema, forse, ma che si collega al titolo del suo libro Passaggi: cosa pensa di Donald Trump? E di Angela Merkel?
MS: Ha ragione: il primo segna un vero passaggio su cui dovranno interrogarsi soprattutto (spero) gli storici americani del futuro, la seconda è storia nostra, europea, quella migliore, intendo e che spero sia destinata a durare (sono una convinta europeista).  

giovedì 13 aprile 2017

"La città interiore" di Mauro Covacich: scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate

Al celebre omaggio di Montale per La coscienza di Zeno, l'industriale triestino della Veneziani Vernici rispose con qualche ritardo, in una lettera del febbraio del 1926, esordendo con un è un’autobiografia e non la mia e, poco oltre, scrivendo anche ed io so di uno o due punti dove la bocca di Zeno fu sostituita dalla mia e grida e stuona. Il primo dei due frammenti è ricordato da Mauro Covacich in quest’ultimo libro uscito per La nave di Teseo, La città interiore (pp. 233, euro 17). La città è Trieste, ma anche no. Covacich ricorda quel frammento della lettera di Svevo in uno dei passaggi più curiosi di questo "romanzo" (così recita comunque la copertina per dovere d'ufficio), inconsueto nel suo percorso ormai ultraventennale, mentre rammenta una sorta di prolusione temeraria a cena con il Nobel John Maxwell Coetzee. E appunto, avendo messo in discussione la categoria "romanzo", giriamo la domanda: che libro è La città interiore? Un’autobiografia e non quella dell’autore? Difficile parlare di romanzo, autobiografia o di saga familiare, anche se i componenti della famiglia sono ricordati e agiscono in queste pagine con i loro nomi e cognomi. Il fatto è che questo libro dedicato alla città delle zone A (Italia) e B (Yugoslavia), è tutto fuorché un libro di interesse locale o localistico e assomiglia più a una sceneggiatura per un documentario (prova ne sia il frammento finale, che ha davvero il sapore di un documentario che si conclude sul senso di un luogo oggi, dopo una cavalcata lunga decenni). Insomma Covacich ci parla di sé, della propria vita e dei propri cari, dei luoghi in cui ha vissuto e della “città principale”. Anche il narratore si sposta e può coincidere con più persone. E così molte vite convergono in queste pagine, dove leggiamo come si viveva a Trieste negli anni Quaranta, Cinquanta e nei decenni seguenti, leggiamo di come si vive a Roma, città in cui tutto diventa indistinto e dove sembrano esistere soltanto Roma e un generico "fuori di Roma", dove tutto tende a sfumare e sovrapporsi (così Vicenza e Trieste son prese quasi per coincidenti, per fare un esempio preso dal testo). Leggiamo anche attraverso le inquadrature di una chiamata Skype con la sorella finita a Dubai per seguire l’apertura di un ufficio di una multinazionale italiana del settore Warehousing & Logistics.

Il punto però non è nemmeno domandarsi come definire questo nuovo lavoro scritto di Covacich. Sicuramente è il libro dove un corpo a corpo coi ricordi si fa netto, chiaro. Molto ricade in queste pagine, che tutto sommato non sono tante per l'ampio arco temporale che abbracciano (ma ci torneremo, perché l'elisione è uno degli aspetti portanti del libro). Lo sappiamo: la vagheggiata e talvolta fantomatica Mitteleuropa, la città delle guerre, delle industrie e dei servizi, dell’occupazione e dei trattati (Rapallo 1920, Osimo 1975), delle tante personalità politiche e artistiche che ne hanno calcato le vie ventose e in salita (spassoso il ricordo di un frettoloso esame universitario con Claudio Magris, ma vanno menzionate almeno le pagine dedicate al compositore Antonio Bibalo e quelle su Pier Antonio Quarantotti Gambini, oltre a quelle sui soliti noti triestini). E poi c'è la Trieste di Jan Morris di Trieste and the Meaning of Nowhere (in italiano si trova nel catalogo de Il Saggiatore). Tutto ciò rientra nel libro di Covacich. Il rischio di restrizione della visuale, quando si parla di Trieste, è sempre grande. Ma ecco allora che finiamo anche in Bosnia, seguendo lo scrittore febbricitante sulla pista di ricerche poetiche di Ivan Goran Kovačić (con la k, ed ecco la microvariazione consonantica che sostiene buona parte del movente di questo libro). Abbiamo l’impressione di uno scrittore che per guardare a sé preferisce prendersi da tergo, da lontano, e non tanto dalla generazione dei padri e delle madri, bensì da quella dei nonni (il libro si apre proprio con un’immagine del nonno bambino nella Trieste dell’aprile 1945). Si tratta di un dato non trascurabile se vogliamo provare a capire come si diventa ciò che si è oppure come si è ciò che siamo diventati. E il punto, in un libro inevitabilmente in bilico tra le due memorie, individuale e collettiva, sta anche qui, nel provare a capire quale dei due come prevale.

Covacich, autore di romanzi effettivi che hanno convinto molti, qui sembra porre qualche dubbio sulla tenuta della fiction, la quale comunque continua imperterrita là fuori la propria esistenza, tra narrazioni e storie nuove. Allo stesso tempo è consapevole di ogni passo falso che percorre la strada dell’autobiografia. Spostandosi con addosso una steadycam, denuda anche la preoccupazione e lo scrupolo che nascono quando si usa esplicitamente per scopi estetici frammenti della propria vita e della propria città, già ampiamente sfruttata e strizzata a livello editoriale e culturale. E allora che si fa? Succede che sorga il dubbio di aver letto un libro nato per necessità (e non è così frequente). Perché la vicenda della “città interiore” è quella di una microvariazione che scorre sul tessuto della lingua e delle lingue. Gli immaginari che interessavano e interessano tuttora l’autore, il discorso che preme non è cambiato, è solamente diventato più ingarbugliato e necessita di un tessuto nuovo che lo contenga, che si occupi della termoregolazione di un corpo che continua a muoversi. Allora, va da sé, non importa solo il cosa Covacich ha deciso di raccontare in questo testo così vicino all’autobiografia e alla saga familiare, ma il come l’ha fatto, riversando un universo di ricordi e differenze all'interno del mondo attuale che impressiona per come, pur in un contesto globale di disuguaglianze enormi, alla fine rischia di assomigliarsi sempre più dappertutto in un modo inquietante (ma quella che stiamo vivendo probabilmente è una fase breve). In questo straniamento, culturale e linguistico, abbiamo comunque iniziato a vivere e di ciò Covacich tenta, scrivendo questo non-romanzo, una misura, agendo anche attorno alle ellissi della narrazione dell’oblio in questo nuovo libro dedicato a Trieste (ma anche no) e a queste scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate.