giovedì 8 dicembre 2016

Pirandello poeta. Il verso come «serio comento a questa fantocciata della vita». Un'intervista a Selene Gagliardi

Librobreve intervista #72 

L'espressione "Pirandello poeta" dovrebbe subito collocare in un terreno insolito, dal momento che quasi mai si ricorda Pirandello per le sue poesie. A perlustrare la produzione in versi dello scrittore siciliano ci ha pensato Selene Gagliardi, che da poco ha pubblicato il saggio Pirandello poeta. Il verso come “serio comento a questa fantocciata della vita” (Augh!, pp. 172, euro 14). Le risposte che seguono rappresentano un'opportunità per tornare a parlare di questo lato. Si affrontano anche temi "spinosi" come quello dell'analisi testuale, tornato - almeno un po' - alla ribalta nei discorsi generali attorno alla poesia, all'analisi del testo e al modo in cui insegnarla.


Luigi Pirandello (1867 - 1936)
LB: A quando risalgono gli ultimi studi critici sulla scrittura poetica di Pirandello e cosa si è voluto recuperare (o da cosa ci si è distanziati) con questo recente libro?
R: In realtà dei veri e propri studi critici sulla produzione lirica di Pirandello non sono mai partiti, o meglio non sono partiti studi organici, essendo le analisi della poesia pirandelliana sempre affidata all’iniziativa di singoli ricercatori appassionati alla materia. Sicuramente sono pesati molto i giudizi negativi di due luminari della critica letteraria novecentesca come Leone de Castris e Luigi Russo, che addirittura additò i versi dell’Agrigentino come opera di “scolasticume”. Una nuova spinta alla lettura del Pirandello lirico, tuttavia, si è avuta dopo la pubblicazione di una raccolta complessiva delle sue liriche, curata da Manlio Lo Vecchio-Musti e che prese vita nel 1960 (e non a caso nel ’66 e nel ’68 videro la luce due monografie sull’argomento, a opera rispettivamente di Francesco Bonanni e Vittoriano Esposito). Altro capitolo fondamentale è stato il convegno internazionale organizzato dal Centro Nazionale di Studi Pirandelliani di Agrigento, che nel 1981 venne dedicato proprio al Pirandello poeta. Probabilmente fu quello il primo, vero studio sistematico delle raccolte in versi dello scrittore. Da lì si accesero di nuovo i riflettori su una parte dell’opera pirandelliana tanto poco studiata. Personalmente, per comporre questo libro ho cercato di trovare una mia strada, evitando confronti diretti con chi mi aveva preceduto nell’analisi. 

LB: Come è nata l'idea di questa pubblicazione?
R: Il progetto è nato quasi per caso, trovandomi a sfogliare un volume degli anni Novanta che comprendeva tutte le liriche, i saggi e altri scritti vari di Pirandello: si trattava di una versione aggiornata della già citata raccolta a cura di Lo Vecchio-Musti, contenuta nella famosa e prestigiosa collana dei Meridiani Mondadori. Aprendolo e leggendone subito alcune parti, mi è venuto in mente che non avevo mai sentito parlare di un Pirandello poeta e che quindi mi sarebbe piaciuto approfondire l’argomento. Era il 2011 e a quel tempo stavo per laurearmi alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma e perciò ho proposto al mio relatore, Francesco Muzzioli, di affrontare il tutto in una tesi. In corso d’opera ci siamo accorti della scarsità delle fonti critiche, per questo ho tentato di fare analisi inedite sulle liriche di Pirandello. Una volta ottenuto il diploma di laurea, ho rimaneggiato un po’ la dissertazione e inviato lo studio a diverse case editrici. La proposta più convincente è stata quella di Augh. 

LB: Lo studio si struttura in due aree principali: nella prima si analizza il percorso lirico di Pirandello, mentre nella seconda si ricorre all'analisi testuale. Ultimamente, almeno tra gli addetti ai lavori e con particolare riferimento a come si insegna la poesia a scuola, si parla molto di analisi testuale. Quali sono gli strumenti e le linee di forza attraverso le quali si è strutturata l'analisi testuale sul corpus poetico di Luigi Pirandello?
R: L’analisi testuale viene abitualmente fatta nelle scuole, per affinare la capacità critica dei ragazzi, ma in realtà in ambito accademico è meno frequentata di quanto si potrebbe immaginare. Raramente nel corso delle lezioni universitarie c’è il tempo per prendere in mano un testo e farne una puntuale disamina, e d’altronde i saggi che illustrino dettagliatamente dei testi non sono diffusissimi, in quanto si preferisce dare spazio al resoconto dell’analisi o comunque andare meno a fondo per poter affrontare più tematiche. Inoltre, in ambito accademico c’è anche una disputa tra diverse scuole di pensiero su come approcciare un’opera, tanto che la storia della critica letteraria vede più “schieramenti” contrapposti. A mio avviso, tuttavia, è fondamentale tornare a leggere il testo direttamente. Innanzitutto è necessario avere una buona base di conoscenza delle figure retoriche, anche se potrebbe sembrare superfluo. Per me, al contrario, è stato fondamentale: ad esempio, andando a leggere la lirica Meriggio, sulla scorta della retorica mi sono accorta che Pirandello aveva operato un fittissimo ribaltamento degli stilemi poetici di d’Annunzio (e in particolare della sua lirica omonima di qualche anno prima), ribaltamento tutt’altro che evidente a una prima lettura dei versi. Per ambientazione, lessico e metrica i due componimenti sembrano non accostabili, eppure grazie all’analisi retorica è risultato evidente che Pirandello voleva imitare il Vate, ma per opposizione, andando a scardinare punto per punto il suo modo di fare poesia. Spesso la retorica ci mostra quello che i poeti non vogliono dirci apertamente.

Georg Simmel (1858 - 1918)
LB: Restano saldi in questa recente pubblicazione molti rimandi filosofici, che emergono anche affrontando il Pirandello poeta... 
R: Pirandello è nato nel 1967, quindi gli anni della sua gioventù e del suo sviluppo intellettuale li ha vissuti in un periodo in cui imperversava la cosiddetta filosofia negativa (si pensi soprattutto a Schopenhauer e Nietzsche, ma anche a Simmel e Bergson). A cavallo tra i due secoli sono in particolare tre i lasciti filosofici che l’Agrigentino eredita e rielabora: la concezione vitalistica del mondo, secondo cui la realtà sarebbe un flusso in perpetuo movimento, in eterno divenire, per cui il reale è ontologicamente disarmonico e contraddittorio; l’incapacità – derivante direttamente dal primo assunto – per l’uomo di comprendere davvero ciò che lo circonda, infliiggendogli continuamente un forte senso di smarrimento; la presa di coscienza che anche l’uomo stesso altro non era se non un insieme di varie personalità, continuamente in evoluzione, tanto che il concetto di identità, di io, appariva a Pirandello ridicolo (e in tal senso grande importanza ebbero le scoperte di Freud e di Binet, che portarono nello scrittore siciliano all’utilizzo della metafora della maschera). Da qui la caduta di ogni ideale e di ogni convinzione precostituita, così come la necessità di elaborare un’arte, quella umoristica, che mettesse in risalto le contraddizioni e del mondo al di fuori di noi e di quanto avviene dentro di noi. Ridendone di gusto.

LB: Non v'è dubbio sulla modernità del Pirandello drammaturgo. In che misura la sua scrittura poetica illumina (o è illuminata da) la sua scrittura di teatro o prosa?
R: Per comprendere in toto l’arte pirandelliana, bisogna considerare le date in cui le varie opere del Maestro (così lo chiamavano i suoi collaboratori) furono composte. Pirandello fu poeta costante nella prima fase della sua carriera (anzi, iniziò come poeta e solo dopo l’incontro con Luigi Capuana si diede alla scrittura in prosa). Eppure dal 1912 in poi l’Agrigentino non pubblicò più sillogi in versi, dedicandosi interamente alla scrittura di teatro, romanzi e novelle, lasciando alla lirica un ruolo marginale da un punto di vista editoriale (ma non da quello sentimentale, tanto che in realtà Pirandello non smise mai del tutto di comporre versi). La poesia, quindi, anticipa cronologicamente la grande produzione drammaturgica e novellistica soprattutto, precorrendo le tematiche fondamentali del Pirandello maturo (la caduta di tutti gli ideali, l’impossibilità di credere in qualsivoglia divinità o principio precostituito, una sorta di pessimismo di matrice leopardiana, la presenza dell’ipocrisia nella società borghese, la necessità per l’uomo di vestire una maschera per destreggiarsi nel mondo), ma mostra uno stile inedito rispetto all’umorista che diventerà e contiene in germe dei temi poi poco sviluppati, come la passione storica, l’amore smodato per la natura incontaminata, il bisogno d’amore.

LB: Vorrei chiudere con un passaggio dal libro.
Ma perché l’uomo, in un’epoca in cui si era accertata l’illusorietà del concetto classico di identità, non riusciva a rinunciare all’opprimente bisogno di velare il proprio indefinito volto con una deformante maschera? Pirandello fornisce una spiegazione di matrice esistenziale e sociologica: l’uomo comune non potrebbe mai sostenere la vertigine dell’assenza di una determinazione individuale, non potrebbe mai portare avanti la propria vita fronteggiando titanicamente la carenza di un senso ultimo dell’esistenza, non potrebbe mai accettare il distanziamento da quella società – che la rinuncia alla fossilizzazione in un’identità precisa comporterebbe – nella cui integrazione scopre la propria ragione d’essere. Ed esattamente come accade per i ragni, le lumache e i molluschi, condicio sine qua non per l’essere umano è possedere “un piccolo mondo […] per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, una abitudine, un’occupazione – ecco il piccolo mondo […]. Senza questo è impossibile la vita”. L’umorista, allora, non può pascersi beatamente nel riso che una tale buffonesca condizione gli fa nascere spontaneamente sulle labbra, ma viene colto, immediatamente dopo, da un acuminato sentimento di compatimento per la miserrima vanità delle cose umane, alle quali comunque gli è impossibile aderire. Ogni uomo, del resto, soggiace non solo alla maschera identitaria che volontariamente si pone sul volto, bensì anche alle infinite categorizzazioni in cui a forza viene immesso dagli individui con cui entra in contatto. L’insieme delle classificazioni a cui ciascun individuo viene fatto corrispondere rappresenta la totalità di altrettante trappole, dalle quali qualunque esperimento d’evasione risulterebbe vacuo. L’autore, inoltre, individua una terza tipologia di maschera, per così dire “naturale” – oltre a quella sociale e a quella che ogni uomo si autoimpone –, che trova perspicuo riscontro nei versi della lirica su cui si sta ragionando: il reclusorio del corpo. (pp. 150-151)

lunedì 5 dicembre 2016

"Del sesso" di Jean-Luc Nancy

"Cosa facciamo quando facciamo l'amore? (domanda sussidiaria: in quante lingue si dice, più o meno letteralmente, fare l'amore?) Noi non facciamo niente nel senso di produrre qualcosa (se si fa un figlio, che lo si consideri o meno una produzione, non si tratta dell'amore in quanto tale, che potrebbe benissimo essere del tutto assente)." Del sesso, ennesimo librino di una serie dedicata dall'editore Cronopio a Jean-Luc Nancy (pp. 101, euro 10, traduzione di Antonella Moscati, Ida Porfido, Gianluca Valle, a cura e con postfazione di Francesca R. Recchia Luciani), raccoglie tre saggi riconducibili al tema così nitidamente espresso dal titolo. Sulla scia di un interesse filosofico in larga parte francese per questo argomento (si pensi anche alla perseveranza di una linea che da Sade arriva a Bataille, tralasciando il più scontato Foucault), anche Nancy arriva a occuparsi, per ora in forma estemporanea e puntiforme, di un tema che nei nostri discorsi di tutti i giorni è chiamato in causa sovente, talora perché "poco dibattuto e quindi sottovalutato" talora perché "sopravvalutato". Ho come l'impressione che entrambe le posizioni, estreme e per questo significative, coincidano con altrettante pose intellettuali o addirittura ideologiche, che non di rado sono riuscito a isolare persino nel mio ristretto giro di amicizie. Ben venga dunque un ritorno abbastanza schietto sul tema, in vista di un lavoro più ampio e organico che il nostro filosofo addottoratosi su Kant con Ricoeur sembra annunciare nella "Avvertenza" iniziale del volume. Proprio in questo suo breve scritto accompagnatorio, Nancy utilmente ricorda che il sesso designa
una linea di forza o di fuga che attraversa tutta l'esistenza, attraversando tutti i sessi, al plurale, e le sessualità. Quella linea che permette, come diceva Merleau-Ponty, che "la storia sessuale di un uomo fornisca la chiave della sua vita" - anche se questa chiave apre ad abissi o a spazi intersiderali.
Il primo scritto intitolato "Sexistence" contiene un passaggio chiave: se è vero che la potenza trasformativa del sesso è straordinaria e la sessualità è ambito rivoluzionario par excellence, possiamo far reagire questa considerazione col pensiero che fare l'amore "vuol dire disfare il mio essere, il mio possesso, la mia opera, è fare una non-opera assoluta". La nota finale di Francesca R. Recchia Luciani ricorda il succitato Kant in questo passaggio:
Nella «metafisica dell’amore sessuale» (intesa non come trascendimento ma come intensificazione della fisica da cui proviene) che Nancy presenta in questa trilogia di testi non c’è traccia dello stigma schopenhaueriano che condanna l’eros all’eterna dannazione della monotona riproducibilità seriale di esemplari della specie umana, perché non il fatto biologico della generazione col suo côté produttivistico-poietico («Fare l’amore fa altro rispetto al fare un figlio, anche quando lo fa») è qui l’interrogante quanto piuttosto la constatazione che «il sesso è un abisso e una violenza: tramite la seconda, che subiamo, cadiamo nel primo, dove non capiamo nulla». Semmai qui riecheggia l’esclamazione stupita e dischiudente di Kant che, scorgendo quell’«abisso» e quella «violenza», si ritrae dinanzi alle spiegazioni possibili ma tutte ugualmente inadeguate, alle quali Nancy contrappone la necessità, né esplicativa né analitica, ma coerentemente filosofica di «pensare il sesso con il valore di un esistenziale – di una disposizione inerente all’esercizio stesso dell’esistere». Se, come Nancy scrive in Corpus «l’amore è il tocco dell’aperto», fare l’amore è un posizionarsi inconsapevole, un collocarsi instabilmente «sul bordo di un ‘fare’ che fondamentalmente non fa che toccare il duplice al di là dell’animale e del divino, due nomi che non dicono altro se non che l’esistenza è la sua stessa deiscenza, una sexistence».
Il secondo contributo intitolato "C'è rapporto sessuale - e poi" è da leggersi in continuità con l'assioma lacaniano "non c'è rapporto sessuale", emerso quando Lacan leggeva la parola "rapporto" in modo duplice (in inglese relation e report). Il breve intervento, già uscito in "Littérature" 2006/2, si pone il problema di indagare cosa c'è dopo il rapporto sessuale e cosa rimane, anche oltre la tristezza, l'abbattimento e la sazietà della fine del rapporto. Rimane appunto il rapporto, che non è "né essere né divenire", ma qualcosa che indica ciò "che va da "uno-niente" a, oppure verso, un altro "uno-niente"". In un passaggio Nancy ricorda che il rapporto sessuale "indica che noi siamo senza origine e che non siamo in alcun modo origine di noi stessi. Il rapporto travolge arci-originariamente ogni autocostituzione, ogni autogenerazione." Il contributo si conclude con un'appendice intitolata "Esclamazioni", sul significato e uso pornografico della parola nei rapporti sessuali.

In "Corpo nudo", che chiude il trittico, Nancy si concentra più sulla intimità e quindi sulla nudità, la quale non è mai definitiva ed è descritta come "espressione dell'eterogeneo". Necessario è afferrare cosa intenda Nancy per "eterogeneo", perché ci torneremo anche in chiusura, tra pochissimo:

Quest'ultimo non indica un altro ordine o un elemento parallelo all'omogeneo. Di fatto, rappresenta la differenza interna all'omogeneo e con la quale l'omogeneo - in quanto spazio di trasmissione, della comunicazione, dello scambio e della condivisione - può dar luogo a dei veri fenomeni di "trasmissione" o di "condivisione", a dei veri rapporti. È necessaria l'eterogeneità dei soggetti, cioè dei desideri: desiderio d'essere o di "perseverare nell'essere" per dirla con Spinoza, o anche desiderio dell'altro, dell'altro essere o dell'altro dall'essere.
Ricordando l'interior intimo meo di Agostino, Nancy rammenta che "l'intimità del corpo nudo è più intima dell'intimo" e affonda il suo discorso sulla nudità e intimità, che fu pronunciato al festival di Modena nel 2011, in una direzione che s'allontana dalla considerazione del corpo nudo come "ultimo grado" di un processo di spoliazione, e lo inquadra invece come "esposizione di ciò che non si lascia cogliere né identificare come verità, o almeno non come una verità di adeguazione o di significazione". Quando due persone si spogliano, ricorda Nancy, si mettono nella condizione di non comunicare più, si spogliano dei segni e i loro corpi non sono più né segni né portatori di segni. Tra gli esseri si verifica "una sospensione dello scambio, una sincope del simbolico e l'effrazione dell'eterogeneo all'interno dell'omogeneo", la quale si manifesta quando il corpo nudo, a causa della sua nudità, diviene un corpo visto.

sabato 3 dicembre 2016

"A parte il lato umano" di Antonio Turolo (con una proposta per tornare a parlare di Naturalismo in poesia)

Il premio Ciampi di quest'anno è andato al poeta Antonio Turolo e ne deriva il libro fresco di stampa A parte il lato umano (Valigie rosse, euro 13). Il nuovo volume segue di nove anni la prima vera uscita su libro di Turolo, Corruptio optimi pessima (pubblicato per Nuova dimensione), la quale a sua volta seguiva di altri nove anni la comparsa della silloge Le parole contate in "Poesia contemporanea. Sesto quaderno italiano" del 1998. Al di là delle numerologie e ricorrenze, resta in evidenza la parsimonia e la temperanza di questo poeta trevigiano, dipinto come "appartato" anche nella nota accompagnatoria a questa nuova pubblicazione da Paolo Maccari. Certo che se il metro è il presenzialismo social di molti poeti attuali e il vivacchiare contento in quella sorta di GAE (Graduatorie A Esaurimento) che i poeti più anziani e posizionati aprono e chiudono a loro piacimento sui più "giovani" (gioventù: concetto e, ahinoi, brand a maglie assai larghe e poco serie), diventa doveroso spendere un aggettivo come "appartato" per Turolo, un aggettivo adoperato tra l'altro da una rubrica del popolare litblog "Nazione Indiana". Tornando alle suddette GAE, non è un mistero che a tutt'oggi sia simile alla cooptazione il meccanismo principe del funzionamento della repubblica italiana delle lettere. In realtà parsimonia, temperanza e intermittenza di scrittura sono, oltre che presenze costanti e normali della scrittura di Turolo, dati di realtà più riconducibili a un desiderato rimodellamento di un corpus ridotto di testi, alla luce di una "amministrazione" della propria poesia che ricorda un perimetro kavafisiano e un'agorafobia a tratti acuta (Kavafis, Corazzini e Giudici sono alcuni dei nomi spesi da Maccari nella sua nota). Ne segue - o forse tutto ciò anticipa - il palesarsi di una poesia che saccheggiava - e ora saccheggia meno - un immaginario famigliare, inteso come "immaginario della famiglia" e dei luoghi a questa circostanti. Il fruitore dei vecchi versi di Turolo non incontrava certo quella famiglia comunemente intesa dalla cosiddetta società dei consumi o quella precipitata, suo malgrado, in una certa poesia contemporanea che indugia, già da parecchi anni, sul pericoloso nonché noioso - per come è spesso giocato - binomio genitorialità-filialità (sta diventando un po' bigotta certa giovane poesia contemporanea, eh, sia detto tra parentesi). Chi ha letto le precedenti opere di Turolo capisce bene di quale immaginario famigliare sto parlando e chi non l'ha ancora fatto può rimediare con il libro pubblicato da Nuova dimensione e con certi componimenti di questo librino nuovo di Valigie Rosse che ha il pregio di contenere, in sostanza, quasi tutti inediti (si può acquistare qui). Ma se l'immaginario di un tempo era "famigliare" e anche "provinciale", in un senso consapevole, angusto e perimetrale del termine, lontanissimo dall'accezione comune dell'aggettivo "provinciale", ora con il nuovo libro, sia nelle poesie che nelle prose, Turolo scavalca un muretto di sofferenza nuovo e giunge in un campo più aperto e ancora più deserto, dove suggestioni cinematografiche plurime possono alternarsi a una contaminazione tra la vicenda del pugile Emile Griffith e del suo tragico combattimento contro Benny Paret del 1962 e i ricordi infantili di un ex-pugile che gestiva un bar in città (accade in "Bar delle Antille").

Il volume si divide essenzialmente in due parti, una dedicata esclusivamente alla poesia in versi e l'altra alle prose o prosimetri intervallate da poesie. Tra i componimenti troverete le opere di Riccardo Bargellini, che a mio avviso sanno ben accompagnare la poesia di Turolo, tanto quella di questo nuovo libro come anche quella passata. Affrontare la poesia di Turolo offre un banco per mettere alla prova l'annoso e mai risolto problema-piaga dell'autobiografia. Voglio dire che se da un lato si ha l'impressione di leggere qualcosa che rimanda continuamente alla biografia, allo stesso tempo Turolo ha sempre efficacemente messo in guardia dalla perniciosità di letture biografiche, sin da un memorabile passaggio che recita "Strano destino, quello dei poeti: / leggetene le opere, ragazzi, / non la vita". E come non dargli ragione. Tanti autori si sono spesi per questo imperativo giusto, eppure spesso ripiombiamo in un bigotto e morboso meccanismo che fa leva e rovista su pulsioni voyeuristiche che si rimpallano tra traccia biografica e traccia scrittoria. Questo non significa che il voyerismo non possa albergare nella scrittura come tema, nella fiction così come in poesia (o anche nel cinema), ma se una cosa è il voyerismo che abita l'opera un'altra cosa (e detestabile) è il voyerismo che talvolta si fa filtrare tra biografia dell'autore e sue opere, un'osmosi spesso avallata dal sistema editoriale e dalle sue magagne. Potremmo salvarci pensando che anche tutta la poesia è fiction, ma non basta, prova ne sia a un livello di percepito diffuso il successo crescente dei poeti che pare diano spazio a sentimenti "autentici", scene famigliari oneste, leali e edificanti. Non ci siamo, la poesia di Turolo mi è sempre parsa un buon antidoto e quel suo verso andrebbe ricordato più spesso e stampato nei proverbiali caratteri cubitali. Anche Italo Calvino si era a lungo battuto per spingerci verso un traguardo del genere, ma siamo ancora lontani. Il paradosso da svelare è che tutta la scrittura è autobiografia e, simultaneamente, non lo è affatto, non potrà mai esserlo. Ma sono cose note, oserei dire scontate. Sarebbe interessante applicare il metodo scientifico alla scrittura: ipotesi, esperimenti, fallibilità, ripetibilità.

Continuo sugli aggettivi in questa nota e per una volta vorrei cassare tutti quelli più usati per descrivere la poesia di Turolo fino a oggi: "secca", un abusato e sempre più incomprensibile "potente" (che significa?), "antimetaforica" o "priva di metafora", "piana", "essenziale". A me verrebbe da dire piuttosto poesia "confessionale", ma non è ancora il tempo per giocarsi la carta di questo aggettivo, primo perché non sono ancora convinto di saperlo argomentare fino in fondo e secondo perché non sono certo della percezione che tale aggettivo può incontrare. Inoltre, vi siete mai chiesti perché pare esista oggi una certa predilezione per una poesia che si vuole "autentica", nella quale la cerniera tra biografia e scrittura si fa stretta stretta e quello che leggiamo nel testo si palesa come vita del poeta che la riversa in qualche modo nel testo? (Gli esiti deteriori di questo filone sono quelli della "poesia onesta e leale" sbandierata senza cognizione di causa negli ultimi tempi.) E perché altri modi di fare poesia, più vicini alla fiction, e che pure non sono risultato di minor dolore, meditazione e rielaborazione da parte del poeta, passano in secondo piano? Vorrei provare a suggerire questo: la poesia di Turolo offre un interessante spunto per provare a reintrodurre nella mischia un concetto così vicino al Naturalismo. Se non fosse che tale movimento in Italia ha avuto esiti perlopiù meridionalistici soltanto, col Verismo, saremmo meno attardati nel dibattito attorno al mai sopito Naturalismo in letteratura e a una nuova poesia naturalista, se vogliamo contrapposta ad altri tentativi minoritari ma parimenti (se non a volte maggiormente) interessanti. Insomma, avverto la necessità di un discorso critico che torni a parlare di estetica e retorica in primis (l'enfasi degli slam poets sulla prosodia è solo una parte del lavoro, ora pare che la prosodia sia una loro scoperta). La bravura di Turolo è far apparire necessaria e invisibile la propria consapevolezza estetico-retorica e A parte il lato umano conferma questo dato di osservazione (si prendano a esempio certe concatenazioni consonantiche della brevissima poesia iniziale "Lutto").

Non voglio dilungarmi oltre o nella citazione di molti testi. Tra l'altro credo sarebbe un atto irrispettoso fare come certi blog che pubblicano molti componimenti di un nuovo libro di poesie, per giunta piccolo, e mi auguro di essere riuscito comunque a invitare alla lettura del nuovo libro (chi lo desidera può trovare qui alcuni inediti e qui la nota su Corruptio Optimi Pessima). Con questa pubblicazione notiamo uno spostamento nella scrittura di questo poeta che ci ha sempre detto, senza proclami altisonanti, di non apprezzare così tanto la propria vita, ma altresì ha detto e descritto dalla sua astronave con la quale ha attraversato lo spazio in un viaggio che è sì tra le persone ma che appare spersonalizzante (a parte il lato umano, appunto, QED - quod erat demonstrandum). Da un punto di vista di analisi mi è parso significativo questo passaggio di Paolo Maccari e con questo chiudo:

In ogni modo, mentre i versi sembrano redimere la scialba prosa giornalistica – di cui al contempo non si scordano – in un dettato piano, di intonazione endecasillabica meravigliosamente dissimulata (magari in scandite ipometrie: si vedano i frequenti novenari con accenti in quarta o sesta sede, a suggerire una brevità ancora memore della forma canonica), le prose che li seguono mimano una specie di contro-commento del protagonista, una mimesi della sua psicologia e un’altra versione del suo destino.
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Ricordo l'appuntamento con la presentazione del libro:

venerdì 16 dicembre 2016 alle ore 20:45 
Palazzo di Francia, Via Roggia, Treviso

giovedì 1 dicembre 2016

"Nemici" di Anton Čechov tradotto da Leone Ginzburg (sull'orecchio dei traduttori)

Nei mesi scorsi ha fatto abbastanza discutere la nuova traduzione einaudiana di Anna Karenina a cura di Claudia Zonghetti. Non conoscendo il russo (e nemmeno così bene il romanzo tolstojano, se è per questo) ho approfittato dello pseudodibattito che si è creato attorno a questo "evento" editoriale (perché evento è, dal momento che non si propone una nuova traduzione di Anna Karenina ogni due anni). Così ho letto i vari interventi e interviste, comprato il libro tradotto da Claudia Zonghetti e archiviato tra i buoni propositi quello di leggerlo per primo appena chiuderò questo blog. Alla prima occasione poi mi sono procurato questo Nemici di Anton Čechov pubblicato da Quodlibet nella collana di ebook "Note azzurre". Che cosa c'entra quel dibattito con questo libretto e i suoi apparati? Nei modi in cui provo a farmi un'idea di certi dibattiti sulle traduzioni, il passaggio per questa pubblicazione c'entrava, perché l'ebook di cui accanto vedete la copertina mi sembra valido per più motivi: i) il racconto di Cechov in sé, ovviamente; ii) la nota del traduttore Leone Ginzburg (che fra l'altro altro, come noto, fu traduttore della Karenina prima di compiere vent'anni, consegnando il proprio lavoro all'editore Slavia che lo pubblicò nel 1929), iii) il modo in cui è strutturata la nota iniziale di Giovanni Maccari e iv) il fatto che il tutto, in poche pagine, fosse venduto a 1,99 euro, quando un libro scarno del genere, se confezionato su carta in un determinato modo, può arrivare a costare anche 9 o 10 euro (il punto non è pagare a volte 10 euro per libri sottili, il punto per me era iniziare a analizzare la convenienza e l'opportunità di certi ebook). Mi interessava in particolar modo il discorso di Ginzburg concentrato sulla traduzione e sulla traduzione di Čechov segnatamente. 

Quali sono i passaggi fondamentali del testo di Ginzburg? Sono quelli dove analizza la situazione delle traduzioni dal russo del suo tempo prendendosela in particolar modo con un certo Kociemski, caso emblematico dell'ignoranza e della superficialità che ancora aleggia nel campo della slavistica. E poi sono quelli contenenti le osservazioni sulla lingua cechoviana. Di certo è impressionante notare ancora una volta la mole di lavori e progetti intrapresi o tratteggiati da questo intellettuale internato nella località abruzzese di Pizzoli già nel 1940 e morto dopo tortura dei tedeschi a 35 anni neanche compiuti nel carcere di Regina Coeli. Il campione della sua prosa che troviamo nella nota posta in coda a questa pubblicazione è un esempio fulgido di rigore e puntualità che fa sbiancare i contemporanei lettori (l'effetto con me è stato questo e penso potrebbe essere l'effetto anche con altri).

E il racconto di Čechov? Si tratta di uno dei grandi capolavori del corpus cechoviano, autore che assieme a altri ha perlustrato la forma racconto ricavandone esiti ancora oggi invidiabili e ineguagliati. Ho come l'impressione che il talento - se ha ancora senso parlare di qualcosa del genere per gli scrittori - sia più facilmente individuabile in uno scrittore di racconti. Qui siamo alle prese con un medico, Kirilov, che nel momento in cui perde il figlio di sei anni è trascinato da un trafelatissimo Abogin capitatogli in casa a uscire per recarsi in soccorso della moglie, che in realtà ha solo finto un malore per fuggire con l'amante. Tra i due nascerà un alterco. La traduzione di Ginzburg è quella finita nel volume Narratori russi che Tommaso Landolfi curò nel 1948 all'interno della collana "Pantheon" di Bompiani. Oppurtuno ricordare che Čechov non fu tra gli autori più frequentati da Ginzburg e ciò, ai nostri occhi e orecchi, aumenta la preziosità di questa sua versione e di questa proposta editoriale.

E la nota iniziale di Giovanni Maccari, infine? Il suo è uno scritto che si sviluppa in più direzioni, tra l'analisi stilistica, la traduttologia e, inevitabilmente, la storia della ricezione letteraria. Il titolo del racconto diventa la lente per ingrandire la tesi, ovvero che il nemico "è l'altro quando le circostanze rendono impossibile assimilarlo a sé". La sua nota è, forse indirettamente, un opportuno stimolo per lasciar fuori certe piaghe dei nostri dibattiti e meccanismi percettivi del testo letterario, come potrebbe essere quella dell'autobiografismo nella scrittura. Ci invita ad ammirare come Anton Čechov costruisca racconti, situazioni, dialoghi e personaggi per poter fare qualcosa di ben preciso: osservarli. Questo aspetto dell'osservazione cechoviana mi sembra uno dei suoi lasciti più determinanti e fecondi: si scrive anche per osservare degli effetti, per produrre un esperimento, sensate esperienze per dimostrare qualcosa. Il progetto di un'opera esiste e preesiste, ma lo scopo dell'osservazione può avversarsi strada facendo nella scrittura e, parimenti, nella lettura. Di qui ne consegue la rilevanza di qualsiasi discorso sulla traduzione: rendere questo atteggiamento di osservazione che uno scrittore costruisce - nel caso di questo racconto cechoviano osservazione concentrata sull'"egoismo degli infelici" - è uno dei plurimi compiti di un traduttore. Insomma, per impostare un dibattito sulla traduzione da una lingua poco praticata come il russo è meglio provare ad allenarsi su questa snella pubblicazione di Quodlibet anziché correre dietro alle reazioni suscitate dalla nuova versione di Anna Karenina di Claudia Zonghetti. Non è sempre vero il vecchio motto delle pubbliche relazioni che dice "l'importante è che se ne parli", no. Infine mi pare che sia Ginzburg su Čechov che Zonghetti su Tolstoj pongano giustamente un problema di "orecchio". Non è un fatto secondario parlare di orecchio quando si traduce e questo posso finalmente affermarlo anche senza conoscere il russo.

martedì 29 novembre 2016

A Padova ritorna "Il sabato dei villaggi", rassegna di poesia, critica e piccola editoria a cura di Giovanna Frene


Ricevo la comunicazione e segnalo questa serie di incontri:

 IL SABATO DEI VILLAGGI 
RASSEGNA DI POESIA, CRITICA E PICCOLA EDITORIA 
Seconda Edizione Ideazione e cura di GIOVANNA FRENE 
Dicembre 2016 -­ Aprile 2017 
LIBRERIA ZABARELLA, via Zabarella 80, PADOVA 
Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1839421446305877/

PRESENTAZIONE DELLA RASSEGNA 

Torna nel cuore di Padova la rassegna di poesia, critica e piccola editoria IL SABATO DEI VILLAGGI. Il successo di pubblico e l'entusiasmo degli invitati (poeti, critici ed editori) nella scorsa rassegna ci hanno incoraggiato a proporre gli incontri alla Libreria Zabarella. La formula ha la stessa finalità dello scorso anno: portare al pubblico, in maniera organica, l'ambito del poetico contemporaneo italiano, spesso del tutto dimenticato negli scaffali delle librerie-­‐supermarket, mediante l'incontro con giovani poeti o autori affermati, critici letterari ed editori piccoli e grandi, nell'ottica di promuovere la polifonia della ricerca poetica attuale in Italia, e far sì che concretamente esista una libreria che tenga i nuovi libri di poesia negli scaffali. Ci sono però delle novità: gli incontri saranno più articolati, vedendo la partecipazione di due o più soggetti alla volta, affinché il dialogo con il pubblico risulti più coinvolgente. Crediamo ancora che la poesia sia il centro, a volte occulto, della cultura, e che il difficile frangente epocale esiga da ognuno la resistenza di avere il coraggio di fare cultura alta e allo stesso tempo aderente alla vita, come lo è, o dovrebbe essere, la poesia. 

CALENDARIO 

Dicembre 2016

Sabato 10 dicembre, ore 17.30: Gian Mario Villalta (Collane Gialla e Oro di PordenoneLegge - Lietocolle), con Maria Grazia Calandrone, Luciano Cecchinel, Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter, Giulia Rusconi 

Gennaio 2017 

Sabato 14 gennaio, ore 18: Gian Paolo Arena e Marina Caneve (The walking mountain. CALAMITA/à PROJECT, sul Vajont)

Martedì 17 gennaio, ore18: Luca Rizzatello (Prufrock spa) e Daniele Poletti (progetto Dia.forìa)

Sabato 28 gennaio, ore 18: Davide Colussi e Stefano Brugnolo (La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci 2016) 

Febbraio 2017

Mercoledì 8 febbraio, ore 18: Renzo Casadei (CartaCanta) e Matteo Saccone (Peter Pan è morto, CartaCanta 2016)

Sabato 25 febbraio, ore 18: Italo Testa e Michele Zaffarano 

Marzo 2017

Sabato 4 marzo, ore 18: Alessandro Canzian (Samuele Editore) e Sandro Pecchiari 

Sabato 11 marzo, ore 18: Vincenzo Ostuni e Gherardo Bortolotti 

Sabato 25 marzo, ore 18: Giulio Perrone (Perrone Editore), Jacopo Alessandro Brusa e Marco Bini 

Aprile 2017

Sabato 15 aprile, ore 18: Danilo Mandolini (ArcipelagoItaca Editore) e Paolo Steffan (Luciano Cecchinel. Poesia, ecologia, resistenza, ArcipelagoItaca 2017)

Sabato 22 aprile, ore 18: Bruno Galluccio e Tommaso Di Dio

domenica 27 novembre 2016

Il nome giusto per la casa editrice di racconti è Racconti Edizioni. Intervista con Emanuele Giammarco

Librobreve intervista #71

All'inizio del 2016 a Roma è nata una casa editrice specializzata in racconti. Si chiama Racconti Edizioni. Ospito di seguito le risposte di Emanuele Giammarco, che ringrazio.


Lo scarafaggio capovolto, l'emblema
LB: Sul web vanno per la maggiore le liste, i decaloghi. Vi va di stilare un elenco con i titoli dei dieci racconti che improntano la vostra idea editoriale e la vostra idea di catalogo e del suo sviluppo? Quei dieci racconti che secondo voi hanno cambiato il corso degli eventi di quella che, in ambito internazionale, si definisce "short story"? (Teniamoci una bonus track n. 11 per il racconto che vorreste pubblicare e non avete ancora letto.)
R: Ci sembra un compito assai arduo con cui misurarsi, è un po’ come cercare di assemblare un album con la colonna sonora della propria vita. Questi sono solo alcuni di quelli che ci piacciono e che di recente, inesorabilmente, hanno fatto prendere quella piega surreale alle nostre vite che ci ha trasformato in editori, per quanto improbabili. I racconti sono in ordine perlopiù casuale. Difficilmente ci facciamo ingolosire per la pubblicazione da un libro non letto. Quindi occupiamo la bonus track con un genio.

1. Bartleby lo scrivano di Herman Melville.
2. Un medico di campagna di Franz Kafka.
3. Pastoralia di George Saunders.
4. Gli storpi entreranno per primi di Flannery O’Connor.
5. Qualsiasi cosa di Michele Mari.
6. Manuale per donne delle pulizie di Lucia Berlin.
7. Something Nice from London di Petina Gappah.
8. Ultimamente invece mi si rizza di Etgar Keret.
9. Il sogno di Cesare di Luigi Malerba.
10. La Torre Rossa di Thomas Ligotti.
Bonus track L’incendio di via Keplero di Carlo Emilio Gadda.

LB: Lo scrivete chiaramente anche nel vostro sito: in origine del vostro progetto ci sono anche le molte "chiacchiere" sul racconto (non vende, non è curato dall'editoria nostrana, non è ben recepito dai lettori che sembrano preferire romanzi dalle 800 pagine in su ecc.). Vi siete già dati delle risposte su questo scenario che si è creato negli anni o preferite darvi delle risposte lavorando e progettando, strada facendo? Di primo acchito quale sarebbe ed è la vostra obiezione a una frase come "tanto il racconto non funziona in Italia"?
R: «Può darsi, speriamo di no, in ogni caso chi se ne frega.» Non abbiamo nessuna certezza che possa funzionare editorialmente, però abbiamo la certezza che i lettori possano senza dubbio innamorarsi di un racconto allo stesso modo in cui lo fanno con un romanzo. Bisogna vedere se un numero sufficiente di lettori lo capisce, decide che le nostre scelte sono interessanti e decide pure di spendere dei soldi per noi in mezzo a tante splendide opzioni letterarie. Se così non è, il «chi se ne frega» di cui sopra potrebbe diventare ridicolo. Però sono comunque sicuro che non ce lo toglierebbe dalla testa nessuno che i racconti non hanno nulla da invidiare alle altre forme letterarie. Poi ci sono tantissime raccolte meravigliose in giro, non solo le nostre. Noi dobbiamo convincere a prescindere dalla nostra battaglia sul racconto. Siamo contenti anche se cominciano a vendere di più Ballard, Yates, Čechov, Buzzati, Berlin, Poissant ecc.

LB: Un po' di terminologia: "racconto" e "novella". Il secondo termine ha un peso rilevante nella nostra tradizione, da Boccaccio ad autori più vicini come Verga o Pirandello. Vi siete posti anche questo interrogativo di natura terminologica? Cosa è uscito dalla riflessione?
R: Ci siamo posti molti problemi su come definire il racconto, senza mai cavarne molto in realtà. In fondo la discriminante più immediata è anche la più giusta: si tratta di una «forma» breve. I francesi lo chiamano ancora nouvelle. Nonostante la gloriosa tradizione a cui giustamente richiami tu, noi italiani abbiamo spostato l’asse semantico, come credo gli spagnoli, su «racconto». I latini, in generale, mantengono però tutte e due le espressioni cercando ogni tanto di individuare una differenza che in fondo non c’è. Interessante invece notare come gli inglesi abbiano chiarissima la definizione di short story, e quindi di short story writer, usando invece l’espressione novellas per i racconti lunghi, da Piccola Biblioteca Adelphi per capirci. I cambiamenti linguistici sono un dato di fatto contro cui sarebbe donchisciottesco combattere. Quindi ci teniamo il termine «racconto» e abbracciamo la «novella» come racconto più lungo. In fondo il «raccontare», nella sua generalità, sembra alludere al nocciolo dell’azione di scrivere e narrare, riportando la forma letteraria breve al senso più originario della letteratura.

LB: Sul fronte traduzioni, come pensate di bilanciarvi tra eventuali riproposte di traduzioni del passato e nuove traduzioni?
R: Nel caso in cui un libro sia stato già tradotto, non perseguiamo un modello prestabilito. Ci limitiamo a rileggere l’originale per valutare la traduzione. Sin qui non ci è mai capitato di dover dire: «è necessario cambiare la traduzione». Con Chiara Vatteroni abbiamo rivisto e migliorato Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry, così come è capitato con Luigi Ballerini con Stamattina stasera troppo presto, in cui c’era anche una questione linguistica che ci stava a cuore: la traduzione fedele dei molti modi in cui Baldwin e i suoi personaggi chiamano i neri americani. I grandi traduttori sono ben lieti di rileggersi e migliorarsi, non è stato così difficile. Nel caso ci siano delle proposte di ritraduzione, del resto, siamo ben lieti di ascoltarle e magari di accoglierle. In quel caso è giusto dare credito a chi si spende per la pubblicazione di un libro. L’idea comunque è di spendere del tempo per rileggere a fondo il testo, anche nel remoto caso che non ci sia nulla di migliorabile. Ma c’è sempre qualcosa, è una questione di semplice cura editoriale.

LB: Quale ambito della filiera editoriale, a vostro avviso, necessita di maggiore portato di innovazione: la ricerca dei testi, la produzione, la distribuzione o la promozione?
R: Una domanda complessa a cui dobbiamo per forza di cose premettere, prima di rispondere, un moto di umiltà: siamo nuovi del settore e non è il caso di catechizzare troppo la filiera. Addetti molto più esperti di noi hanno strumenti più adatti per farlo. Fatta questa premessa credo che il dato più eclatante sia la diminuzione del numero dei lettori e dei lettori forti. Una vera piaga epocale, perché in controtendenza con la pur lenta ascesa dal dopoguerra in avanti. Oggi il mercato è gestito dai grandi gruppi editoriali, da Messaggerie e dalle catene. A loro pertanto è dato il compito di rispondere di questo dato sinistro. L’impressione è che la gestione monopolistica nei più decisivi passaggi della filiera alla lunga sia controproducente. Prendersela con chi detiene i monopoli però non ha molto senso, fanno il loro gioco com’è ovvio che sia. Bisognerebbe imprimere una direzione a livello politico, attraverso leggi che valorizzino la bibliodiversità e il lavoro di chi sostiene la curiosità innanzitutto, a prescindere dall’interesse immediato. È una questione di prospettiva: un libro così così oggi può vendere anche di più di un bel libro; un libro bello invece, che oggi forse vende di meno, domani è sicuro che venderà di più e che farà da sprone all’acquisto di altri libri.

LB: Per la casa editrice avete scelto un nome che ha il vantaggio di posizionarvi immediatamente nel panorama ma che forse non vi consentirà di aumentare agilmente la lunghezza qualora – poniamo tra cinque anni – vi venga voglia di pubblicare romanzi. Ci avete pensato a quest'eventualità e non vi disturba affatto?
R: Quando ci arrenderemo a pubblicare romanzi vorrà dire che il progetto editoriale avrà perso. Speriamo con tutto il cuore di non pubblicare romanzi. Non perché non ci piacciano, ma perché abbiamo a cuore il nostro progetto editoriale e la fiducia richiesta ai lettori che questo stesso progetto comporta. Ci chiamiamo Racconti e continueremo a pubblicare racconti. Sulle novellas al massimo – una forma che ci piace assai – siamo apertissimi.

Eudora Welty (1909 - 2001)
LB: Potete dare qualche anticipazione sulle future pubblicazioni? Grazie.
R: Alcune di queste sono già note perché ne abbiamo parlato in altre sedi. C’è stato un piccolo ritardo ma pubblicheremo sicuramente Eudora Welty con Una coltre di verde. Una raccolta che era uscita anni fa per Editori Riuniti ma in una versione alquanto sfigurata. Di fatto sarà un vero e proprio inedito, con racconti mai visti e letti in Italia, tra i quali l’importantissimo Why I Live at the P.O. Le traduzioni sono magnifiche: Vincenzo Mantovani e Isabella Zani, due pesi massimi assoluti con cui siamo onorati di aver potuto lavorare. Nella prossima primavera sarà anche il turno di Mia Alvar, tradotta dalla mitica Gioia Guerzoni. Un libro di un’intensità incredibile, In The Country, che ha fatto innamorare già molti (biecamente basterebbe vedere i premi che ha vinto la raccolta). Si apre una stagione al femminile che proseguirà con nomi pazzeschi. Non voglio anticipare proprio tutto. Stiamo lavorando a ritmi serrati per definire il prossimo anno, che dovrebbe vedere il nostro primo libro di narrativa italiana, a cui teniamo particolarmente.