domenica 28 gennaio 2018

"Il vestito dei libri". Il breve libro di Jhumpa Lahiri sulle copertine

La seguente recensione di Eloisa Morra è apparsa, in forma lievemente accorciata, su «alias - il manifesto».


Rievocando i suoi esordi di lettore, Javier Marías non ha potuto fare a meno di ricordare quanto il bizzarro paesaggio della biblioteca di famiglia abbia contribuito a dar forma al suo destino. Steso sui suoi oggetti d’amore era un immenso tappeto formato da dipinti e disegni adibiti a sportelli-finestre: anziché limitarsi a prendere un libro dallo scaffale, in casa Marías si doveva per prima cosa spostare una tessera del mosaico d’immagini sovrapposto alla libreria dai suoi genitori. «Ogni volta» continua lo scrittore spagnolo «che vedo un dipinto a una mostra o in un museo, devo reprimere il riflesso condizionato che mi porta ad ‘aprirlo’ per tirar fuori un volume di Kierkegaard o Aristotele, come se le immagini non fossero che casseforti dietro le quali scoprire i più grandi tesori bibliografici». Sogno segreto degli amanti dell’ecfrasi alla rovescia (così Calasso in L’impronta dell’editore), la biblioteca-Wunderkammer di Marías riporta alla mente il rapporto decisivo tra l’oggetto libro e l’immagine che ce ne svela la soglia. Scegliere una copertina, spiegava Calasso, richiede un’abilità negromantica: come scovare un’immagine che trasmetta l’eco ottica dell’atmosfera d’un romanzo o d’una raccolta di racconti, aprendo uno spiraglio che incuriosisca il lettore? È più opportuno dare un’interpretazione letterale, o è lecito discostarsi dal testo di partenza? Quali le conseguenze di una decisione sbagliata?


Jhumpa Lahiri è tornata su questi temi in Il vestito dei libri (Guanda 2017, pp. 78), sinuoso saggio da aggiungere a un ideale scaffale sui rapporti inter artes, tra Il capolavoro sconosciuto e Il rosa Tiepolo. La gestazione del libro è già di per sé interessante. Pensato in italiano per il Festival degli Scrittori Gregor Von Rezzori nel 2015, è stato tradotto in inglese e poi pubblicato da Knopf e da Penguin Random House col titolo The clothing of books dopo un’attenta revisione d’autore; da questa versione Lahiri è partita per autotradursi nuovamente in italiano. A questo salto linguistico-editoriale corrispondono - sommo potere dell’ecfrasi - tre traduzioni visive del testo. Il libello bilingue del festival è una pubblicazione volutamente in minore: caratteri neri e rossi si stagliano su un neutro sfondo beige, velato solo dal logo della manifestazione. Da un cortocircuito dell’inglese, per cui sovraccoperta è “jacket”, prende invece le mosse la copertina italiana; il titolo è avvolto in due lembi d’una giacca blu, trasposizione sans serif dei dipinti di Domenico Gnoli. L’edizione Penguin rende più astratto il gioco verbo-visivo dell’italiana: le uniche forme presenti sono il nome dell’autrice e il titolo, presentati in un carattere che evoca le cuciture dei vestiti (e l’infinito taglia-e-cuci di ogni scrittura).

A legare i tre elementi - testo, lingua, copertine - è il concetto di traduzione, fondamentale in questo e in altri libri di Lahiri. Indagare il rapporto con gli equivalenti visuali della sua opera in diversi paesi significa innanzitutto interrogarsi sulla propria identità: «Come sono vista, percepita, letta? Scrivo per evitare la domanda, ma anche per cercare la risposta». Associare l’idea della copertina a quella della divisa sarà allora inevitabile. Lahiri si trova a rievocare l’invidia provata da piccola per quelle dei suoi cugini di Calcutta, in grado di garantire un’identità forte e un anonimato impossibile da raggiungere per lei, di famiglia indiana ma cresciuta in America. La scelta dei vestiti non è che una spia del suo incessante oscillare tra due lingue e culture in cui mai è riuscita a riconoscersi del tutto — unico rifugio, la parola scritta. Tra le sue copertine, non è un caso che all’autrice piaccia molto quella dell’edizione americana di In altre parole, sua prima prova narrativa in italiano: la vediamo perfettamente a suo agio in uno dei luoghi del cuore, il Centro Studi Americani di Roma, circondata da una calda coltre di libri.


Come il precedente, anche Il vestito dei libri è legato a doppio filo con le nuove prospettive aperte dal soggiorno italiano: l’idea di scrivere su questo tema è nata, oltre che dalla lettura d’un saggio di Lalla Romano sulla grafica Einaudi, dal fatto stesso di avere pochi volumi in casa (sistemati sugli scaffali con le copertine in vista, come i quadri-sportello di Marías). Nell’analizzare il rapporto con la prima immagine che lo scrittore dà agli altri di sé, Lahiri traccia un autoritratto che contiene quel che è stata e non è più. Ne emerge una forte nostalgia per il libro nudo, letto nel silenzio d’una biblioteca e non oscurato dal pulviscolo dei blurbs e da altri elementi della grammatica pubblicitaria. «La copertina è superficiale, trascurabile, irrilevante rispetto al libro. La copertina è una componente vitale del libro. Bisogna accettare il fatto che entrambe queste frasi sono vere», conclude Lahiri, svelando una diffidenza difensiva derivante dallo scarso controllo che in ambito anglosassone l’autore esercita sull’aspetto dei propri libri. Eppure non si può dire che non sia stata fortunata, almeno in Italia (le sue edizioni sono state ‘vestite’ dai bravi grafici Guanda). Forse però la voce arieggiata di queste pagine avrebbe meritato le visioni d’un pittore: sembra già sentirla risuonare nei riflessi d’un Morandi, nelle marine con conchiglie di De Pisis. 


Eloisa Morra

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