venerdì 23 ottobre 2015

Poesie inedite di Franco Baldasso



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 


Tre poesie inedite e un'autotraduzione di Franco Baldasso (Treviso, 1978)

*  

Ti brillava la pioggia
tra le guance. E ben poco
riuscivo ad opporre
se con me non volevi guardare
su tra le nuvole, tra i limoni e i mandarini.
Ma se questo l’ho lasciato
a metà, al caffè dove vado
a lamentarmi, tutto fradicio,
dove tu venire non vuoi,
mi ricredo poi, quando torno
a casa, e con giusto le tue mani
con forbice e carta
hai messo insieme
un ombrello tanto grande
dove tutte le tempeste
sono cesto e frutta.


- -

Rain—was shining
in your cheeks.
And oh, I had nothing
to put forward, if you did not
want to stare up at the clouds
with me, among tangerines
and lemons. I left this unfinished,
At the coffee shop where, alone
And deeply soaked, I always go to complain
that you don’t want to come along.
But as I return home all the concerns
are gone, where with scissors and silk
and the savvy of your hands
you put together such a wide
umbrella, in which all the storms
are nest and fruit.


*

Épater la bourgeoisie


Partono via la sera le vecchie bolle di sapone,
e tra nuvole di cenere è tutto un soffiare su certe braci
che ancora sul caminetto bruciano. Ma non è bastata
una bugia bianca a spegnere queste fiamme
che s’involano senza mai fine e finiscono poi
— come Rina — per schernirsi senza approvarsi.
Proprio lei — la cara Rina — così educata
da grande-dame della Cacania, nata sopra petali
lasciati troppo a lungo al sole, sugli scalini decrepiti di Fiume.
E’ lei che mi ha insegnato la nevrosi, tra ajvar e cevapcici
E quali forchette a tavola e l’etichetta a Bologna.
E con quale mano chiudere i cassetti, e come strizzare
il dentifricio dal verso giusto, da sotto in su. E io
ci provo ancora, dopo anni, ad allenarmi, fare
palestra di queste buone e non innocenti abitudini.
A farmi i muscoli.
E tra le nubi della sera dimentico il resto.
 

*

Il rancore dei vecchi


Sono entrato anche stasera nella sala vuota
del cinema, insieme al velluto rosso
delle poltrone che aspettano la proiezione.
Erano rimasti Daniele e le vecchie tiraossi
ambasciatrici smagate dei circoli italiani,
a cercare quale nostalgia barattare la sera.
Cos’era poi quella luce arancione stasera
che il cinema sembra sempre ricordare meglio
di me, che ho la memoria corta,
e sento sempre tanto freddo nella sala vuota.
Quella luce, tra i rami la sera remota
che la vecchia sala del cinema serba ancora.

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