mercoledì 16 novembre 2016

Il manuale di Epitteto tradotto da Giacomo Leopardi (e qualche nota editoriale)

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #33
Covertures #13


Il Manuale di Epitteto, redatto in realtà dall'allievo Arriano di Nicomedia, ebbe a partire dal Cinquecento rinnovata fortuna fino ai giorni nostri e prova ne siano le diverse edizioni in commercio, qua rappresentate anche dalle loro copertine (manca l'edizione della collana Piccola Biblioteca Einaudi curata da Pierre Hadot e quella di Garzanti dei Grandi Libri). Quando il manuale, nell'autunno del 1825, incontrò l'intento traduttorio di Giacomo Leopardi durante il suo soggiorno bolognese, non era insomma opera dimenticata e il lettore colto poteva disporre di una manciata di traduzioni e pure della versione latina curata da Angelo Poliziano (sia detto per inciso che l'edizione Garzanti del Manuale propone sia il testo leopardiano che la versione latina del Poliziano). Leopardi, che con l'editore milanese Stella stava provando a progettare in quel tempo una serie di libri dal formato contenuto che proponessero le principali opere dei moralisti greci e altre iniziative editoriali che dovevano, almeno negli intenti, contribuire al suo mantenimento economico, lavorò sul testo greco per un paio settimane e consegnò il manoscritto della traduzione all'editore senza tenere copia per sé. Non vide mai pubblicata l'opera, che fu stampata soltanto dopo la sua morte nell'edizione delle opere curata dal Ranieri. Si tratta di una traduzione che tenne per sempre molto cara e che a più riprese provò a far pubblicare senza successo. Il periodo bolognese-milanese del poeta coincideva con l'inizio della stesura della sua opera capitale, le Operette morali, le quali videro la prima edizione non lontana dalla ventisettana de I promessi sposi e quindi varie edizioni successive.

Dopo il "Preambolo del volgarizzatore", laddove Leopardi riduce la dimensione eroica dei potenziali destinatari dell'opera, così attacca la traduzione del Manuale del filosofo stoico Epitteto:
Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro la opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti.
Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.
Si tratta di una distinzione fondamentale, su cui è ancorato tutto il resto del discorso dello stoico. Quel che interessa oggi, al di là di tutti i ragionamenti che leopardisti, critici illustri e divulgatori hanno già prodotto, è un grumo di riflessioni che si possono fare e che partono e arrivano a questo Manuale: si può affermare che Leopardi è autore di una prima versione in italiano moderno del "libricciuolo", lo traduce in appena un paio di settimane in un momento centrale della propria riflessione filosofica, non ne violenta la natura e non trasforma Epitteto in uno dei propri precursori rifacendosi, in qualche modo, alla massima che ogni autore "crea" i propri precursori; sarebbe troppo limitante traslare questa massima anche in terreno leopardiano, tanto imponente è infatti l'arcata di ponte che Leopardi getta tra due epoche. (In realtà, sulla chiave di lettura "attualizzante" del Manuale fornita dal recanatese il dibattito non è unanime,  mentre è quasi unanime l'apprezzamento della lingua scelta da Leopardi per la traduzione.) Inoltre, cosa non da poco, Giacomo Leopardi cala in Epitteto, in quattro operette morali di Isocrate e in altre traduzioni soltanto ipotizzate un progetto editoriale che mai vide la luce e che tuttavia sarebbe interessante provare a ripercorrere e ricostruire. Molte sono le ragioni per cui tutto naufragò e non ultima va considerata l'urticante scomodità politica del pensiero leopardiano. Tuttavia ci sono le premesse per poter parlare o tornare a parlare anche di un certo pensiero pratico-editoriale di Leopardi o, se non altro, di un suo rapporto con l'atto del pubblicare (verbo che oggi assume connotati sempre cangianti). Anche quando consegna al mondo la propria opera più sconvolgente camuffata dal diminutivo del titolo, le Operette morali, viene da chiedersi se Leopardi riponga nel meccanismo dialogico, così preponderante in questo libro, la possibilità di aggirare certi meccanismi censorei che difficilmente forse avrebbe superato.

Molto interessante è quindi lo studio di Leopardi anche alla luce dei suoi rapporti editoriali mentre era in vita, così come spesso è interessante compiere simile analisi con altri autori (si è già parlato in termini analoghi per Manganelli). Oggi non abbiamo bisogno di sforzarci per trovare la sua traduzione da Epitteto, che potete scaricare come PDF qui, oppure acquistare nei volumi rappresentati in foto (dall'alto: Salerno editrice, SE, Bur e a voi giudicare le copertine più riuscite e quella davvero fuori centro...). Ci si è chiesti se la sua versione deviasse in qualche modo l'interpretazione "giusta" di questo classico collocato in un'epoca di apparente fine della filosofia, eppure i precetti di Epitteto raccolti da Arriano e tradotti, fra molti altri, anche da Giacomo Leopardi stanno lì a raccontarci anche dell'incalcolabile destino dei libri e dei classici. Per ricordare un'altra celebre versione, il Manuale fu tradotto anche dal gesuita Matteo Ricci come libro di mediazione (più che di meditazione) nel proprio viaggio cinese e titolato Il libro dei 25 paragrafi. Sono tanti oggi i libri sulla saggezza, sui precetti, sulla sapienza, quasi un genere editoriale a sé in grado di attrarre lettori anagraficamente diversi. Eppure in questo "libricciuolo" contenente i precetti di Epitteto possiamo riscontrare un andirivieni del destino che ci parla da vicino dei classici, del loro essere tutt'altro che libri immutabili e dati una volta per tutte. Il lascito di Leopardi allora sta anche nell'intendere questa non immutabilità del classico che ha goduto di molta fortuna.
Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico, studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti è assegnata la persona di un zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.
Anche in un passo come questo sopra riportato - siamo nel secondo secolo dopo Cristo - si nota l'inversione di una concezione radicata: il teatro che passa da mimesi della vita a paradigma della conoscenza. Si tratta di uno dei tanti motivi di interesse per l'Enchiridion di questo ennesimo schiavo frigio a cui dobbiamo molto (un altro era Esopo). Oggi, se dovessi indicare una direzione su cui questo testo è più che mai attivo, indicherei la questione del narcisismo; anche quell'incipit sopra riportato spedisce diritto a una quantomai opportuna distinzione tra io e non-io e a una feconda delimitazione della prima persona, soprattutto in senso morale. In questo riesce il Manuale, pur non accennando ad alcuna divinità e in questo riesce anche il ridimensionamento eroico del Leopardi-editore:
Io per verità sono di opinione che la pratica filosofica che qui s'insegna, sia, se non sola tra le altre, almeno più delle altre profittevole nell'uso della vita umana, più accomodata all'uomo, e specialmente agli animi di natura o d'abito non eroici, né molto forti, ma temperati e forniti di mediocre fortezza, o vero eziandio deboli, e però agli uomini moderni ancora più che agli antichi. (dal "Preambolo del volgarizzatore")

domenica 13 novembre 2016

"Madreperla, domani 2". Il secondo ciclo di sonetti dedicati di Ophelia Borghesan

Sono Bernardo Pacini, Alessandra Cava, Erika Crosara e Gilda Policastro i dedicatari del secondo ciclo di sonetti di Ophelia Borghesan, che gentilmente mi invia anche questi nuovi componimenti concedendo la possibilità di scaricare l'ebook. Ricordo che il primo breve ebook con i sonetti inaugurali della serie è uscito in queste pagine qualche settimana fa. A questo link (o cliccando sulla copertina sotto) potete ora scaricare il secondo ebook. L'occasione è gradita per ricordare che Ophelia Borghesan è nata nel 1991 a Lille. Nel 2012 ha pubblicato il saggio “The Queendom – la scrittura di genere oltre il web 2.0: verso la F/e-mail era”. Ha un tatuaggio che in lingua cherokee significa "lust in translation". Nel 2015 ha pubblicato sul sito Poesia 2.0 l’e-book “Come il glicine, ti cerco”, su Poetarum Silva la raccolta di poesie “Jailhousy”, e su Critica Impura cinque poesie da “Mandalata”. Buona lettura.

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giovedì 10 novembre 2016

Basta romanzi, ci soffoco dentro. "All’uscita del labirinto" di Clarice Tartufari in una recensione da "Plausi e botte" di Giovanni Boine

Quote #13

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Sulla scia del contributo di Chiara Catapano su Giovanni Boine pubblicato qualche giorno fa, propongo come "quote" una recensione confluita in Plausi e botte, la rubrica che Boine tenne dal 1914 al 1916 su "La Riviera Ligure" (scritti raccolti in volume con Frantumi nel 1918, nel sito archive.org trovate il libro disponibile per il download in vari formati). Mi pare dia la temperatura del pensatore, della sua prosa e di un certo modo di recensire che è tuttora assai interessante. Boine usava la rubrica per parlare di poesia, di romanzi e anche di altre riviste (liquidava la rivista quindicinale "Quartiere Latino" scrivendo "La par Lacerba ridotta per educande"). Poco importa che oggi non si ricordi chi sia Clarice Tartufari e il suo "ottimo romanzo" All'uscita del labirinto, che per Boine diventa pretesto per allargarsi a dire qualcosa di rilevante sul romanzo stesso e sulle sue libere (davvero libere) impressioni di recensore. In calce, a completamento, ho pensato fosse interessante riproporre l'indice di tutti i suoi plausi e di tutte le sue botte.

L'edizione Vallecchi
(42) Clarice Tartufari, All’uscita del labirinto. Bari, ed. Humanitas, 1914.

di Giovanni Boine

Dico anch' io di questo romanzo quel che ne han detto fin qui concordemente gli altri: che é un ottimo romanzo. Racconta di una giovinetta viterbese, che su su, si fa donna attraverso due amori. La è una giovinetta ed una donna, viva ; di quelle che le sofferenze se le tengono in cuore orgogliosamente e non si piegano ; cresciuta su fra un padre chiuso dolente e duro ed una sorella bella, scaltra e facile. La sorella fa fortuna, sposa un impiegato postale, ma fa a Roma la gran vita. Lei, pure a Roma, finisce dattilografa a guadagnarsi da sé il pane, ad affrontare il mondo uscita che è dal labirinto della prima giovinezza, maturata com’è dalle parecchie esperienze e fatta l'anima ferma. 

Appunto codesta fermezza, codesta dirittura, codesta orgogliosa (simpatica) onestà, senti per tutto il libro. V’è in fondo ad ogni opera d'arte una intuizione germinale, uno stato-d'animo-base, i segni di una individualità così e così definitiva da cui tutto il resto rampolla. Qui lo stato d'animo è questo che descrivo. Senti nella stessa rappresentazione, nella pittura delle persone e degli avvenimenti, nello stile (non sempre) non so che sobrietà precisa, non so che sforzo di quadratura, di massiccia e netta sincerità, la quale sei tentato di dir maschia.

Ma non è maschia che per questa sola ragione, che è donnesca.

Non lo dico per offender nessuno. Le qualità di questo romanzo, — le buone qualità, — sono, trasportate in arte, quelle stesse per cui la tua moglie t'ordina così tanto bene la casa, e con tanto oculato scrupolo e tanta pazienza, e, sí, con tanto minuto ardimento e sacrificio di sé t'aggiusta il dissestato bilancio. Otto Weininger parla accanto all'altra che ho nominato mi pare al N. 21, di una donna madre, la quale a suo modo è capace, aggiungo io, è capacissima di logica e d'ordine. Ma l'ordine delle donne e la loro logica, son di specie matematica, mancano assolutamente di lirica. Tanto che se tu parli di un ordine lirico, o di una logica lirica fra le varie donne che discutono, portando brache, ora, di guerra al tuo caffè, susciterai le omeriche risate.

Però se le mie teorie paressero weiningerìane eccessivamente, lasciamole stare. Il fatto è questo: che la Tartufari ha scritto un ottimo romanzo. Ma che appunto perchè in quanto romanzo, io non ho quasi niente da obiettare a questo libro e cioè non sono costretto a correggerlo, a dir che è male scritto, che la tesi è bislacca, che i personaggi non vivono, e che di qui, e che di là, come ho dovuto fare finora o presso a poco; appunto perciò che i personaggi qui vivono, che tutto o quasi tutto qui è vivo e vero e sicuramente padroneggiato, mi sia dunque permesso di dir finalmente la mia opinione sugli ottimi romanzi vivi e veri e quadratamente rappresentati.

Ed è che non so come, ci soffoco dentro, ma proprio ci soffoco, ma proprio non ci colgo da un ultimo che pena e desiderio di scattare comunque pazzamente fuori, fuori d'ogni quadratura e d'ogni regolare verità. Che ciò non è arte, o è quell'arte di cui non so assolutamente più che farmi ; che è un congelare, un rifinire fotografico, (un ripetere la vita) uno sperperare narrativamente una emozione la quale, nuda, era un grido, od un lamento, era un bagliore od una interiore colorazione.

La Tartufari non ci ha colpe ; anzi. Ma basta signori scrittori, basta romanzi. Abbiamo già troppo fatto il pagliaccio e il troviero. Si deve per l'eternità lavorare a divertire il pubblico che paga ed a cantargli favole purché gli passin l'ore ? Spiaccicare l'anima nostra in grafici rettorici, infagottarla in fantocci, farla mimo e scimmia della vita, farla teatrante su di un finto palscoscenico perchè il mondo grosso applauda ?

Signori scrittori, la rettorica di Aristotile che è la vostra, non è la mia. Non basta ridere delle tre unità. Bisogna esser maschi davvero. Rigettare la schiavitù dell'apparente mondo e l'ordine della matematica materialità. Signori scrittori, siamo uomini ; lasciamo la letteratura e facciam della lirica. Esser uomini vuol dire scartar la blandizie, la colorata mollizie del sensibile mondo ; ridurci rudi al di dentro.

Io piangerò, io griderò o starò zitto. Starò con, dirò la mia anima nuda. Non scriverò romanzi.

* * * 

Indice degli autori e dei titoli di Plausi e botte di Giovanni Boine

Agar (Virginia Tango Piatti), Le reliquie d’un ignoto
Vincenzo Agostini, I canti della terra
Liana Ascoli Umilia, Favole Moderne
Riccardo Bacchelli, Poemi lirici
Pierangelo Baratono, Bob e il suo metodo
Carlo Emanuele Basile, La vittoria senz’ali
Giulio Bechi, I seminatori
Giulio Bechi, I racconti del bivacco
Ugo Bernasconi, Uomini ed altri animali
Ugo Bernasconi, Pascal, La Rochefoucauld (traduzioni)
Antonio Beltramelli, Solicchio
Giovanni Boine, Il peccato ed altre cose
Dionisio Buraggi, Zodiaco
Paolo Buzzi, L’elisse e la spirale
Paolo Buzzi, Bel canto
Dino Campana, Canti Orfici
Francesco Cangiullo, Piedigrotta
Moisè Cecconi, Il taccuino perduto
Carlo Dadone, Il talismano
Carlo Dadone, Come presi moglie
Carlo Dadone, La piccola Giovanna
Guido Da Verona, Il cavaliere dello Spirito Santo
Guido Da Verona, La donna che inventò l’amore
Adolfo De Bosis, Amori ac silentio
Alfredo De Gasperi, La protesta di un ritardatario
Edoardo De Fonseca, Il gaudente
Salvatore Di Giacomo, Novelle napoletane
Anton Francesco Doni, Scritti vari
Carlo Dossi, Opere
Eugenio Donadoni, Il sudario
Persio Falchi, Le novelle del demonio
Giuseppe Fanciulli, L’omino turchino
Angelo Luigi Fiorita, Sorrisi violetti
Lionello Fiumi, Polline
Luciano Folgore, Ponti sull’Oceano
Raffaello Franchi, Ruscellante
Ilaria Giusta, La casa senza lampada
Corrado Govoni, La neve
Corrado Govoni, L’inaugurazione della primavera
Amalia Guglielminetti, I volti dell’amore
Amalia Guglielminetti, L’insonne
Haydée, Faustina Bon
Piero Jahier, Resultanze in merito alla vita ed al carattere di Gino Bianchi
Carlo Linati, I doni della terra
Giuseppe Margani, Il corvo di E. Poe
Ofelia Mazzoni, Il palcoscenico
Francesco Meriano, Equatore notturno
Marino Moretti, I pesci fuor d’acqua
Marino Moretti, Giardino di frutti
Moscardelli, Abbeveratoio
Moscardelli, Tatuaggi
Giuseppe Mulas, Poesie nuove
Neera, Rogo d’amore
Ada Negri, Esilio
Arturo Onofri, Liriche
Arrigo Palatini, Testamento
Alfredo Panzini, Santippe
Alfredo Panzini, Il romanzo della guerra nell’anno 1914
Alfredo Panzini, Donne madonne e bimbi
Giovanni Papini, Buffonate
Giovanni Papini, 100 pagine di poesia
Enrico Pea, Lo spaventacchio
Filippo De Pisis, Canti della Croara
Rina Maria Pierazzi, L’inutile attesa
Mario Puccini, Foville
Carola Prosperi, La nemica dei sogni
Romolo Quaglino, Le indiscrezioni di Trilbly
QUARTIERE LATINO
Giuseppe Ràvegnani, Io e il mio cuore
Clemente Rébora, Frammenti lirici
RELAZIONE DEL CONCORSO
Alda Rizzi, L’occulto dramma
Emilio Roncati, Le voci nel deserto
Rosso di S. Secondo, Elegie a Maryke
Michele Saponaro, La vigilia
Nino Savarese, L’altipiano
Camillo Sbarbaro, Pianissimo
Renato Serra, Le lettere
Ardengo Soffici, Arlecchino
Ardengo Soffici, Giornale di bordo
LA NOSTRA SCUOLA
Clarice Tartufari, All’uscita del labirinto
Térésah, Il salotto verde
Leone Dario De Tuoni, Dall’esilio
Giacomo Ungarelli, Inni alle navi
Vamba, Storia di un naso
LA VOCE

lunedì 7 novembre 2016

"Io sono quella che tu fuggi. Leopardi e la Natura" di Gaspare Polizzi


Leggo e segnalo con un certo ritardo questo importante contributo di Gaspare Polizzi allo studio del naturalismo leopardiano, uscito lo scorso anno per le Edizioni di Storia e Letteratura. Io sono quella che tu fuggi. Leopardi e la Natura (pp. viii-136, euro 17), attraverso paragrafi sintetici e una struttura ben scandita, si propone di perlustrare con continui rimandi e ritorni ai volumi e riviste disponibili nella biblioteca di casa Leopardi e alla miniera zibaldonica (con le sue sempre parlanti date) il rapporto di Leopardi con le scienze, a partire dal legame con la prediletta astronomia, sancito da quella Storia dell’Astronomia che scrisse quindicenne nel 1813. Diciamo subito che uno dei meriti principali di questo volume sta nella forma in cui è concepito e architettato: ogni capitolo apre una porta verso una scienza e si mostra come primo gradino per approfondire il filosofo naturale dei Canti e delle Operette morali. È risaputo che Leopardi era allineato con i principali dibattiti scientifici dell’epoca, ma meno scontato e facile è mostrare con uno studio agile e puntuale come astronomia, cosmologia, matematica, chimica, biologia, storia naturale, fisica, tecnologia, storia della scienza o antropologia si siano innestate nella sua riflessione, quando questo innesto sia avvenuto e con quale intensità e portata. Prendendo ad esempio il caso di Galileo, scopriremo che diversa è l’accoglienza che Leopardi gli riserva a seconda dei momenti e delle sedi, per arrivare alla collocazione di primo piano che gli offre all’interno della sua Crestomazia della prosa italiana del 1827.

I temi leopardiani, quelli grandi e spesso fraintesi se non - peggio ancora - semplificati, quelli che rimandano a parole insidiose come ‘felicità’ (ma soprattutto 'infelicità'), ‘piacere’, ‘vaghezza’, ‘infinito’ (da intendersi più in senso morale e antropologico) o ‘noia’ sono qui intersecati e fatti reagire con lo sviluppo di un pensiero e immaginario scientifico che si sviluppa presto, a partire dalle osservazioni del bambino (vede la prima eclissi di sole a sei anni) e con il consolidarsi di una formazione aristotelico-gesuitica senza pari. Locke, Lavoisier, Newton ma prima ancora Stratone sono punti di passaggio e ancoraggio di più ragionamenti di Polizzi e Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco è, tra le Operette morali, un testo che mai andrebbe tralasciato (così come, a mio avviso, Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere).

Io sono quella che tu fuggi non è un libro soltanto propedeutico per un più fecondo studio dell’opera leopardiana in tempi di sostanziale riemersione di interesse, anche da parte del cinema. Certo, Gaspare Polizzi vuole anche puntellare le tappe dello sviluppo degli interessi astronomici e cosmologici, mostrarci il rapporto non privilegiato con la matematica, la centralità della chimica e del suo linguaggio (rafforzata da importanti amicizie) anche in vista della nota distinzione leopardiana tra ‘termini’ e ‘parole’, e quindi il pensiero biologico, fisico e antropologico del poeta-filosofo. Insomma, il suo è uno studio utile e al servizio dell'opera leopardiana e ha in mente un lettore volenteroso di ricostruirne passo passo i riferimenti e le coordinate. Tuttavia il volume, nella sua brevità, ha un fascino che quasi si slega per un attimo dal fulcro del recanatese e ci trascina altrove, pur facendoci atterrare di nuovo in terra leopardiana. Ecco, volendo riportare per un istante il discorso nel solco della poesia, il solco per il quale più ricordiamo Giacomo Leopardi (e che pure non dovrebbe rimanere il solo), tutta questa apertura al sapere scientifico ci dice di una poesia che cerca quello che trova, in un percorso che prova a farsi “poesia senza nome”, come recita un’espressione zibaldonica efficacemente ripresa da Franco Brioschi per un titolo di un suo studio leopardiano. Scriveva Giacomo Leopardi che una poesia “che non possa averne dai generi conosciuti è ragionevole", ma è "di un ardire difficile a trovarsi, e che anche ha infiniti ostacoli reali, e non solamente immaginari né pedanteschi”. Parlando di immaginari poetici, di rinnovamento e persino di originalità poetica, come il Leopardi dello Zibaldone dovremmo porci non pochi interrogativi. E poi studiare, studiare tantissimo, perché una qualche palingenesi poetica - ammesso che sia ancora possibile - può arrivare da nuove forme assai matte e disperate di studio, più che dal tempo ottundente dei nuovi media, nati come strumenti e sovrapposti vieppiù alla vita comunemente intesa.

sabato 5 novembre 2016

"Uno sguardo verso Nord". Scritti in onore di Caterina Virdis Limentani

Ricevo e con vero piacere segnalo la presentazione di questo volume edito da Il Poligrafo a cura di Mari Pietrogiovanna contenente scritti in onore di Caterina Virdis Limentani. Per un profilo di Caterina Virdis Limentani rinvio a questa pagina.


Presentazione del volume
Uno sguardo verso Nord
Scritti in onore di Caterina Virdis Limentani
a cura di Mari Pietrogiovanna
Il Poligrafo, novembre 2016 (collana "Biblioteca di arte")

Caterina Virdis Limentani

L'appuntamento è per martedì 8 novembre 2016 alle ore 17.00 a Padova presso l'Aula Nievo di Palazzo Bo.
 
Interverranno:

Giovanna Valenzano - Università degli studi di Padova
Carmen Garrido - Museo del Prado, Madrid
Franco Bernabei - Università degli studi di Padova

info:
Il Poligrafo Casa Editrice
piazza Eremitani - via Cassan 34
35121 Padova
tel. 049 8360887 mail: casaeditrice@poligrafo.it


giovedì 3 novembre 2016

L'e-book di "Domatori di organi" di Luca Rizzatello: i ritratti di Silvio D'Arzo, Scipione, Michelangelo e Ada Lovelace

Nei mesi scorsi su queste pagine è comparsa a più riprese la rubrica "Domatori di organi" di Luca Rizzatello. In quattro post distinti si proponevano dei "ritratti di non poeti, che lo sono". Altre puntate sono in lavorazione, ma a livello intermedio arriva ora questo breve e-book disponibile gratuitamente per il download in *.pdf cliccando sull'immagine sottostante. Qui si sono radunati e impaginati, assieme ai ricchi apparati di note, i ritratti di Silvio D'Arzo, Scipione, Michelangelo e Ada Lovelace. Buona lettura.

Domatori di organi - Luca Rizzatello - ebook

 [per scaricare l'e-book cliccare sull'immagine ]

martedì 1 novembre 2016

Poesie inedite di Erika Crosara



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 


Due poesie inedite di Erika Crosara (Vicenza, 1977).
 


l’indovinello le parve sovrastante: sbozzi, inerme pietrare
sui fondi. e nuovamente come gonfi, come barrette nel
cielo contavano certo i nuvoli. (pesano alcune parole
rapprese, ridicole tramortite pappe, con la coda di paglia;
fugge fugge l’errore la storia).
stavano dentro, i pesci nella vasca contigui del fango,
terribilmente, placidi, gli altri squillanti le trombe per dire
la stupidità.


* * *
 


si addice all’escursione la virtù? la fonte così vicina alla
carogna? e via dicendo. dove ha luogo il bosco o inizio,
dove la casa finisce (per un parlante). sale un piede alla
volta, forse trattiene una strada e le nebbie.
si sfila dalla borsa l’animale, scongiura, annusa l’aria.