giovedì 30 maggio 2013

Le poesie di Piero Simon Ostan a Venezia per "La poesia del giovedì"

Da calendario, quello odierno con Piero Simon Ostan doveva essere l'ultimo appuntamento della rassegna di poesia organizzata da Maddalena Lotter e Giulia Rusconi a Venezia, all'Osteria da Filo (il precedente incontro del 16 maggio, già segnalato su queste pagine, è stato rimandato e non so se verrà recuperato).  Il finale previsto è con Piero Simon Ostan, poeta che caldeggio in questo maggio poco tiepido, vincitore di importanti riconoscimenti quali il Premio Cetonaverde Poesia sezione giovani nel 2011 e del premio di poesia dedicato ad Antonio Delfini ad inizio 2013.


Giovedì 30 maggio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 19:00
Presentazione e reading 
di Piero Simon Ostan Qualcosa di ingombrante
Alla tromba: Duccio De Rossi
info: portalepoesie@gmail.com


Piero Simon Ostan è nato nel 1979 a Portogruaro, dove vive. Nell’ottobre 2006 pubblica per Campanotto editore la sua silloge d’esordio Il salto del salvavita, con prefazione del poeta Giacomo Vit. Nel 2006 e nel 2007 partecipa alla Festa di Poesia di Pordenone e dal 2009 collabora anche alla sua organizzazione. Sue poesie sono pubblicate all’interno delle quattro antologie poetiche Notturni Di_Versi (Nuova Dimensione editore). Nel 2009 e 2010 partecipa a Pordenonelegge.it sia come autore che come collaboratore. Nel 2011 pubblica il suo secondo libro Pieghevole per pendolare precario per Le Voci della Luna con prefazione di Gian Mario Villalta, sempre nel 2011 vince il premio Cetonaverde. Fa parte dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con la quale organizza eventi culturali come il Piccolo festival di poesia: "Notturni Di_Versi" e" Orchestrazione". È insegnante di lettere nelle scuole medie.

Ecco un link con alcune poesie di Piero Simon Ostan e un altro link con un'intervista rilasciata dopo la pubblicazione di Pieghevole per pendolare precario.

lunedì 27 maggio 2013

Cristina Alziati e Fabio Orecchini a Treviso per il finale della rassegna "Tra Versi" a Ca' dei Ricchi










Venerdì 31 maggio 2013 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia, Treviso
Rassegna di poesia "Tra Versi" - a cura di Marco Scarpa
con Cristina Alziati e Fabio Orecchini

Sicuramente è questo un gran finale, che mantiene altissimo il livello di una rassegna di poesia curata con scrupolo e competenza da Marco Scarpa, coadiuvato per le apprezzatissime scenografie da Sara Tisci. Oltre a Cristina Alziati, già citata e anticipata più volte nelle segnalazioni precedenti, è di grande rilievo anche la presenza del giovanissimo Fabio Orecchini, rimasto uno dei pochi - purtroppo - a ricordare davvero la poesia dello scomparso Giuliano Mesa. 
La formula degli incontri prevede le presentazioni degli autori, le letture di poesie e momenti per il confronto ed il dialogo con chi verrà ad ascoltare, il tutto in un ambiente informale, familiare, rilassato per facilitare l’ascolto, per avvicinare colui che ascolta a colui che legge ed infine per condividere un bicchiere di vino. 
Altre informazioni su quanto avviene a Ca’ dei Ricchi, nuovo spazio vivo e ricco di iniziative a Treviso, le puoi trovare sul sito di TRA - Treviso Ricerca Arte. 
Come scrive il curatore, "la poesia ha bisogno di un pubblico quindi se avrai voglia e tempo ti aspetto e, come sempre, se vorrai condividere con altri tuoi contatti questa iniziativa, grazie in anticipo, buone giornate". Stavolta, confidando in una mite serata di fine maggio, il programma vale doppiamente l'andata a Treviso, anche per augurare a questa rassegna, con la presenza, un meritato bis nella prossima stagione di appuntamenti.



Cristina Alziati è nata a Milano nel 1963 e ha studiato filosofia. Vive a Berlino e lavora come interprete. Autrice di poesia, il suo esordio risale al 1992, anno in cui pubblica in antologia una silloge di versi accompagnata da una convinta presentazione di Franco Fortini. Ha dato alle stampe due raccolte poetiche: A compimento (Manni, 2005; Premio Pasolini – Opera prima 2006) e Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2011), che ha conseguito nel 2012 il Premio di Poesia Marazza e il Premio Pozzale. Qui una scelta di sue poesie. 










Fabio Orecchini (Roma, 1981). Suoi testi ed opere visive sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha tenuto letture e presentato le sue opere visive in tutti i migliori Festival Italiani (RomaPoesia, TriestePoesia, Eclettica, La Punta della Lingua e molti altri). E’ stato promotore del movimento culturale "Calpestare l'oblio", curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale (Ancona, 2011). Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte dedicato ai poeti contemporanei (E. Pagliarani e G. Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato "Estemporanea", festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste su RadioSonar. Scrive per le riviste Argo, Metromorfosi, AbsoluteVille. Di prossima pubblicazione Dismissione per i tipi di Luca Sossella Editore [libro + concept album realizzato da Pane], frutto della collaborazione con il gruppo Pane, quintetto romano ritenuto dalla critica uno dei migliori della scena indipendente italiana. Questo il suo sito web mentre qui una scelta di testi.

martedì 21 maggio 2013

Quarant'anni dalla morte di Carlo Emilio Gadda: un ricordo attraverso la traduzione de "La verità sospetta" di Juan Ruiz de Alarcón

Gadda con Pasolini
Il 21 maggio del 1973 si spegneva a Roma Carlo Emilio Gadda. Era nato a Milano nel novembre del 1893. Difficile individuare nel gliommero delle opere un libro breve che oggi possa offrirmi lo spunto per ricordare l'ingegnere. Potevo forse scegliere Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, il primo libro che di Gadda lessi, prestato in una gialla edizione Garzanti dall'insegnante di lettere, durante le settimane in cui si era soffermata sul detestato (da Gadda, non certo da me e credo nemmeno dalla mia insegnante) Ugo. Lo ricordo come aneddoto positivo, quasi un esempio tra i tanti di come si possa spaziare in avanti e indietro nell'insegnamento della letteratura alle superiori. Ogni tanto mi chiedo se sia il caso di trattare il Novecento in terza superiore e Dante, Petrarca e Boccaccio prima della maturità. Potevo anche, cabalisticamente, affidarmi a un titolo di un volumetto einaudiano, bello e smilzo, di Gianfranco Contini. Mi riferisco a Quarant'anni d'amicizia, il quale raduna vari scritti gaddiani del critico di Domodossola. Ma sarebbe stato un ricordare Contini e non Gadda. E non mi andava bene. Trovo che possa aver più senso ricordare Carlo Emilio Gadda a partire da un versante meno praticato della sua scrittura: la traduzione. Com'è noto, Gadda tradusse dallo spagnolo. Negli anni Venti trascorse infatti qualche anno in Argentina, dove svolgeva la propria professione di ingegnere, è lì affinò la propria conoscenza di quella lingua. Contini ebbe a definirlo "traduttore espressionista", proprio in uno scritto del volume appena citato che potete trovare anche nel sito de "The Edinburgh Journal of Gadda Studies" (EJGS), con un comodo clic qui. Con Gadda gli epiteti però si sprecano: da espressionista a meneghino, da uomo d'ordine a ingegnere fino a chi lo vede come l'ultimo scapigliato. Che sia stato addirittura il precursore del "giallo italiano di qualità"? Non credo... Credo invece siano questi i modi sicuri di esprimersi di una critica che non esiste più, di una critica ancor oggi imprescindibile, certamente in salute, in grado di spiegarsi molte cose e di far defluire in solchi precisi l'opera di un dato autore. Eppure a volte ho sempre più netta la sensazione che si tratti di una critica trapassata, che ha attraversato tutto il corpus dell'opera di certi autori. Oggi invece abbiamo forse più bisogno di una critica non trapassante, che perimetri l'opera, la sfiori senza perforarla. Per questo potrebbe essere interessante ricordare Gadda anche a partire dalla traduzione, da quell'attività "faticosa" che pendola tra un massimo rigore e una massima libertà, interpretata da Gadda stesso in un modo tanto insindacabile e anarchico quanto così delicato nei confronti dell'opera di partenza.

Accanto trovate la copertina de La verità sospetta (Einaudi, pp. 145, euro 10,33) di Juan Ruiz de Alarcón, nella dismessa collana degli "Scrittori tradotti da scrittori", esperimento editoriale bello e indimenticato, voluto dallo stesso Giulio Einaudi, e di cui ricadrebbe quest'anno un ulteriore anniversario, come potete ricavare agilmente qui. La domanda che potrebbe sorgere è circa questa: perché uno scrittore come Gadda si cimenta con un autore del Seicento spagnolo (anche se nato e ritornato in Messico), e proprio con lo "storpio" Alarcón de La verdad sospechosa in particolar modo? Gadda portò a termine la traduzione di quest'opera di Alarcón per la radio e non per una pubblicazione in volume. (Nell'ambito dei suoi lavori per la radio ricordo, tra gli altri, un'interessante sceneggiatura per un documentario televisivo mai realizzato sul fiume Tevere; forse alla Rai a volte potrebbero partire da quello che c'è già senza deliziarci di novità.). Una prima trascrizione di quella traduzione apparve in Teatro spagnolo del secolo d'oro, tuttavia ampiamente rimaneggiata e tagliata. Probabile che il curatore di quel volume della Eri, Angelo Monteverdi, non gradisse troppo la libertà (tracotante?) della prima traduzione gaddiana registrata nei nastri magnetici della Rai. Nel 1977 era poi uscito per Bompiani un volumone dal titolo La verità sospetta. Tre traduzioni di Carlo Emilio Gadda (De Quevedo, Barbadillo e appunto Alarcón), ma anche lì la traduzione gaddiana del teatro di quest'ultimo non era ancora corrispondente alla primigenia versione per la Rai. Quella versione, nata appunto per un mezzo specifico come la radio, si può leggere oggi esclusivamente in questo libretto pressoché introvabile, curato splendidamente da Claudio Vela a partire dai nastri radiofonici  e quindi con tutte le enormi difficoltà del caso (come comportarsi, ad esempio, con la punteggiatura?).

E cosa fa Gadda quando traduce Alarcón per la prima volta? Direi che non è "tracotante". Scrive, ed è Gadda. Innesta nella propria vita e scrittura rampicante il palinsesto feroce di questa commedia di frottole, antecedente di tre secoli abbondanti l'evo gaddiano. Trovo significativo che uno studioso come Federico Bertoni abbia preso a prestito questo lavoro di Gadda per intitolare un suo importante volume, La verità sospetta. Gadda e l'invenzione della realtà. Il nodo tra letteratura-verità-realtà è la base di qualsiasi ragionamento attorno a Gadda e il nostro sembra aver puntato un dito già negli anni in cui a Roma si occupava di radio e traduzione. Claudio Vela conclude il suo accuratissimo intervento scrivendo:

"Parlare di 'traduzione' è convenzionale, davanti a questa spregiudicata operazione di presa di possesso. Così Gadda risolve a suo modo nella prassi, senza proclami teorici, il problema della traduzione. Se la traduzione è un mestiere difficile, o addirittura impossibile, Gadda si ritaglia una soluzione, per quanto troppo originale per essere esportabile: ridurre a sé (ma ci vorrebbe un verbo non riduttivo, forse 'elevare') il diverso da sé. Come un Mida della letteratura, Gadda trasforma in Gadda tutto ciò che tocca".

Senza proclami teorici. Appunto. Oggi, a quarant'anni dalla scomparsa, abbiamo forse meno bisogno delle etichette gaddiane che troviamo precise e vibranti anche in Contini, il quale resta comunque una strettoia irrinunciabile per avvicinare il gomitolo-Gadda. Oggi dobbiamo sicuramente fare a meno di pensare alle molte (troppe?) categorie che hanno provato a sgomitolarlo, non da ultima quella sterile, arida e facilona del "virtuosismo linguistico". Certo, Gadda non è facile e per certi aspetti si fa fatica a spiegare il suo successo (non limitato ai confini italiani) degli ultimi decenni. Tuttavia, solo negli ultimi tempi è talora invalso un pericoloso avvicinamento e proporzionalità diretta tra la facilità di accesso alla letteratura e la sua rilevanza storica e sociale. La fatica, il sudore che esce dai pori leggendo Gadda, non è però da considerare inutile sovraccarico, ma liberazione da tossine. La stessa sua somma sensibilità per la questione linguistica, bussola o Holzweg-dannazione di tanti grandi autori italiani, ce lo dimostra. A quarant'anni dalla morte potremmo provare a ricordare questo grande del Novecento tentando le prime note di un inno alla buona fatica. Chissà che suono avrebbe... Intanto del nostro non si occupa la musica bensì il cinema: per questa ricorrenza sta per uscire il film di Mario Sesti Fiamme di Gadda. A spasso con l'ingegnere.

sabato 18 maggio 2013

"L'uomo difficile" di Hugo von Hofmannsthal

Ripescaggi #23












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La Prima guerra mondiale ricorre in più di un post di questo blog, oramai ve ne sarete accorti. Credo sia interessante non soltanto perlustrare la "war literature" o la "war poetry" (prerogativa britannica?) come letteratura nata durante la guerra, ma andare a vedere cosa succede in molti autori dopo quella guerra. Un testo che ci aiuta in questo, proposto in un ripescaggio di un'antica recensione fatta per il sito della rivista daemon, è la commedia Der Schwierige di Hugo Von Hofmannsthal, libro che qui presento nell'edizione Quodlibet a cura di Elena Raponi ma che - per la cronaca - uscì anche per Adelphi a cura di Gabriella Bemporad. Sorrido a rileggermi a distanza di anni. Credo non riuscirei più a parlare così di un libro (distaccato, quasi didascalico) e, a ben ricordare, non è che recensissi sempre in questo modo anche all'epoca. Ciò non toglie che il libro sia meritevole e che io lo ripeschi in questo modo, con una breve recensione di qualche anno fa che fatico oggi a sentire come mia... Di tempo ne è passato parecchio, se verso la fine del pezzo parlavo di Novantesimo anniversario della fine della guerra. Ormai siamo già tutti proiettati in ottica di Centenario della Grande guerra, se non altro fuori dall'Italia. Qui il marasma di idee e progetti, lo scoordinamento, l'ombra bieca del regionalismo deteriore e il campanilismo sembrano farla da padroni anche con riferimento a questa ricorrenza che avrà una portata letteralmente "mondiale". E pensare che quell'evento per il nostro paese non fu proprio un evento trascurabile...
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L’uomo difficile è una commedia in tre atti del 1921, ambientata nella Vienna post Prima guerra mondiale, ossia nella capitale dell’impero che fu tra i protagonisti dell’evento bellico che sconvolse il paesaggio reale e mentale dell’Europa e del mondo. Le famose regole aristoteliche dell’unità di luogo, tempo e azione sono qui rispettate: la storia si svolge nell’arco di una serata, tutta la vicenda si snoda nell’ambito di una festa dell’aristocrazia viennese.

L’uomo difficile del titolo è il reduce Hans Karl, uno scapolo facoltoso sulla quarantina che la guerra ha reso misantropo. Kari, così è chiamato dagli amici, è costretto a partecipare ad una festa per cercare di “sistemare” una serie di affari personali: l’amante Antoniette che vuole liquidare e far ritornare dal marito, il nipote Stani che ha una relazione con la stessa Antoniette, donna che tuttavia intende lasciare per sposarsi con la passionale Helene. Alla fine, nell’arco di una serata e della festa a casa di Helene, Kari non riuscirà a combinare nulla di quanto si era proposto, anzi, si renderà conto di essere innamorato lui stesso di Helene, la quale non mancherà di ricambiare e di dichiararsi apertamente. In questa dichiarazione è la chiave di volta della commedia, l’irrompere quasi casuale della risolutezza e del coraggio femminile che cambieranno i destini dei protagonisti della vicenda, contrapposti alle antinomie di un uomo che non osa, dibattuto nei grandi temi che spesso troviamo all’interno dell’opera di Hugo von Hofmannsthal, tra i quali il difficile rapporto tra parola e azione (a molti infatti verrà in mente la Lettera di Lord Chandos) e soprattutto tra parola e silenzio (e qui il pensiero potrebbe arrivare persino al “vicino” Wittgenstein).

Il libro è splendidamente curato dalla specialista hofmannsthaliana Elena Raponi, la quale è anche l’autrice di una prefazione che colloca attentamente il testo di Hugo von Hofmannsthal nel quadro della produzione letteraria europea all’indomani della Grande guerra. Un motivo di più per avvicinarsi a quest’opera rilevante dello scrittore austriaco, a novant’anni esatti dalla fine di quell’evento così fondamentale nello svolgersi della storia contemporanea.

mercoledì 15 maggio 2013

"Un romanzetto lumpen" di Roberto Bolaño e "Il futuro", il film di Alicia Scherson

A luglio saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Roberto Bolaño, avvenuta in un ospedale di Barcellona, mentre era in attesa di un trapianto di fegato. E in via neanche troppo ufficiosa ci si appresta a ricordare l'autore cileno scomparso a soli cinquant'anni e approdato in Italia dapprima grazie alle cadenzate proposte di Sellerio e ora saldamente fatto proprio da Adelphi. Il nuovo libro proposto da quest'ultimo editore non ha nulla a che fare con la mole dell'incompiuto 2666. Si tratta di un romanzo breve (pp. 119, euro 14, traduzione bella e convincente di Ilide Carmignani) dal titolo quasi dimesso di Un romanzetto lumpen (Una novelita lumpen nell'originale). Come recita la bandella che l'editore ha deciso di accostare al romanzo, stratagemma ricorrente quando si è in odore di prime cinematografiche, da questo libro è tratto il film Il futuro della regista cilena Alice Scherson, nelle sale italiane dal prossimo mese di giugno. "Futuro" è in effetti parola-chiave di questo breve romanzo e sicuramente non era pensabile di intitolare un film partendo dal titolo del libro o attorno alla parola "lumpen", che rimanda agli stracci, ai cenci, al "lumpenproletariat" di Carlo Marx. In italiano, e nello scenario di Roma in particolare dove il libro è ambientato, potremmo anche parlare di "populino".

Un romanzetto lumpen, come sottolinea quell'aggettivo ricercato lasciato non tradotto nel titolo, è in sostanza una storia di ambientazione proletaria, da borgata romana, anche se tutto sembra andare oltre le pastoie che inchiodano talvolta le storie nei tempi in cui sono ambientate. Bianca, l'io narrante e protagonista di queste pagine, e suo fratello rimangono orfani dopo l'incidente stradale dei genitori avvenuto in un'orribile strada del Sud. Da quel momento la loro vita nell'appartamento romano prende una piega che scivolerà verso la delinquenza (l'incipit del romanzo è però: "Ora sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente."). Le giornate slittano in una routine snervata fatta di lavoro, come lavateste lei e come factotum di palestra nel caso del fratello. Si guarda molta tv (e i videonoleggi hanno una parte da leone nel romanzo!). Nell'appartamento si insediano presto due amici del fratello, il "libico" e il "bolognese". Non sono ladri, a quanto pare, sono maniaci della pulizia, a turno entrano di notte in camera di Bianca per fare sesso. La situazione economica peggiora nel giro di poco tempo. Ad un certo punto si decide che Bianca deve entrare nella casa di Maciste, un ex campione di culturismo e ex Mister Universo, ora cieco. Deve allietarlo e ha al contempo una missione ben precisa: scovare la cassaforte di Maciste. Si applica con dedizione al compito, negli intervalli tra il sesso e una doccia, ma senza trovarla. Eppure, proprio nelle stanze di Maciste sembra baluginare l'esile sfregare di fiammifero di una storia d'amore, chiusa schiacciata e compressa dallo squallore delle scene che precedono e seguono gli incontri tra Bianca e Maciste.


Il romanzo, o romanzetto, fu pubblicato nel 2002 quando Bolaño era ancora in vita. Gli scrittori della scuderia dell'editore erano stati inviati in varie capitali europee. A scrivere. Il nostro scelse Roma, e qui vi ambientò la sua storia "lumpen", che a noi potrebbe apparire latamente pasoliniana. Nel 2005 Sellerio lo fece tradurre a Angelo Morino e lo pubblicò con un titolo significativamente diverso e per certi aspetti difficilmente spiegabile: Un romanzetto canaglia. Ora, dopo due edizioni italiane nell'arco di un decennio, ecco che arriva il cinema con il film della connazionale di Bolaño, Alicia Scherson, a marcare il decennale della scomparsa. Per l'epigrafe Bolaño scelse Antonin Artaud: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi." Come varierebbe quest'epigrafe di fronte a una scrittura doppia, che oggi sembra guardare come Giano bifronte sia alla letteratura che al cinema? Che avesse davvero ragione Antonin Artaud che toute écriture est de la cochonnerie? Questo romanzetto assai breve quasi implora tutta la vostra porca attenzione, soprattutto se vi capita di pensare al futuro, come la protagonista Bianca:

"[...] In fondo io pensavo sempre al futuro. Ci pensavo talmente tanto che il presente era entrato a far parte del futuro, la parte più strana. Andare a trovare Maciste era pensare al futuro, sudare, chiudermi in stanze dove il buio era assoluto, era pensare al futuro. Un futuro che assomigliava a una stanza qualunque della casa di Maciste, ma più luminosa e con i mobili protetti da lenzuola vecchie o coperte, come se i padroni di casa (una casa che era nel futuro) fossero partiti e non volessero far accumulare la polvere sulle loro cose. Ecco qual era il mio futuro ed era così che ci pensavo, se quello si può chiamare pensare (se quello si può chiamare futuro)."

lunedì 13 maggio 2013

"La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta", ospiti de "La poesia del giovedì" Dina Basso, Marco Bini, Tommaso Di Dio e Matteo Fantuzzi

Siamo arrivati al penultimo appuntamento della rassegna veneziana "La poesia del giovedì". Il prossimo incontro sarà dedicato ad un volume antologico molto interessante che raduna alcune voci di poeti nati negli Ottanta (La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, Ladolfi, Borgomanero, 2011). Ospiti saranno Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio. A raccontare il progetto antologico sarà presente anche il curatore, Matteo Fantuzzi.


Giovedì 16 maggio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 18:00
Presentazione e reading dall'antologia 
La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta
Intervengono il curatore Matteo Fantuzzi
e gli autori Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio
info: portalepoesie@gmail.com


Ecco un link ricco dal blog di Stefano Guglielmin; il volume contiene testi di: Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni, e le introduzioni di: Manuel Cohen, Gianfranco Lauretano, Roberto Carnero, Andrea Temporelli, Stefano Raimondi, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Gualtiero de Santi, Andrea Gibellini, Giuliano Ladolfi, Maria Grazia Calandrone, Anna Maria Carpi, Rosita Copioli, Gian Ruggero Manzoni, Alberto Casadei. Questo il link al sito dell'editore mentre questo il link di UniversoPoesia, il sito-blog che Matteo Fantuzzi cura da molto tempo.

sabato 11 maggio 2013

Sally Read, poesie al "Punto di rottura"


Ripescaggi #22
Sally Read fotografata
da Emidio Gorgoretti












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Stavolta il ripescaggio della recensione non affonda troppo in là nel passato, come capita spesso coi ripescaggi. Si tratta di una brevissima recensione (2000 battute) di un volume di poesia dedicato a Sally Read, uscito da poco per le edizioni La Vita Felice per la cura di Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti. Il testo qui sotto è ospitato dalla rivista QuiLibri. Aggiungo in fondo un link al sito dell'editore dove sarà possibile trovare un'ottima selezione di testi tratti da questo Punto di rottura. Poesie scelte (pp. 200, euro 14, con testo a fronte).
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C’è più di una ragione per rallegrarsi di questo libro. Partiamo da quella forse più noiosa (perché legata agli addetti ai lavori), ma non per questo meno importante: chi traduce e pubblica oggi, in italiano, la buona poesia che si legge all’estero? Quasi nessuno. In parte qualcosa avviene in rete, ma all’insegna del caos e del caso. Venuti meno l’impegno e la costanza d’attenzione di collane storiche, non si può che rallegrarsi di fronte a un editore che con cura e competenza volge nella nostra lingua la poesia di Sally Read. Perché? Perché Read è autrice di versi che sapranno parlarvi a fondo, mutare in voi e addirittura sradicare una certa idea di poesia che è in giro. Secondo motivo è legato all’autrice: come ricordano i curatori, Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti, Read (che da anni vive in Italia) è una delle voci più significative e originali della poesia in lingua inglese. 

Per gli irriducibili delle coordinate (riconosco, a volte aiutano) rimando alle prime righe della premessa dei curatori, dove si ricorda come Sally Read abbia “metabolizzato e mediato sia la grande lezione confessional della poesia americana (Sylvia Plath e Anne Sexton) sia l’ondata rivendicativa e politica delle femministe storiche (Adrienne Rich, Marge Piercy) attraverso un rigoroso controllo formale, una distillazione colta e controllata, eticamente elevata e poeticamente e umanamente integra, debitrice tanto a Sharon Olds quanto a Wallace Stevens.” Tutto vero. Ma anche se non avete letto nessuno dei poeti citati, affondate fiduciosi nei temi, nelle ambientazioni ospedaliere, nella vera vita che scorre in queste pagine che vibrano spesso dei luoghi ai quali rimandano. “Dopo cinque anni, leggo Carver. / Il metrò del mattino è pieno zeppo. / Gente con gli occhi chiusi come se / fosse la meditazione a far scorrere / questa bestia metallica.” Pesco da Contraccolpo una bellissima immagine per ribadire che anche in voi un salutare contraccolpo potrebbe rinculare alla lettura di questi versi.

A questo link del sito dell'editore La Vita Felice potete trovare una manciata di testi originali e la loro traduzione.