martedì 29 luglio 2014

"Compagnia K" di William March (e uno sguardo agli americani)

"Leggere una Grande Guerra" #5

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Sono passati già alcuni anni dalla pubblicazione di Compagnia K da parte di Castelvecchi (2010, pp. 256, euro 16, a cura di Dario Morgante) che ripesca la traduzione di Adriana Pellegrini, autrice della traduzione Longanesi del 1967 uscita con titolo Fuoco!. Ci apriamo con questa nota ad alcuni cenni sul contributo americano alla letteratura sulla Grande Guerra. E prima ancora di affrontare Hemingway (che forse non ha nemmeno senso ricordare, tanto è noto) potremmo ricordare John Dos Passos i cui Three Soldiers reclamano da tempo una nuova traduzione. Di certo del narratore dell'Illinois potremmo ricordare pure quell'One Man's Initiation uscito già con due traduzioni diverse e leggera variazione nel titolo, una presso Piano B e l'altra per Gingko edizioni. Sempre Castelvecchi ha pubblicato Orizzonti di gloria di Humphrey Cobb, libro dal quale fu tratto l'omonimo capolavoro di Stanley Kubrick con Kirk Douglas e Ralph Meeker e del quale rimaneva stranamente soltanto l'edizione di Editori Riuniti del 1964. Lo stesso recente best-seller Stoner di Williams incrocia nella parte a mio avviso più interessante, quella iniziale, il contributo americano alla Prima guerra mondiale. Ma gli echi di quell'immane conflitto nella letteratura d'oltreoceano sono numerosi e magari avremo modo di rincorrerne qualcun altro. Pensiamo soltanto a La paga dei soldati di Faulkner o a La stanza enorme di Cummings. Questo, come ricordato, per rimanere nell'alveo americano. E per soffermarci un po' sul nostro Company K segnaliamo soltanto alcuni spunti che ne elevano l'interesse. Pubblicato durante gli anni Trenta (1933), così come moltissima letteratura mondiale su quel conflitto, quasi a testimoniarne dei tempi di rielaborazione decennali, il libro di William March origina dall'esperienza diretta dell'autore tra i Marines in Francia. Strutturato in tanti capitoletti come tante sono le storie di singoli uomini qui radunate, è stato spesso ritenuto un faro dell'antimilitarismo. E se a volte ci spaventa solo pensare alla totalità dell'esperienza umana, quella di sempre o anche solo quella di oggi, provate a tuffarvi in questo tentativo riuscito di restituire una totalità dell'esperienza di guerra avvenuta in uno dei suoi tanti fronti.

domenica 27 luglio 2014

da "Il disegnatore di alberi" di Roberto Amato

Una poesia da #41


La poesia di Roberto Amato è davvero "un'onda d'aria fresca, frizzante, profumata" come ha scritto Manlio Cancogni nella nota finale a L'acqua alta. Si fa avvicinare e allo stesso tempo lascia un grande senso di enigma addosso. Ho voluto farne una lettura "in serie". I tre libri che ha pubblicato con Elliot, Il disegnatore di alberi (2009), L'acqua alta (2011) e Lo scrittore di saggi (2012) si trovano senza problemi. Così come i due libri usciti per Diabasis e intitolati L'agenzia di viaggi (2006) e Le cucine celesti (2003). Cucine e cucinare, cose che ritornano in quest'unico testo che ho scelto dal libro del 2009. Libro che si apre con un frammento di una lettera di Kafka a Milena ("Poche cose sono sicure, ma questa è una, che non vivremo mai insieme, in una casa comune, corpo accanto a corpo, alla stessa tavola, mai, nemmeno nella stessa città…"), Il disegnatore di alberi parte, arriva e sta tutto in queste parole del frammento, dopo aver attraversato un percorso di scrittura che convince sotto ogni aspetto.

Da quando il mondo è finito ti scrivo con più regolarità
(ogni giro di luna).

Dico finito ma esagero.
Ogni cosa è al suo posto.
Ma sono i posti
che non ci sono più
che sono incasellati in un termitaio:
un favo abbandonato dalle api.


probabilmente
esiste un Ordine Conclusivo.
(Voglio dire che il mondo non è stato ammassato a caso).

Ma noi non siamo interessati a queste cose.
Noi volevamo affittare un monolocale
per avere qualche rapporto intimo (non proprio sessuale):
ad esempio lavarci reciprocamente i capelli e pettinarci
e poi scegliere i nostri vestiti secondo una logica
che a me piacerebbe definire
stringente.

Poi volevamo costruire una libreria in cucina. Un vero ricettario
perché secondo me nella vita non si dovrebbe fare altro che cucinare
anche se poi non si mangia quasi niente.

giovedì 24 luglio 2014

"I piani eterni" per la collana Isola

Appena stampato; illustrato dal bianco, dal nero e dai grigi di Nicolò Pellizzon.


I piani eterni, pp. 16
testo di Alberto Cellotto e illustrazioni di Nicolò Pellizzon


La collana Isola - libriccini di poesia e disegni 
a cura di Mariagiorgia Ulbar e Andrea Bruno

[...] Ci sono occhi che restano / nei sentieri come bastoni di pastori / bellissimi tra i pastori e tra i bastoni.

martedì 22 luglio 2014

Intervista a Annacarla Valeriano su "Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo (1880-1931)"

Librobreve intervista #44 
 

Non so se sia la presenza dell'ex ospedale psichiatrico di Sant'Artemio a Treviso ad avermi sempre trasportato verso simili ricerche oppure l'ammirazione per libri come L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale di Antonio Gibelli, con il loro portato di innovazione e rottura. Avendo intercettato questo libro della storica Annacarla Valeriano ho pensato che sarebbe stato interessante proporre ai lettori un'intervista che illustrasse questo suo recente volume uscito per Donzelli intitolato Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo (1880-1931) (pp. X-262, € 26,00, introduzione di Guido Crainz). Come si ricava dalle note di accompagnamento al libro, quello intitolato a Sant'Antonio Abate fu uno degli ospedali psichiatrici più rilevanti nel panorama italiano e quindi, probabilmente, può assurgere quasi a paradigma per improntare il delicato percorso di studio e ricerca che avvolge simili istituzioni. Nello studio di Annacarla Valeriano attraversiamo oltre cinquant'anni di storia di questo ospedale psichiatrico abruzzese, che fu definitivamente chiuso nel 1998.


LB: Il sottotitolo porta una data di inizio: 1880. Come comincia la storia del manicomio di Teramo? Quali sono le premesse che ne accompagnano la costruzione e l'apertura?
R: Il 1880 è una data simbolica: fu a partire da allora, infatti, che la Congregazione di carità di Teramo iniziò a discutere la proposta di realizzare all’interno dell’ospedale civile Sant’Antonio Abate una sezione dedicata alla “cura e al mantenimento dei pazzi cronici”. Il manicomio poi cominciò a essere operativo l’anno successivo, accogliendo individui poveri tolti dalle case e dalle strade della città. L’apertura del manicomio a Teramo si inserì in una quadro generale segnato da precise strategie nazionali finalizzate al controllo e alla gestione della devianza; non a caso il periodo che va dalla fine dell’800 ai primi decenni del ‘900 è convenzionalmente ricordato come periodo del “grande internamento”. Il controllo sociale delle cosiddette “classi pericolose” fu al centro degli obiettivi della nuova classe borghese, impegnata a consolidare il proprio ruolo all’interno dello Stato unitario e il manicomio in questo senso si inserì all’interno di un ingranaggio istituzionale pensato per gestire “scientificamente” la devianza. Il manicomio Sant’Antonio Abate, inoltre, colmò un vuoto nella regione, poiché fino ad allora in Abruzzo i folli erano stati inviati in manicomi fuori regione, con un aggravio di spesa per le amministrazioni provinciali.

LB: Come si è mossa concretamente nella ricerca? Cosa l'ha aiutata molto e quali sono state le fasi più delicate e difficoltose?
R: Nella mia ricerca ho preso in considerazione 4812 cartelle cliniche di uomini e donne internate nel Sant’Antonio Abate fra il 1880 e il 1931. Il materiale documentario sul quale ho lavorato è stato molto ampio e devo dire che quella che io chiamo una “rigorosa autodisciplina”, fatta di lavoro quotidiano sulle carte e di grande volontà, mi ha permesso di portare a termine il lavoro. Non sono mancati momenti di difficoltà, soprattutto all’inizio quando ho iniziato a “dialogare” con le carte e ho dovuto accostarmi a un linguaggio, come quello psichiatrico, a me sconosciuto fino ad allora.

LB: Mi interesserebbe ora concentrarmi sull'arco temporale della Prima guerra mondiale. Quali sono le scoperte più interessanti relative all'impatto della Grande Guerra sulle stanze del manicomio e come si intersecano le sue scoperte con il grande filone di studi sui "matti" di guerra?
R: Per quanto riguarda la prima guerra mondiale, il dato più rilevante, a mio parere, è costituito dal fatto che il conflitto arrivò concretamente anche in una realtà “periferica” come quella del manicomio Sant’Antonio Abate che, a differenza di altri manicomi, durante gli anni del conflitto non aveva istituito al suo interno una sezione psichiatrica militare. Eppure vennero ricoverati fra le sue mura oltre 260 soldati traumatizzati dalla guerra, sbalzati dalle trincee alle corsie del manicomio. Attraverso i loro diari clinici, i loro racconti, i loro comportamenti, le lettere che inviarono ai famigliari, è stato possibile non soltanto recuperare i percorsi biografici di giovani uomini alle prese con un evento terribile, ma è stato possibile anche comprendere il carattere specifico di quell’evento che incise pesantemente su coloro che lo subirono, destrutturando paesaggi mentali e sovvertendo valori. A essere traumatizzati non furono soltanto i combattenti a diretto contatto con la linea del fuoco ma anche i civili: le donne e gli anziani ad esempio dovettero sostenere il peso dell’attesa snervante di notizie da parte di figli e mariti e in molti casi, non riuescendo a sopportare lutti e sofferenze, cominciarono a manifestare stati di malessere, di ansia, depressioni. Un dato interessante, inoltre, riguarda la presenza di profughi sfollati dal Veneto e dal Fiuli: a partire dal novembre 1917 nel manicomio di Teramo iniziarono a essere accolti quei profughi che avevano sviluppato forme di alienazione mentale in seguito alla fuga precipitosa o agli eventi traumaici vissuti.

LB: Al di là della saggistica e letteratura storica, ci sono opere o autori (ad esempio opere letterarie, qualche scrittore in particolare oppure studi di psichiatria e psicologia) che l'hanno aiutata più di altre ad affrontare questo tema e il suo lavoro?
R: Nel mio libro è presente un dialogo costante con la letteratura: ogni capitolo si apre con una citazione (Checov, Simone Weil, Celine, Hemingway, Benjamin, Sylvia Plath…). Le voci dei grandi scrittori sono state una specie di antidoto per potermi inoltrare nelle voci del dolore e ascoltarle; il ricorso al paradigma letterario, in qualche modo, mi ha aiutata a coniugare la “storia” con le “storie”.

LB: Che cosa mancherà sempre, cosa non è affatto possibile restituire con un libro come il suo? Voglio dire quali aspetti della sua ricerca crede sarà sempre difficile, se non impossibile, comunicare e trascrivere?
R: Il libro prova a restituire spessore e solidità a migliaia di esistenze ridotte alla marginalità, annullate da un’istituzione che ne rimosse i caratteri specifici. Gli uomini e le donne internati nel manicomio Sant’Antonio Abate erano destinati a passare sotto traccia nella storia, eppure hanno lasciato dei segni proprio grazie alle operazioni di rimozione messe in atto da un’istituzione che doveva annullarli. Probabilmente non sarà mai possibile restituire appieno la “sventura” che colpì queste persone, sventura intesa come decadenza sociale, morte civile prima ancora che fisica.

LB: Come si "tengono a bada" le emozioni che possono sorgere affrontando certe ricerche storiche? (Sempre se si tengono a bada, visto che non è detto che trattenerle sia la scelta migliore...)
R: In questa ricerca era inevitabile, per la natura stessa delle fonti, fare i conti con le emozioni: le storie di vita che ho recuperato sono belle e terribili allo stesso tempo. Cercare di tenere a bada le emozioni sarebbe stata un’inutile difesa.

LB: Il libro si interrompe in piena epoca fascista, nel 1931, anche se la storia del manicomio è più lunga. Perché questa scelta?
R: Il libro s’interrompe al 1931: anche questo è un anno simbolo perché è l’anno in cui Marco Levi Bianchini, direttore del manicomio Sant’Antonio Abate dal 1924 e divulgatore in Italia del pensiero psicoanalitico, lascia Teramo per andare a svolgere il suo servizio a Nocera Inferiore. La storia del manicomio è molto più lunga, prosegue negli anni successivi ma per me era interessante soffermarmi, in questa prima fase, su un cinquantennio, prendendo in considerazione il “lungo dopoguerra” e lasciando volutamente fuori il fascismo. Nel fascismo si apre un’altra fase, anche per i manicomi. Magari potrebbe essere un secondo percorso da affrontare in futuro.

LB: Scrivere la/di storia. Spesso ci si scorda di parlare della centralità della prosa adoperata dagli storici. Quali sono i suoi "modelli", se mi passa il termine, gli storici in cui la prosa corrisponde felicemente alla loro epistemologia? Grazie.
R: Credo che ogni storico, oltre a ricostruire gli eventi e a fornire interpretazioni, dovrebbe provare a parlare a tutti, con una prosa che consenta di raggiungere il maggior numero di interlocutori e che sia finalizzata alla verità e all’obiettività del racconto. In questo modo la conoscenza non rimane confinata negli alvei dell’accademia ma si rende accessibile a un pubblico più vasto. Tutti gli studiosi che fanno questo possono essere considerati dei buoni “modelli”.

domenica 20 luglio 2014

"Dismissione" di Fabio Orecchini e Pane

Il libro e il cd audio che Fabio Orecchini e Pane pubblicano per Luca Sossella Editore (pp. 72, euro 10, postfazione di Gabriele Frasca e intervento di Stefano Solventi), Dismissione, si inserisce in quel solco di riflessione sul biopotere che trova in Michel Foucault il più noto teorizzatore. Ho avuto modo di assistere di persona alla lettura di Fabio Orecchini e alle proiezioni che sono nate sulla scia di una riflessione lunga sul dramma dell'amianto ricavandone una duratura impressione ed è probabilmente per questo motivo che ora consiglio questo cofanetto. Un libro di poesie con lo stesso titolo era già uscito per Polimata nel 2010. Tuttavia, questo libro appena pubblicato da Sossella non è quel libro di Polimata. E non è molte altre cose. Non è affatto scimmiottamento di tematiche trite sul biopotere, giusto per restare alle righe d'esordio. Non è il cofanetto libro+cd che si prova a raffazzonare per vendere "l'invendibile poesia" con abbinamenti quantomeno discutibili se non sconclusionati e non è nemmeno un cofanetto caro (converrete che 10 euro per libro e cd è un prezzo che sta in piedi). Questo è un progetto vero è proprio, è un libro che dimostra costruzione, quasi la poesia fosse fatta di nuovi mattoni e il tetto di nuove tegole. La musica non è supporto della poesia e la poesia non è supporto della musica. Si può parlare di compenetrazione? Probabilmente sì. Si può parlare di manifestazioni diverse di una sensibilità comune. Possono vivere entrambe in autonomia - e questo è importante, fondamentale almeno per me - e possono vivere assieme contribuendo a formare un vissuto di lettori-ascoltatori che amplifica il "tema" trattato (ricorderete anche un romanzo di Ermanno Rea con lo stesso titolo e, su temi affini, il conseguente film La stella che non c'è con Sergio Castellitto) senza incanalarlo nei percorsi sterili dell'essere impegnati a tutti i costi, dell'essere impegnati come "posa". Qui è la parola a impegnare, non perché la parola e la musica siano ingenuamente "impegnate".

Orecchini è poeta nel coraggio di adoperare la parola. Adoperare, appunto, usare e non dismettere. Quello che è dismesso qui è tutto un corpo sociale e un meccanismo grippato tra le generazioni: l'amianto che ci ha intossicato lentamente e altrettanto lentamente anestetizzato. Sono testi attentissimi al rimando fonico anche nell'inserto tecnico/medico, all'iterazione, all'eco interna e ai ritagli di senso che s'incollano in un collage. Sono testi polverosi. Questi testi si susseguono sulla pagina, un lenzuolo di morte bianco, dove tocchiamo coi polpastrelli anche la forza di scompaginare, pure tipograficamente (questo è un aspetto molto interessante di quello che è messo in opera da Orecchini). E chi vorrà potrà trovare nel singhiozzo sillabico di questo poeta nato a Roma trentatré anni fa la lezione silenziosa di un grande dimenticato come Giuliano Mesa. E se approfondiamo guardando anche al progetto visivo "Modelli di bocche" (si veda il sito del progetto indicato alla fine di questo pezzo) - bocche deturpate dal veleno e dalla malattia, bocche che non hanno urlato il dolore e sono finite affossate, lontane da qualsiasi tribunale - allora scopriamo come siano molteplici ed efficaci le forme di azione di questo autore, come tutto sia manifestazione di un tempo, quello nostro, dove sembra stia succedendo di tutto e dove in realtà, per la prima volta nella storia, magari non sta accadendo proprio un bel niente o comunque nulla di rilevante, solo una lenta asfissiante ottundente morte resa più atroce dalla mancanza d'ossigeno.

Poesia sperimentale? Poesia di ricerca direi piuttosto, come è sempre stata tutta la poesia, compresa quella del Tasso o del Leopardi. Per dire che questa non è poesia che cerca orgogliosamente distacco dal "main stream" della poesia attuale (eh, già, si sentono persino queste formule obbrobriose riferite alla poesia fuoriuscire dalle bocche dei più operosi e glamour addetti ai lavori, ormai, ma non ci rassegniamo al fatto che la poesia stia diventando un gran cancan glamour e anche per questo segnalo volentieri Dismissione, nella sua totalità di progetto). Penso sia poesia che semplicemente cerca di non dismettere del tutto la volontà, il pensiero e persino l'emozione come chiave di avvicinamento alla storia. Ed è un libro che si affaccia in modo assai originale, quasi senza volerlo, quasi in punta dei piedi, sul lastricato scivoloso della memoria. Libro generazionale, se mi passate il termine, perché questi e quelli che verranno non potranno non tornare a essere tempi di scontri generazionali (e io mi stupisco sempre di come sia sempre tutto anestetizzato, tutto accomodato e apparentemente risolto il confronto tra generazioni). Se si deve passare per un ripensamento totale e quindi anche etico in primis, non potrà mancare uno scontro in qualche misura generazionale, che non deve necessariamente assumere i toni della violenza o dell'incomunicabilità, ma che dica una volta per tutte cos'era e cosa conteneva quell'amore che ci lega alle generazioni che ci hanno preceduto, amore a tratti avvelenato come l'amianto forse e che tuttavia non possiamo bonificare. Il libro di Fabio Orecchini mi ha portato a ragionare su questo. Se un libro di poesia riesce a muovermi così tanto, allora lo consiglio davvero. 

Il punto più importante della postfazione di Gabriele Frasca, quello centrale a mio avviso, sta verso la fine: "Orecchini [...] fa una scelta di estrema consapevolezza: le cose della sua generazione vivono del lascito tossico della presunta eternità della merce della generazione che l’ha preceduta. Generazione assai ottimista, quell’altra, tanto da ritenersi persino nelle cose della poesia l’ultima, l’ultimissima, quella del compimento. E invece...
Orecchini sceglie la dismissione, e centra forse la parola chiave della sua generazione. Il termine, lo sappiamo, che aveva una sua remota significazione nautica, a un certo punto è andato finanche oltre l’accezione economica affermatasi intorno alla fine degli anni Sessanta (che era già di suo une bella forzatura, visto che quel dis- non disdice un bel niente, non attestato com’è il suo sostantivo positivo se non in virtù di un ulteriore prefisso), sebbene i dizionari fatichino a registrare questo nuovo senso. Lo fa la poesia al posto loro, come sempre. L’io lirico della dismissione prende la parola dallo smantellamento della società industriale, che ha lasciato intorno a sé residui ineliminabili. Bella contraddizione: che è quella che anima il verso, che si riaggrega in forme riconoscibili puntualmente smentite dalla sintassi."


Qui il sito di Dismissione, al quale rimando anche per estratti dal libro e per altri contributi importanti.


giovedì 17 luglio 2014

"Quasi un abbecedario" di Giorgio Orelli. Sei domande a Yari Bernasconi

Librobreve intervista #43

LB: Quasi un abbecedario, libro postumo di Giorgio Orelli che hai curato per le edizioni Casagrande (in uscita in questi giorni, pp. 80,  Eu 14.50 - CHF 18.00), ha una genesi singolare. Potresti raccontarla?
R: L’idea dell’intervista in forma d’abbecedario è nata tra il 2010 e il 2011, durante una riunione del comitato di redazione di «Viceversa Letteratura», che voleva dedicare a Giorgio Orelli un dossier del suo quinto numero. Un modo per evitare toni celebrativi, ma anche per lasciare Orelli – conversatore straordinario – più libero di raccontarsi. L’iniziale lista di parole che gli abbiamo sottoposto cercava di toccare – dalla A alla Z – alcuni cardini della sua esperienza di scrittura (e non solo), così da ispirare aneddoti, precisazioni o approfondimenti. Da subito, però, l’esercizio si è trasformato in qualcosa di ancora più creativo: gli incontri si sono moltiplicati; alcune parole sono state aggiunte e altre lasciate cadere; la stessa forma orale dell’abbecedario – fondato sulla trascrizione poi rivista e approvata di diverse registrazioni sonore – si è fatta elastica e ha accolto alcuni testi battuti a macchina direttamente da Orelli. La prima tappa di questo abbecedario è appunto apparsa su «Viceversa» (n. 5, 2011), mentre il libretto Quasi un abbecedario rappresenta in un certo senso l’aggiornamento di quella prima esperienza e, insieme ai testi del 2011, rende conto dei successivi incontri (ci siamo visti l’ultima volta nell’autunno del 2013). In fondo, ci siamo lasciati guidare dalle conversazioni e dalla loro imprevedibilità, con stupore, senza porci troppe domande.


LB: Si ritrovano in questo libro, a mio avviso, molte delle caratteristiche di un altro libro di Orelli, La qualità del senso. Dante, Ariosto e Leopardi (uscito sempre per Casagrande). Mi riferisco a quel lavoro di torsione sulle parole e sulla lingua, un lavoro per certi aspetti "sporco", rasoterra. Ci sono sicuramente Contini, Spitzer, padre Giovanni Pozzi. Pure Roman Jakobson. Tutti nomi che tra l'altro appaiono in questo libro e ai quali è talvolta dedicata persino una lettera. Ma chi sto dimenticando tra quelli che Orelli amava e che non sono presenti in questo libro?
R: Giorgio Orelli si è sempre interessato alla critica cosiddetta “verbale”, aderente cioè – come afferma lui stesso, «alla testualità, o semplicemente all’espressività del discorso poetico». Il “manifesto” di questo impegno critico è il volume Accertamenti verbali (Milano, Bompiani, 1978), a cui sono seguiti diversi altri libri. L’ultimo è proprio La qualità del senso, senz’altro legato all’abbecedario in tutte le sue parti di critica letteraria, che si alternano però ad aneddoti e momenti più colloquiali. Del resto, alla lettera V come Varianti, l’incipit è significativo: «Certo, ogni critica è buona quando è buona. E poi: la critica è opera di intere generazioni. E poi... Stiamo col Contini, per il quale “è evidente che quella buona si svolge tutta sopra un solido fondamento verbale”». Ma sui “nomi” amati da Orelli si potrebbe discutere (chiaramente Contini, suo docente a Friburgo negli anni dell’università, è il primo nome da fare), con alcune sorprese: alla lettera J come Jakobson, per esempio, compaiono le Microlectures di Jean-Pierre Richard. Restando alla critica verbale, comunque, i nomi che ritornavano più spesso durante le chiacchierate (anche per alcune loro parole particolarmente felici o memorabili) sono Valéry e 
Mallarmé.


LB: Quello che mi stupisce di fronte a questi ragionamenti di cui sopra è come una solida base teorica lasci tuttavia spazio a impennate di critica e analisi testuale degne di una fantasia straripante, "infantile" nel senso più bello del termine. Ecco, la "fantasia di Orelli" (a mio avviso massima quando si addentra in certe analisi su Dante). Tu l'hai conosciuto e sai dire se questo aspetto fantastico è centrato e come va aggiustata eventualmente questa percezione.
R: Giorgio Orelli era molto curioso e non finiva mai di stupirsi. Penso che questo possa essere un buon punto di partenza – ancorché semplicistico – per avvicinarsi al suo lavoro (parlo della critica come della poesia, della narrativa, della traduzione). E il suo formidabile orecchio, unito all’erudizione ma soprattutto all’incredibile memoria, gli ha permesso di scoprire come pochi altri (forse come nessun altro, almeno in Italia) quanto agiscano sui testi – consciamente o inconsciamente – le infinite risorse del linguaggio. Orelli è stato per esempio capace di leggere passi battuti e ribattuti della nostra tradizione letteraria (come L’infinito, o l’attacco della Commedia) illuminandoli ulteriormente e illustrando caratteristiche che, a posteriori, sembra impossibile fossero rimaste nascoste.

LB: Te la senti di spendere la parola "maestro" per Orelli?
R: Senza ombra di dubbio.

LB: Qual è la tua lettera-parola preferita in questo abbecedario?
R: Da una parte, R come Rösti mi ha sempre divertito molto. Dall’altra, però, G come Goethe è l’ultimo testo battuto a macchina da Orelli per l’abbecedario, e l’ultimo a essere entrato nel libro: forse ci sono ancora più legato.

LB: Il libro è incompiuto (Orelli è morto nel novembre 2013), tuttavia giustamente tu ricordi nella nota introduttiva che non ha molto senso appassionarsi troppo al confine tra compiuto/incompiuto. Secondo te, se ci fosse stato modo di proseguire, quale lettera sarebbe arrivata dopo?
R: Ne sarebbero arrivate molte altre, e altre ancora sarebbero state scartate, poi forse ripescate, poi forse perse. Una lettera che gli avrei ancora proposto? La prima che mi viene in mente è Z come zoo.

martedì 15 luglio 2014

"L'importanza di essere piccoli". Poesia e musica nei borghi dell'Appennino bolognese dal 5 al 9 agosto 2014



Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l'importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine, emblema di grazia e gravità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.


io amo più forse,
le colline e le fresche brezze e le verdescuro
pinete, che i giganti passi dell'uomo
a. rosselli


IL PROGRAMMA

5 agosto – “Scaialbengo” centro culturale ippico, Castel di Casio ore 21
DINA BASSO, YARI BERNASCONI, ALBERTO CELLOTTO (letture)
ROBERTO ANGELINI (live acustico)

6 agosto – Molino del Pallone, Granaglione ore 21
LUIGI SOCCI (lettura/incontro)
DAVIDE TOFFOLO (concerto/spettacolo Graphic Novel is Dead)

7 agosto – Pieve della Rocca di Rofeno, Vergato ore 21
MARIO BENEDETTI (lettura/incontro)
RICCARDO SINIGALLIA (concerto)

8 agosto – Capugnano, Porretta Terme ore 21
FABIO PUSTERLA (lettura/incontro)
PEPPE VOLTARELLI (live acustico)

9 agosto – Castagno, Pistoia ore 21
LIVIA CHANDRA CANDIANI (lettura incontro)
MARA REDEGHIERI (concerto progetto Dio Valzer)

Tutti gli eventi sono a ingresso libero e in caso di pioggia si svolgeranno ugualmente nei luoghi indicati.

INFO
www.sassiscritti.wordpress.com
sassiscritti@gmail.com
fb: L'importanzaDiEsserePiccoli
mob: 349 5311807 | 349 3690407
Come raggiungere i borghi:
http://sassiscritti.wordpress.com/come-arrivare/

“L'importanza di essere piccoli” è organizzato dall'associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli

con il sostegno di
Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.

con il contributo di
Fondazione del Monte, Banca di Credito Cooperativo Alto Reno, Banca di Imola filiale di Porretta Terme, Gelati Sammontana, Helvetia Thermal SPA Hotel

con la collaborazione di
Associazione “Amici dell’ antica pieve”, Associazione parrocchiale “Beata Vergine della neve” Pro loco di Capugnano, Circolo ricreativo Arci di Piteccio , Pro loco di Castagno, “Scaialbengo centro culturale ippico” di Castel di Casio, Pro loco Molino del Pallone, Libreria l’Arcobaleno di Porretta Terme, Centro turistico La Prossima di Castel di Casio, Arci Pistoia e circolo Arci Sperone, Libreria Lo Spazio di via dell'Ospizio di Pistoia, Anonima impressori di Bologna, The Califfo Pub di Porretta Terme, La Baracchina f.lli Tovoli lago di Suviana, Gelateria La Baracchina di Porretta Terme.