mercoledì 5 ottobre 2011

"La luce prima", il secondo romanzo di Emanuele Tonon














Noi sentiamo parlare spesso di "prima luce". Il titolo del secondo romanzo di Emanuele Tonon (Isbn Edizioni, pag. 130, euro 15,90) pone invece l'aggettivo dopo il sostantivo, in posizione restrittiva. Non descrive, non esalta, ma restringe la visuale. In effetti le pagine di questo breve romanzo sono una cavalcata verso l'essere e verso la sua origine (la "cavità di donna che crea il mondo, veglia sul tempo lo protegge" cantava Giovanni Lindo Ferretti dei C.S.I.): la madre, che nel caso di Tonon è da poco scomparsa. Pensiamoci bene, non sono molti i libri di narrativa in cui una madre è protagonista, da sola, attraverso le parole del monologo e il flusso di ricordi del figlio, dalla prima all'ultima pagina, senza tregua, e in questo vi troviamo già una situazione inedita. Inoltre, con l'aggettivo in quella posizione, il titolo diventa sospeso, incompleto, quasi che quel "prima" assumesse una valenza d'avverbio: la luce prima di qualcosa. Si dice "la luce prima dell'alba", "la luce prima del tramonto", "la luce prima di morire". Ho sempre in mente, e tornavano spesso a bussare nella mia testa durante la lettura, quelle parole vergate da Giuseppe Caliceti in Pubblico/Privato 0.1 "Da alcune settimane ho la sensazione che tutti i giorni, i mesi, gli anni che ho vissuto e vivrò dopo la morte di mio padre siano una specie di regalo che mi è stato concesso, un indecifrabile tempo supplementare".

Per questo libro si è parlato, a ragione, di "canto d'amore". Questo almeno recita la bandella firmata da Michela Murgia, la scrittrice che ha inaugurato la collana "Gli italiani di Isbn" dove trovano collocazione anche i due libri di Emanuele Tonon (il precedente "romanzo eretico" Il nemico è del 2009, un sottotitolo che andava così a braccetto con l'idea della casa editrice di colorare i bordi delle pagine, proprio come i breviari). Una sorta di precedente di questo libro potrebbe risiedere nella conclusione del "ciclo dei vinti" di Ferdinando Camon. Un altare per la madre era tuttavia anche un percorso di recupero di un'etica segnatamente cristiana. Con Tonon è diverso. Come vuole la vulgata ad uso e consumo giornalistico, lui è l'ex-francescano, teologo-operaio, colui che prima bestemmia (ne Il nemico) e ora, nel dolore della scomparsa improvvisa, prega in un vero e proprio mantra. Io credo che l'autore stia resistendo bene a questa impalcatura che gli viene allestita attorno (si leggano le pagine in cui descrive il disagio durante la visita a Milano per promuovere il primo libro). Questo suo libro mi è sembrato un'ottima risposta a queste pressioni che potrebbero schiacciarlo (si è parlato anche di "nuovo Erri De Luca", forse solo perché di mezzo c'è la teologia e l'essere operaio, cose che lo accomunano al prolificissimo De Luca, autore che viaggia ad una media di un libro breve al bimestre). Probabilmente sono un ottuso che si sbaglia di grosso. Quello che però vorrei sostenere è che Emanuele Tonon ha scritto un libro svincolato, nonostante attorno a lui, a mio modo di percepire, si notino attive delle intenzioni per veicolarlo in un certo modo. Credo che se ne sia fregato di tutti e che ci proponga un romanzo che suona come un mantra, qualcosa di nuovo per i lettori, un'azione del pensiero che diventa scrittura che desidera salvare. Una forma adattiva, ultrarapida, magari darwiniana, nei confronti del nuovo stato di privazione e assenza e quindi di cambiamento? Lo suggerisco anche per contrastare i termini "teologici" che sono stati adoperati senza significativa pregnanza. Magari a breve, quando - spero - intervisteremo Leonardo G. Luccone di Oblique, l'agenzia letteraria di Tonon, potremo pesare meglio queste impressioni, consapevoli che Oblique, per sensibilità e cura, è tra le cose migliori l'autore potesse incontrare.

Il tema della morte di un genitore è ovviamente rischioso, delicatissimo, si presta nel mondo dell'editoria, sempre a caccia di "casi", a strumentalizzazioni e interpretazioni pilotate. (Suvvia! Come se al giorno d'oggi il successo di un libro fosse sempre e comunque esclusivamente frutto del caso e non esistessero anche i successi costruiti a tavolino.) Ma il lettore che aprirà i suoi occhi a La luce prima ritroverà probabilmente il tentativo di decifrare quel tempo supplementare di cui scriveva Caliceti, il tempo che Tonon inizia a vivere assieme al proprio lettore. In questa sede, hanno poca importanta tutti i particolari biografici di cui veniamo a conoscenza durante la lettura, la paternità, biologica e reale, la povertà, la casa, la coabitazione di madre e figlio prima della morte. Ciò che conta è questo passaggio che l'autore ha percorso e che probabilmente lo condurrà verso nuove prove che leggeremo sempre con grande interesse.

Concludo sulla bandella, costruita con una foto tipicamente Settanta-Ottanta, ingiallita, simile a quelle che in tanti conserviamo dentro l'album di famiglia, una foto appartenente ormai ad un'epoca fotografica che viene prima del diluvio e dell'alta deperibilità del digitale: non capisco fino in fondo la seconda parte dell'affermazione di Michela Murgia: "un abisso da cui non si può uscire innocenti". Non capisco "innocenti". Chiudo come avevo iniziato, attorno a un aggettivo. Se avete letto il libro, aiutatemi a capire come lo interpretate!

domenica 2 ottobre 2011

La vendetta di Agota Kristóf (1935-2011)

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #3

Ques'estate, verso fine luglio, ci ha raggiunto la notizia della morte di Agota Kristóf. La scrittrice ungherese migrata a Neuchâtel, in Svizzera, dopo i fatti d'Ungheria del 1956, costituisce uno dei più interessanti casi di scrittori che hanno scritto in una lingua diversa dalla propria (sono tutti casi di notevole interesse), in una sorta di esilio linguistico, dopo aver deciso di abitare - riprendendo e riadattando Heidegger - un'altra lingua. Al di là di questo, è una scrittrice che difficilmente lascia in pace il lettore, nel senso che lo insegue anche a distanza. In italiano possiamo leggere i titoli più noti come Trilogia della città di K., Ieri, un suo breve romanzo dal quale è stato tratto anche il film Brucio nel vento di Silvio Soldini. Ma non è tanto di questo che vorrei parlarvi, bensì di un ancora più breve libro uscito con il titolo de La vendetta.
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Maurizia Balmelli, traduttrice de La vendetta, ci ricorda in un articolo uscito su La nota del traduttore, il bel sito di Dori Agrosì dedicato alla traduzione letteraria:

"Il rigore di Agota Kristof [...] va ben oltre l'esigenza estetica. È un rigore che nasce dalla tormentata e appassionata relazione della scrittrice con il francese - sua lingua d'adozione che, come lei stessa afferma, non ha ancora finito di imparare. Un rigore che è consapevolezza dei propri limiti e al tempo stesso rivendicazione di una sensibilità linguistica molto peculiare. Un rigore che, coniugato al talento, permette all'autrice di mantenersi in equilibrio tra una lingua impeccabile e sottilissime distorsioni della stessa, scarti minimi, espressioni idiomatiche lievemente forzate, giri di frase inconsulti eppure armonici, puntuali
incoerenze nell'uso dei tempi verbali."

Il titolo originale è C'est égal. Una traduzione letterale del titolo sarebbe forse stata preferibile, o forse anche "Vendetta", senza l'articolo, poteva essere più giusto. Avrebbe reso meglio quel senso d'assurdo che invade queste venticinque prose. Sono schegge plumbee e legnose, prose radunate negli anni dell'esilio, dopo il 1956 quindi e in larga parte negli anni Settanta. Se vi capiterà di leggerle, o se magari vi è già capitato, probabilmente sareste d'accordo nel dire che non se ne esce indifferenti. Ora, è vero che ogni lettura importante non lascia mai indifferenti, ma qui parlo di una sorta di sconcerto psicofisico che potrebbe causarvi la lettura de La vendetta. L'abbraccio frontale della realtà, delle solitudini, dell'isolamento, di una certa follia che può albergare nella vita coniugale, di una semplicità della vita che si trasforma in angoscia.

Venticinque momenti di una grande scrittrice che balzellano tra autoironia, grottesco, macabro e lo sfioramento del nonsense. Parabole rapide d'esistenza che precipitano come meteore dentro il nostro quotidiano, schegge che si conficcano dolorose sulla pelle procurando un dolore che dev'essere quello dell'esilio. A me hanno fatto tornare in mente le Cartoline dai morti di Franco Arminio, il bellissimo libro con cui ho iniziato a scrivere in queste pagine.

mercoledì 28 settembre 2011

Casticismo ovvero cultura e nazione in Miguel de Unamuno

Faceva bene Silvio Lanaro, negli insospettabili anni Novanta, periodo di europeismo convinto e forse un po' ingenuo, a tornare a parlare provocatoriamente di "patria" in quel bel libro del 1996 intitolato proprio Patria. Circumnavigazione di un'idea controversa (Marsilio). Lanaro, e altri assieme lui (pensiamo a Ruggiero Romano e Ernesto Galli della Loggia), alimentarono un dibattito a tratti acceso attorno ai termini di stato, nazione, patria, per addentrarsi a discutere di argomenti importanti ed estremi come quello della morte della patria. Lanaro fu tra gli storici più attivi di quella stagione, almeno su questo fronte, e scrisse un'importante prefazione a Che cos'è una nazione? di Ernest Renan (Donzelli) e a quella fondamentale testimonianza sul 1940 francese di Marc Bloch, L'Étrange Défaite (La strana disfatta, Einaudi). Oggi che l'Europa è più che mai sotto i riflettori e che il continente, a livello mondiale, è vissuto come una miccia pronta ad innescare una catastrofe economica, quella stagione di entusiasmo pare svanita. Si torna a parlare sempre più intensamente di stati nazionali, del rilievo dei singoli casi, magari visti più come "untori" che come risorse, persino della fine della moneta unica. Probabilmente è stato un errore farsi trascinare dagli entusiasmi europeisti, a maggior ragione se notiamo che quell'Europa era forse un apparato di burocrazia e burocrati. Oggi in tanti si chiedono dove stia l'Europa, se non sia solo una serie di uffici pronti a dettare normative su materie che conoscono pure poco. Contestualmente sbagliavamo a dimenticarci  dell'importanza di un dibattito che affrontasse apertamente la questione degli stati nazionali alle soglie del terzo millennio e non tanto nei termini di quegli inevitabili contraccolpi localistici che la globalizzazione produce.

Tutto questo preambolo per dire che possiamo rallegrarci a vedere raccolti in volume i saggi di Miguel de Unamuno attorno ai temi di cultura e nazione. Il libro, che si intitola proprio Cultura e nazione (a cura di Enrico Lodi, Medusa Edizioni, pp. 142, euro 16), raccoglie quattro scritti apparsi sulla rivista madrilena "La España Moderna" nel 1895 e usciti sette anni più tardi in un volume recante un titolo che l'editore italiano non ha voluto riprendere: En torno al casticismo. Con "casticismo" Unamuno intendeva quella purezza e integrità morale alla quale la nazione è chiamata, soprattutto nei momenti di forti turbolenze e rapida decadenza. In queste turbolenze ora possiamo vederci gli scossoni del turbobiocapitalismo attuale e, naturalmente, alla lettera, la crisi che l'arretrata Spagna attraversava alla fine dell'Ottocento (ricordiamo il significato simbolico dell'anno 1898 per la Spagna, la fine delle colonie, la guerra ispano-americana e quel fondamentale gruppo che prese il nome di Generación del 98). Per questi aspetti un parellelismo con il saggio di Lanaro, almeno negli intenti, non è del tutto fuori luogo. Il termine "casticismo", espunto dalla traduzione del titolo, è tuttavia basilare per avvistare il sole del sistema di pensiero unamuniano. Unamuno cerca le invarianti pure (caste) dello spirito di una nazione e di un popolo. Si badi che il suo ragionamento scaccia da subito certe derive esiziali che, di lì a poco, il pensiero avrebbe poi percorso, soprattutto con riferimento ai concetti di popolo, razza o nazione. Unamuno è alla tesa ricerca della radice comune e di un universale umano e di un'integrità che non è etnica bensì etica. Qui l'unica purezza possibile, qui il casticismo. Il libro poi va ricordato per l'introduzione della distinzione dei concetti di historia e intrahistoria. La seconda è quella cosa che un quadro o una poesia saprebbero raccontare meglio di qualsiasi libro che solitamente si dedica alla prima, è l'urgenza del presente, un luogo di passaggio e confine, una terra (ancora) di nessuno dove è possibile che l'historia prenda un nuovo corso e che il dubbio diventi costruttore di senso. Inoltre è un libro noto per l'incitazione accorata alla Spagna, per l'invito ad uscire dalla sua malattia guardando all'Europa; si potrebbe infine aprire una parentesi su questo aspetto controverso della saggistica di Unamuno, visto che altrove, nel suo pensiero, pare sia la Spagna la soluzione ai mali d'Europa. In sostanza c'è una virtù anche nella regionalizzazione, chiamiamola anche "campanile" se vogliamo, ma soltanto se non si perde mai di vista una patria che è quella universale, integra. Sembrano parole facili, frutto di una fede incrollobile e invece sono le parole che possono nascere solo da un profondo culto del dubbio e da uno scatto in avanti del ragionamento filosofico. Anche la tradizione in Unamuno assume nuova luce, è necessariamente tradizione "elevata al presente" e mai rivolta al passato (quanti legami con Ortega y Gasset!).

Per finire lasciatemi spendere qualche riga sulla linea editoriale di Medusa Edizioni, una casa editrice che periodicamente propone testi importanti e ben curati. Un po' è strano - già altri l'avranno notato - constatare che la casa persiste nella sua quasi totale assenza nel web (esiste un dominio registrato, un catalogo PDF scaricabile ma non un sito vero e proprio). Ricordo di averlo cercato senza successo qualche anno fa. Oggi la situazione non è cambiata di molto, è quella che vedete anche voi. Un peccato, visto che la rete può diventare una risorsa per tutti. Ma se i libri che propone continuano ad essere questi, che valga la pena tenerci una Medusa quasi interamente fuori dal web?

sabato 24 settembre 2011

"Antartide" di Laura Pugno



Che libro bellissimo. Lo so, non è il modo migliore e più credibile per iniziare a parlare di un libro che si è letto e apprezzato in tutte le pieghe. Ma quando un romanzo sa essere convincente dal primo all'ultimo capitolo, in ogni riga, nei dialoghi, nei gesti che appartengono intimamente a dei personaggi che si svelano a poco a poco, la prima reazione è quasi una sensazione di invidia per chi l'ha scritto. Dico questo consapevole di toccare un argomento poco discusso, cioè quella naturale invidia (forse non è la parola corretta?) che sorge quando è evidente che chi ha scritto il libro aveva in mano, in testa, persino nelle gambe lo sviluppo della storia, la lingua, lo stile, i rimandi interni e persino il messaggio (termine un po' desueto, ma evidentemente Laura Pugno ha fatto delle larghe riflessioni sul tema della morte, dell'eutanasia, delle cure palliative). Ho letto che l'autrice ha impiegato tre anni a scrivere questo libro tutto sommato breve (non potrebbere essere diversamente, direte voi, visto il titolo di questo blog). Il lungo lavoro-lavorio è stato ripagato e mi auguro che l'attenzione dei lettori sia grande come lo sforzo di Laura Pugno.


Antardide (Mimimum Fax, pag. 155, euro 13) - un titolo splendido tra l'altro, che sembra giocare con quelli di Henry Miller - si riferisce al luogo dove ha inizio la vicenda. Il protagonista, Matteo, è al polo per una missione scientifica. Poche pagine sono dedicate a questo luogo, dove Matteo, durante un'immersione, rischia di perdere la vita (una situazione al limite del suicidio, ma qui vige la regola della reticenza). Antartide è un luogo-metafora che dà il senso al divenire della storia. Subito dopo, Matteo è catapultato nella sua Roma, a "rincorrere" il padre morto. Qui rientrerà in contatto un amico medico del padre, con l'ex moglie Sonia, dalla quale ha avuto la figlia Micòl (quanta bravura anche a inventare i bambini, lo noterete sia con Micòl che con Cati). Definirei questo un libro dell'in medias res. Ogni incastro avviene nel bel mezzo delle cose, quando le situazioni sono già mature, in stato avanzato (se non terminale) oppure quando le tragedie sono avvenute. Questa è l'ulteriore caratteristica eccezionale dell'ultima prova di Laura Pugno. A tratti vi si possono trovare echi buzzatiani.


Ma avevamo lasciato Matteo alle prese con la morte del padre. Suo padre è morto in treno, mentre si dirigeva versa La casa di Miriam, una struttura alberghiera tra Italia e Francia dove chi vive lo stadio terminale di una malattia inguaribile può decidere come morire. Il lettore è progressivamente spiazzato da quanto avviene in questo albergo, dall'incontro tra Matteo e Sonia, dal singolare rito funebre del padre di lei. Qui impareremo a conoscere anche Cati, la figlia di Miriam, che vive un attaccamento morboso per la piccola Micòl. Qui vedremo lo svelarsi di Miriam, capiremo alcune cose fondamentali legate al passato e al presente di Cati. 


C'è anche un saper tenere insieme tre generazioni vicine in questa nuova uscita narrativa di Laura Pugno (ricordiamo che la Pugno si è cimentata anche con la poesia, il teatro e la traduzione). Matteo, punto di legame e rottura tra la generazione che lo precede (suo padre, suo suocero, il dottore amico del padre) e quella che lo segue (Micòl, Cati), è un personaggio tra i più riusciti della recente narrativa. Assieme all'ex moglie Sonia e alla misteriosa Miriam costituisce l'asse portante della narrazione. Mi fermo, perché è un libro che va letto e non raccontato (e io l'ho svelato pure troppo).

mercoledì 21 settembre 2011

Quella scheggia impazzita di Vladimir Zazubrin

Riletture di classici o quasi classici (dentro e fuori catalogo) #2












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Come anticipato nella prima puntata di questa pseudorubrica, nelle riletture di Librobreve vado a pescare classici (o quasi), ovviamente brevi, costituiti da titoli a catalogo, fuori catalogo o fuori commercio. Personalmente ho sempre trovato stimolante curiosare sui meccanismi che portano un libro a finire nel dimenticatoio dell'editoria e, parallelamente, a seguire le operazioni che portano al ripescaggio di libri ingiustamente (o giustamente!) dimenticati dall'editoria e dal pubblico dei lettori. Il libro in questione potrebbe essere benissimo in ristampa dall'editore in questi giorni o tra qualche mese; purtroppo non possiamo saperlo. Attualmente costituisce un libro breve di difficile reperibilità e di una certa rilevanza.
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Chissà che riparlarne possa contribuire, in modestissima misura, a riportare attenzione sull'autore e su questo libro, scritto nel 1923 ma che in Russia la luce la vide soltanto nel 1989, anno di svolta per l'intera letteratura dell'Urss e per la letteratura russa in generale, anche e soprattutto in rapporto con le traduzioni mondiali che seguiranno. In Italia lo pubblicò Adelphi poco dopo, nel 1990, numero 247 della collana Piccola Biblioteca, nella curatela di una delle nostre massime slaviste, Serena Vitale. Forse riuscite a ritrovare le ultime copie su alcuni siti di ecommerce di libri datati (Abebooks o Maremagnum) mentre in libreria e nei principali siti di ecommerce fareste molta fatica.

Il titolo completo è La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei. Lei è la rivoluzione. Questo racconto lungo (p. 127, euro 8,00 il prezzo Ibs.it che tuttavia non ce l'ha disponibile) viene sdoganato nella rivista "Luci della Siberia", quella stessa rivista che avrebbe potuto pubblicarlo negli anni Venti. Oggi questo testo crudissimo e potente è uno dei principali sentieri per rivivere sulla pagina gli orrori del clima rivoluzionario e di guerra civile. Attraverso Srubov, il protagonista cekista che si adopera alla causa rivoluzionaria giustiziando uomini e donne che hanno commesso "errori", entriamo a piedi pari nel "terrore rosso", davanti a una montagna di cadaveri prodotti in serie della Rivoluzione, una macchina-sentimento che rende tutti gli uomini strumenti da impiegare per l'unico scopo. I meccanismi dell'adesione o della dissidenza allo spirito della rivoluzione sono stati studiati in lungo e in largo ma quello che rimane di questo libro breve è la sistematica dedizione del protagonista, Srubov, la sua fattezza, i suoi pensieri deliranti e psicotici. Nel finale viene ritratto addirittura sopraffatto da questo spirito, mentre ha una visione di lei, la Rivoluzione, una macchina talmente violenta in grado di distruggere anche gli addetti come Srubov, portandoli a vivere uno stato di allucinazione permanente. Al di là della testimonianza, questo resta un testo importantissimo per la descrizione degli esiti disumanizzanti della Rivoluzione e perché costituisce un punto di vista singolare sui suoi orrori, il punto di vista di chi li ha perpetrati con sistematicità e dedizione incredibili. Qui racconta l'orrore pieno chi lo commette mentre, in altre fondamentali testimonianze del Novecento, i tanti orrori vengono raccontati più frequentemente da chi li subisce e sopravvive o da chi ne viene a conoscenza. Le notevoli ricadute di questo fatto sul piano della scrittura e della narrazione si possono intuire.

L'autore, ammazzato nel 1938 in pieno periodo di purghe, non pare particolamente noto al pubblico italiano. La Garzantina della letteratura in mio possesso, non l'ultima edizione ma comunque di fine anni Novanta, non lo cita neppure.

venerdì 16 settembre 2011

La collana Zoo di :duepunti edizioni

Librobreve intervista #4
Storie di collane micro #3

:duepunti sul divano: da sinistra Roberto Speziale, Andrea L. Carbone, Giuseppe Schifani

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Visto che l'occasione lo consente, unisco in questo post intervista e monografia di una collana "micro". La casa editrice in questione è una di quelle che, a mio avviso, meritano maggiore attenzione nel panorama degli ultimi anni. La collana di cui parliamo nell'intervista è "Zoo ||| Scritture animali", un contenitore inaugurato quasi per caso nel 2010 che si presenta come un espediente editoriale per affrontare temi assai lontani dall'intrattenimento (il nome "Zoo" potrebbe erroneamente trarre in inganno qualcuno) bensì centrali, fondanti e intramontabili.
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LB: Ho sempre trovato nelle “scritture animali” un parametro forse ingenuo ma efficace per “sentire” la bravura di uno scrittore. Per questo la collana Zoo mi è parsa subito un’idea notevole. Ci può spiegare come è nata e quali sono state le riflessioni editoriali che ne hanno accompagnato il lancio?
RISPOSTA: Se alla sua considerazione uniamo il grande potere di fascinazione che gli animali indubbiamente posseggono, avremo le due coordinate su cui si muove la collana. A questo si aggiunga come nella storia della letteratura il riferimento al mondo animale come pura suggestione, se non come allegoria di qualità dell’animo umano che sono in grado di realizzare all’interno di una storia un metalivello di senso che ha molto a che vedere con le origini del mito.
La nascita del progetto di zoo|||scritture animali (che già nella grafia del suo nome propone i limiti di una gabbia) risale al maggio 2008 e all’incontro con Dario Voltolini, avvenuto in occasione del Salone del Libro di Torino e mediato da un ex compagno di scuola, che altri non è che Giorgio Vasta. Dario che ci conosceva per aver letto l’inqualificabile storia del xx secolo di Ourednik (Europeana, :duepunti 2005) in quell’incontro ci propose di pubblicare il suo Fabio, un racconto lungo, o se vogliamo romanzo breve, ispirato da un ragno, la Tegenaria Parietina. Fummo lusingati dall’offerta, tuttavia non avevamo una collana di autori italiani che potesse accogliere in uno spazio letterario coerente quel testo. Da lì l’idea di creare una collana che muovendo proprio da quell’esempio costituisse un unicum editoriale ospitando testi che rispondono a un preciso concept tematico. Naturalmente per dirigere il progetto abbiamo coinvolto Vasta e Voltolini.

LB: Come funziona la collana? Si pubblica su invito e ci sono testi che sono in un certo qual modo commissionati?
RISPOSTA: Sono i due direttori a proporre i nomi degli autori. Capita poi che un autore abbia nel cassetto un testo che ben si adatta ai temi della collana, ovvero – come nella maggior parte dei casi – è proprio la voglia di confrontarsi con il concept che spinge l’autore nel mettere alla prova la propria scrittura e “catturare” – in termini letterari – l’animale prescelto.
LB: Pensate di ripubblicare “scritture animali” di autori del passato, testi magari fuori catalogo e usciti dai circuiti che meritano di essere riproposti in chiave aggiornata?
RISPOSTA: Era una delle idee iniziali. Al momento non abbiamo in programma un testo con queste caratteristiche, ma non lo escludiamo per il futuro, anche  per scandire il corso delle pubblicazioni.

LB: Mi interessano molto i nomi delle collane. Zoo è chiaro, breve, facile. È un nome che dice quello che non va bene oggi nel mondo animale? 
RISPOSTA: Lo zoo è anche un contenitore e insieme una costrizione. In termini editoriali la collana è il contenitore per antonomasia, mentre la costrizione è nell’estensione che imposta agli autori per i loro testi che, se da un lato è un limite è anche una prova nel dosare il ritmo narrativo ibrido tra romanzo e racconto.
LB: Veniamo infine al progetto grafico, fiore all’occhiello della collana. Ci racconta come è nato? L’unico aspetto che non mi sarei aspettato è un sapore un po’ troppo “Isbn” delle copertine. Perché la scelta del barcode in copertina? Forse perché ricorda le sbarre degli animali allo... Zoo?
RISPOSTA: Per le caratteristiche e la natura porosa della carta scelta per la copertina non potevamo ipotizzare forme grafiche complesse. Abbiamo quindi pensato di trasformare questo limite in un punto di forza nonché elemento di riconoscibilità per la collana: contorni netti, forme stilizzate, lettering essenziale, colori piatti in una bicromia che si esalta grazie alla grana e alle fibre naturali della carta. Infine il codice EAN che crea l’effetto di una gabbia che racchiude solo parzialmente la silhouette dell’animale, così come l’editoria non può ridursi a solo marketing.

LB: Quali sono state le prime reazioni ai titoli già pubblicati?
RISPOSTA: Non esisteva prima d’ora una collana che avesse un concept così tanto definito, sia dai temi che dallo stile, mentre i libri ultra-tascabili sono un frammento di mercato ormai ben definito. Si pensi ai Millelire di Stampa Alternativa, ai Sassi di nottetempo o ai libri di Mille et une nuits in Francia. Benché il formato sia piccolo abbiamo tenuto a realizzare libri di alta qualità. Forme eleganti: l’impaginato mima il canone dei manoscritti medievali. Materiali ricercati: la carta della copertina è prodotta artigianalmente a partire dallo sterco di elefante all’interno di un progetto di tutela di questi animali in Sri Lanka. Eco-sostenibilità: oltre all’origine della carta di copertina, le carte usate per l’interno dei libri sono certificate FSC e gli inchiostri a base di oli vegetali e materie prime naturali rinnovabili. Tutti elementi che insieme al calibro degli autori coinvolti fanno della collana zoo|||scritture animali un vero e proprio oggetto da collezione.

Ecco allora una lista con i primi titoli della collana:
1. GIUSEPPE GENNA, Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari, 2010.
2. DAVIDE ENIA, Mio padre non ha mai avuto un cane, 2010.
3. MARIO GIORGI, Alter E (un fagiano), 2010.
4. GIULIO MOZZI, La stanza degli animali, 2010.
5. NICOLA LAGIOIA, Fine della violenza, 2010.
6. CARLO D’AMICIS, Il grande cacciatore, 2011.
7. MATTEO B. BIANCHI, Gatta gatta, 2011.
8. GIORGIO FALCO, La compagnia del corpo, 2011.

Per concludere ecco un paio di collegamenti: è interessante ascoltare quello che dice Roberto Speziale in tema di editoria sostenibile nella puntata del 4 luglio 2011 di Fahreneit a questo link e leggere l'intervista a uno dei curatori, Giorgio Vasta, su Nazione Indiana (qui il link).

mercoledì 14 settembre 2011

Sprimacciatevi gli occhi con "Piccolo testamento" di Gabriele Dadati


Gabriele Dadati, piacentino nato nel 1982, non ha bisogno di essere definito, con strilli da quarta di copertina, uno dei più interessanti autori espressi dalla narrativa italiana degli ultimi anni. Lo è e Piccolo testamento (Laurana, pp. 128, euro 12) merita davvero di essere letto. Scrive questo chi inizialmente aveva storto il naso di fronte all'ennesimo libro dove si legge di uno scrittore, questa volta giovane, questa volta ritratto a letto con una ragazza, Camilla, che definisce la sua puttana, uno scrittore che ha avuto una storia importante con Marta, uno scrittore che tuttavia, questa volta, è pronto a restituirci una vivida e dolorosissima relazione intellettuale sulla quale viene impostato il ritmo in levare dell'opera.

Il libro di Dadati, pur entrando quindi nell'ormai sovrabbondante insieme di libri dove si parla di scrittori e scrittura (qui sembra davvero di leggere tra le righe la routine e i retroscena di tanti giovani scrittori e dell'editoria nostrana), pur sfiorando quell'autoreferenzialità che è tipica della televisione (ma anche di ogni media, quelli nuovi compresi), rappresenta anche il libro che avrei voluto leggere da tempo e che finalmente ho trovato.

Un lungo racconto tirato, una notte priva di sonno in cui il nostro protagonista senza nome ricorda il suo rapporto con Vittorio, un vero maestro, precocemente scomparso a causa di un cancro al cervello. Oggi è difficile, è persino out parlare di rapporto maestro-allievo, tanto più nell'epoca delle marchette intellettuali. Eppure io credo che nuovi libri che affrontino questo tema con altrettanta limpidezza e onestà siano necessari perché, parafrasando e capovolgendo Wittgenstein, su questa fondamentale relazione dell'umano non possiamo tacere. Se poi sono libri come questo, in grado di raccontare la sfibrata vita di oggi, la sua sconclusionatezza, le sue numerose forme di dissipazione di energia, risorse, desideri e, naturalmente, di testamenti allora i motivi per rallegrarsi raddoppiano. Ci sono cose che riguardano i meccanismi della trasmissione che non possono non riportare alla ribalta discussioni anche accese sul rapporto maestro-allievo.

E poi c'è il piccolo testamento del titolo. Ovviamente il pensiero non può non andare a Montale e a quella splendida poesia così intitolata. In effetti nel finale Dadati gioca con Montale, chiamandolo in causa a più riprese, accordandogli preferenze ma anche distanze. Sempre nel finale, c'è un passaggio molto bello in cui il protagonista ripercorre "le righe" delle persone della propria vita, un paragrafo che desidero riportare per intero:

"Così io sto, poco oltre l'incrocio delle righe, nella zona in cui ormai si sono interrotte. La riga che era Vittorio, e che s'è interrotta. La riga che era Marta, e che ho aiutato a interrompersi. La riga che era la mia famiglia d'origine, e che ho voluto interrompere per oltrepassarla. Solo quest'ultima è un'interruzione che appartiene a una natura delle cose che si immagina benigna. Ma in ogni caso oltre l'incrocio di queste tre righe io sto, in uno spazio di vuoto pneumatico che mi definisce."

Per il maestro Vittorio, per la memoria che ne trattiene il nostro protagonista senza nome, vanno bene i versi finali della poesia di Montale:

Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.