domenica 8 dicembre 2013

"L'infanzia di Gesù" secondo Coetzee

©overtures #4

Il Nobel Coetzee torna in Italia sotto Natale con un titolo molto natalizio, L'infanzia di Gesù. 250 pagine molto scorrevoli, più o meno come sempre accade con lui, pubblicate da Einaudi nella traduzione di Maria Baiocchi. In realtà questa sorta di parabola sull'immigrazione, sul vuoto vorticoso nel quale sembriamo tutti precipitati, ha ben poco dello stereotipato natalizio. E anche il titolo potrebbe trarre, almeno inizialmente, in inganno.

Stavolta torno a soffermarmi su alcuni aspetti tecnici, quali la copertina ad esempio. Anzi, partiamo con le copertine. (Mi piace notare come mutano le copertine degli stessi titoli da paese a paese o da edizione a edizione, magari nel passaggio da hardcover a paperback.) Prendete la prima della colonna accanto, oppure la seconda giocata sul gigantismo della parola "Jesus" e poi quella della Kindle edition del libro dove compare quel bambino con gli occhialoni che poi ritorna su sfondo bianco nell'edizione Einaudi (mio figlio più piccolo, 16 mesi, l'ha scambiato per suo fratello, che è solito travestirsi con mantello e occhiali e ora sta tempestando di baci la bianca sovracoperta del volume).

Già, gli occhiali. In attesa dei Google Glasses, forse è una scelta pure azzeccata. Torniamo ora per un attimo al testo presente nel sito dell'editore (il corsivo è mio): 


"Un uomo e un bambino sbarcano in una città misteriosa, parlano una lingua che non è la loro e non ricordano nulla delle vite precedenti. L'unica cosa che l'uomo sa è che deve prendersi cura di questo bambino eccezionale - capriccioso, dolce, capace di guardare la realtà con occhi scandalosamente nuovi - e aiutarlo a ricongiungersi con la madre. L'infanzia di Gesú è il libro piú misterioso e affascinante del premio Nobel J. M. Coetzee. Eppure è anche il racconto piú semplice di tutti: quello dell'amore di un «padre» per un «figlio» che ha la grandezza e la forza di ridefinire il mondo." Le parole "padre" e "figlio" stanno tra virgolette perché tra i due non c'è vera parentela. Si sono trovati salvi dopo un naufragio, a Novilla, e ora lui vuole aiutare il bambino a trovare sua madre, nonostante il naufragio abbia fatto smarrire tutti i documenti. La storia, nel suo procedere, ci ricorda da vicino quelle  storie che accadono in posti dai contorni non ben definiti, posti però dove accadono cose del tutto normali come la vita di carico/scarico di un porto, il gioco del tennis e del calcio, il sesso, l'intasamento di water (bellissimo quel capitolo). Si fa naturalmente il nome di Kafka da qualche parte, nei paratesti. Eppure c'è qualcosa che ci sfugge continuamente in questa che non sappiamo se definire parabola o allegoria. Coetzee fa abilmente metaletteratura raffinata quando l'uomo e il bambino sono alle prese con il Don Chisciotte e forse proprio in questa citazione sta una chiave importante per noi lettori.


Torniamo però alla copertina. Come con i film che riprendono un'opera letteraria, anche con le copertine sarebbe interessante fare un test e capire che se la nostra immaginazione di lettori ha subito contraccolpi alla visione antecedente di un'immagine che intende probabilmente rappresentare in anticipo il personaggio principale di un'opera. Se lasciamo il titolo vivere da solo con l'immagine sembra quasi che questa copertina ci proponga un inedito Gesù, travestito, in panneggi ultramoderni. Tutte queste mie circonvoluzioni partite attorno a una semplice copertina mi hanno fatto inizialmente pensare di essere un po' tocco o quantomeno esagerato. Poi ho trovato questo video girato all'Università di Città del Capo dove Coetzee, in un inglese che si riesce a seguire agilmente, parla del suo libro e di una sua idea proprio in merito alla copertina e al titolo, che naturalmente non ha trovato il favore delle prassi dell'industria editoriale. Inutile dire che ho tirato un sospiro di sollievo. Resterò tocco, ma forse non esagerato.

"I had hoped that the book would appear with a blank cover and a blank title page so that only after the last page had been read would the reader meet the title, namely The Childhood of Jesus. But in the publishing industry as it is at present that is not allowed."




giovedì 5 dicembre 2013

"Il dio delle zecche" di Danilo Dolci (e dei Massimo Volume)

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #18
Una poesia da #25

I Massimo Volume, a distanza di tre anni dal precedente album Cattive abitudini, sono usciti con Aspettando i barbari, disco molto diverso dal precedente, sotto ogni angolatura. Come però spesso accade, si sono divertiti in rimandi letterari e artistici (molto John Cage in questo disco, ad esempio). Per chi non conosce la band, dico che si tratta di rimandi mai scontati e mai pesanti, che amplificano le potenzialità dei testi e della loro musica, creando spesso cortocircuiti impensati tra testo e musica. Cito appositamente anche la loro musica perché troppo spesso questa passa in secondo piano rispetto ai testi e al "cantato" di Emidio Clementi. Credo invece che Egle Sommacal (chitarre) e Vittoria Burattini (batteria) siano dall'inizio, vent'anni fa ormai, l'asse fondamentale della miscela che fa amare o detestare questa formazione. Accennavo ai rimandi. Emidio Clementi, bassista e voce, è tra l'altro autore di non poche prove di narrativa, uscite anche per editori importanti. La globalità dei testi di Aspettando i barbari m'ha riportato però alla mente quello che scriveva Claudio Piersanti nella prefazione al primo lontano libro di Clementi, Gara di resistenza, edito da Gamberetti (l'editore non c'è più ma il libro sembra disponibile ancora su Ibs.it). Scriveva che c'è "...un'atmosfera ricorrente, una sensazione: dev'essere già successo qualcosa, da queste parti. Di solito si scrivono cose che raccontano momenti cruciali, più o meno eroici... L’originalità di Clementi sta proprio nel rendere conto del 'dopo'.” Ho ritrovato questa felice intuizione "del dopo", nonostante il titolo sembri stazionare su un "prima". L'attesa, appunto.

Tornando ai rimandi "libreschi", se nell'album Lungo i bordi  la band riabilitava l'Emanuel Carnevali de Il primo dio o il Drieu La Rochelle di Fuoco fatuo, in Cattive abitudini aprivano con un brano intitolato semplicemente "Robert Lowell". Ora questo nuovo disco, il cui titolo tra l'altro rimanda a un noto romanzo di Coetzee, si apre con un testo tratto da Il dio delle zecche di Danilo Dolci (Mondadori, 1976, pp. XII + 182, fuori commercio). Chissà che una volta tanto la musica aiuti a riportare a galla un libro non più ristampato da Mondadori e appartenente a un autore che è invece bene continuare a leggere, nella breve e lunga distanza. Se oggi volete leggere Danilo Dolci, la cosa più facile è cercare nel catalogo di Sellerio, dove la poesia è però sostanzialmente assente.


DIO DELLE ZECCHE
(di Danilo Dolci)

Vince chi resiste alla nausea
chi perde meno
chi non ha da perdere

vince chi resiste
alla tentazione
tentazione di evadere

vince chi resiste
alle tentazioni
chi cerca di non smarrire
il senso
la direzione

vince chi non si illude

noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci

la moda di esibirsi travestiti
da operai
la moda di fumare
la moda di sparare o non sparare
la moda di spararsi

noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci

più confortevole inselvarsi
appiattandosi zecca



Ed ecco qui il brano dei Massimo Volume. La copertina del disco che vedete sotto nel video è dell'artista newyorkese Ryan Mendoza, a Bologna con una personale proprio in questi giorni.



martedì 3 dicembre 2013

"Per restare fedeli". La poesia di Stefano Raimondi

Librobreve intervista #31

C'è l'impressione che Transeuropa si sia un po' persa per la via. Del resto i tempi sono difficili per ogni azienda, figuriamoci in editoria. Il fatto è che fino a poco tempo fa questa casa editrice di Massa dava l'idea di poter diventare un punto di riferimento per la poesia in Italia, capace di coprire con un bel progetto e un promettente catalogo quello spazietto che le due collane poetiche maggiori, di Mondadori e Einaudi, occupano più che altro per rendita di posizione, quasi svogliatamente, per heritage più che per reale convinzione o "missione". L'impressione che l'editore promettente abbia mostrato difficoltà, soprattutto nella distribuzione e nella promozione, rimanendo invece assai invitante nelle scelte editoriali, non è soltanto mia. Ovviamente, chiunque abbia a cuore la ricerca poetica spera che simili impressioni, giustificate però da difficoltà oggettive a reperire tanti titoli (è la personale esperienza), non siano del tutto vere e che si tratti solo di una fase, tra l'altro comune a tanti soggetti impegnati nell'editoria. Se le impressioni però fossero corrispondenti al vero, sarebbe un peccato perché alcuni titoli di questa casa editrice, transitati anche in questo blog, sono davvero tra i più validi degli ultimi anni ed il merito va probabilmente ascritto al comitato editoriale operante in seno alla casa editrice. Ed è anche il caso di Per restare fedeli (pp. 96, euro 9,90), il libro di Stefano Raimondi del quale colloquio nelle righe che seguono con l'autore, fresco di importanti riconoscimenti e prossimo alla finale del Premio "Città di Fabriano", che si terrà il prossimo sabato 7 dicembre.

LB: Fammi partire dal titolo, che poi è sempre un asse(t) fondamentale di un libro. Ci racconti dove nasce questo titolo intrigante?
RISPOSTA: Ogni titolo è davvero un calco riassuntivo della storie che nel libro vengono raccontate e lascia sempre quell'orizzonte d'attesa a sollecitare la curiosità e l'attenzione di chi ha scelto di seguirne il destino. “Per restare fedeli" è un verso del mio poema, è un passo che ritengo essere l'insieme di due parole fondamentali: “Restare” nonostante tutto e nonostante il tutto e “fedeli” che dice il gesto, l'intenzione di un rapporto, di una relazione. Questo è un libro di fedeltà e d'abbandono e proprio su questo “chiasmo”, che la scelta diventa ancora più radicale, importante. Per restare fedeli è un titolo nato per farsi capire e per farsi intendere. Qui inoltre c'è anche un riferimento alla fedeltà a se stessi e alle proprie scelte, perché solo da questo calco iniziale, si può incominciare a “restare fedeli” a chi saprà condividere con te una reale progettualità esistenziale e non solo.

LB: Nella tua nota ci sono pochi cenni sulla genesi di questo libro di poesia. Quale arco di scrittura prende quest'ultimo libro e quali le motivazioni più profonde (se si può parlare di "motivazioni" in poesia)?

RISPOSTA: Il testo è stato scritto più di dieci anni fa. Il suo inizio è databile intorno al 2001 e precisamente in seguito ai fatti sconvolgenti di Genova. Per restare fedeli nasce dunque proprio da un cortocircuito storico-emotivo che mi ha colto durante quegli anni. Un lungo rapporto amoroso finito e lo scoppio delle guerre e delle rivolte che ho sentito come il riverbero/riflesso della mia situazione interiore. Due guerre: una privata e l'altra storica/epocale. Gli eventi di Genova, la caduta delle torre gemelle e lo scoppio della guerra d'Iraq, sono stati qui i puntelli che hanno incardinato il mio sentire dentro una narrazione dialogica e bifronte. Le guerre e il loro continuo disamore e, di rimando, l'amore con la sua guerra e le sue morti, le sue uccisioni sono le vie sulle quali ho progettato la scrittura di questa raccolta. Da entrambi si esce per speranza e con la voglia di rimediare ai torti subiti, ai dolori patiti. Ma se nel primo caso è la fortuna a farci restare in vita, nel secondo caso è solo lo scambio autentico con la persona amata, a portare provviste per il “dopo”, o meglio, anche per il “dopo”. Le motivazioni interiori plasmano ogni cosa mentre sono le progettualità artistiche – le poetiche – a definire nell'opera il suo perimetro: lo spazio per l'affondo etico. Ogni parola in poesia pone l'attesa del vero.

LB: Torna la guerra protagonista e penso anche al tutto sommato recente Guerra di Franco Buffoni. Ma Buffoni non è l'unico. Ci racconti meglio che territorio occupa la guerra (le guerre) nella tua scrittura poetica?
RISPOSTA: La guerra è per me un racconto continuo. Le guerre sono anche le parole tolte alle narrazioni: parole tolte male. Ma proprio per il fatto di raccontarle si presume di esserne scampati, sopravvissuti. Per fortuna non ho mai vissuto una guerra reale e non me lo auguro proprio, ma ciò che mi rende vicino empaticamente ad una guerra svolta nel mio tempo, nella mia epoca è il dolore della fatica e della fame che mi vengono incontro per farsi interpretare/sentire. Non ci sono guerre lontane. La “guerra” dovunque essa sia ci riguarda sempre! Io sono della generazioni di chi ha avuto i genitori nati e cresciuti sotto le bombe della seconda guerra mondiale; genitori e conoscenti che hanno passato ore e giorni nei rifugi, scampando ai bombardamenti in una città (Milano) che, a differenza della campagna, diventò una vera trappola per topi. Nelle città la guerra - mi diceva mio padre - la sentivi sulla testa e tra un bombardamento e l'altro si pregava di essere risparmiati. Ma era soprattutto la miseria e la fame a mietere più vittime, a fare del proprio vivere un'elemosina. La raccolta delle provviste era un esporsi reale e pericoloso e poter mangiare qualcosa ogni giorno era un'ossessione/desiderio che deflagrava più che le bombe. I racconti fatti dai miei, sono stati una storia reale che ho assunto come verità e spavento: come vita. La guerra detta da loro è stata la guerra capita da me!
Ogni guerra fa stragi e porta a degli stravolgimenti che nessuno può prevedere e le soluzioni di sopravvivenza delle persone si fanno estreme e decisive, nelle vite messe a prestito in quel tempo. Ho ascoltato la storia della fame e delle fughe, facendomi l'idea di una città distrutta fino alle cantine. Nel mio libro ci sono molto riferimenti ai rifugi e alla paura del buio illuminato solo da una fioca lampadina (come l'immagine perfetta ed essenziale che compare sulla copertina del mio libro), che dondola sulle facce di tutti , tra la paura di chi stava seduto ad aspettare che i caccia bombardieri finivano di mordere il cielo. Questi racconti , questa memoria/esistenza si è sovrapposta/sovrimpressionata alle notizie che leggevo quotidianamente dai giornali durante la seconda guerra del Golfo e la cronaca si intrecciava anche alla mia solitaria e privata guerra interiore: storia con la “S” maiuscola insieme alla storia con la “s” minuscola . È stato davvero un cortocircuito questo poema, un autentico lavorio di sovrimpressioni.

LB: Il binomio poesia-storia sembra più forte che mai. Penso anche ad un altro libro uscito per Transeuropa come Il noto, il nuovo di Giovanna Frene. Ma ci sono tanti altri libri che negli ultimi tempi sono tornati a scontrarsi/confrontarsi con questo binomio, che poi rimanda direttamente alla poesia come "forma di storiografia possibile". In Italia ma anche fuori dall'Italia. Che cosa pensi a riguardo?
RISPOSTA: Il binomio poesia e storia è una condizione naturale della poesia stessa. La Storia è la macrostruttura delle storie (quelle di tutti) e in questa relazione continua, la parola poetica diventa sismografica, tracciante, percettiva. La poesia è fatta di esperienze e dove le vite vanno ad intrecciarsi con i giorni, le opere diventano una testimonianza evidente del proprio agire, del proprio volere. La Storia è un racconto e la poesia una sua cifra. Non penso che la poesia possa essere civile solo come “genere”. Ogni poesia è civile perché politica in quanto portatrice dell'evento persona. Il rapporto poesia e Storia è dunque una condizione dello scrivere e di chi usa le parole per “dire” la sua possibilità d'esistere.

LB: Il tuo libro mi sembra un interessante banco di prova e sperimentazione per i rapporti tra testo e paratesti e tra poesia e prosa poetica. Come ti sei mosso nella scrittura in merito a questi vertici di un ipotetico perimetro di scrittura?
RISPOSTA: Sì questa raccolta ha un banco di lavoro molto ampio e molto vissuto. Ho voluto infatti tenere aperti due registri: poesia e cronaca. Soprattutto nella sezione centrale di “Blog out”, si possono notare come i brani dei quotidiani, letti in quei giorni di battaglia, siano divenuti i versi proemiali che solitamente abitano la mia scrittura poetica e che graficamente sono sempre posti in alto a destra, scritti in un corpo minore rispetto al testo centrale. Sono brani che innescano una situazione e propongono un legame con il resto che accade nel corpo centrale della pagina. Sono rimandi ma anche reali “immagini” di realtà che dialogano per rarefazione. Li intendo anche come “microfilmati” che si propongono come avvio a qualcosa che deve accadere, una sorta di prima intuizione. Ho ritagliato e sottolineato pagine e pagine in quei giorni, archiviandole, selezionando poi i dettagli che maggiormente sentivo capaci di racchiuderne gli eventi, ma anche le singole inquadrature. Questo modo di procedere, questo “montaggio” filmico dei testi è per me essenziale. Mi piace infatti affermare che io “giro” poesie più che scriverle. Il lavoro del montaggio ha per me la stessa importanza che il lavoro della gettata creativa. Jean-Luc Godard è un maestro per me in poesia quanto Giuseppe Ungaretti o Paul Celan.
Per quanto riguarda invece la comparsa di inserti di prosa poetica anche questa modalità è frutto di una “fucina” arredata nel tempo. La prosa poetica aveva già avuto una sua piccola apparizione nella raccolta d'esordio La città dell'orto (Casagrande, 2002) e poi più estesamente in Il mare dietro l'autostrada (Lietocolle, 2005), fino a concretizzarsi realmente come progetto scritturale, nella raccolta Interni con finestre (La Vita Felice, 2009). E' stato dunque un lento apprendistato e un pacato modo d'ascoltare questa particolare “misura” che, nella brevità ha la sua forza e nel ritmo il suo tono e la sua sostanza. Ho sempre pensato di non essere in grado di scrivere un romanzo e gli incipit mi hanno sempre invece molto affascinato. Ma il mio fiato è corto ed ogni tentativo di proseguire oltre “l'inizio” ha sempre dato scarsi risultati. Dunque la misura della piccola prosa poetica è la distanza massima che posso percorrere e da qui il tentativo di “dire” - nella tensione del “togliere” più che dell'aggiungere - ha realizzato in me la strada per questa scrittura ibrida e sincopata. La poesia resta a fare da partitura ritmica là dove la necessità di narrazione si fa prepotente e necessaria.

LB: Per concludere vorrei chiederti se sta accadendo qualcosa di importante e significativo attorno a questa tua ultima uscita poetica. Grazie.
RISPOSTA: Non so cosa sia importante realmente per la poesia, se non il fatto emblematico della sua resistenza come linguaggio. Attorno poi alla mia ultima raccolta si sono mosse risposte e ritorni davvero interessanti e, non in ultimo, premiazioni che mi hanno rallegrato. Ho partecipato e vinto al premio Marazza e ora sono in finale al Fabriano, dopo essere stato tra i finalisti del Fogazzaro e del Maconi. Vedremo cosa mi riserverà ancora il 2013.
Comunque sia se qualcosa di importante deve accadere intorno a un nuovo libro di poesia è sempre la sua relazione/reazione con il mondo e con la gente che ti sceglie per passare con te del tempo: il suo tempo! Questo è per me una grande cosa: il tempo dedicato. Bisogna sempre essere Ospiti e Ospitali in poesia!

Milano 2 dicembre 2013


Ad uso dei forzati del copia-incolla delle note biobibliografiche, ricopio qui sotto una sempre utile nota relativa all'intervistato:

Stefano Raimondi (Milano, 1964) poeta e critico letterario, laureato in Filosofia (Università degli Studi di Milano). Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2006) e su Nuovi Argomenti (2000; 2004). Ha pubblicato Invernale (Lietocolle, 1999); Una lettura d’anni , in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2001); La città dell’orto, (Casagrande, 2002 - Premio Sertoli Salis 2002); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005); Interni con finestre (La Vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2013 – Premio Marazza 2013). È inoltre autore di saggi come: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941), (Unicopli, 2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char, (CUEM, 2007); Portatori di silenzio, (Mimesis, 2012) e curatore dei seguenti volumi: Poesia @ Luoghi Esposizioni Connessioni, (CUEM, 2002) e [con Gabriele Scaramuzza] La parola in udienza. Paul Celan e George Steiner, (CUEM, 2008). È tra i fondatori della rivista di filosofia “Materiali di estetica”. Collabora a “PULP libri”, “Bookdetector”, “QuiLibri”, “Poesia” e tiene corsi sulla poesia in diverse associazioni culturali e strutture scolastiche. Curatore del ciclo d’incontri “Parole Urbane”. Svolge inoltre attività di consulenza editoriale, docenza presso la Libera Università dell'Autobiografia ed è tra i fondatori dell'Accademia del Silenzio.

domenica 1 dicembre 2013

La collana Sillabario/TAG delle edizioni Et al., a partire dal Brecht di Rocco Ronchi

Storie di collane micro #10

Tien botta il costrutto editoriale di collana? Mi chiedo spesso se questo costrutto, questo espediente, questa prassi consolidata storicamente del raggruppare i libri in collane resista nel panorama tutt'altro che leggibile dell'editoria italiana. I dati che l'AIE ha fatto girare a ridosso della Frankfurter Buchmesse sono preoccupanti, solo per stare alle cifre. Se pensiamo che comprendono anche quel reparto di pseudocartoleria che popola le librerie, non c'è da stare allegri. Tutto in calo e, come giustamente nota Federico Novaro nel suo contributo per "L'indice dei libri del mese", chi ne fa le spese di questa situazione è il lettore, fantomaticamente inseguito dalle pseudostrategie degli editori e invece paradossalmente frustrato e frustato dalla sferza dell'inseguimento del mercato. Molti editori sono poco più che stampatori (e tiriamo pur dentro anche i grandi, che si rifiutano di fare un mestiere difficile, nobile e tremendo) e il "dato positivo" che Novaro estrapola è un'inquietante ascesa del numero di case editrici. In fondo basta poco per definirsi "casa editrice": un libro all'anno. Ma diverso è "fare editoria", consapevoli che quella della casa editrice è un'impresa in tutte le accezioni della parola "impresa".

“Questo è il più bel mestiere del mondo”, si legge nel sito della casa editrice Et al., abbreviazione di Et alii, espressione molto diffusa nelle bibliografie. A dichiararlo, riferendosi al proprio mestiere, è il direttore Sandro D'Alessandro. In effetti si percepisce, solo a stare nel sito, la voglia di fare editoria nel senso autentico del termine, rischioso, senza prendere in giro nessuno nella lunga filiera che fa passare di mano l'oggetto libro, quando resta fatto di carta (ma scusate, come fate a chiamare "libro" l'ebook? Si tratta di un'altra cosa, che in fondo merita un nome più rispettoso, che non parassiti all'ombra del libro di carta con una "e" davanti). Se poi i libri di questa giovane casa editrice vi sono capitati tra le mani credo che l'impressione di un lavoro condotto con scrupolo, criterio, passione e intuizione sia chiaro.

La buona percezione regge ulteriormente davanti alla microcollana TAG Sillabario curata da Federico Leoni. Sono stato adescato da un bel libercolo di Rocco Ronchi su Brecht. Come sempre, il mix di due autori frequentati in passato può produrre un certo cocktail dal sapore invitante. A dire il vero, se non fossi in periodo di limitata spending review anche per i libri, mi sarei preso subito anche il Dante. Il suono dell'invisibile di Carlo Sini, stavolta per il titolo, oltre che per il mix di autori (di Dante non serve dire, di Carlo Sini ricordo l'antologia di testi che si usava al biennio). Completano il poker di partenza della collana calato dalla casa editrice Wittgenstein. Lo stupore e il grido di Sergio Benvenuto e Descartes. Una teologia della tecnologia dello stesso Federico Leoni.

Il libro di Rocco Ronchi su Brecht è un testo che perlustra la funzione peculiare di cui il drammaturgo rivestì la totalità del suo teatro in uno dei momenti più tragici della storia mondiale. Così diventa possibile ripercorrere in modo condensato molte delle fondamentali speculazioni che lo scrittore di Augusta affidò agli Scritti teatrali pubblicati da Einaudi nella PBE, nella traduzione di Emilio Castellani e Roberto Fertonani. Ronchi pone dapprima Brecht in una linea di riflessione che coinvolge il Platone del X libro della Repubblica, quindi avanza in una fondamentale diade tra tra Brecht e materialismo storico (vi ritornerà anche nell'appendice, dove riprende uno scritto apparso su "il manifesto"), poi s'allarga a Wittgenstein e Bachtin, al celebre straniamento, nel capitolo intitolato appunto Verfremdungseffekt, per concludere con un capitolo che allaccia tecnica di recitazione e filosofia.

In chiusura vorrei riportare il testo - a mio avviso efficacissimo - che presenta il concept di questa collana curata da Federico Leoni. Per rispondere alla domanda che mi ponevo in apertura, direi che di fronte a un simile testo il costrutto di collana sembra ancora reggere egregiamente. Insomma, le idee sembrano chiare, quasi luminose. Non so se il costrutto di collana regga solo presso il fantomatico "lettore forte", una specie che più che in via di estinzione mi sembra sempre più in via di stancante definizione e ridefinizione. La domanda è: a chi giova definire il "lettore forte"?

"Ogni libro della collana presenta un grande autore un classico. Della filosofia, della letteratura, della storia dell’arte. Ma lo presenta in modo tutt’altro che classico. Ne parla per tentare un esperimento con la verità, come diceva Nietzsche. Un filosofo parla di uno scrittore, un narratore di uno storico dell’arte, uno psicanalista di uno scultore. Ciascuno racconta una sua passione segreta. Una sua ossessione. Non è tempo di storicizzare, di collocare autori e testi nel cielo bianco dell’eternità. E’ tempo di dichiarare amore e guerra. Non per un autore o un’opera, ma per il suo presente. E cioè per il nostro."

mercoledì 27 novembre 2013

Nino Pedretti, finalmente. Un'intervista con Tiziana Mattioli

Librobreve intervista #30

Di Nino Pedretti non è la prima volta che qui si parla. In passato avevo riportato due splendide poesie da Al vòuşi e altre poesie in dialetto romagnolo, le quali stanno ancora in questo post(o) qui. Come può accadere con mostri simili denominati blog, da quel post è nato uno scambio con Manuela Ricci di Casa Moretti, quindi con l'editore Raffaelli, artefice di una bella cavalcata di riscoperte pedrettiane e poi, da Walter Raffaelli, è partito il contatto prezioso con Tiziana Mattioli, protagonista delle curatele delle opere di Pedretti, ma anche di altri poeti dimenticati e ripresi dall'editore riminese (come ad esempio Franco Scataglini). Da lì, il passo (breve) a quest'intervista per Librobreve. In questi ultimi tempi c'è un buon fermento attorno a questo autore, a lungo tralasciato dai dibattiti, e che fu pure traduttore (di Sylvia Plath, ad esempio). Oltre al libro succitato di Einaudi, per il quale si era mosso anche Dante Isella, si è visto davvero poco. L'editore Raffaelli però ha iniziato a presentare un'ottima scelta della sua produzione, che non è solo dialettale. Ed è anche di questa produzione che parleremo nell'intervista seguente, un testo - lo scoprirete - davvero bello, con immagini potenti e per il quale desidero ringraziare nuovamente Tiziana Mattioli.

Prima di lascivarvi all'intervista voglio solo ricordare che si susseguono gli appuntamenti pedrettiani in questi mesi invernali. Il 10 dicembre, a Cattolica, al teatro Snaporaz, potrete assistere a uno spettacolo-lettura, di e con Silvio Castiglioni, intitolato TuttoPedretti (poesia, monologhi, teatro per ragazzi), con le musiche del figlio dell'autore, Paolo Pedretti. Il 17 gennaio, a Rimini, avrà luogo la messa in scena di L'uomo è un animale feroce al Teatro degli Atti.

LB: Finalmente si sta spostando l’asse attorno al quale ruotava il pianeta della scrittura di Nino Pedretti e si intravedono delle interessanti iniziative all’orizzonte, non solo legate ai libri. Insomma, forse è il preludio a una nuova stagione. Potrebbe fare una rapida carrellata e illustrarci cosa “bolle in pentola”? 
RISPOSTA: Lei usa un’espressione estremamente appropriata per Pedretti, quando accenna ad un “pianeta della scrittura”, perché le pagine di Nino sono vaste e fermentanti, la sua tastiera sperimentalmente ricca, con latitudini d’ascolto più che europee. Nord e sudamericane anche, se si vuol tener conto della sua tesi di laurea sulla “poesia e musica negra d’America”, quindi delle traduzioni dalla Plath, dalla Sexton, e delle sue letture (tra le quali sono inscritte, in un suo elenco, quelle di Ferlinghetti, Snyders, Snodgrass, Ginsberg). Pedretti è un poeta di molte lingue, non solo perché le possedeva strumentalmente, ma perché, da linguista qual era, ne viveva il retaggio ancestrale, la “testimonianza del sangue”, la verità “organica”, e tutto questo poi trasferiva in una scacchiera assai vasta, per generi e per immagini, per modi di rappresentazione: poesia in dialetto e in lingua, monologhi, racconti, fantastorie, teatro per ragazzi, traduzioni. Una scacchiera che svaria dalla tensione epigrammatica della poesia dialettale al magma, restituito a ‘montaggio’, della più matura poesia in lingua, con uno sguardo inevitabile a Pound, a Eliot (pur con una qualche distanza, di radice specialmente etica) mentre una forte affinità si affaccia con la scrittura cosmogonica di Rilke, nell’inseguire quel “logos della terra che muta” e coglie nell’attimo, attraverso il dolore, l’invisibile e l’incognito che si accampano nelle fenditure del tempo e dello spazio.
Paradossalmente, e grazie alle ricerche d’archivio, del grande poeta dialettale esploso dopo i cinquant’anni con le sue Vòusi, nel ’75, sono arrivate a noi tante scritture in lingua di straordinaria valenza (e bisognerà dire, di più facile accesso a un più vasto pubblico di lettori). Un sommerso più che equivalente a quanto era noto. La breve vita di Nino, morto nel maggio dell’81, ha fissato in poco più che cinque anni la sua splendida parabola di scrittura. Cinque anni e cinque libri: tre di poesie in dialetto, uno di poesie in italiano, uno di traduzione. Tutto il resto è postumo, compreso il suo monologante teatro che credo sia stato il punto saliente della riapertura di un dialogo, fuori dalla scena e sulla scena. Dal 2011 ad oggi sono state fatte tante cose. Pubblicazioni, volute e sostenute dall’editore Raffaelli (Monologhi e racconti; Grammatiche; Gli uomini sono strade –ristampa; Poesie inedite in lingua italiana; Tre donne –riedizione; Per Nino Pedretti: vòusi –atti di convegno); messe in scena teatrali e letture radiofoniche ad opera di Silvio Castiglioni (L’uomo è un animale feroce); due corsi universitari, sul teatro di Nino e sulla sua poesia; un convegno; varie presentazioni. Tanto, insomma, ad opera di tanti amici ancora desiderosi di lavorare ad un progetto comune che sarà verosimilmente una interrogazione più sistematica della scrittura scenica e, per quel che mi riguarda, la restituzione di nuovi inediti di poesia dialettale, a testimonianza che quella che Pedretti dichiara essere, per lui, una “relativa fedeltà alla poesia” era davvero, invece, la sua “faticosa gioia”.


LB: Se dovesse consigliare ad un lettore che finora non ha mai letto nulla di Pedretti un titolo da cui partire, dove si orienterebbe?
RISPOSTA: Mi è capitato un giorno, in una libreria di Urbino, di essere fermata da un signore (un non addetto ai lavori) a cui avevano venduto Grammatiche. Monologhi e racconti inediti. Mi ha ringraziata, come curatrice, per avergli reso possibile la lettura di qualcosa di veramente “fresco”. Ecco, forse direi di cominciare da qui, da questa modernità, aggiungendo l’altra parte dell’intero che appunto sono i Monologhi e racconti curati da M. Ricci ed E. Grassi. È una via d’accesso straordinariamente intrigante e accogliente per quanto, in tale galleria dell’uomo comune, ciascuno può leggere di sé. Sono “storie terremotate” (come diceva Roversi), storie terremotate dell’anima, dove nulla accade ma tutto improvvisamente si rovescia, in un debenedettiano e visibile divorzio “tra un uomo e un mondo”.


LB: Pedretti è meritevole di un’attenzione finalmente nazionale. Finora è stato costretto dentro cerchie limitate. Quali sono le chiavi e i temi principali per aprire le porte di un pubblico più allargato? Quali i tratti distintivi della sua produzione poetica, in prosa e, se possibile, la sua cifra di traduttore?
RISPOSTA: “Pedretti è uno dei rari poeti per necessità in un tempo ricco di poeti per convenienza o per casuale coincidenza”. Scriveva così Carlo Bo, presentando La chèsa de temp. È un’affermazione che può estendersi oltre, fino a comprendere tutta la scrittura di Nino, che nasce sempre da un’urgenza di verità non tanto o solo intima, piuttosto metafisica e certo universale. Ma tutto si gioca sempre sul piano della realtà. Una realtà che lievita in folgoranti metafore, in immagini di sconvolgente forza visionaria. Le parole e le cose quotidiane, la vita comune degli uomini comuni, sono continuamente sottoposte, per processi inavvertiti, a scatti, a sconvolgimenti, rovesciamenti impensati di situazione. Una sorta di conversation e subcoversation, come dice Nathalie Sarraute, dove non esiste confine tra il dentro e il fuori di noi, ma una perpetua permeabilità che si installa sul grado zero della vita, per questo nostro essere trascinati dal nulla verso il nulla. E però la parola di Pedretti non è mai dimissionaria. C’è un senso etico potente, pur nella consapevolezza del vuoto. C’è uno stare nel tempo, pur nella coscienza della sua rotolante indifferenza a noi. E c’è un presagio, un senso di finis terrae, la visione di una civiltà giunta al declino. Per queste, e molte altre ragioni, anche di pura bellezza, o asprezza, della parola e della forma, penso che Nino Pedretti vada considerato e riconosciuto come un poeta nostro, di tutti, e grande, di voce inconfondibile.
Per la traduzione, mi sentirei di dire che soprattutto, per Nino, tradurre è un riconoscersi nello stesso dolore, uomini o donne o cose, non importa. Ed è un grido, di solitudine feroce, lanciato da una vetta all’altra, di fronte al baratro.


LB: Spostiamoci ora sul versante editoriale della faccenda che vede impegnato in primis l’editore Raffaelli di Rimini. Lei ha curato più di un titolo, poesie e anche un saggio. Ci può brevemente descrivere questi titoli? Ve ne sono altri in preparazione?
RISPOSTA: Cosa si può dire di un amico coraggioso? Walter Raffaelli è questo, per me. Un editore che osa, e che investe, in tempi calamitosi. Ci siamo riconosciuti (ma ci conoscevamo da tempo) in una comune passione per la scrittura di Pedretti. Lui, in verità, era partito da lontano, pubblicando nel 2003 una inedita plaquette giovanile di Nino, Le pepite d’oro, curata da Manuela Ricci. Contemporaneamente, ma inconsapevoli l’uno del fare dell’altro, nel 2011, mentre io lavoravo ai materiali d’archivio, lui pubblicava Monologhi e racconti, da un dattiloscritto più vasto rispetto all’edizione già data da Brevini (L’astronomo, Mondadori 1992). A questi abbiamo voluto aggiungere i nuovi monologhi inediti riemersi dall’archivio, col titolo che Pedretti aveva pensato: Grammatiche, e poco dopo le Poesie inedite in lingua italiana, a corredo della riedizione de Gli uomini sono strade. Io ho cercato di spiegarmi queste ‘grammatiche’, questo titolo alieno affiorato dalle carte, e la sua funzione rispetto ad atti performativi, o pensati come tali (e all’eventuale rapporto di tale teatro con le altre scritture in prosa). Nel secondo caso, la grande domanda era il silenzio. Perché, dal 1942, la data del testo più antico di poesia in lingua italiana (e più antico in senso assoluto), Pedretti avesse atteso il ’77 per stampare l’unica sua raccolta in lingua. Perché avesse dovuto quasi prendere coraggio dal successo della sua scelta dialettale. E ancora perché le tre ipotesi preparatorie de Gli uomini sono strade, rinvenute tra la biblioteca di Santarcangelo e la casa pesarese di Nino, fossero state così radicalmente ripensate, e specialmente sforbiciate dei testi più ideologicamente impegnati, scritti fra il ’68 e il ’69, anni di ritorno alla poesia, dopo una lunga pausa avviatasi alla fine del ‘59.
Nel frattempo, per i miei studenti, quasi a coronamento del corso, avevo promosso un seminario di studi, i cui atti ora sono a stampa sempre sotto l’egida raffaelliana (Per Nino Pedretti. Vousi). Ne siamo orgogliosi, perché di fatto questo volume (nato da intenzioni più semplici ma poi cresciuto, per la qualità e larghezza dell’interrogazione) risulta essere la prima monografia su tutta la scrittura di Nino, che pur ha avuto interpreti di altissimo prestigio. Inappellabili, sul versante della dialettalità. Dei progetti venturi, con qualche immediatezza, le ho accennato più sopra, e appunto continueremo a interrogarci sulla scrittura teatrale, anche al di fuori delle sue forme codificate (questa inclinazione, insomma, di Pedretti a costruire sempre delle personae come esito di una forte spiritualizzazione metaforica). Mi piace però dire che è arrivata, via stampa, la proposta di Davide Brullo di mettere in scena la traduzione pedrettiana della Plath. Speriamo che qualcuno raccolga l’invito. Intanto, comunque, sta girando L’uomo è un animale feroce, nei teatri e in RadioRai, e stiamo preparando varie presentazioni, tra Roma e Milano, tra Marche e Romagna.


LB: Potrebbe scegliere una poesia di Pedretti per congedarsi dai lettori?
RISPOSTA: Volentieri. Dagli inediti in lingua, anche per dar conto che appunto non si tratta di materiali di scarto ma solo di verità sommerse. Per non approfittare troppo dei lettori, mi tengo su un campione di relativa brevità. Non ha titolo.


Fare il poeta è più triste che mangiare
i fichi, meno dolce
che vedere la luce sul corpo
d’una ragazza. Cos’è dunque questa
cosa
a parte una certa incapacità
orgogliosa, che cos’è dunque la poesia?
Se vai sghembo per le case alla sera in
autunno su per un’erta e vedi i cavalli
e sai di morire. Se ti passa per la pelle una
sera e sai che quella sera è
raccolta da uccelli ombrosi e per sempre
rapita. Se Dio mio la mattina col sole
ci sono dei ritmatori che turbano le menti
rozze e fanno lievi le mani, se insomma
io, uomo offuscato, miasmatico e disattento
ti chiamo, è segno che una strada passa
fra queste rovine.

lunedì 25 novembre 2013

"dirti Zanzotto", il libro curato da Niva Lorenzini e Francesco Carbognin presentato a Bologna il 27 novembre


mercoledì 27 novembre 2013, ore 17.00
Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio 

(Sala Stabat Mater)

ZANZOTTO E BOLOGNA

presentazione del volume:
dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011)
a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin
Nuova Editrice Magenta 2013

intervengono:
Marzio Breda, Francesco Carbognin, Luciano Cecchinel
Niva Lorenzini, John Welle

Il volume che verrà presentato mercoledì 27 alla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio a Bologna rappresenta senza dubbio una delle più interessanti proposte editoriali sorte attorno a Zanzotto (e, in fondo, ancora, di Zanzotto), nei mesi immediatamente successivi al secondo anniversario della scomparsa. Già ho dato notizie di Luoghi e paesaggi, curato da Matteo Giancotti e pubblicato da Bompiani il mese scorso. Questo dirti dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011) (a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin, Nuova Editrice Magenta, pp. 185, euro 20) dice chiaramente, sin da quel sottotitolo, del bel rapporto che si creò tra l'"inbulonà" di Pieve di Soligo e la città felsinea, un segno visibile, finalmente, che la leggenda che lo voleva appunto imbullonato ("lontan massa son ’ndat pur stando qua / invidà, inbulonà deventà squasi un zhóch de pionbo") alla sua Pieve è appunto un po' troppo leggenda e andrebbe almeno in parte rivista. Ad esempio un'altra città molto importante dove Zanzotto fu spesso accolto è Torino, dove lo attendevano Gian Luigi Beccaria e Carlo Ossola. Tuttavia non è una geografia di città che ci interessa ora, bensì iniziare a sciogliere certe leggende che contribuiscono a cristallizzare percezioni non feconde (e questa è soltanto una).

Il modo migliore per dare notizia di un libro simile è andare, passo passo, al suo interno. Troverete interventi in buona parte inediti, ricavati anche da un paziente lavoro di sboninatura (che magnifico verbo "sbobinare", anche se a molti non evocherà bei ricordi!) e gli atti del convegno intitolato proprio come il libro in questione, svoltosi a Bologna nel novembre del 2011. L'arco temporale è piuttosto ampio. Si va dal 1983, anno di Fosfeni, periodo nel quale Zanzotto curiosamente iniziava ad allenarsi (defaticarsi?) con degli haiku anglo-italiani (oggi leggibili in Haiku for a season e sicuramente importanti per la resa di libri di molti anni successivi come Meteo) all'anno della scomparsa del poeta. Del 2004 è il conferimento della laurea honoris causa nell'ateneo bolognese. Il primo blocco del volume è quindi un percorso di autoesegesi che parte da un contributo del poeta su Fosfeni, passa per lo scritto Poesia e percezione del 1989 e arriva alla lezione dottorale tenuta da Zanzotto nel 2004. Il denominatore comune è proprio la presenza di Zanzotto a Bologna in queste occasioni, una città dove sembra tornare volentieri a dire cose sempre nuove.


Il secondo blocco di contributi si rifà al convegno che si svolse a Bologna il 24 novembre 2011, vale a dire poco più di un mese dopo la morte del poeta. Vi troviamo il contributo di Stefano Dal Bianco intitolato eloquentemente "La religio di Zanzotto tra scienza e poesia", quello di uno dei curatori del volume, Francesco Carbognin, "La grammatica del «Vero»", che salda in modo originale le ultime opere del poeta ai libri più consolidati e più abbondanti di bibliografia, lo scritto di Maria Antonietta Grignani che saluta l'arrivo delle "carte" zanzottiane acquisite dal "Centro manoscritti" dell'ateneo di Pavia e infine un contributo di Philippe Di Meo, tra i principali traduttori di Zanzotto, su "Gli articoli di G.M.O.", la poesia d'apertura di Idioma.


La terza e ultima parte del libro ne costituisce l'appendice e presenta interviste e dialoghi compresi tra il 2001 e il 2009. L'aspetto occasionale di certi scritti nati parlati, unito ad una certa libertà di fondo che li fa muovere, trasforma anche l'appendice intera in un bacino dove è possibile continuare a scavare, a raccogliere e studiare la lingua, le letture, i traumi e le impennate del pensiero del poeta del secondo Novecento che in qualche modo tutti (almeno quei "tutti" che hanno a cuore la poesia) debbono continuare ad attraversare. I tre blocchi che vi ho brevemente descritto trasformano questo volume pubblicato da Nuova Editoriale Magenta in un tassello significativo per tutti coloro che puntano a raccogliere una seppur minima ma efficace bibliografia attorno ad Andrea Zanzotto.


COLLOQUIO

"Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appassito guardo tutte queste meraviglie." 
SCRITTO SU UN MURO IN CAMPAGNA 

Per il deluso autunno, 
per gli scolorenti 
boschi vado apparendo, per la calma 
profusa, lungi dal lavoro 
e dal sudato male. 
Teneramente 
sento la dalia e il crisantemo 
fruttificanti ovunque sulle spalle 
del muschio, sul palpito sommerso 
d'acque deboli e dolci. 
Improbabile esistere di ora 
in ora allinea me e le siepi 
all'ultimo tremore 
della diletta luna, 
vocali foglie emana 
l'intimo lume della valle. E tu 
in un marzo perpetuo le campane 
dei Vesperi, la meraviglia 
delle gemme e dei selvosi uccelli 
e del languore, nel ripido muro 
nella strofe scalfita ansimando m'accenni; 
nel muro aperto da piogge e da vermi 
il fortunato marzo 
mi spieghi tu con umili 
lontanissimi errori, a me nel vivo 
d'ottobre altrimenti annientato 
ad altri affanni attento. 

Sola sarai, calce sfinita e segno, 
sola sarai fin che duri il letargo 
o s'ecciti la vita. 

Io come un fiore appassito 
guardo tutte queste meraviglie 

E marzo quasi verde quasi 
meriggio acceso di domenica 
marzo senza misteri 

inebetì nel muro. 



(da Vocativo, 1957)

sabato 23 novembre 2013

La poesia di Alessandra Frison: "Le ore della dispersione" e "la dispersione del dolore tra le foglie"

Se noi pensiamo alla "dispersione", ci viene in mente forse per prima cosa una dispersione di calore, come quella che combattiamo mettendoci un berretto d'inverno o comprendoci le estremità del corpo, da dove la dispersione è maggiore. Oppure, almeno a me, viene in mente quando si dice o scrive di una folla "dispersa", magari coi lacrimogeni, una situazione che fa quasi il verso alla folla "sommersa" di Fabio Pusterla (i primi tre versi di questo libro di cui vi parlerò dicono: "Tutta una foresta d'uomini / consunta, braccia all'aria / confessa la terra."). Questi tre versi lasciano intravedere già abbastanza de Le ore della dispersione, primo libro di poesia di Alessandra Frison (Verona, 1985) pubblicato da Lietocolle (pp. 54, euro 13). Vi troviamo un avvio quasi dantesco, la posticipazione-ritardo dell'aggettivo al secondo verso, l'uso transitivo (e non cattolicamente riflessivo) di un verbo come "confessare". Ad un'analisi statistica poi (e la dispersione è pure un indice statistico), il "libriccino da collezione" (così è solito riferirsi ai propri libri l'editore) presenta alcune significative ricorrenze della parola che occupa tanta parte del titolo, nelle sue più varie forme (i corsivi seguenti sono miei): da "Gli occhi mi invecchiano il cielo / così pare il tempo / una solita pioggia / anzi la tempesta spessa dell’indugio / disteso ogni vertice di strada / pezzo per pezzo chi si scorda / quel cambio che ha visto dispersi i conforti?" a "Non vi saprei dire nulla di me. / Anni che passano senza ricordi / piccoli gesti tra le mani / vuoti che stentano a dire come di noi / saranno dispersi anche i minimi segni.", dall'attacco della poesia intitolata Passaggio "Il tempio rimane distrutto. / Nell'ora della dispersione i canali sommessi / descrivono occhi o traiettorie da muro a muro." ad un altrettanto benedettiano attacco nella poesia conclusiva intitolata Dispersione e che ha senso riportare per intero, nella sua verticalità:

Il cielo che resta è poco.
Gli idioti continuano a guardare
i segni della processione.
Le mani si fanno fitte, qualche lacrima
resta sospesa poi cade
lascia poco di sé.
I giorni che ci dicevano in molti
come campane a festa
come sera in un porto di luce
sono così ciechi per noi.
Non è la fine che spaventa
ma il segno anonimo su uno schermo
su una pagina bianca
sulle cose che saranno poi.


Il tempo - lo vediamo già chiaramente nel titolo - è parcellizzato, frammentato. L'unità di misura scelta è una cunninghamiana ora, anche se plurimi e ramificati sono i riferimenti temporali di questo libro d'esordio che per me s'attesta tra quelli da ricordare, da mettere da parte, se vogliamo accettare di ragionare con la logica delle annate, degli annuari o delle stagioni della poesia. Più di tutto, ora, anche in questo spazio, mi interessa ragionare con la logica di una buona divulgazione/informazione di cose che accadono attorno alla poesia, provare a dire perché un libro presenta guizzi del respiro, come quelli di un pesce che salta fuori dall'acqua. Ad esempio avviene qualcosa di simile a questi guizzi quando Alessandra Frison innesca un'interessante spola tra passato e "prolessi", un accadimento assai raro nella poesia - quantunque studiato in lungo e in largo nella narrativa - eppure molto efficace, e pure nuovo, come mi pare accada nella poesia seguente:


Una volta usavano le candele
per far dire alla gente,
si parlava di tortura altro è qui,
ci sigilla la festa
dovrai salutare chi non ti può
e non ti domanda
quando l’autunno sfianca l’aria della sera,
quando manchi per anni
e ti sembrano cose da poco le mani sulla finestra,
i disegni sul freddo del vetro,
anche la neve, figure
di un andamento continuo.
Domani sul tram ci saranno tutti
e per passare oltre
non avrò motivo di chiedere scusa.


Ho preferito riportare fin qui almeno un paio di testi perché danno la misura di un libro d'esordio di cui è facile dire, semplicemente: ci siamo, secondo me. Ci siamo perché c'è la materia da cui partire, ci siamo perché queste poesie della dispersione non si disperdono e ci siamo noi, infine, noi-anonimi-noi: la quotidianità, domestica e cittadina, il non-sapere della parola, la steady-cam del verso nei molti luoghi di questi passi, passeggiate, corse (spesso anche apertamente nominati, come Castel San Pietro, Bologna, Verona, Milano, Milano Centrale, Naviglio Grande). Rispetto ad altri bei libri d'esordio degli ultimi anni, Le ore della dispersione è forse meno compatto, meno monolitico nella scelta dei temi. Ma appare tutt'altro che dispersivo. Ne guadagna in freschezza e ho come l'impressione che ne guadagnerà l'autrice una migliore elasticità di scrittura futura. E non riesco affatto a inquadrare questa apparente minor compattezza come un aspetto negativo dell'opera, anzi, tutt'al più come spia positiva che lascia luce sulla scena, sulle molteplici scene che fanno e rarefanno questo libro. Risalgono i diversi piani-sequenza di realtà che stanno a cuore a quest'autrice, che rivitalizza così nella scrittura una consolidatissima tradizione, nientemeno che quella del flâneur, passeggiando e girando per le strade e magari entrando improvvisamente dal medico o nei mezzi di trasporto pubblici.


Lascio da parte i commenti da marciapiede
alle luci stente sbranate di marzo
non spetta giudizio e una fiera d’anime,
il controcanto del viaggio, mi ingombra l’aria
come singhiozzi di morte alla catena.
Quasi sempre la parte in vista di noi
è un lascito magro alla curva di un bancone,
raccolti su un tavolo, quando i minuti
muti senza sonno sospesi
non si possono dire e puoi passare la sera
a farti notare per quello che porti
o difendere un vizio senza discorsi,
così, non spartire niente di te.
Vedi quanto manca a saperci conclusi.


Il dentro/fuori dell'occhio, il fuori/dentro dei sensi, uniti ai riflessi d'acqua piovana che si flettono nelle superfici e negli orli della sua scrittura la fanno affacciare, come da "incerta finestra", sui muri spessi dove rimbalza la nostra percezione accumulata del quotidiano, lì nelle pozzanghere dove annega la nostra alienazione d'insetti brulicanti, o lì dove avviene la nostra dispersione del dolore tra le foglie. La dispersione, qui senza altre qualifiche, ci pare allora un'ulteriore incerta parola-finestra, persino un'illuminazione dalla quale partire a considerare il nostro tempo, le nostre ore, le stagioni tutte, anche quando/anche se sono buie, non lontane, persino fonicamente, dalla disperazione.

La pioggia svuota ogni sospetto di vita
dalle lenzuola tirate fino al limite
non ti fa vedere
il carico delle ore la mattina
presto tutti sono svegli
già alla loro corda
e ti dovresti impegnare fino a quel punto
fino ad asciugare il sonno
molle e refrattario termine di
chi esiste l’indispensabile
in tempo appena per sfollarsi di casa
così mi dico,
dopo una giornata che squadra
i centesimi di ogni dignità,
dopo l’onda scarica
meccanica disillusa dei semafori alla stazione
tra il medioevo delle strade, sono
la più incerta finestra del mondo.