Leggere una Grande Guerra #7
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).
Quella che l'editore Del Vecchio sta dimostrando verso il tema editorialmente abbastanza "caldo" della Prima guerra mondiale è un'attenzione non conformista, una voce fuori dal coro se volete. Recentemente è uscito anche il libro di Leonhard Frank con il ciclo di racconti de L'uomo è buono accompagnati da L'origine del male. Non era facile insomma ricavarsi nel panorama editoriale una posizione originale, fatta di proposte significative e nuove. In realtà quest'editore aveva già mostrato tale piglio pubblicando, mesi fa, Le ore lunghe 1914-1917 di Colette (pp. 240, euro 14, traduzione di Angelo Molica Franco), un reportage stranamente scappato alle traduzioni riservate a Colette dall'editoria italiana. Sono gli scritti usciti nell'anonimato per "Le Matin", dopo che la scrittrice aveva preso la decisione di seguire al fronte il marito, il barone Henry de Jouvenel des
Ursins, attraverso una geografia puntiforme che vede sfilare Saint–Malo, Verdun, Parigi, l’Argonne, Roma e altri luoghi d'Italia. Si potrebbe anche chiamare "controreportage", perché qui c'è spazio per tutto ciò che altri reportage di guerra generalmente trascurano e per un'attenzione ai particolari che potrà stupire e risvegliare i lettori. Ciò che attrae Colette è "tutto il resto" e il nostro paese è largamente rappresentato in queste pagine: le donne al fronte, i bambini e i loro giochi, la moda, gli umori, il trascolorare della vita quando si è lontani dal fronte.
martedì 16 settembre 2014
domenica 14 settembre 2014
"Testo a fronte" a quota 50 dopo 25 anni
Riviste #5
Torno a scrivere di riviste, realizzazioni che per tanti versi, quando scevre da accademismi autistici, reputo più importanti dei libri. Perché? Perché sono state spesso più necessarie dei libri. La nostra mente, un po' feticista in questo, ci porta spesso a credere che dietro alla realizzazione di un libro si celino chissà quali motivazioni culturali, ideologiche o di talento (dell'autore, dell'editore talent scout o del curatore/traduttore). A volte questo può verificarsi, ma molto spesso le ragioni per cui si fanno anche dei libri poi ritenuti importanti dai lettori o dalla critica sono inizialmente ascrivibili al regno delle fregnacce che si potrebbero benissimo spiattellare ai quattro venti senza vergogna. Chiamateli anche i casi della vita, se preferite un termine meno colorito. Anche un catalogo "fondante" come quello einaudiano del dopoguerra, che ha provato a incidere in qualche misura sulla società italiana, è figlio di un'atmosfera ben precisa e forse non molto edificante, ovvero della noia micidiale di quelli che sono passati alla storia come i mitici "mercoledì di via Biancamano", una noia che conta testimonianze efficaci e che ai nostri occhi oggi sembrano credibili. Tutto questo per dire che anche quello che ci sembra circondato di chissà quali aloni di prestigio nasce molto spesso da situazioni profondamente normali e male non farebbe ricordarlo, ogni tanto.
Ma torniamo alle riviste e alla rivista di oggi. Anche se forse nessuna disciplina come la traduttologia è estranea a bilanci o consuntivi, è stato corretto marcare sin dalla copertina il cinquantesimo numero di "Testo a fronte". Parliamo della sola rivista italiana di "teoria e pratica della traduzione letteraria", da anni pubblicata da Marcos y Marcos, editore che a ben vedere si propone come sostenitore di due delle riviste più belle degli ultimi tempi, "Riga" e "Testo a fronte" per l'appunto. I 50 numeri rappresentano ovviamente un traguardo simbolico, che però la dice lunga su un vuoto che la fondazione di questa rivista colse e iniziò a interpretare cinque lustri fa. A ricordarne gli albori è proprio l'editoriale di Franco Buffoni, che ha fondato la rivista e la dirige con scrupolo da tempo, ora assieme a Paolo Proietti e Gianni Puglisi. Così scrive nel suo editoriale, del quale per l'occasione riporto un ampio stralcio sotto, anche per ricordare le figure fondanti che in questi 25 anni la rivista ha incrociato:
Non avrei mai creduto, nel 1989, che saremmo giunti a festeggiare i venticinque anni di vita di «Testo a fronte», con cinquanta numeri pubblicati, e senza mai ricorrere all'escamotage dei numeri doppi.
Penso con nostalgia a quei primi anni: la redazione era nel mio studio a Bergamo, dove come professore associato l'anno prima avevo organizzato il convegno "La Traduzione del Testo Poetico". I laureandi correggevano le bozze: tutto era cartaceo, inevitabilmente, coi "compositori" che potevano aver digitato qualsiasi cosa.
Il convegno mi aveva regalato l'amicizia e la stima di Allen Mandelbaum e di Emilio Mattioli. Con loro formai il primo comitato direttivo: l'uomo forte di California University Press, traduttore della Divina Commedia; e il primo allievo di Anceschi, il filosofo dell'estetica che sapeva coniugare Luciano a Meschonnic.
E proprio Anceschi accettò di far parte del nostro comitato scientifico, con Gianfranco Folena e Cesare Segre, Maria Corti, Michael Hamburger, George Steiner… E i poeti-traduttori e i traduttori-poeti: Luzi, Fortini, Giudici, Solonovic, Macrì…
Prese così avvio un'affascinante riflessione teorica che – con Berman e Ladmiral, Efim Etkind e Friedmar Apel – è riuscita, nel tempo, a inoculare nella cultura italiana il germe della traduttologia. La parola stessa, allora, veniva messa in discussione: un disagio che in realtà celava il rifiuto ad ammettere la possibilità che una scienza della traduzione potesse esistere.
Con molta pazienza, numero dopo numero, forse siamo riusciti nel nostro intento. Sempre con i poeti al fianco, che intanto scalavano di una generazione; forse persino di due, se scorriamo l'attuale composizione del comitato.
E sono grato agli anni di Cassino, agli amici che lì mi affiancarono nella redazione e che permisero l'avvio dell'informatizzazione della rivista, nonché la realizzazione di un altro importante convegno, dedicato alla Ritmologia. La questione del "ritmo" è infatti uno dei cinque punti topici teorici – con poetica, intertestualità, movimento del linguaggio nel tempo e avantesto – che tanto ci hanno impegnati in passato e tuttora ci impegnano.
In un'ottica ormai di massima attenzione ai processi di globalizzazione – processi che non possono non avere come fulcro la "questione" della traduzione – la rivista è infine giunta al suo attuale approdo accademico alla iulm di Milano. Un'istituzione che, grazie alla generosa lungimiranza del suo rettore, ha saputo valorizzare e infondere nuova linfa all'azione di ricerca promossa da «Testo a fronte». [...]
Prima di chiudere, qualche notizia sui contenuti del numero 50. Vi trovete gli appunti sulla traduttologia italiana di Franco Nasi, il contributo di Alessandro Ghignoli intitolato "Il transautore nella comunicazione letteraria tradotta", una ricognizione di Vincenzo Pepe sulle traduzioni inglesi de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un'incursione di Antonio Bibbò sulle strategie traduttive in due versioni italiane dell'Ulysses. Si procede con il contributo di Francesca Cosi e Alessandra Repossi intitolato ""Il passaggio della mente per il mondo": la traduzione dei diari giovanili di Virginia Woolf", con quello di Massimo Bacigalupo che con un gioco d'iniziali titola "E.P. meets E.P.: Ezra Pound and Enrico Pea's Moscardino" e con uno scritto di Omar Ghiani Saba "La fede di Gianuario: discorso ipertestuale con il primo poeta in sardo". Punti di grande interesse sono le traduzioni realizzate da Fabio Pusterla e da Alberto Nessi, rispettivamente da Pascal Riou e da Nicolas Bouvier. Il numero prosegue quindi con il saggio e la traduzione di Pietro Taravacci, "Il Cristo, la città e il tempo di José Ángel Valente: tra memoria e invocazione", un componimento inedito fino a due anni fa, con la traduzione dal ceco delle "Quindici poesie da Na postupu" di Vladimír Holan (a cura di Vlasta Fesslová e con i versi italiani di Marco Ceriani) e infine con le poesie di Samuel Menashe curate da Elisa Armellino. Sigillano il fascicolo un ricordo di Giovanna Bemporad e, come sempre, l'abituale "Quaderno di traduzioni" seguito dalle puntuali recensioni e segnalazioni.
Torno a scrivere di riviste, realizzazioni che per tanti versi, quando scevre da accademismi autistici, reputo più importanti dei libri. Perché? Perché sono state spesso più necessarie dei libri. La nostra mente, un po' feticista in questo, ci porta spesso a credere che dietro alla realizzazione di un libro si celino chissà quali motivazioni culturali, ideologiche o di talento (dell'autore, dell'editore talent scout o del curatore/traduttore). A volte questo può verificarsi, ma molto spesso le ragioni per cui si fanno anche dei libri poi ritenuti importanti dai lettori o dalla critica sono inizialmente ascrivibili al regno delle fregnacce che si potrebbero benissimo spiattellare ai quattro venti senza vergogna. Chiamateli anche i casi della vita, se preferite un termine meno colorito. Anche un catalogo "fondante" come quello einaudiano del dopoguerra, che ha provato a incidere in qualche misura sulla società italiana, è figlio di un'atmosfera ben precisa e forse non molto edificante, ovvero della noia micidiale di quelli che sono passati alla storia come i mitici "mercoledì di via Biancamano", una noia che conta testimonianze efficaci e che ai nostri occhi oggi sembrano credibili. Tutto questo per dire che anche quello che ci sembra circondato di chissà quali aloni di prestigio nasce molto spesso da situazioni profondamente normali e male non farebbe ricordarlo, ogni tanto.
Ma torniamo alle riviste e alla rivista di oggi. Anche se forse nessuna disciplina come la traduttologia è estranea a bilanci o consuntivi, è stato corretto marcare sin dalla copertina il cinquantesimo numero di "Testo a fronte". Parliamo della sola rivista italiana di "teoria e pratica della traduzione letteraria", da anni pubblicata da Marcos y Marcos, editore che a ben vedere si propone come sostenitore di due delle riviste più belle degli ultimi tempi, "Riga" e "Testo a fronte" per l'appunto. I 50 numeri rappresentano ovviamente un traguardo simbolico, che però la dice lunga su un vuoto che la fondazione di questa rivista colse e iniziò a interpretare cinque lustri fa. A ricordarne gli albori è proprio l'editoriale di Franco Buffoni, che ha fondato la rivista e la dirige con scrupolo da tempo, ora assieme a Paolo Proietti e Gianni Puglisi. Così scrive nel suo editoriale, del quale per l'occasione riporto un ampio stralcio sotto, anche per ricordare le figure fondanti che in questi 25 anni la rivista ha incrociato:
Non avrei mai creduto, nel 1989, che saremmo giunti a festeggiare i venticinque anni di vita di «Testo a fronte», con cinquanta numeri pubblicati, e senza mai ricorrere all'escamotage dei numeri doppi.
Penso con nostalgia a quei primi anni: la redazione era nel mio studio a Bergamo, dove come professore associato l'anno prima avevo organizzato il convegno "La Traduzione del Testo Poetico". I laureandi correggevano le bozze: tutto era cartaceo, inevitabilmente, coi "compositori" che potevano aver digitato qualsiasi cosa.
Il convegno mi aveva regalato l'amicizia e la stima di Allen Mandelbaum e di Emilio Mattioli. Con loro formai il primo comitato direttivo: l'uomo forte di California University Press, traduttore della Divina Commedia; e il primo allievo di Anceschi, il filosofo dell'estetica che sapeva coniugare Luciano a Meschonnic.
E proprio Anceschi accettò di far parte del nostro comitato scientifico, con Gianfranco Folena e Cesare Segre, Maria Corti, Michael Hamburger, George Steiner… E i poeti-traduttori e i traduttori-poeti: Luzi, Fortini, Giudici, Solonovic, Macrì…
Prese così avvio un'affascinante riflessione teorica che – con Berman e Ladmiral, Efim Etkind e Friedmar Apel – è riuscita, nel tempo, a inoculare nella cultura italiana il germe della traduttologia. La parola stessa, allora, veniva messa in discussione: un disagio che in realtà celava il rifiuto ad ammettere la possibilità che una scienza della traduzione potesse esistere.
Con molta pazienza, numero dopo numero, forse siamo riusciti nel nostro intento. Sempre con i poeti al fianco, che intanto scalavano di una generazione; forse persino di due, se scorriamo l'attuale composizione del comitato.
E sono grato agli anni di Cassino, agli amici che lì mi affiancarono nella redazione e che permisero l'avvio dell'informatizzazione della rivista, nonché la realizzazione di un altro importante convegno, dedicato alla Ritmologia. La questione del "ritmo" è infatti uno dei cinque punti topici teorici – con poetica, intertestualità, movimento del linguaggio nel tempo e avantesto – che tanto ci hanno impegnati in passato e tuttora ci impegnano.
In un'ottica ormai di massima attenzione ai processi di globalizzazione – processi che non possono non avere come fulcro la "questione" della traduzione – la rivista è infine giunta al suo attuale approdo accademico alla iulm di Milano. Un'istituzione che, grazie alla generosa lungimiranza del suo rettore, ha saputo valorizzare e infondere nuova linfa all'azione di ricerca promossa da «Testo a fronte». [...]
Prima di chiudere, qualche notizia sui contenuti del numero 50. Vi trovete gli appunti sulla traduttologia italiana di Franco Nasi, il contributo di Alessandro Ghignoli intitolato "Il transautore nella comunicazione letteraria tradotta", una ricognizione di Vincenzo Pepe sulle traduzioni inglesi de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un'incursione di Antonio Bibbò sulle strategie traduttive in due versioni italiane dell'Ulysses. Si procede con il contributo di Francesca Cosi e Alessandra Repossi intitolato ""Il passaggio della mente per il mondo": la traduzione dei diari giovanili di Virginia Woolf", con quello di Massimo Bacigalupo che con un gioco d'iniziali titola "E.P. meets E.P.: Ezra Pound and Enrico Pea's Moscardino" e con uno scritto di Omar Ghiani Saba "La fede di Gianuario: discorso ipertestuale con il primo poeta in sardo". Punti di grande interesse sono le traduzioni realizzate da Fabio Pusterla e da Alberto Nessi, rispettivamente da Pascal Riou e da Nicolas Bouvier. Il numero prosegue quindi con il saggio e la traduzione di Pietro Taravacci, "Il Cristo, la città e il tempo di José Ángel Valente: tra memoria e invocazione", un componimento inedito fino a due anni fa, con la traduzione dal ceco delle "Quindici poesie da Na postupu" di Vladimír Holan (a cura di Vlasta Fesslová e con i versi italiani di Marco Ceriani) e infine con le poesie di Samuel Menashe curate da Elisa Armellino. Sigillano il fascicolo un ricordo di Giovanna Bemporad e, come sempre, l'abituale "Quaderno di traduzioni" seguito dalle puntuali recensioni e segnalazioni.
On parle de:
Franco Buffoni,
Gianni Puglisi,
Marcos y Marcos,
Paolo Proietti,
Riviste,
Testo a fronte
venerdì 12 settembre 2014
Cinque meditazioni sulla morte ovvero sulla vita di François Cheng
©overtures #6
Un nuovo libro di François Cheng è uscito per Bollati Boringhieri quest'anno. Si intitola Cinque meditazioni sulla morte ovvero sulla vita (pp. 128, euro 15, traduzione di Chiara Tarantini) e prosegue una sorta di serie del "cinque", visto era già uscito qualche anno fa, per lo stesso editore, il libro intitolato Cinque meditazioni sulla bellezza, tema tra l'altro non disgiunto dalla morte per Cheng. L'autore, un saggista-poeta e calligrafo-traduttore assai noto in Francia, non è infatti così distante dal sentire morte e bellezza come un foglio con due lati, dove poter scrivere, fronte e retro, e dove poter guardare in controluce la scrittura specchiata dell'altro lato, magari sovrapponendo i tratti più marcati con quelli più sbiaditi.Veniamo alla nostra copertina, visto che è soprattutto di quella che vorrei scrivere oggi. Quel che recita l'antica massima cinese calligrafata da Cheng è: "la vita genera la vita senza fine". La vita è più forte di tutto, anche dell'amore e delle passioni e non si pone in contrasto con il suo termine contrario, la morte. Lo sappiamo, no? Ma non possiamo forse sfuggire all'attrazione che oggi più che mai possono esercitare la grafia e la calligrafia, e non certo per il nostalgico rinverdirsi di certe preoccupazioni attorno alle capacità che, a detta di molti angosciati, stiamo forse perdendo con l'avvento della scrittura digitale (chissà se sono solo preoccupazioni che guardano nella direzione sbagliata queste). La grafia può stare alla scrittura come l'interpretazione musicale sta allo spartito. Per molti versi la grafia è una magnifica traduzione della vita biologica, e volutamente dico grafia e non calligrafia. La copertina del nostro libro, con il titolo principale dedicato alla morte e il sottotitolo introdotto dalla congiunzione disgiuntiva "ovvero" dedicato alla vita, sembra quasi saldare un circolo tra grafia e vita e quindi anche con la morte. (Che effetto vi fa rivedere la grafia di persone che avete conosciuto e che sono morte? Forse lo stesso di una fotografia? Per me è profondamente diverso.). Il traduttore cinese di Apollinaire, Baudelaire, Char, Michaux e Rimbaud qui raduna il pensiero delle sue meditazioni in una strana veste di sogno della materia, quello della scrittura e della grafia. E alla fine, tutto sommato, sembrano tempi "favorevoli alla morte", almeno per quella dei filosofi o affini, e non soltanto perché Steve Jobs, un imprenditore da troppi scambiato per filosofo, ha dichiarato che la morte ha l'aria di essere la migliore invenzione della vita ("Death is very likely the single best invention of life"). Se volete meditare sulla morte e sulla vita, Cheng vi aspetta.
martedì 9 settembre 2014
Poesie inedite di Antonio Turolo
"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare.
Da Ècfrasis di Antonio Turolo (Mestre, 1962)
Esotico
A invogliarmi fu lei
sorriso un po’ sfrontato
o il di lei padre forse
coi suoi modi ruffiani
PERSISCHE SPEZIALITÄTEN
come più d’uno in quella stessa strada.
Passando sopra
a quei quadretti finti
i vassoietti in plastica
decorazioni in serie
mi ha preso – devo dire – quella stanza
nell’angolino in cui mi ero seduto
che il tram a intermittenza illuminava:
chiudendo gli occhi quasi mi pareva
trovarmi proprio nell’antica Persia,
non nella vita mia
che è brutta
e non mi piace.
Custodi
Chissà cosa si prova
vedendo tutti i giorni un grande quadro.
Ho paura che presto ci si abitua
e non si prova niente.
Come gli intercalari di quei vecchi
quando un po’ via di testa se ne vanno.
Così è la vita
Cosa ci vuoi fare
stringono tutto il mondo in una frase
tutto il passato in tre quattro parole
come una pennellata troppo densa.
Barricate
Qualcuno di un po’ esperto se ne accorge
Li compri e non li leggi –
quando vede
Gli animali parlanti del Casti
o Il triregno di Pietro Giannone.
Mi sento sempre in debito –
già sulle difensive –
nei confronti dei classici
comincio
il mio ben collaudato discorsetto.
Il fatto è che
anche se intonsi servono a difendermi –
era così anche a quindici anni
mentre gli altri giocavano a pallone.
Lei ha fatto troppa teoria,
troppa teoria – insiste la psicologa.
Ma così sto bene
con questi libri
come in un’astronave
tutta mia.
On parle de:
al cor gentil ratto s'apprende,
Antonio Turolo,
Ècfrasis,
inediti di poesia
sabato 6 settembre 2014
Tradurre Seamus Heaney. Un'intervista con Marco Sonzogni in occasione dell'uscita di "Morte di un naturalista"
Librobreve intervista #46
Morte di un naturalista, il libro con cui il poeta e premio Nobel Seamus Heaney esordì nel 1966, esce in questi giorni per Mondadori all'interno della collana Lo Specchio (pp. 128, euro 17). La traduzione è di Marco Sonzogni, poeta e traduttore che mi risponde da Wellington dove vive e lavora e che per l'occasione ho il piacere di ospitare nuovamente in questo spazio, in veste di intervistato, commentatore e artefice della scelta dei testi che qui proporremo. Parleremo di Heaney e di questo importante esordio, di traduzione, dei rapporti di Heaney con l'Italia. E siamo in grado di offrire ai lettori, per gentile concessione della casa editrice, un paio di testi da questo volume freschissimo di stampa. Oltre all'intervistato ringrazio anche per la proficua e reattiva collaborazione Federico Napoli della casa editrice Mondadori.
LB: Prima ancora che la tua fatica confluisca nel Meridiano di Mondadori
con l’opera poetica di Seamus Heaney, il lettore italiano avrà la possibilità
di leggere a breve la tua traduzione di "Morte di un naturalista", il
libro d'esordio del 1966 del premio Nobel nordirlandese morto lo scorso agosto. Che
libro è? Cosa resta di questo esordio nel Seamus Heaney che verrà e in che cosa
Heaney si distanzierà decisamente nella scrittura successiva?
R: Morte di un naturalista è un
libro – volendo ricorrere a un solo aggettivo – pre-potente. Mi spiego. Segnala
l’ingresso nel mondo della poesia di un autore nuovo e già maturo con un libro
che è potente in sé e predice e prepara la piena potenza che troverà espressione
nelle raccolte successive. Un libro di eclatante (e quasi spaesante)
trasparenza: un libro che rivela. In esso, infatti, il poeta si conosce e ci
aiuta a conoscerlo. In questo senso ogni poesia è un tassello prezioso con cui
cominciare a comporre il puzzle di una figura straordinaria. Morte di un naturalista decreta la
nascita di un uomo e di un autore che dal paesaggio (umano, animale, vegetale)
della natia campagna nordirlandese ha tratto valori e coordinate esistenziali (sociali,
culturali, politiche, religiose) che lo accompagneranno sia dal punto di vista
umano che artistico (per questo ho scelto ‘Un avanzamento delle conoscenze’ e
‘Le prime purghe’ come testi rappresentativi). Inizia con questo libro un
viaggio che si è prematuramente interrotto un anno fa con una raccolta, uscita
postuma, di traduzioni pascoliane: L’ultima
passeggiata.
LB: "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d'antico: io vivo
altrove, e sento / che sono intorno nate le viole." Heaney fu
traduttore di Giovanni Pascoli. In
particolar modo ricordiamo la sua versione de "L'aquilone". Che cosa
ricerca e cosa trova Heaney nel poeta di San Mauro?
R: Heaney ha trovato in Pascoli un compagno di campagna, se mi passi il
gioco di parole – un’affinità umana prima ancora che poetica: un modo di
vedere, di comprendere, di sentire le cose – e quindi un compagno di
passeggiata. Quel ciclo di madrigali all’interno di Myricae è stato dunque un richiamo naturale e per questo
poeticamente produttivo. Paolo Febbraro ed io ci siamo trovati a seguire lo
sviluppo di questa raccolta, restando colpiti, appunto, dalla naturalezza con
cui Pascoli era diventato Heaney: un incontro, quello tra Pascoli e Heaney, che
illustra tutte le dimensioni della traduzione.
LB: Tradusse anche altri poeti? E, al di là di questo, quali furono i poeti
di cui Heaney scriveva spesso o i poeti dei quali magari ti parlava più spesso?
R: Heaney ha letto e tradotto Dante, e l’ombra lunga del sommo poeta
avvolge tante poesie di Heaney, dagli anni ’70 fino alla fine. Heaney ha letto
anche Leopardi e Montale, che non ha però tradotto – non nel senso letterale di
traduzione. Alcune osservazioni, alcuni scarti epifanici per così dire, hanno,
infatti, riflessi leopardiani (tanti poeti inglese e irlandesi del resto si
sono confrontati in modo più o meno diretto con il poeta di Recanati); e le
anguille che troviamo in Heaney sono anche di matrice montaliana, seppur
mediate da quel poeta-traduttore tanto particolare quanto influente che è stato
Robert Lowell.
LB: Questa intervista appartiene a una serie che intendo dedicare ai traduttori.
Tu vivi da tempo lontano dall'Italia. Che effetto ti fa tradurre e usare
l'italiano, oltre che per ragioni quotidiane, per tradurre in poesia poeti che
ami? Voglio dire, il fatto che tu viva lontano dall'Italia ha qualche riverbero
sul modo in cui traduci e senti la lingua che usi?
R: Non ho mai preso per scontata la mia lingua madre. Quindi anche dopo più di
vent’anni lontano dall’Italia, continuo, per così dire, a ri-scoprirla e
ri-impararla, soprattutto attraverso la poesia – non solo le voci consacrate
dalla tradizione ma anche quelle di oggi. L’esempio di altri traduttori (sono
tanti quelli che si sono cimentati con la poesia e la prosa di Heaney) mi
ispira e mi incoraggia sempre: ci sono
sempre tante cose da imparare e da migliorare. Ma i momenti più gratificanti
sono stati quelli che ho vissuto attraverso la revisione. La generosità e la
fiducia di Seamus Heaney, la sua incredibile pazienza e umiltà, mi hanno
illuminato e guidato. E così la competenza e l’esperienza di Anna Ravano, che
mi ha accompagnato oltre i miei limiti di traduttore. La traduzione richiede in primis umiltà – è, after all, un atto di servizio: tanto al
testo originale quanto a chi a quel testo originale non ha accesso.
LB: C’è un poeta che sogni di tradurre? E un romanziere?
R: Tradurre la poesia Seamus Heaney era un sogno che avevo dal momento in
cui lessi una delle sue prime poesie dedicata ai trattori. Delle sue dodici
fatiche – “twelve labours”, così Seamus si riferiva alle raccolte di poesia– in
italiano mancano solo Wintering Out
(1972) e Field Work (1979). Mi
piacerebbe tradurre questi due libri. Ma il sogno si è avverato, e non voglio
passare per ingordo o ingrato. Chamber
Music di Joyce è un libro che mi ha sempre intrigato. E uno di questi
giorni cercherò di tradurre gli haiku (Inchicore
Haiku) dell’irlandese Michael Hartnett – persona e poeta di grande
integrità e talento. Con così tanta poesia non avrei
tempo per un romanzo: lasciamo allora la porta aperta a un’altra intervista.
An Advancement of Learning
I took the embankment path
(As always, deferring
The bridge). The river nosed past,
Pliable, oil-skinned, wearing
A transfer of gables and sky.
Hunched over the railing,
Well away from the road now, I
Considered the dirty-keeled swans.
Something slobbered curtly, close,
Smudging the silence: a rat
Slimed out of the water and
My throat sickened so quickly that
I turned down the path in cold sweat
But God, another was nimbling
Up the far bank, tracing its wet
Arcs on the stones. Incredibly then
I established a dreaded
Bridgehead. I turned to stare
With deliberate, thrilled care
At my hitherto snubbed rodent.
He clockworked aimlessly a while,
Stopped, back bunched and glistening,
Ears plastered down on his knobbled skull,
Insidiously listening.
The tapered tail that followed him,
The raindrop eye, the old snout:
One by one I took all in.
He trained on me. I stared him out
Forgetting how I used to panic
When his grey brothers scraped and fed
Behind the hen-coop in our yard,
On ceiling boards above my bed.
This terror, cold, wet-furred, small-clawed,
Retreated up a pipe for sewage.
I stared a minute after him.
Then I walked on and crossed the bridge.
Un avanzamento delle conoscenze
Presi il sentiero lungo l’argine
(come sempre, schivando
il ponte). Il fiume correva annusando,
flessuoso, impermeabile, coperto
da una decalcomania di facciate e di cielo.
Curvo sulla ringhiera,
ormai lontano dalla strada
osservai i cigni dalla chiglia sporca.
Qualcosa sciaguattò, brusco, vicino,
sbavando sul silenzio: un ratto
sgusciò viscido dall’acqua e
la nausea mi salì in gola così di colpo che
ripiegai lungo il sentiero sudando freddo
ma, Dio, un altro svelteggiava
su per l’argine opposto, tracciando i suoi archi
bagnati sui sassi. Incredibilmente allora
stabilii una temuta
testa di ponte. Mi girai a fissare
con meditata, fremente attenzione
il mio roditore fin lì snobbato.
Girò a vuoto su se stesso per un poco,
si fermò, rinsaccato e luccicante,
le orecchie appiattite sul cranio nocchiuto,
insidiosamente in ascolto.
La coda affusolata che lo seguiva,
gli occhi gocce di pioggia, il vecchio muso:
uno alla volta presi atto di tutto.
Mi puntò. Ressi la sfida e la vinsi
dimentico del panico che mi prendeva sempre
quando i suoi grigi fratelli grattavano e mangiavano
dietro al pollaio nel nostro cortile,
sulle assi del soffitto sopra il mio letto.
Quel terrore, freddo, il pelo bagnato, i piccoli artigli,
ripiegò su per un tubo delle fogne.
Stetti a guardarlo un altro istante.
Poi mi rimisi in cammino e attraversai il ponte.
The Early Purges
I was six when I first saw kittens drown.
Dan Taggart pitched them, ‘the scraggy wee shits’,
Into a bucket; a frail metal sound,
Soft paws scraping like mad. But their tiny din
Was soon soused. They were slung on the snout
Of the pump and the water pumped in.
‘Sure isn’t it better for them now?’ Dan said.
Like wet gloves they bobbed and shone till he sluiced
Them out on the dunghill, glossy and dead.
Suddenly frightened, for days I sadly hung
Round the yard, watching the three sogged remains
Turn mealy and crisp as old summer dung
Until I forgot them. But the fear came back
When Dan trapped big rats, snared rabbits, shot crows
Or, with a sickening tug, pulled old hens’ necks.
Still, living displaces false sentiments
And now, when shrill pups are prodded to drown,
I just shrug, ‘Bloody pups’. It makes sense:
‘Prevention of cruelty’ talk cuts ice in town
Where they consider death unnatural,
But on well-run farms pests have to be kept down.
Le prime purghe
Avevo sei anni la prima volta che vidi affogare dei gattini.
Dan Taggart li lanciò, “stronzetti tutt’ossa”,
dentro un secchio; un fragile suono metallico,
soffici zampe che graffiavano all’impazzata. Ma il loro minuscolo chiasso
fu presto affogato. Li appese al muso
della pompa e pompò l’acqua.
«È meglio così per loro, no?» disse.
Come guanti bagnati sobbalzarono lucenti finché lui li rovesciò,
acqua e tutto, sul letamaio, lustri e morti.
Di colpo impaurito, per giorni gironzolai triste
nel cortile, osservando i tre resti mollicci
diventare farinosi e croccanti come vecchio letame estivo
finché me li dimenticai. Ma la paura ritornava
quando Dan catturava grossi ratti, acchiappava conigli, sparava ai corvi
o, con uno strattone nauseante, tirava il collo alle galline vecchie.
Comunque, vivere rimuove i sentimentalismi
e adesso, quando striduli cuccioli sono spinti sott’acqua,
alzo solo le spalle, “Maledetti cuccioli”. Ha senso:
“Protezione degli animali” sono parole che fanno presa in città
dove la morte è ritenuta innaturale,
ma nelle fattorie ben gestite i parassiti vanno contenuti.
I took the embankment path
(As always, deferring
The bridge). The river nosed past,
Pliable, oil-skinned, wearing
A transfer of gables and sky.
Hunched over the railing,
Well away from the road now, I
Considered the dirty-keeled swans.
Something slobbered curtly, close,
Smudging the silence: a rat
Slimed out of the water and
My throat sickened so quickly that
I turned down the path in cold sweat
But God, another was nimbling
Up the far bank, tracing its wet
Arcs on the stones. Incredibly then
I established a dreaded
Bridgehead. I turned to stare
With deliberate, thrilled care
At my hitherto snubbed rodent.
He clockworked aimlessly a while,
Stopped, back bunched and glistening,
Ears plastered down on his knobbled skull,
Insidiously listening.
The tapered tail that followed him,
The raindrop eye, the old snout:
One by one I took all in.
He trained on me. I stared him out
Forgetting how I used to panic
When his grey brothers scraped and fed
Behind the hen-coop in our yard,
On ceiling boards above my bed.
This terror, cold, wet-furred, small-clawed,
Retreated up a pipe for sewage.
I stared a minute after him.
Then I walked on and crossed the bridge.
Un avanzamento delle conoscenze
Presi il sentiero lungo l’argine
(come sempre, schivando
il ponte). Il fiume correva annusando,
flessuoso, impermeabile, coperto
da una decalcomania di facciate e di cielo.
Curvo sulla ringhiera,
ormai lontano dalla strada
osservai i cigni dalla chiglia sporca.
Qualcosa sciaguattò, brusco, vicino,
sbavando sul silenzio: un ratto
sgusciò viscido dall’acqua e
la nausea mi salì in gola così di colpo che
ripiegai lungo il sentiero sudando freddo
ma, Dio, un altro svelteggiava
su per l’argine opposto, tracciando i suoi archi
bagnati sui sassi. Incredibilmente allora
stabilii una temuta
testa di ponte. Mi girai a fissare
con meditata, fremente attenzione
il mio roditore fin lì snobbato.
Girò a vuoto su se stesso per un poco,
si fermò, rinsaccato e luccicante,
le orecchie appiattite sul cranio nocchiuto,
insidiosamente in ascolto.
La coda affusolata che lo seguiva,
gli occhi gocce di pioggia, il vecchio muso:
uno alla volta presi atto di tutto.
Mi puntò. Ressi la sfida e la vinsi
dimentico del panico che mi prendeva sempre
quando i suoi grigi fratelli grattavano e mangiavano
dietro al pollaio nel nostro cortile,
sulle assi del soffitto sopra il mio letto.
Quel terrore, freddo, il pelo bagnato, i piccoli artigli,
ripiegò su per un tubo delle fogne.
Stetti a guardarlo un altro istante.
Poi mi rimisi in cammino e attraversai il ponte.
The Early Purges
I was six when I first saw kittens drown.
Dan Taggart pitched them, ‘the scraggy wee shits’,
Into a bucket; a frail metal sound,
Soft paws scraping like mad. But their tiny din
Was soon soused. They were slung on the snout
Of the pump and the water pumped in.
‘Sure isn’t it better for them now?’ Dan said.
Like wet gloves they bobbed and shone till he sluiced
Them out on the dunghill, glossy and dead.
Suddenly frightened, for days I sadly hung
Round the yard, watching the three sogged remains
Turn mealy and crisp as old summer dung
Until I forgot them. But the fear came back
When Dan trapped big rats, snared rabbits, shot crows
Or, with a sickening tug, pulled old hens’ necks.
Still, living displaces false sentiments
And now, when shrill pups are prodded to drown,
I just shrug, ‘Bloody pups’. It makes sense:
‘Prevention of cruelty’ talk cuts ice in town
Where they consider death unnatural,
But on well-run farms pests have to be kept down.
Le prime purghe
Avevo sei anni la prima volta che vidi affogare dei gattini.
Dan Taggart li lanciò, “stronzetti tutt’ossa”,
dentro un secchio; un fragile suono metallico,
soffici zampe che graffiavano all’impazzata. Ma il loro minuscolo chiasso
fu presto affogato. Li appese al muso
della pompa e pompò l’acqua.
«È meglio così per loro, no?» disse.
Come guanti bagnati sobbalzarono lucenti finché lui li rovesciò,
acqua e tutto, sul letamaio, lustri e morti.
Di colpo impaurito, per giorni gironzolai triste
nel cortile, osservando i tre resti mollicci
diventare farinosi e croccanti come vecchio letame estivo
finché me li dimenticai. Ma la paura ritornava
quando Dan catturava grossi ratti, acchiappava conigli, sparava ai corvi
o, con uno strattone nauseante, tirava il collo alle galline vecchie.
Comunque, vivere rimuove i sentimentalismi
e adesso, quando striduli cuccioli sono spinti sott’acqua,
alzo solo le spalle, “Maledetti cuccioli”. Ha senso:
“Protezione degli animali” sono parole che fanno presa in città
dove la morte è ritenuta innaturale,
ma nelle fattorie ben gestite i parassiti vanno contenuti.
Per gentile concessione di:
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Tratto da “Morte di un naturalista” di Seamus Heaney – traduzione di Marco Sonzogni
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
© Seamus Heaney, 1966, 1991
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Tratto da “Morte di un naturalista” di Seamus Heaney – traduzione di Marco Sonzogni
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
© Seamus Heaney, 1966, 1991
mercoledì 3 settembre 2014
La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli
Di Mario Soldati, dell'amatissimo Molière, di Goffredo Parise e del coraggio espressivo del suo romanzo terminale e turbativo L'odore del sangue, ma anche di Vittorio Sereni o Ennio Flaiano (autore amato e studiato, ma di cui sottolinea gli effetti non sempre positivi dell'ambiente redazionale de "Il Mondo"), del disaccordo con la stimatissima Natalia Ginzburg sulla questione israelo-palestinese e su quello che scrive dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972 e di molti altri autori e temi possiamo leggere in questo volume che le Edizioni Medusa hanno proposto da poco, quasi in concomitanza con il decennale della morte di uno dei nostri più grandi critici. La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli (pp. 96, euro 13, curato da Silvia Lutzoni e arricchito dagli scritti di Massimo Onofri e Marco Vallora) raccoglie una serie preziosa di contributi, conversazioni e soprattutto interviste del critico nato in Versilia, regione in cui tornò dopo una lunga parentesi romana, per dedicarsi principalmente al suo Dom Juan e a Pascoli.
Quante pennellate feroci può contenere un libro del genere! Ad esempio, in uno degli scritti qui raccolti, Garboli punta il dito quasi con naturalezza e normalità, senza sterile livore, su un aspetto del quale raramente prendiamo vera coscienza ovvero che gli intellettuali, presunti maestri di pensiero, quasi mai "pensano con la propria testa". In effetti quello che si registra è così, o perché sono intellettuali asserviti al potere o perché sono troppo legati a certe dinamiche di pensiero consolidate e non fluenti. Sono questi passaggi, calati quasi alla maniera di un inciso innocuo, che trasformano qualsiasi lettura di Garboli in una potente radunata del pensiero e dei pensieri, uno sfrondare l'inessenziale, un diffondersi di profumi d'intuizione che travalicano epoche, autori, periodizzazioni. Penso anche all'intervista in cui riflette sul Romanticismo, partendo da Kant. E non potrebbe essere diversamente.
Leggendo Garboli torna il dubbio (certezza?) che nel secolo scorso abbiamo avuto dei saggisti straordinari e che troppo spesso releghiamo la forma-saggio a un'arte minore (qui ci gioverebbe ricordare il "semplice" titolo dell'opera più nota di Montaigne). Non dovrebbe essere così, non può essere così, eppure mi pare che il percepito raramente illumini con la giusta luce quel che si muove nei territori della critica. E sicuramente scrisse molto, ma allo stesso tempo ritroviamo quella lucidità di chi sa scrivere anche per l'occasione, non sistematicamente, quella libertà di movimento che pochi pensatori e critici hanno dimostrato, spesso anchilosati a causa di un legame parassitario con un autore, un'opera o un'epoca. Si badi, la conoscenza e lo studio necessitano sempre di una qualche forma di parassitismo che però, se incontrollata, è soggetta al rischio di diventare dilagante e patologica. Garboli spazia e scrive forse soltanto quando serve. In fondo, a ben pensare, tanto di quello che abbiamo tradotto nel Novecento passa per Bobi Bazlen, ma cosa abbiamo di effettivamente scritto e pubblicato di Bazlen? Pochissimo. E in un ambito per me spesso fuori visuale come quello accademico penso a un docente come Adone Brandalise - e non solo perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo -, di cui troverete pochissime pubblicazioni ma del quale, proprio in questi ultimi tempi, un gruppo di affezionati studenti sta proponendo le sbobinature delle registrazioni delle lezioni di teoria della letteratura tenute all'università di Padova (le trovate qui, e la sua analisi del Chisciotte è formidabile). Tutto questo si riversa necessariamente sul rapporto che Garboli ha coi libri, con il celebre "corpo a corpo" che con questi intraprende (e ricordato anche in questo volume), su un'avversione marcata alle pieghe prese dall'editoria.
Fu una vita straripante la sua, ossimoricamente dentro i ranghi dell'anarchia, che talvolta ebbe contatti da lui stesso definiti "casuali" con quasi ogni forma espressiva: poesia, narrativa, saggistica storica, la musica del quasi conterraneo Giacomo Puccini, cinema, senza dimenticare naturalmente quel teatro che resta il fuoco centrale, grimaldello privilegiato di conoscenza. A quarant'anni esatti dalla prima del suo Dom Juan di Molière e a dieci dalla morte ci troviamo tra le mani un utile volume per riaprire la porta della sua casa, il capitolo non certo risolto di Garboli e l'Italia, un viatico non trascurabile attraverso la sua pianura proibita.
Quante pennellate feroci può contenere un libro del genere! Ad esempio, in uno degli scritti qui raccolti, Garboli punta il dito quasi con naturalezza e normalità, senza sterile livore, su un aspetto del quale raramente prendiamo vera coscienza ovvero che gli intellettuali, presunti maestri di pensiero, quasi mai "pensano con la propria testa". In effetti quello che si registra è così, o perché sono intellettuali asserviti al potere o perché sono troppo legati a certe dinamiche di pensiero consolidate e non fluenti. Sono questi passaggi, calati quasi alla maniera di un inciso innocuo, che trasformano qualsiasi lettura di Garboli in una potente radunata del pensiero e dei pensieri, uno sfrondare l'inessenziale, un diffondersi di profumi d'intuizione che travalicano epoche, autori, periodizzazioni. Penso anche all'intervista in cui riflette sul Romanticismo, partendo da Kant. E non potrebbe essere diversamente.
Leggendo Garboli torna il dubbio (certezza?) che nel secolo scorso abbiamo avuto dei saggisti straordinari e che troppo spesso releghiamo la forma-saggio a un'arte minore (qui ci gioverebbe ricordare il "semplice" titolo dell'opera più nota di Montaigne). Non dovrebbe essere così, non può essere così, eppure mi pare che il percepito raramente illumini con la giusta luce quel che si muove nei territori della critica. E sicuramente scrisse molto, ma allo stesso tempo ritroviamo quella lucidità di chi sa scrivere anche per l'occasione, non sistematicamente, quella libertà di movimento che pochi pensatori e critici hanno dimostrato, spesso anchilosati a causa di un legame parassitario con un autore, un'opera o un'epoca. Si badi, la conoscenza e lo studio necessitano sempre di una qualche forma di parassitismo che però, se incontrollata, è soggetta al rischio di diventare dilagante e patologica. Garboli spazia e scrive forse soltanto quando serve. In fondo, a ben pensare, tanto di quello che abbiamo tradotto nel Novecento passa per Bobi Bazlen, ma cosa abbiamo di effettivamente scritto e pubblicato di Bazlen? Pochissimo. E in un ambito per me spesso fuori visuale come quello accademico penso a un docente come Adone Brandalise - e non solo perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo -, di cui troverete pochissime pubblicazioni ma del quale, proprio in questi ultimi tempi, un gruppo di affezionati studenti sta proponendo le sbobinature delle registrazioni delle lezioni di teoria della letteratura tenute all'università di Padova (le trovate qui, e la sua analisi del Chisciotte è formidabile). Tutto questo si riversa necessariamente sul rapporto che Garboli ha coi libri, con il celebre "corpo a corpo" che con questi intraprende (e ricordato anche in questo volume), su un'avversione marcata alle pieghe prese dall'editoria.
Fu una vita straripante la sua, ossimoricamente dentro i ranghi dell'anarchia, che talvolta ebbe contatti da lui stesso definiti "casuali" con quasi ogni forma espressiva: poesia, narrativa, saggistica storica, la musica del quasi conterraneo Giacomo Puccini, cinema, senza dimenticare naturalmente quel teatro che resta il fuoco centrale, grimaldello privilegiato di conoscenza. A quarant'anni esatti dalla prima del suo Dom Juan di Molière e a dieci dalla morte ci troviamo tra le mani un utile volume per riaprire la porta della sua casa, il capitolo non certo risolto di Garboli e l'Italia, un viatico non trascurabile attraverso la sua pianura proibita.
martedì 2 settembre 2014
da "Il padiglione di porcellana. Versi cinesi" di Nikolaj Stepanovič Gumilëv
Una poesia da #42
Ricordato per il suo contributo teorico all'acmeismo, insieme a Gorodeckij, per il suo amore senza fine per Théophile Gautier del quale fu traduttore e per i suoi numerosi viaggi che riverseranno nella sua poesia accenti esotici e avventurosi, Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) è un poeta russo di cui si sente poco parlare. Qualche anno fa, nel 2005, le Edizioni San Marco dei Giustiniani di Genova, che con il loro catalogo costituiscono pur sempre una sacca di resistenza di alcuni titoli e autori della letteratura europea, pubblicarono un libretto curato da Paolo Galvagni e intitolato Il padiglione di porcellana. Versi cinesi (pp. 64, euro 8, ancora disponibile). Durante la Prima guerra mondiale, tra il '17 e il '18, Gumilëv si trova a Parigi, ed è qui che viene travolto da un'ondata di fascinazione per l'Estremo Oriente e fu in quel periodo che il poeta scrisse il libro di cui parliamo ora, assieme a un altro a tema cinese intitolato Due sogni. L'aspetto curioso è che questo libro è in sostanza un libro di traduzioni di liriche cinesi e indocinesi condotte non certo sulla lingua originale (che non conosceva) bensì sul libro Le livre de jade di Judith Gautier. Il trasporto di Gumilëv non è nuovo e si inserisce in un solco profondo di interesse per la cultura e la lirica cinese (basti menzionare Cathay di Ezra Pound che data 1915 o il caso italiano di Arturo Onofri e del suo quaderno di liriche cinesi tradotte intitolato Palazzi di giada, tra il '14 e il '16). A me questo poeta, questi percorsi, questi incontri e queste "traduzioni" interessano soprattutto con riguardo ai momenti in cui la poesia sembra necessitare di nuovi innesti, per non seccarsi dentro uno stesso panorama linguistico, dentro uno stesso immaginario, dentro una versificazione vigliacca, a costo di passare per traduzioni di traduzioni di traduzioni di traduzioni... anzi, forse deve proprio passare per traduzioni di terza o quarta mano.
LA CASA
La casa dove giocavo da bambino
è stata divorata dal fuoco implacabile.
Sono salito su una nave dorata,
per dimenticare il mio dolore.
Suonavo per la luna sublime
un flauto mirabilmente adorno.
Ma una nube leggera ha coperto
la luna, da me rattristata.
Allora mi sono girato verso la montagna,
ma i canti non mi venivano in mente.
Pareva che tutte le gioie dell'infanzia
fossero bruciate nella casa devastata.
E mi è venuta voglia di morire,
mi sono chinato verso l'acqua.
Ma una donna su una barca è guizzata
come il secondo riflesso della luna.
E se lei lo desidererà
e se la luna lo consentirà,
Mi costruirò una casa nuova
nel suo cuore recondito.
Ricordato per il suo contributo teorico all'acmeismo, insieme a Gorodeckij, per il suo amore senza fine per Théophile Gautier del quale fu traduttore e per i suoi numerosi viaggi che riverseranno nella sua poesia accenti esotici e avventurosi, Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) è un poeta russo di cui si sente poco parlare. Qualche anno fa, nel 2005, le Edizioni San Marco dei Giustiniani di Genova, che con il loro catalogo costituiscono pur sempre una sacca di resistenza di alcuni titoli e autori della letteratura europea, pubblicarono un libretto curato da Paolo Galvagni e intitolato Il padiglione di porcellana. Versi cinesi (pp. 64, euro 8, ancora disponibile). Durante la Prima guerra mondiale, tra il '17 e il '18, Gumilëv si trova a Parigi, ed è qui che viene travolto da un'ondata di fascinazione per l'Estremo Oriente e fu in quel periodo che il poeta scrisse il libro di cui parliamo ora, assieme a un altro a tema cinese intitolato Due sogni. L'aspetto curioso è che questo libro è in sostanza un libro di traduzioni di liriche cinesi e indocinesi condotte non certo sulla lingua originale (che non conosceva) bensì sul libro Le livre de jade di Judith Gautier. Il trasporto di Gumilëv non è nuovo e si inserisce in un solco profondo di interesse per la cultura e la lirica cinese (basti menzionare Cathay di Ezra Pound che data 1915 o il caso italiano di Arturo Onofri e del suo quaderno di liriche cinesi tradotte intitolato Palazzi di giada, tra il '14 e il '16). A me questo poeta, questi percorsi, questi incontri e queste "traduzioni" interessano soprattutto con riguardo ai momenti in cui la poesia sembra necessitare di nuovi innesti, per non seccarsi dentro uno stesso panorama linguistico, dentro uno stesso immaginario, dentro una versificazione vigliacca, a costo di passare per traduzioni di traduzioni di traduzioni di traduzioni... anzi, forse deve proprio passare per traduzioni di terza o quarta mano.
LA CASA
La casa dove giocavo da bambino
è stata divorata dal fuoco implacabile.
Sono salito su una nave dorata,
per dimenticare il mio dolore.
Suonavo per la luna sublime
un flauto mirabilmente adorno.
Ma una nube leggera ha coperto
la luna, da me rattristata.
Allora mi sono girato verso la montagna,
ma i canti non mi venivano in mente.
Pareva che tutte le gioie dell'infanzia
fossero bruciate nella casa devastata.
E mi è venuta voglia di morire,
mi sono chinato verso l'acqua.
Ma una donna su una barca è guizzata
come il secondo riflesso della luna.
E se lei lo desidererà
e se la luna lo consentirà,
Mi costruirò una casa nuova
nel suo cuore recondito.
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