Una poesia da #48
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #25

Imitazioni è un libro di traduzioni di Attilio Bertolucci che Scheiwiller pubblicò nel 1994 (pp. 126, fuori catalogo e non più reperibile; i testi sono confluiti nel Meridiano a cura di Paolo Lagazzi e Gabriella Palli Baroni). Vi potete trovare versioni, imitazioni appunto, da molti poeti francesi, inglesi o americani fra i quali Shakespeare, Wordsworth, Baudelaire, Hardy, Landor, Pound, Kipling, Eliot, MacNeice, Milton, Gascoyne, Frenaud e anche Edward Thomas. Il testo che ho scelto appartiene proprio a questo poeta "tardivo" che iniziò a scrivere poesia nel 1914 incoraggiato e incalzato dall'amico Robert Frost e che nell'aprile del 1917 morì in azione durante la Battaglia di Arras. Pochi altri traduttori e scrittori italiani si sono soffermati su questo autore che ebbe importanza nelle vicende poetiche di W.H. Auden, Dylan Thomas, Philip Larkin e Ted Hughes. Se volete, nella poesia proposta di seguito il pretesto è quel topos di rêverie poetica sopra il toponimo, Adlestrop in questo caso, ma anche, a mio avviso, la sosta inattesa in una stazione durante un tragitto, una stazione che fra l'altro da qualche decennio non esiste più. Notavo come la versione di Bertolucci "Adlestrop:/ un nome" echeggi la Valmorbia di Montale e inoltre come s'agganci il quinto mottetto a certi cenni di questa poesia di Thomas.
ADLESTROP
Sì, mi ricordo di Adlestrop, del nome,
Perché in un caldo pomeriggio il treno
Diretto vi fece una sosta imprevista.
S'era agli ultimi giorni di un bel giugno.
Un fischio, poi qualcuno si schiarì
La gola. Ma nessuno se ne andò
Dalla nuda piattaforma, nessuno
Salì e fu solo Adlestrop: un nome,
E salici e tanta erba profonda
E la regina dei prati e i covoni
di fieno così fermi e solitari
Come le nubi alte nel cielo estivo.
Per un istante cantò vicinissimo
Un merlo e gli risposero indistinti
Più e più lontano poi tutti gli uccelli
Delle terre di Oxford e di Gloster.
(da Poesie, 1917 - Traduzione di Attilio Bertolucci)
ADLESTROP
Yes. I remember Adlestrop
The name, because one afternoon
Of heat, the express-train drew up there
Unwontedly. It was late June.
The steam hissed. Someone cleared his throat.
No one left and no one came
On the bare platform. What I saw
Was Adlestrop—only the name
And willows, willow-herb, and grass,
And meadowsweet, and haycocks dry,
No whit less still and lonely fair
Than the high cloudlets in the sky.
And for that minute a blackbird sang
Close by, and round him, mistier,
Farther and farther, all the birds
Of Oxfordshire and Gloucestershire.
Nella collana in ebook poeti.com diretta da Maria Pace Ottieri e Andrea Amerio esce Appénna ammattìta di Caterina Saviane (in edizione cartacea a tiratura limitata dal 13 febbraio 2015 pp. 64, euro 7.00; in ebook euro 3,99). L'autrice, figlia del giornalista "desnudante" Sergio, morì di overdose a trentun'anni nel 1991. Altro suo libro fu Ore perse. Vivere a sedici anni, edito nel 1978
da Feltrinelli nella collana Franchi Narratori (su tale collana vorrei rimandare a questo interessante documento messo a disposizione nel sito da Oblique Studio). Il libro di cui intendo dar notizia era uscito negli anni Ottanta in un'edizione privata. A metà dei quel decennio, arrivò per Caterina l'attenzione di Andrea Zanzotto, che avvertì in questi versi un "movimento ciclonico". (Sia detto per inciso che, al di là del cognome portato da Caterina, sicuramente in vista grazie alla notorietà del padre, era per Zanzotto pratica quotidiana, gesto e postura gratuita, prestare ascolto a quei giovani autori che si rivolgevano a lui per un parere o magari con una telefonata, un'adesione quotidiana a un dialogo, talvolta anche scherzoso e sempre vivace, sulla scrittura e il presente, nel quale Zanzotto attivava il proprio radar e le proprie antenne. Non mi pare sia caratteristica riscontrabile in tanti altri scrittori più o meno affermati di oggi.) Della nota introduttiva di Maria Pace Ottieri ho trovato utile questo stralcio, dove si riporta sostanzialmente un altro commento critico:
«La sua è una poesia antilirica, razionale, in cui logica e consequenzialità convivono con un forte senso della musicalità e del ritmo», scrive Luisa Vecchi a cui si deve l’edizione privata delle poesie. «Di qui l’uso ripetuto della lineetta tra parole e sillabe, per scandire suoni e significati. Il metro tradizionale a cui Caterina rende omaggio nelle ottave dei poemetti (la misura lunga è congeniale alla sua tempra di narratrice), nelle stanze delle canzoni sghembe è compresso e dilatato con spavalda irriverenza, le parole sono scavate, torturate, frammentate, si spezzano continuamente in sillabe e si ricompongono, mentre gli accenti battono ritmi incalzanti. Poi si aprono improvvise distensioni (“Oh, kamikaze Farfalle | scappavate fatali | contro ceco clan clan | clan clan | clan destine”), pause temporanee al concitato, incessante colloquio con la poesia che percorre tutta la raccolta».
Il modo migliore per tornare a frequentare la poesia di Caterina Saviane è forse darne un assaggio, rimettere in giro qualche suo verso, per il lettore di poesia o anche per i molti lettori del fortunato romanzo feltrinelliano, che magari ricordano il nome di Caterina Saviane.
[Tale avventura – una paura spinge]
1
Tale avventura – una paura spinge
sulle tempie gravide è il sudore
antico – d’un antico odio:
anima mia non t’incanaglire nella
spiegazione di questa terra fredda:
ormai
anima mia, discola, tenera, paurosa!
2
Atti pensati – a caldo
rivelati all’alba umida del – nulla
a cui attendevo seduta (o in piedi)
davanti a un foglio (piccola penna)
attendevo inutilmente il sole – promessa
per certe idee di ieri, altrimenti oggi
pensieri.
3
Non basta la paura – ma
davanti all’eventualità d’un gesto
giammai sarei un eroe – né il resto.
Quale eroismo nella viltà di un verso
nell’enfasi di un dio-parole
come divinità in esilio – salvarle
per poi restituirle all’eventualità
di un gesto.
4
Se non capìta – perché verso
guardarmi? Vostro unico istinto
in questo mondo pronto all’attacco
– goliardo, sempre in agguato –
accanito contro di me – verso
il mio incosciente sguardo diverso.
5
Talento immeritato – il nostro
anche nascere ricco – fin dalla culla
ricco dell’omertà
o del valore stesso di domani.
6
Il nostro bacio supera l’incontinenza
del tuo sonno – la casualità del mio
sporadico e forse peggio:
perciò nell’antico sogno ci addentriamo
per quanto esso sia novo – come lo stile
come il presente tempo.
Librobreve intervista #53
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| Claudia Zonghetti |
Come accennato nel titolo, le più recenti traduzioni da Vasilij Grossman, Anna Politkovskaja e Pavel Florenskij sono opera di Claudia Zonghetti. Il suo nome è legato anche alle collaborazioni con Julia Dobrovolskaja, nella stesura del Grande dizionario Russo-Italiano / Italiano-Russo (Hoepli) ma anche in libri a quattro mani orientati alla didattica come Le difficoltà del russo. Verbo, aggettivo, sostantivo (Zanichelli). Con grande piacere ospito questa intervista che prende avvio dal più recente lavoro portato a termine per Adelphi. Bello notare come questa storia di traduzioni parta da "un'ora buca" trascorsa al liceo: ben vengano allora le ore buche! Parlando di traduttori dal russo, ad un certo punto Claudia Zonghetti afferma "Nell'ultimo mezzo secolo molti - molte - hanno continuato l'opera dei pionieri". Quell'inciso in effetti mi ha fatto pensare che passato il tempo degli Alfredo Polledro, Eridano Bazzarelli, Ettore Lo Gatto o anche dei Clemente Rebora e Leone Ginzburg, i nomi che più si leggono tra gli slavisti e traduttori dal russo, negli ultimi decenni, sono appunto nomi di donne. Mi pare sia un aspetto quantomeno curioso, interessante. Buona lettura.

LB: Partirei dalla fine, ovvero da A proposito di Čechov di Ivan Bunin, ultimo libro da lei tradotto. Potrebbe raccontarcelo, tralasciando la veste di traduttrice (se possibile)?
R: È possibilissimo! Prima di essere traduttrice sono una lettrice vorace (anche se non quanto vorrei). E dunque: Ivan Bunin è anziano, malato e costretto a letto. Un giorno riceve dall'Unione sovietica i volumi freschi di stampa dell'epistolario di Čechov, si tuffa entusiasta nella lettura e scopre con gioia infinita quanto il grande scrittore tenesse alla sua amicizia. Inevitabile è, dunque, che si conceda ai ricordi di un legame fra esseri umani straordinari, prima che fra letterati di rango. Un legame che era stato breve, ma intenso, sollecito e schietto. Bunin non riesce a portare a termine il volume che ha in mente e che detta man mano alla moglie, ma le pagine che lascia sono straordinarie proprio nella loro imperfezione, nel loro calore vivo e spigoloso, nella loro densità di affetti e passioni. E difatti proprio a una passione mai sospettata - l'amore rimasto speranza fra Čechov e Lidja Avilova - sono consacrate pagine portentose.
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| Anna Politkovskaja |
LB: Il suo nome è naturalmente legato alle versioni italiane di uno dei più importanti nonché imprescindibili scrittori del secolo scorso, Vasilij Grossman, anche se mi sentirei a disagio a non menzionare le versioni da Anna Politkovskaja o Pavel Florenskij. C'è davvero molto nel suo curriculum, anche solo a citare questi tre nomi. Cosa le piacerebbe provare, ora? E la poesia?
R: Mi piacerebbe - adorerei - mettere piede nella letteratura per bambini e ragazzi. L'Unione sovietica prima e la Russia poi hanno una tradizione notevolissima e feconda in questo ambito. La poesia no. Mai. Ho troppo rispetto per la parola poetica per pensare di lordarla con i miei incauti balbettii. Non transigo. Ci ho provato una sola volta, cedendo a insistenze alle quali mi pesava rispondere sbattendo la porta. È stato un trauma, ma nessuno si è accorto che l'ho fatto e ne sono quanto mai felice.
Osare per osare, affronterei la satira. Un campo con mine altrettanto devastanti.
LB: Riesce a seguire con una certa continuità l'attualità della letteratura russa? In che modi?
R: La rete, ormai, è di grandissimo, insostituibile aiuto. Seguo blog, riviste, forum… C'è davvero l'imbarazzo della scelta. E la possibilità di scaricare i libri senza dover attendere "i pacchi della speranza" rende tutto molto (ma molto!) più semplice.

LB: Una domanda che è un inciso personale: una convinzione che sin dalle scuole superiori mi è stata quasi inculcata è che la letteratura russa "non delude mai". Naturalmente l'accento era più sull'Ottocento. Ecco, non so perché ma ne ho fatto quasi un dogma. Ora esagero, però forse è vero che la letteratura russa "delude poco". Forse con questo inciso le offro lo spunto per sfatare certi luoghi comuni o altri dogmi sulla letteratura russa...
R: Come in ogni altro paese del mondo, anche in Russia gli scriventi sono infiniti e gli scrittori veri mosche bianche (o dovrei dire "corvi bianchi", dato il primigenio errore traduttivo dell'analogo russo riferito a Boris El'tsin?). Per il resto, anche la letteratura russa segue e si accoda a quanto accade nel resto del mondo. Ci sono gli scrittori "mainstream" che seguono - anche dignitosamente - le mode e le tendenze universali (vampiri e sfumature di colori vari, per intendersi), ci sono gli esteti raffinati, ci sono i realisti, i post-post-postmodernisti… Ci sono nomi degnissimi, OVVIO (lasci le maiuscole, la prego!). Ma non c'è un nuovo Pasternak. Quanto a proporli qui da noi… Lo stereotipo "russo=mattone" è duro a morire. E in un periodo di profonda difficoltà del libro, gli editori disposti a rischiare per proporre autori russi sono davvero pochi.
LB: C'è un'opera che vorrebbe portare in italiano e che sinora nessun editore ha voluto considerare, anche se da lei suggerito?
R: C'è. Ce ne sono diverse. Ma - se espressi - i desideri non si avverano. E io ci terrei a vederne qualcuno farsi carta, prima di appendere la tastiera al chiodo. Ad ogni buon conto, tralasciando i nomi meno noti che vorrei provare a far assaggiare ai lettori italiani, mi limiterò a confessare (per l'ennesima volta) che dopo avere tradotto la "Cronaca" della vita di Michail Bulgakov (di Marietta Čudakova, per Odoya) la voglia di rimpastare Il Maestro e Margherita non ha più limiti.
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| Tradotto da Vera Dridso |
LB: Le andrebbe di comporre una piccola galleria dei traduttori dal russo, citarne qualcuno e/o tratteggiare qualche aspetto saliente?
R: Questa domanda avrebbe bisogno di una ventina di pagine per sperare in una risposta che minimamente soddisfi il criterio di affidabilità. Per mia e sua fortuna una carissima amica e docente - Giulia Baselica - ha scritto sull'argomento, e chi volesse sapere qualcosa di più sulle traduzioni di autori russi in italiano (attenzione: non "dal russo in italiano", perché non sempre era così) potrà leggere un suo articolo pubblicato sulla rivista "Tradurre". Lo trovate qui.
Nell'ultimo mezzo secolo molti - molte - hanno continuato l'opera dei pionieri: Vera Dridso, Gigliola Venturi, Chiara Coisson per citare le più prolifiche... E Serena Vitale, ovvio, nelle sue preziose incursioni traduttive.
Quanto all'ultima e penultima generazione, gli anni venturi diranno chi di noi resisterà alla prova del tempo.
LB: Una rapida curiosità: quanto ha richiesto la traduzione di Vita e destino di Grossman?
R: Nove mesi. Una gestazione. Con lo stesso travaglio finale. Ma con una serie infinita di gioie, dal primo vagito in poi.
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| Gogol' |
LB: Finirei con l'inizio, ovvero le vorrei chiedere come è arrivata a occuparsi di traduzione. In sostanza, vorrei sapere qualcosa sulla sua formazione di traduttrice. Grazie della sua disponibilità.
R: Sono uscita dal Cappotto di Gogol', come si vuole per buona parte degli scrittori russi. Ero ancora al liceo quando, in un'ora buca, un professore di greco del classico - io frequentavo il linguistico, al "Raffaello" di Urbino - si sedette e cominciò a leggere. Al "colore emorroidale" di Akakij Akakievič ero già ipnotizzata. Cominciai a leggere, a rileggere, a cercare... E decisi che - così come già facevo con l'inglese e il francese (e iniziavo a fare con il tedesco) - volevo leggerle in originale, quelle pagine che sentivo meravigliose, ma che nella lingua in cui erano nate rischiavano di esserlo persino di più.
Partii dunque per Venezia, dove mi sono poi laureata con Vittorio Strada, ma dove soprattutto ho fatto l'incontro che ha cambiato la mia vita. Quello con Julia Dobrovolskaja, grandissima traduttrice verso il russo dei massimi scrittori italiani, che per mia fortuna ha avuto una seconda vita anche nel senso inverso, insegnando cioè a noi italiani a tradurre gli scrittori russi di ogni generazione. È stato "a bottega" da lei che ho mosso i primi passi. Timidissimi, fustigatissimi. Ma se qualcosa riesco a fare, ora, lo devo sicuramente alla sua inesorabile pazienza e al suo esasperante - ma ubertoso - rigore.
Ripescaggi #38
(Non ricordo più dove uscì questo testo del 2007. Credo - ma non ne sono certo - sul sito della rivista "daemon").

Il ventriloquo – è una cosa che abbiamo appreso da bambini – produce una voce dissociata, la cui fonte rimane invisibile all’ascoltatore. E questo vale anche per i mezzi di comunicazione che abbiamo chiamato “di massa” in passato e che ci ostiniamo a definire tali anche nell’epoca attuale, quando questa qualifica comincia a star loro stretta. E vale davvero per tutti i mezzi di comunicazione che segnano la modernità: tv, radio, cinema, telefono e web. Da questa semplice constatazione parte il ragionamento portante di questo articolatissimo studio di Steven Connor (La voce come medium. Storia culturale del ventriloquo, Luca Sossella Editore, 2007, pp. 488, € 20, libro che pare non più disponibile per l'acquisto), docente di Modern Literature and Theory al Birkbeck College di Londra e autore di fondamentali studi su Dickens, Joyce e Beckett. Un saggio – si è detto – articolatissimo e amplissimo in virtù del fatto che Connor fa partire la propria storia della voce interna e dissociata dalle origini greche e romane (oracolari), passando per i posseduti, i mistici e le streghe fino ad approdare quindi ai nuovi mezzi di comunicazione.
La possibilità, la capacità di parlare con una voce dissociata ha attraversato tutta la storia dell’umanità e trova oggi nuovi lidi. In questa considerazione sta la vera attualità di questo libro e l’importanza di poter disporre della sua traduzione in italiano. La voce che abita l’animo umano è la protagonista indiscussa di queste pagine che diventano insospettabilmente utili a molti (studiosi di letteratura, di nuovi media, poeti, registi, attori, giornalisti ecc.) per capire i meccanismi che spiegano il funzionamento della voce interna, per provare a dire un perché al fascino che continua ad esercitare.
Il ventriloquo non è quindi (non lo è mai stato, ma non è scontato che questo si sappia) quel fenomeno da circo, magari con un pupazzo in mano, che abbiamo conosciuto da bambini. In effetti, la parola stessa, con quell’esplicito rimando al ventre, si propone alla nostra riflessione in tutto il suo viscerale insediarsi nella storia dell’uomo e della sua corporalità.
Giovedì 19 marzo 2015 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi" - a cura di Marco Scarpa
con Francesca Genti

Riprende la rassegna di poesia "TRAversi" a cura di Marco Scarpa con un miniciclo di quattro incontri che si dipaneranno da qui a maggio e che avremo modo di segnalare nelle prossime settimane. Gli incontri si terranno a Ca’ dei Ricchi, in vicolo Barberia 25, in pieno centro a Treviso, a due passi dalla centrale Piazza dei Signori. Ad esclusione del primo incontro con Francesca Genti (foto a lato) che cadrà di giovedì, gli altri tre saranno di venerdì, tutti con inizio alle 21.00. La formula prevede la prima parte della serata con una presentazione e reading del poeta invitato e la seconda con una presentazione di un poeta del Novecento a cura del poeta invitato. Un’altra novità di questa nuova serie è la collaborazione con una scuola che porterà di volta in volta alcuni studenti a rapportarsi con il poeta, per stimolare ulteriormente il confronto. Altre informazioni su quanto avviene a Ca’ dei Ricchi si trovano sul sito www.trevisoricercaarte.org.
LE MASSICCIATE DI VIA FERRANTE APORTI
Ascolto il canto della città consustanziato
di clacson e cardellini
-movimento- .
Nel cielo blu Yves Klein cʼè un reggimento
di giganti che giocano alle nuvole,
coriandoli cullati dentro il vento:
plastilina metafisica che forma
tigri, cavalli, astri in movimento.
Tutto quello che da testimone sento
mentre inabissa il viola della sera
è l’avanguardia dello struggimento
è l’invasione della primavera.
Da L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014)
Francesca Genti è nata a Torino e vive a Milano. Ha pubblicato le raccolte di poesia Bimba Urbana (Mazzoli, Premio Delfini, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009), L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014), il libro di racconti Il cuore delle stelle (Coniglio Editore, 2007) e il romanzo La Febbre (Castelvecchi, 2011).
Leggere una grande guerra #13
"Leggere
una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei
libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con
un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello
internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o
meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o
stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni
che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le
segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica.
(In coordinamento con World War I Bridges).
Il 1917 è l'anno orribile della guerra, anche per Giuseppe Ungaretti sul fronte isontino. Lo si capisce leggendo queste 26 lettere raccolte e pubblicate da Archinto con il titolo Lettere dal fronte a Mario Puccini (pp. 80, euro 16, a cura di da Francesco De Nicola). Ferito, inabile, nevrastenico, impaziente di spostarsi da una situazione di presidio a un battaglione movimentato in azione, con i compagni di sempre (oppure di essere spedito in Terra Santa con il contingente italiano partito in quegli anni, per sfruttare le proprie conoscenze linguistiche). Il ritratto che ricaviamo è davvero quello di un uomo di pena che cerca in Mario Puccini un supporto ma anche un aiuto fraterno per essere spostato (e come s'arrabbia!). Puccini è tenente presso il Comando supremo della III armata dislocato non molto lontano da Ungaretti. I due, in realtà distanziati di un solo anno (del 1887 Puccini, del 1888 Ungaretti), si sono conosciuti prima delle ostilità, quando Ungaretti aveva provato a piazzare nel catalogo delle edizioni Puccini, fondate dal padre di Mario ad Ancona, il Moscardino dell'amico Enrico Pea, conosciuto durante il lungo periodo egiziano. L'esito commerciale dell'operazione non fu dei più memorabili e la sfortunata pubblicazione deve aver avuto qualche ricaduta nei rapporti. Abbandonati quei dissapori, Ungaretti si rivolge in modo fraterno all'autore de Il soldato Cola e di quello che possiamo annoverare fra i primissimi reportage a caldo della ritirata di Caporetto (Caporetto: note sulla ritirata di un fante della III Armata, Editrice Goriziana, 1987). Abbandona il voi e passa presto al tu. Apre il suo cuore, riversa nelle lettere sensazioni che poi ritroveremo nella sua poesia, come quella di essere macerato dalla malinconia.
Nelle lettere, quasi tutte brevi, c'è posto per Il porto sepolto e la sua accoglienza critica, per D'Annunzio che in fondo impartisce già con le sue "pose plastiche in ginocchio davanti ai feretri" pillole di regia e scenografia che saranno mutuate e portate all'esasperazione dal regime mussoliniano, per il desiderio di spostarsi di cui si è già scritto, per il progressivo peggioramento delle condizioni psicofisiche fino ad arrivare all'ottobre del 1917 e alla ritirata. Sono lettere che oggi testimoniano del rapporto esistente tra due letterati che hanno avuto diverse fortune nel secolo scorso. Puccini non c'è, è assente, non si deduce quasi da nessuna missiva, eppure la sua figura è sullo sfondo, pone qualche domanda. Le stesse domande che ci facciamo oggi: che fine ha fatto Mario Puccini? Dove sono volate vie le sue pagine? Tempo fa, parlando de Il soldato Cola, ho accennato alle molte lacune attorno all'opera di Mario Puccini. L'augurio è quello di un qualche rimedio: anche solo sfogliando l'inventario del Fondo Mario Puccini presso il Gabinetto G.P. Vieusseux è possibile avere una chiara idea di come questo scrittore marchigiano fosse al centro di una fitta rete di rapporti nazionali e internazionali che sarebbe sciocco continuare a ignorare.
Musicali pretesti #4
Di tanto in tanto, una notizia su un libro e un brano da ascoltare, al libro collegato.
Era il 1978 quando Adelphi pubblicò Il primo dio (pp. 434, a cura di Maria Pia Carnevali, euro 30) con un caravaggesco Chop Suey di Edward Hopper in copertina, inondato di luce laterale. Il volume, ancora in commercio, contiene poesie scelte, racconti e scritti critici del ragazzo partito da Genova nel 1914 per fare il millemestieri negli Stati Uniti. Era il 1995 quando il brano d'apertura dell'album Lungo i bordi dei Massimo Volume contribuiva a riportare in orbita il nome di Carnevali. Si intitolava proprio come il libro a lato. Di Carnevali, di quel brano e anche delle non poche pubblicazioni che gli ha riservato l'editore pistoiese Via del Vento si è già parlato in un post passato (si possono ricordare pure i Racconti di un uomo che ha fretta e altri scritti pubblicati da Fazi ma non più disponibili). A breve, per Santeria, uscirà il disco che raccoglie i brani del reading-tributo offerto a Carnevali da Emidio Clementi, Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi, un progetto illustrato dalle tavole di Gianluca Costantini. Si intitola Notturno americano e molti di voi magari avranno avuto modo di ascoltarlo dal vivo in una delle molte date che si sono succedute negli ultimi mesi. Il disco, composto da 8 brani, è un ascolto che apre diverse porte che danno su una stessa stanza: l'America di Carnevali, i lavori, la pazzia di questo poeta sul quale mi piace tornare anche quelle volte che sento troppa aria professorale/professionale nella poesia che si propone in giro, un poeta che intraprese più strade di scrittura, anche quella delle lettere a Benedetto Croce, a Giovanni Papini, a Carlo Linati (grazie a Liber Liber queste lettere sono disponibili qui). Mi sarebbe piaciuto congedarmi da questa nota con l'ascolto di "Chicago" o di "Carnevali a Milwaukee", il brano che chiude il disco, ma questi non sono ancora disponibili su YouTube, per cui lascio "I camerieri", la traccia numero 5, un pezzo giusto per ricordare il "morto di fame nelle cucine d'America sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d'America".
Le prossime date di Notturno americano (per gli orari, i link dei locali e per tener monitorato tutto con maggior precisione rinvio qui):
13/03/2015 - LA SPEZIA - Btomic - Via Firenze 27
14/03/2015 - REGGIO EMILIA - Dinamo - Viale Monte San Michele 4
27/03/2015 - PARIGI - Ciao Gnari - 333 Rue Des Pyrenees
28/03/2015 - BRUXELLES - Piola Libri - Rue Franklin 66/68
01/04/2015 - BOLOGNA - Locomotiv - Via Serlio 25/2
10/04/2015 - MACERATA - Teatro Don Bosco - Viale Don Bosco 55
11/04/2015 - ANCONA - Silos - Via Leopardi 9
12/04/2015 - PEGOGNAGA (MN) - Casbah - Via Roma 20
22/04/2015 - TRAVEDONA MONATE (VA) - Cineteatro Santamanzio - Via S. Caterina
29/04/2015 - MILANO - 75 Beat - Via Privata Tirso 3
02/05/2015 - GRUGLIASCO (TO) - Casseta Popular - Via Tripoli 56
03/05/2015 - CARPI (MO) - Mattatoio Culture Club - Via Pio 4
08/05/2015 - PESCARA - Milonga Vintage - Via Ravenna 69
09/05/2015 - RIMINI - Primo Piano - Via Garibaldi 20
15/05/2015 - BENEVENTO - Morgana - Via Umberto I 8
16/05/2015 - NAPOLI - Cellar Theory - Vico Acitillo 58
29/05/2015 - SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA (TE) - Dejavu - Via Vittorio Veneto 38/40