Una poesia da #31 (in realtà non soltanto una, per stavolta)
Nella biblioteca interiore di questo poeta non c'è spazio per la "letteratura come gioco" e tantomeno per la scrittura intesa come terapia. E non ci vuole molto a capirlo, se si prende in mano questo libro, tanto bello quanto forse dimenticato o passato inosservato. Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo (Nuova Dimensione, pp. 132, euro 11, ancora in commercio) rappresentò un libro atteso, almeno qui, tra gli amici della provincia di Treviso e tra chi si interessa di poesia. Proprio sulla sua/nostra provincia si erano lette in rivista alcune composizioni importanti, tra le più sorprendenti di quel periodo. C'era stata prima anche la silloge, altrettanto importante e sorprendente, intitolata Le parole contate, inclusa nel Sesto quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos, nel 1998. Nel decennio a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i Duemila, poche furono le occasioni di leggerlo, ancor meno forse quelle di ascoltarlo (ma quando capitava, a me sembrava non volasse una mosca tra il pubblico). Quando nel 2007 arrivò questo libro, con una prefazione atipica nei modi e riconoscente di Giulio Mozzi (quasi un'inversione del senso della gratitudine tra prefatore e autore), le cose non cambiarono di molto, nel senso che non mi pare che Corruptio optimi pessima abbia avuto l'attenzione che meritava e merita tuttora. Per fortuna è anche vero che nessuno sta qui a sindacare sui circuiti che segue (o sui quali si segue) la poesia oggigiorno: la poesia resta di chi la trova, e qui secondo me avete un'occasione per trovarla. Per questo motivo ora mi limito a rimettere in circolo una manciata di versi, cercando di contare anch'io le parole. La poesia di Antonio non ha bisogno infatti di molte introduzioni, arriva diretta, come un colpo sparato ad alzo zero. Colpisce, ferisce, talvolta strappa un sorriso con le unghie delle sillabe, anch'esse contate. Mozzi parla anche della "tenerezza" di questo libro, e in fondo ha ragione. Una sola poesia non bastava, secondo me, per tornare a parlare di questo libro intitolato con una massima di Gregorio Magno e così intriso di storia familiare (i due perni sono spesso la zia e la madre dell'autore, ritratta nella foto scelta per la copertina). Facendo allora una piccola violenza a questo spazio intitolato "Una poesia da", ho scelto alcune delle mie orecchie fatte sulle pagine di questo libro. -- Poesie da Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo (Nuova Dimensione, 2007). Da un'altra psicologa Quand'è fuori dal nido cosa fa? Mi chiese dopo che con precisione di panico e di agorafobia le avevo riferito. Domanda errata - le direi oggi - non è andar fuori, è rincasare che mi fa male. Come un cane legato alla catena, più corta più lasca dipende, abito insieme alle mie ossessioni. Potrei vivere a New York o a Nuova Delhi, da questa casa da questa città non uscirò più. -- In un soggiorno una pendola ha scandito per anni i giorni di noi tre in famiglia. È un oggetto vecchio robusto e delicato insieme. Quando mia zia l'aveva rinvenuto tra le vecchie cose di mia nonna, ricordi tramandati tra generazioni, anche l'orologiaio - commosso un poco e un poco incuriosito dal suo meccanismo - era venuto fino a casa nostra per stabilire sul muro esattamente l'unico punto che la faceva andare. Tutto bene per un po' di anni. Un precario equilibrio ritmava in una scansione ordinata i miei libri, i cappelli della zia, le ombre nella mente della mamma. Ma la tradizione è finita. Io non avrò figli. La mamma sta male, io non ho un lavoro. La pendola è rotta. La venderò per soldi domattina.
-- Treviso tre
La neghittosa provincia non è priva di una sua sorniona saggezza.
Con soggezione ci si iscrive alla grande Università Universitas Patavina Libertas la cattedra di Galileo gli affreschi di Giotto il magnifico Rettore.
Facendo il pendolo via Mestre, ci si illude che quelle mete estere Parigi Monaco Zurigo declamate dall'altoparlante saranno nostre un giorno con tutti questi studi e che la nostra vita forse cambierà.
Disillusi, un po' invecchiati, ci si rivede poi a Treviso a qualche concorso a far le guardie mediche o a insegnare la sintassi dei casi e il pessimismo di Leopardi.
Il cerchio si chiude, attento, mi dico, non credere di essere speciale, la sanno lunga queste sabbie mobili, ne hanno fatti fuori di più forti di te.
-- Hai fatto bene mamma, a insegnarmi l'italiano.
Non badare nemmeno ai professori che difendono il dialetto.
Sono soltanto snob, ipocriti entomologi fingono compassione per l'esemplare che trafiggono uccidendolo.
Detesta come me il ristorante tipico agriturismo rustico il buon selvaggio in gabbia spiagge paradisiache safari fotografici diete vegetariane verginità rifatta in carta riciclata. Il rustico dei ricchi è un falso rustico. --
Un disadattato mi ha definito un giorno un sacerdote astuto cattivo penetrante. Non amavo quel frate, e dentro me più volte ho sognato di fargliela vedere, di dimostrargli che non è così.
Adesso stai bene finalmente lavori post tenebras lux è stata una fase guadagni perfino - mi lusingano altri lo spettacolo deve continuare.
Ma non è vero.
Una tessera di mosaico scompagnata una carta solitaria un conto che non torna un apolide inglorioso.
Io non sono collega di nessuno.
-- La mia vita assomiglia un poco all'eterno corridoio di questa casa di riposo. Luci al neon infermiere premurose o sbrigative con cuffietta, medicinali, dolcetti, aria di chiuso. E qui in fondo la mamma che sorride.
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PS. Antonio Turolo, che fu allievo di Gianfranco Folena, ha pubblicato anche due monografie: Tradizione e rinnovamento nella lingua del Magalotti (Firenze, Accademia della Crusca, 1993) e Teoria e prassi linguistica nel primo Gadda (Pisa, Giardini,1995). Ma per conoscere ciò che Turolo pensa della "carriera universitaria" ("sconcio ossimoro") vi invito a procurarvi Corruptio optimi pessima.
Qualche giorno fa mi sono trovato a battibeccare con l'account Twitter di Einaudi, che a mio avviso commetteva la mossa infelice di scrivere "dei cinque lettori di poesia in Italia". Si trattava ovviamente di un'iperbole di manzoniana memoria (ulteriormente decurtata), ma pur sempre un errore, un'affermazione che non aiutava niente e nessuno. Non l'ho reputata una mossa felice, insomma, e l'ho fatto presente al twittatore/alla twittatrice in modo educato, beccandomi inizialmente risposte del tipo "Meglio prenderci in giro?" oppure "Contento tu". (Non ho fatto presente al twittatore/alla twittatrice che il tono antipatico di quelle risposte quasi sicuramente dimezzerà il budget annuo dei miei acquisti dedicati a libri Einaudi, alla faccia del social media marketing e del mito della comunicazione one-to-one! Poi chi twittava dall'altra parte è rientrato nei toni, e mi ha persino ringraziato "perché è bello che qualcuno ci tenga". Non vi racconto qual punto di domanda si è allora dipinto in automatico sul mio volto). Insomma, l'aborto di dialogo twitteresco da pausa-pranzo è finito nello scolo di lavello dei social network, com'è in fondo normale che sia. Possiamo ripeterci fino alla nausea che la poesia non vende (ci credo, ma di questo passo venderanno poco anche tanti libri di prosa), possono anche sbattermi in faccia i dati di vendita imbarazzanti di certe collane di poesia un tempo blasonate, ma non penso che cambierei idea e cioè che, come scrivevo, sono convinto che i lettori di poesia in Italia esistano, forse "comprano pochi libri", e probabilmente (lo scrivo qui, non su Twitter) non si fanno troppo sentire, o magari vivono da "nuovi emarginati" la marginalità e la frammentazione della poesia stessa. C'è poi un processo di lettura e ascolto pubblico della poesia che va recuperato e si iniziano a vedere alcune buone operazioni in tal senso. Forse i lettori di poesia sono stati anche delusi, non trattati poi così bene dai loro editori di riferimento. Altro discorso - e qui provo a uscire dalla secca in cui sto saltando pericolosamente a piè pari - è vedere cosa ha fatto chi aveva gli strumenti, i canali e il "blasone" (il brand editoriale, insomma) per fare sensate operazioni editoriali di poesia: buio pesto. Quanto ci manca uno Scheiwiller del ventunesimo secolo! Insomma, anche i nostri editori storici di poesia dovrebbero fare un'opportuna analisi e chiedersi se la situazione che lamentano riconduce anche a certe loro scelte e, visto che proprio si lamentano dei lettori mancanti all'appello, potrebbero smettere di pubblicare poesia, visto che non vende. Chissà che dal vuoto creatosi non si generi qualcosa di veramente nuovo. In fondo sono imprese anche le case editrici, pur tra mille particolarità e nessuno le obbliga a lavorare in perdita. Ma mi fermo, sono tempi difficili per tutti, davvero, e questi sono discorsi che forse lasciano il tempo che trovano. Anche perché poi, ogni tanto, si accende una luce, ovvero libri come questo di cui vorrei dar notizia ora. D'accordo, è un progetto di traduzione finanziato con il sostegno della Commissione Europea EACEA, insomma è uno di quei libri che diventano economicamente realizzabili soltanto grazie a dei contributi per la traduzione di istituzioni culturali internazionali; tuttavia quello che conta, agli occhi di un lettore, è che appare come foglia di un albero (fuor di metafora: il catalogo dell'editore Del Vecchio) che sta crescendo con un portamento di fusto e una disposizione fogliare sempre più rare nel panorama. Chissà che non colga il vuoto che altri stanno osservando, creando (coltivando?) con colossali dormite e lamenti inerti. Le uscite di poesia di Del Vecchio sono poche, ma l'inizio è buono. E allora, se avete voglia di leggere (o regalare) un bel libro di un poeta in Italia semisconosciuto, puntate diritti e con serenità a questo Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l'uomo di Hans Sahl, un librone di più di 500 pagine pubblicato nella cura e traduzione di Nadia Centorbi all'onesto prezzo di € 17,50. Un libro corposo, che se però come me leggerete prevalentemente nelle pagine di destra, gettando solo qualche occhiata al tedesco di sinistra, diventa tutto sommato un libro breve. L'occasione della pubblicazione è la "Giornata della Memoria", che in editoria sta diventando un momento topico di riferimento nella pianificazione delle uscite, il che sta bene, ma ha anche dei tratti che indispettiscono. Non trovate? Ma tranquilli, è un libro senza data di scadenza, che si potrà leggere anche quest'estate o la prossima. L'autore (Dresda 1902 - Tubinga 1993) è noto al pubblico italiano per un titolo pubblicato da Sellerio, Memorie di un moralista. L'esilio nell'esilio, dedicato a quello sterminato fenomeno che fu l'emigrazione e l'esilio dalla Germania di Hitler. Quella biografia incentrata sulla forza centrifuga dell'esilio è un passaggio importante per giungere alla poesia di Sahl, che è poesia scritta dall'esilio e con una componente autobiografica limpida. Oppurtuno dare qualche coordinata. Nel 1933, "non solo come ebreo, ma
anche come oppositore di Hitler" Sahl lascia la Germania. Passa per Praga, Zurigo (è in Svizzera che incrocia Ignazio Silone) e poi staziona a Parigi per un bel po'. Vive lì e spancia di brutto in quella che finì per chiamarsi drôle de guerre, ovvero quei mesi surreali-tragici che precedettero il pieno dispiego delle operazioni militari. Il primo libro di poesia che pubblica esce in America nel 1942 e si intitolaLe chiare notti, sottotitolato Poesie dalla Francia e qua si concentrano davvero tutti gli anni francesi, l'esperienza dei campi di internamento dove finisce anche Walter Benjamin. Bellissimo, in questo primo libro, è il gruppo di poesie intitolate a Marsiglia, dove Sahl nel 1941 attende la nave che lo porta in salvo, dall'altra parte dell'Atlantico, e dove collabora attivamente anche con Varian Fry e la sua organizzazione che aiutò duemila intellettuali e artisti a fuggire da Hitler (tanto da meritarsi un film e il soprannome di "Shindler" degli artisti, oltre a altri riconoscimenti post mortem). A New York Sahl rimase per quasi tutta la vita, fino al 1989, con una parentesi di rientro non ancora "maturo" in Germania a fine anni Cinquanta. Per la cronaca, negli Stati Uniti Sahl visse di giornalismo (importanti collaborazioni come corrispondente di testate tedesche) e traduzioni (Arthur Miller, Eugene O'Neill, Thornton Wilder e Tennessee Williams). Andando più dentro questo libro, senza invaderlo troppo, c'è da notare una forte componente pseudodiaristica nei diversi nuclei che compongono le raccolte, radunate sotto il bellissimo e apertissimo titolo del volume italiano ("Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo come se fosse / un incidente biologico / tra due epoche glaciali"). Ed è sicuramente altrettanto forte il senso dell'essere testimone. Il volume Le chiare notti. Poesie dalla Francia lascia poi posto nel libro di Del Vecchio a una nutrita antologia dei libri che seguirono, distanziati di molti anni uno dall'altro: Noi siamo gli ultimi. Poesie del 1976 e Noi siamo gli ultimi. La talpa del 1991. E in tutto questo percorso di poesia però è come se ricadessimo, anche con l'immaginazione, in quei fondamentali anni trascorsi in Francia, anni di fame, sospetto, "esilio nell'esilio", solitudine radicale e radicalizzata. La migrazione e l'esilio furono forzate, necessarie, e tuttavia divennero poi scelta, conferma quotidiana. Visto che la curatrice conosce bene la materia di cui scrive, lascio la parola a Nadia Centorbi e rimando alla fine del post per un link contenente un gruppo di testi della raccolta. Nel suo saggio introduttivo intitolato Il cristallo nella lavina, Centorbi marca bene lo scivolamento lirico dalla prima raccolta alle successive: "la centralità dell'io sembra dissolversi nella coralità di un soggetto lirico polimorfo, in quel noi che scandisce ossessivamente la sequenza lirica. Attraverso il noi il destino individuale del poeta si identifica con il destino di molti altri esuli incontrati, incrociati o semplicemente presenti nella schiera di quanti furono segnati dall’esperienza della fuga dalla patria. Con ciò, il poeta suggerisce che nell’esperienza dell’esilio, che egli ha condiviso con migliaia di altri profughi, non esiste un destino d’eccezione che possa valere su tutti gli altri come modello emblematico: tutti gli esuli, al di là delle diverse peculiarità che ne scandirono le rotte, costituiscono un unico coro, condividendo omogeneamente le stesse difficoltà, lo stesso martirio della persecuzione, della fuga nonché del disorientamento derivato da un’esistenza irreparabilmente stravolta. A differenza delle poesie del primo ciclo poetico, nei componimenti più tardi Sahl non cede alla malia di centralizzare la sua personale esperienza di esule e perseguitato. All’estemporaneità dei versi della fuga subentra la responsabilità morale di preservare una “memoria dell’esilio” che attecchisce, appunto, nella coralità del noi [...]." Vorrei chiudere con due plausi. Il primo per il lavoro di cura e traduzione della giovane Nadia Centorbi, che non posso giudicare appieno ma che trovo centrato e coerente nella lingua d'arrivo. (Nadia Centorbi è autrice anche di due saggi che appaiono davvero unici nel panorama, uno del 2011 sull'androginia nella letteratura tedesca e l'altro del 2009 sulla poesia di Gottfried Benn e l'estraneità della patria, un tema che ora evidentemente s'incastra e s'arricchisce di questo lavoro su Sahl.) Il secondo plauso, già accennato, per l'editore Del Vecchio, una casa editrice nata a Roma soltanto nel 2007 e che a mio avviso rappresenta la più bella sorpresa del panorama italiano dell'ultimo lustro. Per approfondire vi consiglio davvero un giretto qui: propagazione del catalogo appassionante e volumi contraddistinti da una cura e soprattutto da una progettazione grafica che non si vedevano da tempo, affidate all'enfant terrible della comunicazione visiva Maurizio Ceccato e IFIX. (Rinvio al blog di poesia di Ottavio Rossani su Corriere.it per la lettura di qualche testo di Hans Sahl nella traduzione di Nadia Centorbi. Sempre per Del Vecchio Editore segnalo che è appena uscito il libro - stavolta davvero breve - I passanti di Laurent Mauvigner, un "campione del libro breve" e autore del discusso Storia di un oblio.)
Non è mia consuetudine parlare di promozioni di prezzo in libreria, tuttavia l'occasione mi sembra interessante e tanto vale approfittarne (se un blog riesce a essere utile dando informazioni ritenute interessanti tanto meglio). C'è da approfittare fino a fine febbraio dell'invitante prezzo di euro 4,90 per il lancio della rinnovata collana "I grandi libri Garzanti", che si presenta in una veste grafica rivisitata (meno caratterizzante e in fondo più "anonima" della precedente, ma forse più adatta ai tempi che vive il libro). E tra i volumi di questa rinfrescata collana, torna disponibile la poesia di Attilio Bertolucci, dopo una sorta di sparizione. Meno di 5 euro per il volume intitolato Le poesie (che poi dovrebbe tornare a un prezzo di € 18) mi sembra un buon prezzo. La poesia che ho scelto è "In tempi di disimpegno". Mi ha colpito il lessico, la scelta delle parole. Anche il verso lunghissimo in ottava posizione, che non credo si possa definire nemmeno un doppio endecasillabo. Potrebbe essere una poesia scritta oggi e intendo: negli ultimi anni. Invece ha più di quarant'anni. Altrove il campo di concentrazione lessicale di Bertolucci non è così vicino a quello attuale. La trovo infine una poesia molto bella; mi piace insomma, altrimenti non l'avrei scelta. Quattro euro e novanta, non male, se non avete già "l'Elefante Garzanti" con le sue poesie.
IN TEMPI DI DISIMPEGNO Non è infrequente per queste strade familiari – anche se esse ti hanno portato al di là d'un fiume, o torrente, confine spesso di due province, nell'ora di perdizione che è sempre il passaggio a un'altra riva col sole in una salute languente – incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo qui vivente o transitante venne ucciso perché ribelle o ostaggio. Su marmo pietra o umile laterizio una lapide ricorda i nomi e il giorno dell'eccidio – ma tu che passi procedi oltre, t'affretti punto dal primo freddo e dal trasmutarsi all'orizzonte del rosso in viola mentre la siepe accoglie arruffata e misera il ritorno dei passeri dai seminati in ombra – ormai indistinti quei cippi dai tumuli che il cantoniere o il colono innalzò di ghiaia o terra o letame nella luce lavorativa d'un giorno senza data.
Credo possa starci l'attesa, a maggior ragione dopo la sorpresa rappresentata da Geologia di un padre. In questi primi giorni di febbraio sta per uscire Il sangue amaro, il nuovo libro di poesie di Valerio Magrelli (Einaudi, pp. 160, euro 13). Lo aspettiamo, con la bella poesia scelta per la copertina e l'"acuta nostalgia per una forma di vita estinta". (Finalmente qualcuno che si prende la briga di giocare amaramente in poesia con i tanti acronimi che ci piovono addosso, appestandoci.)
Natale, credo, scada il bollino blu del motorino, il canone URAR TV, poi l'ICI e in piú il secondo acconto IRPEF - o era INRI? La password, il codice utente, PIN e PUK sono le nostre dolcissime metastasi. Ciò è bene, perché io amo i contributi, l'anestesia, l'anagrafe telematica, ma sento che qualcosa è andato perso e insieme che il dolore mi è rimasto mentre mi prende acuta nostalgia per una forma di vita estinta: la mia.
Chi ha visitato la casa di Goffredo Parise, non tanto lo spoglio buen retiro in golena del Piave a Salgareda, bensì l'altra, quella davanti alle scuole in paese a Ponte di Piave ("la prima vera casa o home della mia vita" scriveva contento nel 1984, a due anni dalla morte), si sarà aggrappato a determinati oggetti. Se uno ci arriva dopo aver letto delle sue discese sulla neve, una parte importante dei Sillabari, è probabile che si soffermi un po' davanti agli scarponi da sci, come è capitato a me (forse anche per deformazione lavorativa), oppure davanti a certi arredi (alle bianche poltrone!). Uscendo nel verde, in uno dei "due giardini" tra i quali la casa rossa si incastra, viene normale compiere il periplo della copia di "Mademoiselle Pogany", la statua di Costantin Brancusi. Mi sono spesso chiesto del perché di quella statua e del perché di Brancusi. Non che abbia trovato risposte illuminate al mio peregrinare interrogativo, tuttavia, sfogliando questo volume dedicato alle fotografie lasciate dallo stesso artista rumeno e pubblicato da Abscondita (Brancusi fotografo, pp. 153, euro 33, a cura di Paola Mola), mi pare ora di girare meglio anche per la casa che accolse Parise negli ultimi anni di vita e forse anche di girare meglio attorno a Mademoiselle Pogany.
Colonna senza fine
A dire il vero, più che una circolarità, mi pare sia una una sorta di verticalità che spicca in questo lavoro fotografico, ad esempio nelle varie foto che l'artista dedica alla celebre "Colonna senza fine" oppure all'enigmatico "Uccello nello spazio". Le fotografie che Brancusi scatta ai propri lavori o a certe vedute dell'atelier parigino di Impasse Ronsin sono parte viva e non collaterale della sua arte. Fotografia e scultura diventano davvero due facce che non si possono delaminare, due sostantivi che si declinano nello stesso caso, genere e numero. L'artista contadino nato nel 1876 nel villaggio rumeno di Hobiţa, al cospetto dei Carpazi, non amava spiegare il proprio lavoro sulla materia (legno, alabastro, marmo, bronzo, gesso, tanto gesso, chiodi ecc). In fondo la consapevolezza di un artista, anche quella teorica, a patto che ci sia davvero, si può spiegare nei modi più disparati, non necessariamente con tomi vergati magari da tediosa speculazione. E a suo dire, bastavano le fotografie che egli stesso dedicava alle sue creazioni per "spiegare" il suo lavoro d'artista. Pensando anche alla centralità che occupano i nomi/titoli delle sue opere, e da egli stesso sottolineata in alcuni aforismi, la scultura fotografata diventa un nome e un titolo (s)colpito e sostanziato dalla luce. Quando ritrae "Leda", Brancusi dimostra un approccio addirittura cinematografico. Quest'insieme di foto radunate da Abscondita e da Paola Mola diventa allora importante per addentrarsi persino nel non trascurabile rapporto tra forma e piedistallo delle sue opere. Brancusi lavorò molto anche su questo aspetto, e tutto ciò emerge bene da questo nucleo di foto, e in tutto questo possiamo ravvisare anche un'eco prolungata di quel discorso che uno dei più importanti scrittori amici, Ezra Pound, fece sull'accumulo delle forme che percorre trasversalmente l'intera sua opera.
Uccello nello spazio
Diceva Costantin Brancusi che la scultura è "l'acqua, l'acqua". Sicuramente qualcosa della levigazione dell'acqua è riposto nel suo magazzino di forme. L'atelier stesso è ritratto in momenti diversi, da angolature e altezze nuove ogni volta, immerso in luci diverse. Non c'è tormento creativo in Brancusi, c'è gioia, e ripenso che anche questo aspetto mi riporta a Parise. Eppure è preservata integra la tragicità di quelle "apparizioni larvali" (Montale) che, dalla "Musa addormentata" al "Bacio", riservano - almeno per me - anche etruschi rimandi con il lavoro quasi coevo di Arturo Martini. E non c'è l'incompleto o il non-finito nella sua scultura: la forma deve riposare nella materia (per questo la fotografia?). E allora ritorna l'interrogativo che personalmente trovo sempre più affascinante: quando un'opera d'arte è detta/pensata conclusa? Questa è la domanda che vorrei spesso fare ad ogni artista, ai poeti. Non è tanto l'inizio che interessa, l'attacco, neanche in una poesia, ma diventa molto più interessante capire quando una poesia si ritiene conclusa, finita. E queste forme di Brancusi che riposano, riposano spesso in un colore, quello che assomma in sé la luce, il bianco, riverberato dalla presenza diffusa di un materiale tradizionale e in fondo scolastico come il gesso, anche per terra e nell'aria, nell'atelier, o persino nei suoi cani somoiedi bianchi alimentati a latte bianco in una ciotola bianca. Costantin Brancusi fu anche tutto questo, scultore-fotografo e scultore-scrittore (scultura e scrittura condividono radici linguistiche, scrab e scar).
Il numero 19 di "Riga"
Il volume di Abscondita curato da Paola Mola raccoglie in chiusura interventi di Ezra Pound, Michael Middleton, Paul Morand, Eugenio Montale (in una veste di timido reporter accolto nell'atelier e invitato pure, a tempo debito, ad andarsene), Henri-Pierre Roché e Man Ray. Ricordo inoltre che negli ultimi tempi s'è rivisto in libreria pure il diaciannovesimo numero della rivista "Riga" dedicato all'artista, meritorio progetto monografico a cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli, uscito anni fa e ora riproposto in edizione ampliata, sempre dall'editore Marcos y Marcos. Sono tutti brani fondamentali per ricostruire la bibliografia italiana su Costantin Brancusi. Nel volume di Marcos y Marcos troverete, tra gli altri, anche un prezioso contributo di Rosalind E. Krauss, poesie di Jean Arp, altri saggi (ricordo John Berger, Mircea Eliade, Michel Frizot, Sidney Geist, Ettore Sottsass) e "interventi visivi" di Aurelio Andrighetto, Dario Bellini e della stessa Paola Mola.
Il nuovo libro di poesie di Roberto Cescon, La direzione delle cose (Giuliano Ladolfi Editore, pp. 84, euro 10), innesta sopra le composizioni un aspetto di novità, che non mi pare sia ancora stato registrato da chi ne ha già utilmente scritto. Provo a dire meglio, perché siamo di fronte a un libro meritevole, un libro "che resta" si sarebbe detto un tempo, mentre oggi non siamo così ingenui da affermare cose simili, anche se possiamo sempre augurarcelo. Penso a nuove e inedite forme di cura e affetto che emergono sonoramente, come un accordo di bordone, anche nei momenti dove questa cura sembra stare sepolta, quasi una forma adatta (sarebbe più corretto dire forma di adattamento) alla nuova condizione antropologica che per il momento definirei postumana, ma solo perché per ora mancano parole migliori per avvicinarla. Uso anche le parole "cura e affetto" nella massima provvisorietà, in attesa di migliori appigli verbali. Forse è così che si può tradurre l'endiadi che ha scelto Gian Mario Villalta per introdurre alla lettura di questo libro, "impietoso e pietosissimo al tempo stesso". Penso ad esempio alla chiusa di un testo programmatico come L'avanguardia è finita, "Non è tempo di distruggere o fuggire, / dobbiamo starci accanto, / capire che la strada è anche ciò che abbiamo.", alla poesia in cui la compagna lo sollecita a farsi vivo con amici persi di vista con un messaggio, per far sentire che c'è, e che si conclude con questi versi: "Ha ragione, ma io temo / che nessun messaggio possa coprire / la distanza che non voglio coprire / anche se voglio restargli vicino.", oppure in una delle non poche riuscite composizioni metapoetiche, dove la riflessione sul fare poesia stesso riprende un sentiero forse da decenni abbandonato e qui ripercorso coraggiosamente nei versi, e dove la poesia diventa "[...] quello / che passa nel mezzo, nello spazio / che ci divide, quando sentiamo / di essere parte, perché era tutto lì, / bastava solo accorgersi.". Il corsivo nella parola "parte" è mio, l'ho voluto per dire dove riesce questo libro: una poesia che parte e arriva sapendo di essere parte. Roberto Cescon ha corso con coraggio il rischio di finire catalogato dentro i tanti libri poetici di "antropologia del vicino", ma se certa antropologia del vicino ormai è genere editoriale a parte, con regole che è sufficiente seguire per provare a vendere qualche copia in più, questi testi sono antropologia del vicino soltanto perché questo è la poesia, da che mondo è mondo, ovvero da quando esiste, prima ancora che nascesse la categoria di "antropologia". In realtà, visto che stiamo parlando di antropologia, si dica subito che qui emerge un'antropologia franta, spaccata. Dalle pagine, annota Villalta, emerge chiaramente "la perdita della relazione di continuità antropologica nella quotidianità di un luogo e di un ambiente sociale preciso". Ciononostante, sul fronte della tradizione, si avverte chiaro ed è vivo il dialogo fecondo con un Novecento che non ha smesso di bussare alle porte dell'orecchio e alle porte del cervello, e se la capacità di farsi everyman ricordata da Villalta riporta a Giovanni Giudici, certi componimenti risuonano ancora di Montale. Ci pensavo anche davanti alla bellissima La pianta di limoni, la quale racconta il primaverile trasbordo della "limonera" dal garage al gabbiotto delle galline e il ritorno autunnale, un rito compiuto assieme al padre e che trova posto in un testo dove l'orecchio saprà ravvisare anche il gran lavoro fonico sulla materia sillabica, tanto riuscito quanto per nulla smaccato. Osando potremmo persino ravvisare una pseudobotanica pascoliana da riunione condominiale, allorquando "Sui dettagli converge il disordine / più grande che deforma le priorità: / la gramigna cresce sopra il sofà / il parquet e il silenzio dei led...". I luoghi prediletti dall'autore sono proprio la casa-condominio e i suoi esterni, il supermercato, certi locali, la metro, il parco o il centro città (c'è tutta la vetrinizzazione sociale che forse stiamo subendo dentro questo libro). Le presenze delle persone si rarefanno. C'è la moglie Anna, il figlio Pietro e pochi altri, magari una commessa del supermercato (qui Cescon si avvicina molto agli esiti importanti de I mondi di Guido Mazzoni). Vale la pena, dato che ci siamo, fare anche un altro nome e un altro titolo di riferimento, quel Resoconto su reddito e salute di Igor De Marchi sul quale si potrebbe tornare a parlare a distanza di anni, alla luce di quello che abbiamo letto dopo quel libro, mentre ho trovato che l'autore della prefazione, Villalta, è forse più presente con l'eco di certe sue poesie dialettali (e in un caso anche Cescon ricorre al dialetto). La vita è spogliazione ("Tutta la vita a spogliarmi / mai veramente del tutto."), la poesia "apre tutti i cassetti" e diventa come un andare controvento. "Vivere era una retta, ora è un segmento" dice un verso fondamentale della poesia che apre la sezione "Principio di indeterminazione", dove il chiarissimo richiamo al principio di Heisenberg sbatte contro quella che in fin dei conti è la sezione più religiosa dell'intero libro, "religiosa" perché riaffiorano determinati ricordi d'infanzia: il prete, la chiesa di paese a Cecchini ritrovata in occasione di una cresima di un nipote, la reazione personale a una richiesta di fare da santolo a un battesimo, oppure il "matrimonio da favola / in un rustico fotovoltaico." de L'auto d'epoca. Sempre nella poesia iniziale della sezione leggiamo che "Il dubbio è un cielo che sta per piovere / dietro il sorriso. Nel frutteto ho piantato / poche cose, che seguono il respiro: / una famiglia, le parole, pochi amici. / Vorrei che la frutta fosse sempre matura, / ma so che basta un attimo. / Rimarranno / le parole, i gesti che siamo stati / da raccontare nel dopo degli altri." e oltre a trovare una marcata direzione di lettura per questo libro troviamo anche alcuni nessi che ci raccontano del lavoro sul verso e la parola, come il divieto d'accesso o le intere elisioni verbali che intuiamo dopo "basta un attimo", oppure l'utilizzo dell'avverbio "dopo" in funzione sostantivata. (In altri punti del libro sarà un convincente utilizzo del discorso diretto o indiretto libero a portare il passo di Cescon all'incontro con le cose "che seguono il respiro".) E ritorna poi quel dire di essere parte, del quale accennavo in apertura. Come anticipavo, La direzione delle cose è un libro che torna a ragionare sul fare poesia e torna a ragionare anche attorno alle parole. Spesso trovo stucchevole la metapoesia, persino i componimenti dove compare la parola "poesia". Qui invece credo si potrebbe intraprendere un altro percorso di lettura attorno al libro proprio partendo dalle occorrenze di "parola/parole" oppure di "poesia/poeta/poeti". Dal "Non ci sono parole per toccarsi" che termina La poltrona Poäng, un testo dove anche l'operazione di montaggio di una poltrona Ikea diventa motivo di cucitura del libro, al "Non stiamo vedendo le stesse cose. / Le mie sono dove nascono queste parole.", alle parole che non possono scavare "sotto la pelle dei gesti" o a quelle che "ci attraversano / come lastre di ghiaccio / tra la cucina e il salotto". Ragionare attorno alle parole, farlo in versi, è preparazione al più grande ragionamento che questo libro porta avanti sulla trasparenza (prima scrivevo anche "vetrinizzazione sociale") e sul "vero". Villalta scrive nel passaggio centrale della sua introduzione una cosa centrata: "Non è la perdita del
passato e del futuro, infatti, a ossessionare il susseguirsi delle
annotazioni in versi di Cescon, ma il loro essere già destinati per
sempre in una dimensione di intangibilità, di esclusione da una vera
possibilità di essere forza viva dell’agire (e del pensare) quotidiano. La direzione delle cose
significa perciò la perdita di opacità del sé, la scomparsa del
“segreto” che ognuno almeno una volta ha pensato di portare attraverso
la propria esperienza come vera fonte di senso e di rivelazione.
Infatti è la trasparenza del fare e dell’appartenere che frustra ogni
residua possibilità di trovare in se stessi la via per una dimensione
diversa: la stessa lingua diventa ferocemente chiara, ridotta alla forma
più denotativa." Mi hanno molto colpito queste parole, a maggior ragione dopo la recente lettura (e recensione) che ho fatto del libretto di Claudio Magris intitolato appunto Segreti e no e incentrato su parole-chiave come "segreto" e "opacità". Allora, a questo punto, vale la pena riportare per intero la poesia che si intitola Trasparente. Vero e che rappresenta la curvatura più importante di questo libro composto da una cinquantina di componimenti: È trasparente la parete che divide i cuochi in cucina dal ristorante, il guscio del computer, la cupola del Reichstag, la telecamera negli spogliatoi.
Ci confessiamo per restare nascosti: l’automobile in leasing, le rate per le vacanze. Diciamo solo quello che bisogna sapere coprendo le distanze.
Ma “trasparente” non è “vero”, perché nessuna parola scava sotto la pelle dei gesti: “vero” è se ci sporgiamo nel buio prima di addormentarci, le tutine stese in terrazzo, mia madre quando lavora la pasta, Anna che copre la mia bicicletta col telo nuovo della sua.
Per dire le parole quando siamo vicini occorre una grammatica lenta, come cercare l’uscita alla luce di un casco.
Trasparente è il tuo sguardo, che dice più delle parole che non hai coraggio. Vera è l’acqua di questo fiume che scorre un pensiero negli occhi fin dove arrivano gli occhi. La poesia, e quella di Cescon in modo particolare, è nelle cose "quando si spaccano". A stare alla tensione costante di questo libro, viene da pensare che la sua sia una poesia di cose continuamente rotte e spaccate. Il poeta allora è un sarto che "cuce i gesti le cose / per fermare il respiro. // Anche tu / puoi indossare il suo vestito / come una garza o uno spillo / sotto la pelle da tempo." Ripensando alla quotidianità impressa in queste pagine, solo un'assenza mi ha colpito, e penso alla scuola e all'ambiente della classe, contesto nel quale l'autore è attivo per motivi professionali. Materiale di future poesie? Vedremo. Intanto, la stessa vita si può spaccare, si spacca da sé, non c'è bisogno di fare molto, e in fondo la spaccatura serve per provare a raccontarla. Solo a raccontarla crediamo alla coerenza della nostra vita quasi fosse una ricetta, ma la strada resta dritta solo finché la pensiamo: esistono lepri, buche, strettoie da attraversare con le mani ferme sul volante. La vita è tenere insieme le cose che abbiamo rotto o sono scappate, perché facciamo di tutto per restare a galla, ci spinge un vento che asciuga ciò che abbiamo steso. D’altra parte non possiamo innamorarci delle storie dei romanzi e volere che la nostra sia una fiaba. Dovremmo essere più indulgenti con gli errori che facciamo perché vivere è sbagliare, cucire, rialzarsi. (Ricordo che due poesie poi incluse in questo libro erano già uscite in questo post anche se con qualche variazione di spaziatura tra i versi.)
Libro scomparso dalla circolazione, Strade strade(Chausseen, Chausseen del 1963) del poeta tedesco Peter Huchel (Berlino 1903 - Staufen 1981) uscì nella collana Lo Specchio di Mondadori nel 1970 per la cura di Ruth Leiser e Franco Fortini. Erano gli anni in cui Huchel si apprestava ad abbandonare la DDR, anche se, da quasi un decennio, era già defilato assieme a buona parte del suo impegno (ricordiamo, tra l'altro, la direzione dell'importante rivista "Sinn und Form"). La poesia che ho scelto non è tra quelle predilette da Fortini, che nella sua introduzione la inserisce in un gruppo di testi di "sinistro turismo militare" (cinque sono gli anni di guerra di Huchel, più un sesto di prigionia in Russia), di "immobilità magica" che a noi italiani fa sempre tornare alla mente tanta poesia degli anni Trenta del Novecento. Certe ibernazioni dello sguardo, cifra di una poesia che Fortini forse sente già passata, sono in effetti evidenti nel componimento che ho scelto.
La lettura di quella prefazione di Fortini ci lascia tuttavia una sensazione strana: il suo discorso sembra farsi freddo e distaccato, forse imbarazzato, a tratti quasi supponente. Sicuramente schietto quando cassa senza esitazioni le poesie di Huchel che presentano un più diretto riferimento all'attualità. Solo nel finale Fortini si lascia andare un po', parlando delle composizioni più riuscite del libro. In realtà, a ben scavare, si può leggere in filigrana, ora come allora, un certo disaccordo tra la posizione di Fortini, il quale forse avverte già come "invecchiata" questa poesia, e la posizione d'altro segno di Vittorio Sereni, che dalla sua posizione di direttore editoriale fu il vero artefice di quest'edizione italiana delle poesie di Huchel (vedi anche L'invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR a cura di Michele Sisto e pubblicato da Scheiwiller). Parlando del lavoro di traduzione, svolto assieme a Ruth Leiser, Fortini scrive infatti di un'impressione che "la poesia italiana, una parte di essa almeno, ai suoi anni giovanili, poco prima della Seconda Guerra, avesse già elaborati i nessi verbali, i colori per questo autore." Queste divergenze in controluce, lungi dall'essere ormai acqua passata, sono significative per scorgere il turbinio di due delle migliori menti della poesia di allora, a maggior ragione se siamo tutti più o meno persuasi che la scelta della poesia che si traduce e pubblica dica molto, quasi di più della poesia che si scrive e stampa in una data lingua. E anche questi dialoghi a distanza tra Fortini e Sereni echeggiano in tutto il loro immutato interesse 44 anni dopo, quando ne sentiamo forse più che mai la mancanza, l'autenticità, quella sorta di giusta rabbia. VERONA Cadde fra noi la pioggia della dimenticanza. Nella fonte tramontano le monete. Sul muro il gatto ruota il capo nel silenzio. Non ci riconosce più. La luce fioca dell'amore cala sulle sue pupille. I congegni nella torre si scuotono e batte troppo tardi l'ora. La terra non ci fa dono di tempo oltre la morte. Cucite dentro il panno della notte affondano le voci irreperibili. Dal davanzale volano due colombe. Il ponte vigila il giuramento. Questa pietra nell'acqua dell'Adige vive grande nel suo silenzio. E nel centro delle cose il lutto.
VERONA
Zwischen uns fiel der Regen des Vergessens. Im Brunnen verdämmern die Münzen. Auf der Mauer die Katze, Sie dreht ihr Haupt ins Schweigen, Erkennt uns nicht mehr. Das schwache Licht der Liebe Sinkt auf ihre Augensterne.
Es rasselt das Räderwerk im Turm Und schlägt zu spät die Stunde an. Die Erde schenkt uns keine Zeit Über den Tod hinaus. Ins Gewebe der Nacht genäht Versinken die Stimmen Unauffindbar.
Zwei Tauben fliegen vom Fenstersims. Die Brücke behütet den Schwur. Dieser Stein, Im Wasser der Etsch, Lebt groß in seiner Stille. Und in der Mitte der Dinge Die Trauer.