domenica 8 aprile 2018

"Chicago Poems" di Carl Sandburg. Una recensione di Massimo Bacigalupo


La recensione seguente di Massimo Bacigalupo a Chicago Poems di Carl Sandburg è apparsa con qualche variante ne "L'indice dei libri del mese". La recensione si riferisce all'edizione italiana di Chicago Poems pubblicata da Sedizioni (a cura di Franco Lonati, premessa di Francesco Rognoni, pp. 375, 29,99 euro). La prima edizione dell'opera di Sandburg è del 1916. Ringrazio Massimo Bacigalupo per la cortese collaborazione.

Carl Sandburg, un poeta per tutti, origine svedese, cantore di Chicago, città violenta che però ride gagliarda e robusta.... A un secolo dalla pubblicazione, i Chicago Poems arrivano in Italia in una edizione integrale il cui formato sontuoso spero non scoraggerà i lettori dalla (ri)scoperta di una voce poetica imperdibile. Socialista, populista, Sandburg era stato pubblicato in Italia dalle Edizioni Avanti! nel 1961 in un bel libretto antologico, e la sola sezione eponima di questa raccolta è stata riproposta dall’editore Ladolfi nel 2012. Ma ora possiamo leggere tutte le 145 poesie del volume che diede nel 1916 la fama al trentottenne Sandburg, che da allora diventerà un poeta della nazione quanto se non più del più ombroso (e oggi ammirato) Robert Frost. Le poesie di Sandburg sono brevi e dirette, parlano in una lingua comune, evitano cadenze tradizionali, hanno un andamento che accenna alla ballata, spesso aprendosi e chiudendosi con versi analoghi. Protagonista è il popolo e il paesaggio americano, soprattutto quello di Chicago con i suoi grattacieli, il porto, il lago, le periferie, e le vite che vi si consumano: immigrati italiani ed ebrei, commesse, lavandaie, prostitute, capitalisti. Il mondo delle illusioni perdute che però in Sandburg non è mai depresso, le persone parlano della loro condizione, e il poeta ha un suo umorismo rattenuto e una franca disponibilità all’invettiva. Celebre l’attacco a un predicatore evangelico che si arricchisce berciando sermoni sull’Inferno (Billy Sunday, come avverte Lonati in nota): “Tu dici alla gente che vive nelle baracche che Gesù metterà tutto a posto dando loro ville nei cieli dopo che saranno morti e i vermi se li saranno mangiati ...”. Sandburg fu censurato per questa poesia, ma conservò la sua equanimità. Il suo risentimento non va a scapito dell’intelligenza e del controllo. Così nella breve sezione dedicata alle prostitute, Ombre, leggiamo Colomba sporca: “Diciamoci la verità; questa signora non era una puttana finché non sposò un avvocato d’impresa che la pescò fra le ballerine di Ziegfield.  / Prima di allora non aveva mai preso soldi da nessuno...”. Ma il testo va letto tutto per gustarne il ritratto e le sue implicazioni. Viene spontaneo il paragone con la Spoon River Anthology, dove troviamo storie analoghe, ragazze che lasciano la provincia in cerca di fortuna e finiscono se va bene sposate a uno spiantato nobile genovese. Di Masters è l’elogio riportato addirittura sulla copertina della prima edizione dei Chicago Poems, e Francesco Rognoni lo cita nella sua vivace premessa: “È con potenti esplosivi che Carl Sandburg fa deflagrare dalla massa vitale di Chicago queste figure e maschere autoctone della modernità. La sua poesia preannuncia l’America Industriale, l’America degli Affari, e le sue conquiste...”. Rognoni riporta il commento di Robert Frost alla “sbrodolata” di Masters: “È sufficiente a dimostrare quello che ho sempre sospettato, non che Masters è proprio morto, ma che non è mai stato granché vivo”. Questo è un po’ vero di Masters, con i suoi temi e la sua metrica ripetitivi, ma non del primo Sandburg, che si rinnova di poesia in poesia nella forma e nella serie di immagini. Infatti egli non è insensibile all’imagismo che pochi anni prima era stato divulgato da Pound sulle stesse colonne di “Poetry” dove nel marzo 1914 appare la poesia Chicago insieme con altre che confluiranno nella raccolta: Jan Kubelik (un noto violinista boemo), Sperduto (“Desolato e solo / Tutta la notte sul lago...”) e l’assai curiosa Momus, dove emerge (del resto come in Masters) una interrogazione simbolista: “Una ronzante monotonia dolce come il riso del mare si libra dalla tua bronzea benevolenza, / Tu mi concedi l’umano sollievo di una vetta di montagna”. Sandburg parla in prima persona, forse con un senso scandinavo di accettazione impassibile dei travagli del mare, ma anche fa parlare i suoi uomini comuni. Come nella celebre Mag. “Volesse Dio che non t’avessi mai veduta, Mag”, dice un operaio alla donna con cui condivide una vita di stenti: “Vorrei che tu vivessi in qualche luogo lontano da qui / E che io fossi un barbone”. E di altri barboni Sandburg parla, e di quando passò una notte con loro in galera. Infatti Sandburg piacque a Bob Dylan come menestrello delle praterie suo predecessore e girava cantando e recitando come quel terzo straordinario poeta di Chicago che fu Vachel Lindsay. Chicago Poems è di pagina in pagina un libro ricco, scontato e misterioso, epico ed imagista. Merita sicuramente di essere letto almeno quanto il suo fratello cimiteriale, Spoon River, e ora ciò è possibile grazie a questa prima edizione notevolmente (dati i tempi) coraggiosa. E tempestiva,  visto che di populismo americano si dovrebbe parlare a proposito dei poeti di Chicago come di Donald Trump, beninteso con accezioni ben diverse.

Massimo Bacigalupo

(Di Massimo Bacigalupo ricordo questa passata intervista apparsa in "Librobreve" e dedicata al Meridiano Mondadori di Wallace Stevens da lui curato.)

mercoledì 4 aprile 2018

Rilke, Lovecraft e gli altri "pacchetti" de L'Orma editore

Storie di collane micro #14

Talvolta si sente dire che l'editoria è un settore nel quale è difficile innovare. Bisognerebbe intendersi bene su tante cose prima di emettere conclusioni affrettate, ad esempio intendersi su che cosa vuol dire per noi un "settore maturo" (se abbiamo studiato un po' di economia ne abbiamo una vaga idea) o "innovazione" (anche qui potremmo avere una vaga idea). Nessun settore economico è mai pienamente maturo e a volte una nuova pratica può spostare il momento della maturità, ringiovanire una categoria merceologica. Sul fronte contenutistico mi pare che l'editoria non sia ferma, ma naturalmente non è neanche pensabile di affrontare qui questo aspetto. Se ci soffermiamo invece sull'oggetto-libro quale prodotto industriale e sulla sua esteriorità potremmo ad esempio riconoscere che, tranne nei casi dei libri di prestigio venduti in confezioni protettive, raramente si ricorre al packaging come leva promozionale e trainante, fondativa addirittura di una nuova collana. Così succede ne "I pacchetti" de L'Orma edizioni, collana di libri brevi ed epistolari che, come spiega la nota di presentazione, sono da "chiudere, affrancare (con un francobollo da 1,50) e imbucare in una qualsiasi cassetta postale (infrangendo il tabù di scrivere sui libri, ma niente paura, è solo la sovraccoperta…)." In questo caso il packaging non funziona da venditore nascosto o subliminale come al banco degli yogurt. Il progetto grafico, qui necessariamente largamente inteso (interni, copertina, sovraccoperta che presta il concept alla collana), è affidato a IFIX di Maurizio Ceccato e prevede anche il ricorso a un ben congegnato apparato iconografico interno. I nomi degli autori precipitati in collana sono disparati e i ritratti di questi sono stampati a un colore dentro il contorno di un francobollo, che richiama sia l'intento della collana sia le lettere. Si tratta di autori che contano molte edizioni anche in altri cataloghi editoriali e che tuttavia, proposti in quest'abito, guadagnano uno spunto ulteriore per essere avvicinati.

Un altro discorso che si potrebbe fare è il seguente: quasi mai agli epistolari si riserva una più fruibile trattazione tematica o antologica, e più spesso si ricorre alla pubblicazione in toto di un intero epistolario o di un determinato carteggio. Con i libri di questa collana invece il genere epistolare è affrontato con piglio innovativo e la selezione di alcune lettere, dettata da ovvi motivi di spazio, diventa uno sprone per i diversi curatori, che così isolano missive di singolare intensità. Nella collana "i Pacchetti" si sono sin qui avvicendati Baudelaire, Gramsci, Leopardi, Nietzsche, quel gran scrittore di lettere che fu Giuseppe Verdi, Rimbaud, Dickinson, Stendhal, Kafka, Poe, Pirandello, Svevo, Artusi, Pessoa, Woolf, Shelley, Curie, Campana, Apollinaire, Cervantes, Shakespeare, Brontë, Kuliscioff, Austen e Hugo. Si sono citati appositamente tanti nomi per dare l'idea di una collana popolata da classici (e praticamente tutti fuori diritti), rivivificati dalla forza del formato di collana. Le ultime due proposte confezionano alcune lettere di Rainer Maria Rilke quasi tutte inedite in italiano (La vita comincia ogni giorno. Lettere di saggezza e commozione, pp. 64, efficacemente curato da Marco Federici Solari) e di Howard Phillips Lovecraft (L'età adulta è l'inferno. Lettere di un orribile romantico, pp. 62, a cura di Marco Peano).

Nel caso di Rilke, che si tratti di un fatto di cronaca di un padre che brucia il cadavere di un figlio, di una corrispondenza con un'amica, con la gelosa principessa Marie von Thurn und Taxis oppure di una digressione puntualissima e memorabile sulle distinzioni tra gioia e felicità, non possiamo fare altro che registrare ancora una volta il valore di un epistolario che presenta forti corrispondenze con l'intera opera rilkiana e anche con I quaderni di Malte Laurids Briggeunico "romanzo" di un poeta che fu troppo occupato a curare la vita interiore per preoccuparsi di averne anche una esteriore. La felicità, per il Rilke delle lettere, è debole, perché lascia tempo per pensare alla sua durata e per preoccuparci. La gioia invece "è un momento, senza obblighi, fin dal principio senza tempo che non si può trattenere ma non la si può più neppure perdere, perché sotto l'effetto di quella commozione il nostro essere per così dire muta chimicamente". La gioia è il momento in cui rivive l'atto e il gesto della creazione. Per stare alle due uscite più recenti, passiamo dal verde asparago di Rilke alla carta da zucchero di Lovecraft. La scelta di lettere dallo sterminato epistolario di HPL curata da Marco Peano ha lo scopo preciso di puntellare alcuni tratti salienti del grafomane, misantropo, misogino, disordinato onnivoro bibliofilo sprezzante della realtà, nonché straordinario innovatore horror celebrato tra gli altri anche da Houellebecq. In quest'anno, in cui ricordiamo anche la riproposta per Il Saggiatore de Le montagne della follia nella traduzione di Andrea Morstabilini, vale la pena chiederci perché un autore in fondo così amato dai lettori, poroso e irsuto, non serva da scossa contro le tante pulsioni piallatrici e levigatrici della brulicante ragioneria di stato del "romanzo". Uno spunto di riflessione questo, a patto che valga qualcosa. Un pensiero dubbioso che impacchettiamo, come questi libretti doppiamente epistolari, colorati e carichi di sorprese.

lunedì 2 aprile 2018

"Himmo re di Gerusalemme" di Yoram Kaniuk

Per la traduzione di Elena Loewenthal, principale traghettatrice italiana dall'ebraico, possiamo leggere Himmo re di Gerusalemme di Yoram Kaniuk (Giuntina, pp. 160, euro 17). L'autore, morto cinque anni fa, ha ormai una consolidata presenza in Italia, grazie a una lunga serie di traduzioni sparse anche presso altri editori. I suoi titoli si possono infatti trovare nei cataloghi di Cargo, Einaudi, Salani e Giuntina appunto, casa editrice che nel 2018, oltre a questo, ha riproposto anche Adamo risorto. Quest'ultimo libro, uscito in prima battuta per Theoria nel 1996 e poi per Einaudi nel 2001, è tra i più ricordati di Kaniuk, perché fece registrare un cambiamento nel modo in cui si rappresentava il tema dei reduci della Shoah (da Adamo risorto fu tratto anche un film diretto da Paul Schrader). Himmo re di Gerusalemme è ambientato dopo la guerra, nel 1948 e 1948 titola un altro libro di Kaniuk. Evidentemente quel cruciale anno della storia di Israele è un serbatoio principale a cui lo scrittore attinge. 

Il libro narra la vicenda di Hamotal, infermiera di Tel Aviv che giunge a Gerusalemme per occuparsi dei feriti più gravi radunati al Monastero della Sacra Croce. Hamotal, che ha da poco perso il proprio fidanzato in battaglia, in questo scenario di sofferenza somma conosce e si innamora di Himmo, valoroso combattente che ha perso braccia e vista in guerra. Himmo sta solo aspettando la morte, anzi, vuole essere ucciso. Questo libro del 1968 è costruito per coppie e contrasti: il frastuono della guerra e l'isola di calma straziata del monastero, i vivi e i morti (l'infermiera e il proprio fidanzato), i vivi con i quasi morti che furono guerrieri bellissimi (Hamotal e il relitto umano di Himmo), l'intimità di un rapporto e il frastuono delle chiacchiere che girano per il monastero, il presente della narrazione e la prolessi con la scena finale, brevissima, che risulta particolarmente riuscita: una soggettiva su Hamotal, vera protagonista del libro a dispetto del titolo, che ritorna in una Gerusalemme trasformata, dove molti dei protagonisti di un tempo sono spariti come fagocitati da una voragine, e dove giunge a concludere che, in quel nuovo oggi, a Gerusalemme "si mangia il gelato". 

venerdì 30 marzo 2018

"Bestia da latte" di Gian Mario Villalta

"Mi sono fatto l'idea che la maldicenza, la litigiosità, la cattiveria che regnavano in casa sua e in tutte le altre del paese non lo avessero mai intaccato. Gli ho sempre riconosciuto una pulizia interiore, una sincerità disarmante, anche quando, più avanti negli anni, quella sincerità diventò spesso un'arma per cercare di sedare le mie inquietudini. Non riusciva a capire che la sincerità e la verità non sono la stessa cosa, e che la sincerità di chi ha potere su di te appare come un'esibizione di forza, oltre che risultare a volte più dolorosa di un insulto." (Il protagonista del libro sta ricordando qui la figura paterna.) È un passo tra altri simili e altrettanto cruciali di Bestia da latte, nuovo "romanzo" di Gian Mario Villalta (SEM, pp. 160, euro 16), un libro finalmente disturbante. Qualcuno - librai compresi - lo fa passare come un'opera che, con buon tempismo, si cimenta sul bullismo, un bullismo tra le mura domestiche tra l'altro, ora che il bullismo è materia scolastica quotidiana (non più prettamente maschile e con varie declinazioni cyber). In realtà il bullismo può essere l'esca per far presa nelle redazioni dei giornali, il tema per gli uffici stampa e la promozione, poi bisogna vedere se i librai cercano il solito libro che non disturbi nessuno e che venda bene. Il libro di prosa più bello che Villalta ha scritto sin qui è però un nuovo affondo nell'universo imperscrutabile dell'infanzia e qualcuno dovrà registrare ormai che, soprattutto nella prosa, lo scrittore di Pordenone ha dalla sua una continuità, intimità e felicità di frequentazione con i temi e i tempi dell'infanzia che pochi altri autori hanno mostrato sin qui: narrativa dell'infanzia, non narrativa per l'infanzia.

Che cosa succede quando un uomo adulto, ripercorrendo la propria infanzia su una sollecitazione quasi casuale, arriva piano piano a capire di essere stato lasciato solo? Solo nella paura e nell'angoscia quotidiana causata da una violenza soverchiante, onnipervasiva e perpetrata con metodo e imprevedibilità da un cugino più grande, che viveva nella stessa casa, abbandonato dai genitori. Che cosa succede quando costui - il nostro narratore - capisce di aver avuto paura, davvero tanta paura? E che cos'è un'infanzia felice? Oppure, per ricordare un precedente libro di Villalta, che cosa succede alla fine di un'infanzia felice? Come si diventa adulti o come si aspetta di diventare adulti? Qual è il nostro rapporto con la responsabilità, con quello di cui ci sentiamo responsabili? Ad un certo punto il protagonista riconosce:
E ho scoperto una contraddizione che devo riconoscere e non smettere mai di affrontare: siamo consapevoli soltanto di una piccola parte di ciò che ci accade, mentre invece ci sentiamo per intero responsabili di noi stessi, anche di quello che è un destino, che cioè non dipende da noi e non possiamo modificare. E questa è per tutti una responsabilità troppo grande.
In un altro punto il narratore riconosce semplicemente ciò: "Non ero affatto trascurato, ero solo." Questo libro colloca le relazioni familiari e le loro altalene, i luoghi dei paesi di quello che si chiamava più volentieri Nordest finché tirava, gli attrezzi (finalmente un ingrassatore, caricato a mano e non con la spatola, fa la comparsa in un libro!) all'interno di un discorso ampio e problematico di memoria individuale e collettiva. Quando però un libro impagina quella realtà patriarcale, incastrata tra una società ancora prettamente agricola sorpresa e sconquassata dal boom, nel momento in cui tutto il mondo attorno letteralmente esplode, ecco che questo libro può arrivare a disturbare, ponendo quegli interrogativi che certa prosa mondata e sterilizzata ormai non sa più porre. E per restare al momento nodale in cui è ambientata la parte preponderante della vicenda narrata, non vi è controllo nello scoppio, non vi è previsione, sembra venir meno anche un patto col destino, per quanto lo scoppio stesso sia parte del destino. La patina mitologica del boom economico trova finalmente in queste pagine, almeno per quel che riguarda il versante orientale d'Italia, una rappresentazione più riuscita, efficace e in fin dei conti ben più utile della marea di cantilene che da decenni trasciniamo stancamente per narrare quell'esplosione economica e sociale collocata negli anni Sessanta.

Siamo nel momento delle prime industrie e dell'esplosione edilizia, delle nuove case in costruzione e del ricordo che lasciano quegli spazi ancora freschi di malta, della vita violenta e a suo modo comunque incantata di certe aree di Friuli o Veneto: qui si inserisce la narrazione, qui i molti interrogativi disseminati, qui un tentativo di rielaborazione tra altri possibili. E una parte di questo tentativo di rielaborazione può coincidere con il riconoscimento del momento in cui gli animali di casa, le "bestie", iniziano a essere divisi in due categorie, le "bestie da latte" e quelle "da carne", in un processo che spezza l'antico rituale di violenza e sacrificio tra uomo e animale e che porta a far puzzare le stalle di liquami fermentati: non c'è più tempo e spazio per la maturazione del letame, affinché questo assuma un odore quasi gradevole. Nello scenario contemporaneo, contraddistinto sovente da una prosa che giochicchia con la fascinazione per scenari rurali e selvaggi, la durezza di questo libro è un toccasana: la corona delle montagne friulane sta lì, rifulgente o ombrosa di notte. Eppure il padre del protagonista in montagna non ci va mai.

Restiamo al libro, con una digressione narratologica e di genere (letterario). In copertina si parla di "romanzo". Bene, siamo sereni: è un romanzo. Tutti salvi: editori e magari anche i librai. Tuttavia il patto che Villalta narratore costruisce con il proprio lettore - anche nel precedente Scuola di felicità (Mondadori, 2016), a ben ricordare - è quello di un narratore che sa che sta narrando una storia e che non si nasconde davanti a chi la legge. Il protagonista compie un'operazione sulla propria memoria e sta scrivendo queste pagine per il proprio figlio Leonardo, che subentra nella narrazione verso la fine, gettando a sua volta una ulteriore scia di interrogativi essenziali che si conficcano nella materia di penombra di cui sono fatti i nostri pensieri, su tutto quel passato che il lettore ha sino a quel punto conosciuto, per capi e sommi capi e su tutto quel presente dell'infanzia che emerge per contrasto, anche attraverso la materia dei sogni. Insomma, il narratore parla di "pagine" quasi a suggellare la consapevolezza di qualcosa che potrebbe assomigliare a un memoriale ma che memoriale non è e non è nemmeno "romanzo" (a proposito di "pagina", così dice l'epigrafe da Pitture nere su carta di Mario Benedetti: "Non so, dove e quando, casa / degli uomini e delle bestie, // del loro nulla, come / sia nostro mondo, da lastre // a bastoncelli, la nostra luce / nell'universo, e questa pagina"). Certo, si tratta di una storia e come nelle storie c'è una svolta, c'è persino una suspense nei momenti in cui si racconta di violenze crude e gratuite, oppure di gesti definitivi fortuitamente mancati. E il movente della narrazione è una madre anziana che, sentita spesso al telefono, nel presente in cui avviene la scrittura, sollecita il ricordo del narratore: è quella stessa madre che rientrerà più volte in una narrazione di una famiglia larga e popolata, nella quale si avvita e svita continuamente una triangolazione tra memoria, immaginazione e scrittura (perché questo è un libro scritto e la scrittura con le sue temperature è purtroppo così poco centrale nei traffici dei nostri discorsi sul romanzificio). Si tratta di un patto apparentemente più semplice di quello di un narratore che si nasconde. Diverse spie nel testo ci dicono di questa strategia discorsiva consapevole (il narratore sa di essere narratore): il narratore che sa e dice di essere narratore allarga e restringe lo sguardo sulla propria materia attraverso digressioni, prolessi, ellissi, divieti, sopralluoghi lirici.

In copertina, il particolare della scultura Patrick di Bruno Walpoth, chiude perfettamente il circuito con un testo nel quale il protagonista è chiamato Zhoca dal cugino violento. Zhoca è un epiteto dialettale diffuso nelle aree del Veneto e Friuli, rimanda appunto al ceppo di legno, ma è passato a significare, tra lo scherzoso e l'offensivo, "la testa", una testa poco prensile, ottusa, inadatta o persino inetta, testa da battipali insomma. Il narratore si preoccupa di fornire anche le istruzioni per la pronuncia, rifacendosi alla lingua spagnola. Non è l'unico punto in cui il dialetto appare nel libro e sarebbe il caso di spendere qualche parola di più su questo aspetto, ma ci fermiamo qui.

lunedì 26 marzo 2018

Poesie inedite di Silvia Sferruzza





"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 


Tre testi inediti di Silvia Sferruzza.


*

Male di terra

Scendendo dal mezzo sembra che tremi:
ondeggia estrema e lo stomaco nota
che è dura, più scura che rossa,
difficile da digerire.
Infuria di calma e inserta risposte
a domande mai poste: in lei
sula e tutta porto di mare
si cela
materia che sfida gli stati.
Mal d’aria terrosa,
che invade le case e infarina i balconi,
paglia che infuoca che frigge
le code, le colpe, gli incagli leggeri
e pesanti, segreti scirocchi
e cantilene
– scroscianti carboni bagnati
le trombe d’aria dell’insularità –
annacquate dal troppo tacere.
Brulla di calore e sete propri,
aspra di montagne nude,
tarsia di mandorle crude
e di alberi fiori di agavi,
le spalle al mare scontrose
porge e ritira, ospite antica
di sé, e di sé diffidente:
alza la voce, sfinisce i lavori,
i colori sbiadisce e ama i contorni.
In sé sola si chiude e insulta di pioggia
le derive ignare e dipendenti,
trasforma i dettagli in continenti.

Se figlio di nuvole cariche
più carico torna il sereno,
erede è del vero del vento,
di vento ripieno.

*

I piedi neri della sera
son sporchi perché ha camminato tanto
son nudi perché ha camminato nuda
son seri e sono pieni di pensieri
che forse diventano pani
quando le mani
li infornano col lievito notturno.

*

Le mie sigarette
sono strette parole
che troppo spesso lascio da sole
a fumarsi di vento,
che spengo con sabbia prematura
e prevengo con cure avventate
son arnie salate
che più covano e pungono
più torna la sete.

*

giovedì 22 marzo 2018

"Dal modernismo a oggi" di Romano Luperini: la spinta a storicizzare la contemporaneità tra le avvisaglie di un populismo letterario

Si conclude con un utile interrogarsi su possibili nuove forme di populismo in letteratura questo libro di Romano Luperini, alla fine di un agile paragrafo in cui il decano della critica aveva preso in considerazione i libri caldi del 2017 (Le otto montagne di Cognetti, La più amata di Ciabatti, ma anche il Brucio tutto di Siti). È un interrogarsi significativo e utile, giacché da un pezzo sta insidiandosi un pensiero di letteratura legata ai buoni sentimenti, alle pratiche edificanti che si posizionano in una comfort zone che sta tra il sempreverde fascino per il selvaggio, i toni più artatamente accesi o un incomprensibile new ruralism di altri libri di successo presso premi e lettori, promossi dagli editori con maggiore blasone. L'industria editoriale del romanzo in effetti può ormai prevedere una certa pulizia e standardizzazione del prodotto finito, secondo prassi che si sono consolidate e secondo una serie di operazioni di finissaggio, così come ce ne sono in tutte le industrie, dai telefonini alle scarpe. Ma la letteratura non è un regno rassicurante, tutt'altro, mai stato questo; i libri sono ancora una merce che potrebbe vantare (o soffrire di) una qualche peculiarità, se non altro perché sembrano più a diretto contatto con le idee, la pelle e il sangue degli uomini (è un'illusione questa?). Fa bene dunque Luperini a sigillare così quest'ultimo libro. Ma sarà davvero un ultimo libro per lui questo qui, come si era già promesso? Lascio la domanda proprio perché Luperini parla di una promessa non mantenuta all'inizio di Dal modernismo a oggi. Per storicizzare la contemporaneità (pp. 152, euro 16, da poco uscito per Carocci). La promessa non mantenuta è quella che non sarebbe più tornato con un libro di saggi, proprio a seguito di alcune riflessioni, rilasciate nei penultimi scritti, sulla prensilità della forma saggistica, sulla sua necessità e sulla possibilità di aver altro valore da quello che impronta il percorso di ricerca e di pubblicazioni di uno studioso all'interno del circuito dell'accademia. 

Tutto parte insomma da una promessa non mantenuta. Ma dove si arriva partendo da una promessa non mantenuta? Il libro raccoglie alcuni scritti di diversi momenti, anche cosiddetti occasionali, raggruppati sotto il cappello di un titolo che esprime un arco temporale abbastanza lungo unitamente alla necessità e allo stimolo continuo di storicizzare il contemporaneo. Al di là del titolo, che crea la cornice temporale di questi scritti, che cosa vuol dire "storicizzare"? Volendo complicare la faccenda, che cos'è oggi l'idea di contemporaneo o di contemporaneità? Su quali livelli si assesta? A quali livelli si sgretola? Almeno una cosa, però, la sappiamo: storicizzare vuol dire collocare - o tentare di collocare - le opere, il pensiero, i dibattiti all'interno del loro tempo e, conseguentemente, all'interno del nostro. Si tratta quindi di un'azione doppia e bifronte, che sfuma nella critica, nell'epistemologia, nella riflessione storica. Sfuma e sfugge in tanti rivoli. Ed è così che Luperini abbraccia un'eterogeneità di autori e correnti, dai vociani a Saviano, infilando all'interno un saggio come "Federigo Tozzi e le emozioni" (mi è parso molto bello proprio questo scritto), un altro su Mario Luzi e la crisi del genere lirico in uno dei contributi più approfonditi e ampi, uno su Sanguineti definito anche "l'ultimo intellettuale", uno sul già citato Siti o un altro ancora sul caso Ernaux, esempio di successo dell'autobiografismo, mediante il quale è redatto un bilancio delle sperequazioni economiche dell'epoca attuale e dello scenario che ne è derivato, chiuso tra cinismo e ironia sarcastica, due atteggiamenti parimenti improduttivi, anche nell'ottica di una rivolta che per ora non arriva.

Il volume si presenta come agile ma al contempo assai densa lettura, che si interrompe davvero ai giorni nostri, con un'intervista di Filippo La Porta reperibile anche in rete nel sito "laletteraturaenoi" a questo indirizzo e con la valutazione dei romanzi del 2017 di cui si diceva poco sopra. Siamo quindi davvero nell'"oggi" del titolo. Ma come arriva Luperini a chiudere questa cavalcata storicizzante? Lo abbiamo già anticipato e, oltre agli scritti sugli autori citati, il lettore troverà capitoli dedicati alla poesia di Umberto Saba, con approfondimenti sulla psicanalisi nella cultura letteraria, la peculiare posizione di Trieste in questo flusso e la configurazione dello spettro sabiano, oscillante tra spinte di modernismo e antimodernismo. Infine, in questo 2018 che chiude il quinquennio del centenario della Grande guerra, giova ritrovare anche l'acuto bignami su "La Voce", "Lacerba", Papini, Slataper, Jahier e Serra, ancora una volta con il suo Esame di coscienza di un letterato.

mercoledì 21 marzo 2018

"La poesia all'arte/dialoghi": una lettura a Palazzo di Francia a Treviso a cura di CartaCarbone Festival




Sabato 24 marzo - ore 20:45
Palazzo di Francia - via Roggia 12, Treviso

Lettura di poesie di: 
Erika Crosara
Maddalena Lotter 
Cristina Micelli

Di seguito potete leggere un testo delle tre autrici invitate, che si ringraziano per la collaborazione assieme a Paola Bellin, che ha cortesemente curato questo post.



Erika Crosara (testo inedito; la poesia si pubblica come immagine per mantenerne fissa l'impaginazione e aggirare la liquidità dei nostri schermi)



Maddalena Lotter (testo inedito)


Abbiamo costruito una casa nella sabbia
e poi l’abbiamo calpestata.
Sulle macerie il capo supremo
decise che era ora di andare
a caccia di meduse, per essiccarle al sole.
Il più piccolo fu costretto
a toccare un tentacolo. Ci piaceva fare
e disfare; non vorrei eccedere
ma eravamo spietati.
Ad ogni buon conto, negli anni
nessuno è rimasto impunito.


Cristina Micelli (testo edito tratto da Stato di veglia, edizioni Dot.com.Press)


Dirimpetto a chi non ha risposto
stare dalla parte dei cappotti chiusi.
Tremare
all’insaputa della trama dei visi.
L’asola di essere capiti 
sembra non coincidere con il bottone dei vivi.