venerdì 11 novembre 2011

"I cani del Sinai" di Franco Fortini

Ripescaggi #4










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Qui sotto ripropongo un'altra recensione che uscì per la rivista "daemon - libri e culture artistiche" all'inizio del 2003. "daemon" è stata una bellissima esperienza di rivista, una palestra, anche di affetti. Voglio fermarmi qui perché il bello delle riviste è che la loro parabola termina quando deve terminare, senza terapie palliative e conservative e senza per forza far sorgere nostalgici rimpianti in chi ha provato ad animarle. Preferisco invece salutare qualche compagno di percorso, se di tanto in tanto passa in queste latebre della rete! Il libro è I cani del Sinai di Franco Fortini (Quodlibet, 2002, pp. 104, euro 8,50, regolarmente in commercio). A rivedere quello che recensivo in passato noto che un'inclinazione a parlare di libri brevi era già presente...
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Fortini scrisse I cani del Sinai nel 1967 dopo la guerra lampo dei sei giorni tra Israele e paesi arabi. La Quodlibet di Macerata ci propone una riedizione dell'opera che usci per De Donato (1967) e poi per Einaudi (1979). Quello che po­trebbe configurarsi come instant book scritto a ridosso di un avvenimento di grande portata è in realtà un libro medi­tato e levigato, nel quale Fortini elabora aperta­mente questioni di stile e tono inerenti alla propria scrittura. È questa una pista da seguire per chi volesse riprendere in mano oggi il testo.


In queste pagine fortemente autobiografiche Fortini mette in discussione il serpeggiante e dif­fuso disprezzo antiarabo, compie analisi sui riflessi storici, politici, etici e ideologici di un importante avvenimento militare sulla propria vicenda personale, senza analizzare cause o con­seguenze della "guerra dei sei giorni".

Questo testo (secondo le parole dell'autore "di apparente polemica immediata e di apparente autobiografia") può oggi essere avvicinato come una inedita opportunità di intendere l'autobio­grafia stessa. Nella bibliografia fortiniana I cani del Sinai si colloca cronologicamente vicino a L'ospite ingrato (1966), altro libro in cui Fortini sperimentò una scrittura breve, ricca di note. Lontano dai rischi intrinseci che possono deriva­re dall'avvicinare storia e vicenda personale, ne I cani del Sinai Fortini ci ha messo davanti all'au­tobiografia come possibile indagine storica, denunciando, una volta per tutte, ciò che sta die­tro l'autobiografia stessa: «La forma autobiografi­ca, dovrebbe capirlo anche un critico di avan­guardia, non è che modestia astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo solo miei non sono. Della mia "vita" non me ne importa quasi nulla.»

Nelle Ventiquattro voci per un dizionario di let­tere (1968, l'anno successivo all'uscita de I cani del Sinai), alla voce "Autobiografia", Fortini scri­verà: «Parlare di sé implica insomma le contraddizione della "falsa coscienza", l'espressione subi­sce tutte le operazioni tattiche del subconscio e dovrebbe quindi essere letta, per principio, senza candore alcuno, come lo storico fa dei documen­ti. Non è, in quanto istituto letterario, né scienza né arte. E tanto ne fa un insostituibile strumento di conoscenza, irriducibile al tipo di esperienza che ci viene dalla lettura dei romanzi.»

I cani del Sinai è un po' tutto questo, è un testo che ha fatto spendere molte definizioni (pamphlet, saggio, autobiografia, racconto) proprio per­ché difficilmente etichettabile. Si fa apprezzare per la rigorosa ricerca formale sottostante, per la chiarezza che l'ebreo Fortini tenta sulle proprie origini, per i molteplici spunti (storici, letterari) che offre.

sabato 5 novembre 2011

Una nuova edizione di "Fotografia e inconscio tecnologico" di Franco Vaccari

A parlare di inconscio ottico della fotografia, dello spazio "rielaborato inconsciamente" fu Walter Benjamin. Il concetto è poi stato ampiamente ripreso dalla critica d'arte americana Rosalind Krauss (in Italia potete trovare molte sue opere nel catalogo Bruno Mondadori, incluso il fondamentale L'inconscio ottico a cura di Elio Grazioli). Fotografia e inconscio tecnologico (a cura di Roberta Valtorta, Einaudi, pp. XXXII+110, euro 17) è naturalmente strettamente legato all'inconscio ottico di cui ha scritto Benjamin. Il libro è giunto alla sua terza edizione, dopo quelle del 1979 e del 1994. Bello ricordare che la prima edizione uscì per la casa editrice meteora denominata Punto e virgola, fondata dal grande Luigi Ghirri (modenese, proprio come Vaccari) assieme alla moglie Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte. Per rispondere alla legittima domanda su che cosa sia l'inconscio tecnologico che, rispetto all'inconscio di Benjamin ha polarità sullo strumento e non più sull'umano, Vaccari adopera questa frase: "Non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui".

Vaccari è teorico e artista. Celebre la cabina Photomatic (simile a quella delle stazioni dei treni) che alla Biennale di Venezia del 1972 invitava i passanti a lasciare una traccia del proprio passaggio con un annuncio multilingua affidato ad un cartello. Già qui appaiono chiare alcune implicazioni fondamentali del suo fare e teorizzare fotografia (forse in nessun'arte, più che in fotografia, il totale overlapping tra teoria e pratica è all'ordine del giorno). Cade la rilevanza della rappresentazione, del "momento decisivo", cardine della fotografia di Cartier-Bresson, a favore di un concetto di traccia ("Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio").

Ho ravvisato due passaggi dove la sua riflessione si fa più densa. Li riporto qui sotto:

“I nuovi mezzi di registrazione, che penetrano così addentro ai fatti e ne frantumano le strutture, hanno fatto esplodere il concetto di Storia che è diventato assolutamente incapace di rendere conto dell'enorme complessità dell'accadere.
La parola Storia è carica di una violenza diventata assolutamente insopportabile, la violenza di una memoria grossolana che si ricorda solo di ciò che è a dismisura d'uomo.” (Dal saggio Fotografia e parola.)

E poi il seguente:

"Come in una cura omeopatica, dove col simile si tenta di cacciare il simile, è la stessa fotografia a provocare un tipo di consapevolezza nuova, capace di decongestionare lo sguardo, dopo averne provocato la congestione." (Dal saggio Archeologia dello sguardo.)

Il libro conta una ventina di saggi brevi, a volte fulminei. Vaccari tocca davvero moltissimi aspetti della teorizzazione contemporanea (potere, pornografia, pittorialismo, il mercato, il fondamentale rapporto tra fotografia e parola e fotografia e didascalie, ready-made e l'imprescindibile Duchamp).

Alcuni momenti della prosa di Vaccari restano appiccicati agli occhi del lettore, come il seguente: "Se il fascino della fotografia sta nella sua capacità di evocare il mistero di una presenza attraverso un'assenza, quello del ready-made consiste nell'evocare un'assenza attraverso la presenza". Oppure quando propone la discarica dei rifiuti come modello dell'attuale situazione dell'informazione, visto che qui "si realizza il massimo di varietà e imprevedibilità locale e con un massimo di omogeneità e di indifferenziazione complessiva". Oppure, ancora, quando in La fotografia tra teologia e tecnologia passa rapidamente in rassegna l'inflazione delle immagini e il conseguente assottigliarsi del valore di verità, come a dire che la quantità di prove di esistenza che abbiamo accumulato abbia contribuito a inceppare lo sguardo. Non a caso, poco più in là, nel saggio Apollo e Dafne: un mito per la fotografia Franco Vaccari scrive: "[...] contrariamente a quanto hanno sempre creduto i pittorialisti di ogni epoca, una fotografia è tanto più tale quanto maggiore è il grado di referenzialità che, invece di essere un limite, ne costituisce l'onore. È proprio sull'umile referenzialità fotografica, invece che sull'enfasi spettacolare della realtà virtuale, che possiamo contare per tenerci in contatto con il reale, con la memoria e con gli affetti e cercare così di impedire che la vita si mortifichi e si disperda in rappresentazioni arbitrarie". 

Fotografia e inconscio tecnologico è un libro breve molto bello, composto di rapidi saggi che si tengono per mano, pur nella varietà dei temi trattati. Saprebbe coinvolgere più pubblici, anche al di fuori della fotografia. Ho riportato alcuni passaggi-assaggio perché credo ci accompagnino efficacemente all'interno di queste pagine.

martedì 1 novembre 2011

Pavel Florenskij, stupore e dialettica













Curioso che siano voluti oltre sessanta post per scrivere per la prima volta di un libro di Quodlibet, casa editrice per la quale ho sempre provato qualcosa di simile ad un debole (chi non ha i propri, parlando di libri?).

Prosegue anche grazie alla casa editrice di Macerata la proposizione degli scritti di Florenskij, un'operazione intrapresa da più editori e da diversi anni. Tra gli apripista, tanto per cambiare, contiamo Adelphi, quando sul finire degli anni Settanta pubblicò il celebre saggio sull'icona dal titolo Le porte regali curato da Elémire Zolla. Il Leonardo di Russia, un raro esempio di pensatore acrobata dello scibile, per altro costretto a vita breve (morì fucilato in un gulag nel 1937), è protagonista di una vivacità editoriale impensabile, forse collegata alla stessa sua etereogenità di speculazione, alla sua profonda e impareggiabile erudizione e anche alla sua stessa biografia. Prima di illustrare brevissimamente, per quanto possibile, questo libretto tradotto da Claudia Zonghetti (che piacere ritrovare la traduttrice alla quale dobbiamo la "ricreazione" in italiano delle opere di Vasilij Grossman), ricordo un libro-bussola che resta a mio avviso una "porta regale" per l'accesso alla figura di Florenskij: la monografia che gli ha dedicato per Bompiani uno studioso intelligente, puntuale e forse defilato come Silvano Tagliagambe.

Stupore e dialettica (a cura di Natalino Valentini, pp. 110, euro 12) consiste nella traduzione di un manoscritto dell'anno 1918 scoperto ormai venticinque anni fa, nel 1987. Il titolo è trasparente. Il libretto è davvero una dissertazione attorno a questi due caposaldi della sua riflessione. Ma è anche l'operazione culturale della casa editrice che qui interessa. Lo smilzo libretto che Quodlibet propone sembra avvicinare un compito proibitivo: riportare una filosofia fin troppo "scafata e scaltra", conoscitrice soprattutto di se stessa e dei propri meccanismi di funzionamento, su binari socratici, su parole fondamentali, proprio come quelle del titolo.

Dallo stupore per il novum la conoscenza può davvero sgorgare, così come può sgorgare da un socratico e continuo rimettersi in discussione. E la dialettica? Pare il rovescio della medaglia, o il simbolo, in senso etimologico, il "metodo sperimentale" che lo scienziato Florenskij mutua per la filosofia. Funziona? Credo che domandarsi se questa dialettica funzioni sia porsi una domanda errata. Forse è la metafora leonardesca che abbiamo utilizzato in apertura che ci porta fuori strada, una metafora che nasce dalle molte attività che lo videro coinvolto (fu anche ingegnere, fisico, teologo, linguista). Florenskij, da un punto di vista prettamente filosofico, è più vicino ad essere il pitagorico di Russia (con tutto quello che si perde in simili semplificazioni): i numeri, il ritmo speculativo e metodologico, la contemplazione mistico-musicale del mistero, un mistero che ha soprattutto un segno spaziale con sé. Il suo è un pensiero che risale ai primordi e che nei primordi dialoga. In questo breve spazio possiamo soltanto solleticare il classico invito alla lettura, perché da queste pagine e da Florenskij potrebbe presto passare un ripensamento della filosofia e dell'epistemologia del secolo scorso. Inoltre, chi già ha apprezzato i suoi scritti, potrà qui utilmente focalizzare i precursori del suo pensiero, verrebbe da definirli i giganti sulle cui spalle Florenskij stesso cammina se non ci sfiorasse il dubbio di avere davanti, a nostra volta, un moderno gigante.

sabato 29 ottobre 2011

"La Partenza" di Ernst Stadler

Ripescaggi #3












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Quella che segue è una recensione mai uscita su riviste cartacee, non propriamente un ripescaggio quindi, un testo che avevo scritto per il mensile "Poesia" di Crocetti. Circa un anno fa avevo iniziato a collaborare recensendo il bel saggio di Federico Italiano Tra miele e pietra. Aspetti di geopoetica in Montale e Celan uscito per Mimesis. Per qualche motivo mi risulta che questa recensione a La partenza di Ernst Stadler (:duepunti edizioni, pp. 176, euro 10), preparata come secondo contributo per quella rivista, non sia mai uscita. Rimedio qui.
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Il secondo volume della collana ex libris di questa piccola grande casa editrice colma un vuoto e costituisce a tutti gli effetti una risposta alla disattenzione nella quale l’editoria di casa nostra aveva seppellito la breve parabola di Ernst Stadler. Il merito, in questo caso, va condiviso con il curatore, Maurizio Pirro, già distintosi per uno studio sulla narrativa tedesca del secondo dopoguerra dall’inequivocabile titolo Costruir su macerie, libro dall’approccio innovativo ma purtroppo penalizzato da un’edizione a circolazione limitata.

Ernst Stadler nacque a Colmar, in Alsazia, nel 1883. Germanista e filologo, studiò nelle università di Strasburgo, Monaco e Oxford. A Bruxelles ottenne la prima e unica cattedra; avrebbe dovuto insegnare anche a Toronto ma non partì mai per il Canada a causa dello scoppio della guerra. Si distinse per la collaborazione alla rivista “Der Stürmer” del coetaneo e instancabile animatore René Schickele e per le traduzioni da Balzac, Peguy e dal poeta Francis Jammes, le cui liriche furono pubblicate nella celebre collana “Der Jüngste Tag” di Kurt Wolff. Ufficiale di riserva, fu chiamato alle armi nell’agosto del 1914. Troverà la morte il 30 ottobre 1914, nei pressi di Ypres.

Oggi Stadler è annoverato assieme a Trakl e Heym tra i più grandi poeti del primo espressionismo in lingua tedesca (la precoce morte li accomuna, tra l’altro). Del 1905 è la raccolta dal titolo impressionistico di Präludien mentre questo Der Aufbruch è stato pubblicato qualche mese prima della partenza per il fronte. Una partenza senza ritorno, come già ricordato. Eppure le liriche del poco più che trentenne Stadler lasceranno un profondo segnale di cambiamento e rinnovamento di linguaggio nella letteratura di lingua tedesca. Ed è forse inevitabile che sia così, se pensiamo all’eccezionale formazione linguistico-filologica e all’importante operato di traduttore dal francese già ricordato.

La poesia di Stadler è stata spesso accostata a quella di Walt Whitman. Non fa eccezione la presentazione della casa editrice di Palermo. E non è solo l’utilizzo del verso libero combinato ad un’inedita sintassi slegata a imporre il nome di Whitman. Queste poesie, pubblicate appena prima dello scoppio del conflitto (durante i giorni di guerra Stadler si limiterà infatti a tenere un diario), sono forse impensabili se non frapponiamo tra i suoi due libri di poesia la figura di Nietzsche. Come il filosofo, Stadler era consapevole di vivere un periodo di transizione al moderno e la sua lirica rispecchia tale consapevolezza (il tema dell’autoconsapevolezza del moderno è tuttora molto dibattuto). Le influenze e la perfezione della forma ereditate da Stefan George e da Hugo von Hofmannsthal lasciano il posto ad una poesia più energica, piena sostenitrice della superiorità della vita sull’arte (un dilemma ricorrente in quegli anni). Il verso si fa più lungo e carico, più denso e anche dinamico. I temi e le visioni che popolano i versi sono percorsi da un sentire e da uno sguardo pienamente rinnovato, che sa posarsi anche su scene di disagio umano e che fa entrare di diritto l'autore tra i grandi del Ventesimo secolo.

(Riporto sotto la poesia Irrenhaus, ottimo esempio di quanto scrivevo nella chiusura della recensione.)

Manicomio
(Le Fort Jaco, Uccle)

Qui c'è vita che nulla più sa di se stessa -
Coscienza sprofondata per mille e mille braccia nell'abissso.
Qui risuona per sale disadorne il corale del nulla.
Qui è sopore, rifugio, ritorno a casa, stanza dei balocchi.
Qui nulla di umano minaccia. Lo sguardo fisso,
Che confuso e turbato pencola nel vuoto,
Sussulta per orrori ormai remoti.
A certi corpi torti tuttavia s'apprende uno spirito terreno.
Non vogliono staccarsi dalla luce che dispare.
Tra strida e convulsioni si gettano per terra dentro i bagni
E frignando sopraffatti si accucciano in un angolo.
Però a molti si dischiude un paradiso.
Odono le voci morte di ogni cosa circondarli
E del tutto la musica sinuosa.
A volte dicono parole strane e incomprensibili.
Sorridono miti e gentili come bambini.
Negli occhi rapiti al commercio con il corpo
           balena la felicità.

(Irrenhaus di Ernst Stadler, traduzione di Maurizio Pirro)

giovedì 27 ottobre 2011

“Pedemontana Veneta. Il divino del paesaggio: per un’economia della forma”, un volume a cura di Renato Rizzi

Ripescaggi #2









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Ripesco qui una recensione scritta nel 2009 per il Notiziario Bibliografico della Regione Veneto. Probabilmente (se leggete l’introduzione della recensione capite perché scrivo “probabilmente”) nel mese di novembre 2011 inizieranno i lavori per la costruzione della superstrada a pagamento Pedemontana Veneta. Il libro largamente illustrato (e quindi tutto sommato... breve) di cui parlo di seguito è stato curato da Renato Rizzi per Marsilio ed uscì nel 2007.
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Quasi sicuramente nel 2010 inizieranno i lavori di costruzione della superstrada a pedaggio Pedemontana Veneta. Ci sono ancora alcune questioni sospese, ma con ogni probabilità il prossimo anno vedremo prendere forma un cantiere lungo circa 100 chilometri, da Spresiano a Montecchio Maggiore, che collegherà le autostrade A27 e A4. L’opera interessa 32 comuni, 12 dei quali in provincia di Treviso e 20 in quella di Vicenza.

Questo volume dell’architetto Renato Rizzi raccoglie 15 plastici, presentati tra l’altro anche in una recente mostra al MART di Rovereto, e accompagna la presentazione di questi modelli, rappresentativi di alcuni angoli visuali del territorio interessato dall’infrastruttura, con contributi teorici di grande interesse. La domanda di fondo che muove il libro, alla quale viene data una risposta affermativa, appare quantomeno inconsueta anche se, in realtà, profondamente radicata nello stesso oggetto a cui guarda: possono le motivazioni funzionali e pratiche essere legate a temi metafisici? La risposta è, come detto, affermativa, dal momento che qui si parla dei luoghi e della loro sacralità. Rizzi sostiene che “ormai guardiamo il mondo con l'occhio del nichilismo, che prevede solo una visione tecnico-scientifica. Ma il paesaggio ha un carattere di divinità che è oggettivo, che sta nelle cose. Studiandolo, ci rendiamo conto che la nostra cultura è inadeguata a comprendere questa ricchezza formale”. In un altro contributo del volume, Paolo Portoghesi sostiene che il paesaggistico e il figurativo della Pedemontana Veneta rovescia la prassi, candidandosi come motivo di rigenerazione del paesaggio stesso. Per Rizzi l’architetto deve “dare senso alle opere dell'uomo nel territorio, nelle città, nei luoghi dove vive”. Nel suo pensiero si individuano importanti echi rosminiani, soprattutto con riferimento ad un pensiero che partendo dalla persona arriva al senso (non tanto al significato) delle cose. Forma, divinità, qualità, metafisica: nel discorso di Rizzi tutti questi termini riconducono ad una matrice di pensiero comune che è teologica senza essere religiosa. Per certi aspetti una traduzione architettonica-urbanistica del Deus sive natura spinoziano.

Il libro cerca di strappare il problema della costruzione di nuovi assi viari (o “corridoi”, come vengono spesso definiti oggi) alla sola competenza tecnico-ingegneristica e parallelamente mette in discussione l’utilità di un metodo come quello del V.I.A. (Valutazione d’impatto ambientale) che sta già mostrando i propri limiti. Molto più opportuno parlare di assenza di qualità nella forma progettuale, di mancanza di “sapere” della forma e provare a riportare il dibattito all’antico sapere metafisico-simbolico, qualcosa che era forse ben chiaro già ai romani quando, con la tessitura viaria dell’Italia antica, offrirono una lettura funzionale e simbolica del paesaggio e della divinità in esso contenuta (pensiamo ad esempio alla Via Emilia e alla sua funzione di confine tra la catena appenninica e la Pianura padana).

Intersecando sguardi di provenienza diversa (da quello della letteratura a quello dell’iconografia storica, da quello della pittura veneta a quello della storia del territorio) il volume in questione riesce a far percepire la concretezza del problema delle infrastrutture in Veneto: non si tratta semplicemente di tracciare un percorso, espropriare quanto è d’intralcio e mettere in funzione il nuovo asse viario. Si tratta, ogni volta che si affronta un progetto di viabilità determinante per il futuro di questa regione chiave d’Europa, di comprendere come il pratico e il funzionale debbano essere intimamente legati al metafisico e al simbolico. Sembra pura astrazione, eppure non c’è nulla di più concreto di un assunto del genere. Lo scopriremo presto.

mercoledì 26 ottobre 2011

La libreria Mondadori di Mirano (Venezia)

Librobreve in libreria #6




Una nuova libreria collabora con Librobreve ed esporrà quindi, su base quasi mensile, in uno spazio riservato, i 15 titoli suggeriti dal blog. Si tratta di un caso incoraggiante per me, perché mai avrei pensato di approcciare una realtà "di catena", non certo per motivi ideologici (devo ancora trovare una libreria che scalzi la Feltrinelli di Padova dalle mie preferite), ma semplicemente perché credevo di non poter ricevere attenzione da queste. Mi ha smentito la libreria Mondadori di Mirano, in provincia di Venezia. Ringrazio Alessandro per l'interesse e l'attivazione in questa piccola idea di collaborazione e anche Laura Favero per avermela segnalata.


Torneremo più diffusamente a parlare di questa libreria, magari in un post futuro. Per ora solo poche informazioni di servizio relative a questo spazio assai attivo anche dal punto di vista degli appuntamenti:

- la libreria Mondadori di Mirano si trova in Piazza Martiri della Libertà, 12, tel. 041 4355707;

- la libreria è su Facebook qui.


Diventano quindi quattro le librerie che collaborano con il blog: Becco Giallo di Oderzo, Lovat di Villorba, Marco Polo di Venezia e Mondadori di Mirano. 


Per finire, ecco la lista di questo mese:


1. Daniele Giglioli, Senza trauma, Quodlibet
2. Emanuela Tonon, La Luce Prima, Isbn Edizioni
3. Miguel de Unamuno, Cultura e nazione, Medusa edizioni
4. Maria Zambrano, Due frammenti sull'amore, Mimesis
5. William Langewiesche, Esecuzioni a distanza, Adelphi
6. Bonomi-Borgna, Elogio della depressione, Einaudi
7. Sherwood Anderson, Il romanzo perduto, Mattioli 1885
8. Henry James, Autobiografia degli anni di mezzo, Mattioli 1885
9. Julio Llamazares, Poesie complete, Amos Edizioni
10. Patrick McGuinness, L'età della sedia vuota, Il ponte del sale
11. Giorgio Falco, La compagnia del corpo, :duepunti
12. Matteo B. Bianchi, Gatta gatta, :duepunti
13. Carlo D'Amicis, Il grande cacciatore, :duepunti
14. Jean-Claude Izzo, Aglio, menta e basilico, e/o
15. Francesco M. Cataluccio, Chernobyl, Sellerio

lunedì 24 ottobre 2011

"Interpreti di vite". Nel laboratorio di Javier Marías

Il tuo volto domani è il bellissimo titolo della recente trilogia di Javier Marías. Sottolineo bellissimo perché trovo uno più bello dell'altro i titoli che Marías ha riservato ai propri romanzi. Lo shakespeariano Domani nella battaglia pensa a me, Un cuore così bianco, Nera schiena del tempo o Quand'ero mortale possono bastare a suggerire una certa facilità-felicità dello scrittore spagnolo nel dare i titoli. Non vi pare? Magari è soltanto una mia debolezza, eppure sono convinto che, in epoca di sovrabbondante offerta, a partire da titolazioni felici si possa provare persino a scommettere sull'opportunità di investire tempo nella lettura di un libro. Un metodo come un altro, fortemente pregiudiziale ed estremo - ne sono consapevole - ma che può trovare un legame con l'idea di partenza di questo blog, cioè il "trovare il tempo per la lettura". Con l'edizione tascabile spagnola del terzo episodio, in italiano Veleno e ombra e addio (eccone un altro!), uscì anche un'appendice, la quale è ora proposta separatamente nel minuscolo volume Interpreti di vite (Einaudi, pp. 28, euro 8) nella traduzione del solito Glauco Felici. 


Chi ha letto Il tuo volto domani sa che l'attività dei servizi segreti è in primo piano. (Detto per inciso non guasterebbe ricordare, in ottica di riproposizioni editoriali, quanto lo stesso Marías ha dichiarato in occasione del recente Premio Nonino, cioè l'importanza della lettura di Agenti segreti di Venezia 1705-1797 di Giovanni Comisso, un libro quasi irreperibile in Italia oggi.) I tre "ritratti da servizi segreti" che trovano spazio in queste trenta pagine scarse sono di estrazione "mista": Silvio Berlusconi, Michael Caine e Lady Diana. Potrete leggere il libricino sia come un'appendice alla trilogia ma anche come un invito alla stessa. I servizi segreti che abbiamo conosciuto ne Il tuo volto domani sanno leggere e interpretare le vite dei soggetti che scrutano. Qualcosa di analogo accade nelle pagine qui dedicate all'imprenditore-politico di casa nostra, all'attore hollywoodiano e all'erede al trono del Regno Unito.  


"È possibile sapere come sono le persone e come cambieranno nel futuro? Fino a che punto possiamo fidarci dei nostri amici e dei nostri conoscenti e dei nostri soci in affari, dei nostri amati, dei nostri genitori e dei nostri figli? Quali sono le loro tentazioni e le loro debolezze, o il loro grado di lealtà e la loro fermezza?" queste le parole che Marías impiega per introdurci nel vivo di questi ritratti.

In copertina un interessante taglio dall'Allegoria della simulazione di Lorenzo Lippi che enigmaticamente sottrae il volto, elemento centrale della titolazione della trilogia nonché oggetto di studio dei servizi segreti, i cui compiti s'assommano in una missione che consiste nel sapere oggi come saranno domani i volti delle persone che scrutano (di qui il collegamento con le parole dell'introduzione di Marías). Il pensiero allora può correre al Seicento, il secolo di Lippi ma anche di Torquato Accetto e della sua "dissimulazione onesta". I paratesti di un libro, quando ben giocati, potrebbero servire proprio ad aprire nuove frontiere di lettura.




Lorenzo Lippi, Allegoria della simulazione, olio su tela, 1640. Angers, Musée des Beaux-Arts.