lunedì 21 gennaio 2013

"La poesia del giovedì" all'Osteria da Filo: Marco Scarpa

Entra nel vivo la rassegna "La poesia del giovedì" curata da Maddalena Lotter e Giulia Rusconi. Con cadenza quindicinale, l'Osteria da Filo (ex Poppa) a Venezia (Santa Croce 1539, Campo San Giacomo dall'Orio) diventa teatro delle voci dei poeti invitati dalle curatrici.


Giovedì 24 gennaio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 19:00
Presentazione e reading di Marco Scarpa
Allla chitarra: Daniele Scarano
info: portalepoesie@gmail.com


Marco Scarpa è nato a Treviso nel 1982. Laureato in Ingegneria Biomedica, si occupa di chirurgia vertebrale come Product Specialist. Per quanto concerne la poesia ha collaborato con il teatro Comunale di Vicenza, inserendo sue poesie collegate alla musica nell’ambito della stagione di musica sinfonica 2011/2012. Mac(‘)ero è la sua prima raccolta poetica, pubblicata per Raffaelli Editore (Rimini 2012). Tra i riconoscimenti, si segnala la menzione al Premio Lorenzo Montano per la raccolta “Bailamme”nel 2010 e la menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano per la raccolta MacEro nel 2011. Si dedica inoltre all’organizzazione di incontri di poesia in luoghi spesso inusuali, gravitando tra Treviso e la sua provincia.
















Di seguito un paio di poesie di Marco Scarpa. Ricordo che il suo libro d'esordio Mac(')ero è stato recensito qui.


OTTIMIZZAZIONE



L'indole presta l'affondo, il bavaglio
alle male parole ordinate nei ripiani:
la visione del frigo vuoto, la soluzione
in una lista, l'intera faccenda
liquidata in più punti. Lo smarrimento
quando schiacciati riemergono, minuti
sopra le vertebre, oltre le rughe, segnati
dagli inganni. Le corse, le schiene spezzate
e l'ultima frase "Ho tentato di tutto
               ma le ore scivolavano".

(da Mac(')ero, Raffaelli Editore, Rimini 2012) 


Ti curo il male esposto, la ferita aperta
la parte che getta sangue sulle strade
tu vomita tutto, svuota le membra
non tenere in vista squarcio alcuno
spingilo in gola il male
è questione privata, sputa lontano
gli aghi, gli spilli, le idee acuminate,
i dolori più grossi senza farti scoprire
spera che i segni rimangano superficiali,
ci sono cerotti adatti ad ogni dimensione.
Vieni dentro quattro mura, tutto è lindo,
ci sono specialisti che sanno cosa fare
mettono le toppe ad ogni cicatrice, hanno
studiato per anni le patologie
“se quello troveranno quello cureranno”
gli altri ti vedranno bene anche se dentro
ti rimarranno macchie, scie di sofferenza,
spasmi, ulcere vaghe. Tu imparerai
i sintomi, le avvisaglie, saprai farti forza,
tratterrai lungo le arterie le lamentele.
Stare bene è anche questo, avere
denti buoni per sfatare il male.

(Testo inedito)

domenica 20 gennaio 2013

da "Sfavorevole agli addii" di Nathan Zach

Una poesia da#17













Ormai sedici anni fa, nel 1996, Donzelli proponeva nella bella traduzione di Ariel Rathaus una scelta di poesie del poeta israeliano Nathan Zach. Sfavorevole agli addii (pp. 96, euro 9,30, di probabile difficile reperibilità) costituì l'esordio di Zach nel nostro paese. Tre anni fa seguì Einaudi la quale, sempre per la cura di Ariel Rathaus, pubblicò Sento cadere qualcosa. Poesie scelte 1960-2008. Questa pubblicazione si differenziò da quella della casa editrice romana per l’audace e affascinante scelta del testo ebraico a fronte. Chi conosce questa lingua ci racconta di un ebraico cristallino, vicino alla lingua parlata e pertanto - va riconosciuto - penso si possa dire che il lavoro di traduzione di Rathaus sia ottimo. Difficilissima è la valutazione di una traduzione non potendo attingere all’originale, però, pur nella piena ignoranza della lingua di partenza, mi pare di poter serenamente affermare che anche la lingua ricreata da Rathaus sia efficacissima. Di questo poeta, nato a Berlino nel 1930 da padre ebreo tedesco e madre italiana, riporto soltanto una poesia, la prima di Sfavorevole agli addii. Credo che questa manciata di versi sia sufficiente a sollevare quell’interesse per l’approfondimento che chi vorrà potrà portare avanti, eventualmente anche in prosa (sempre Donzelli ha pubblicato nel 2003, nella versione di Elena Loewenthal, forse la nostra principale traduttrice dall’ebraico, L'omino del pane e altre storie).













Sii prudente. La tua vita apri
solo a venti che portano carezza
di lontananza. Sopporta la mancanza, la voce
alza soltanto in notti di solitudine. Sappi
il giorno, il tempo giusto, l'attimo, e non
incalzare. Volgiti a ciò che tace. L'ombra che giace
sotto il guscio di carne sappi benedire, non
nasconderti dentro le parole. Siedi con sapienza
di verme, raziocinio di lombrico. Non aspettare.

mercoledì 16 gennaio 2013

Long Play e altri volteggi della puntina. Ritorna l'Adorno in musica

Trovo tempestiva e opportuna questa proposizione di alcuni scritti musicali di Theodor Wiesengrund Adorno. Long play e altri volteggi della puntina (Castelvecchi, pp. 64, euro 9) è un volumetto che rimette in circolo alcuni dei contributi più rilevanti della riflessione adorniana sulla musica. Dicevo "tempestiva" e "oppurtuna": tempestiva perché è bene tornare a parlare di musica e di critica musicale con chi ha insegnato a farlo, tanto più in un periodo dove le preoccupazioni sulla smaterializzazione della musica sembrano soverchiare qualsiasi altro dibattimento; opportuna perché, come ottimamente riesce anche Massimo Carboni nell'utile prefazione, una pubblicazione del genere contribuisce ad allontanare Adorno da quell'inutile casella di "apocalittico" in cui è stato più volte rinchiuso, operazione che ha contribuito non poco ad inaridire il portato della sua riflessione. Chi scopre Adorno, anche nel dialogo con gli artisti e i poeti, nelle lettere ad esempio, potrà invece iniziare ad apprezzare un filosofo persino simpatico, immerso nelle relazioni umane, tutt'altro che apocalittico (e tantomeno "integrato"), una persona posseduta da una sorta di dàimon che lo porta a formulare riflessioni basilari sul quel rapporto dialogico tra opera e critica, sulla critica come esigenza-interrogativo intimo posto dall'opera, sugli scarti e sui ritardi costituzionali tra opera e critica, sentite come due facce di un'unica pagina, le quali dovrebbero tornare a esser visitate e sfogliate con un unicum. In altre parole abbiamo facile gioco a dire che la critica è morta (quasi una frase di comodo che ricorre nei contesti più disparati, ormai); se la critica è morta allora con lei è morta anche la musica, è morta la poesia e sono davvero morte le altre arti. Ma non voglio arrivare al galoppo a Hegel o a quello che ha innescato la sua riflessione sull'arte. Torneremo alla fine su questo punto importantissimo che interfaccia opera, critica e oggi anche il giornalismo; l'importante ora è mettere a fuoco subito questa profonda necessità reciproca di critica e opera che Adorno torna a ricompattare, soprattutto nell'ultimo contributo di questo libretto.

Il volume si apre con Volteggi della puntina, saggio sul grammofono e sul fonografo: qui potrete leggere la celebre similitudine tra piatto del fonografo e tornio del vasaio ("Il piatto dei fonografi è paragonabile al tornio del vasaio: la massa sonora viene plasmata su di esso e la materia è già data. Ma il vaso sonoro che così nasce resta vuoto. Sarà l'ascoltatore a riempirlo"); il libro poi prosegue con il brevissimo e incisivo saggio sulla Forma del disco, e affonda quindi nella rivoluzione del "long play" nel successivo terzo contributo intitolato Opera e long play. Il tutto si chiude con un più articolato intervento a una conferenza del 1967, qui tradotto col titolo di Riflessioni sulla critica musicale. Si tratta senza dubbio del saggio più interessante, dove la riflessione si condensa e, per come è strutturata, per come questa si apre, presenta persino una certa intercambiabilità del discorso con altre critiche immaginabili dal lettore (letteraria, d'arte). Affrontando questi quattro contributi in sequenza non è difficile chiedersi, semplicemente: e oggi? Che cosa è successo alla musica, oggi? Quella della smaterializzazione è solo una finta "rivoluzione" o è una realtà che mina alla base l'essenza di questa pratica umana, l'arte che più di ogni altra dialoga con l'incertezza, il non sapere davvero dove la musica inizia e dove finisce (per riprendere qui un celebre pensiero di Vinko Globokar). Da critici, forse bisognerebbe tornare a interrogare gli artisti ponendo domande terra-terra, elementari: anche questo in parte sembra essere l'insegnamento adorniano, con buona pace di chi l'aveva posto nel severo "piedistallo" profetico e apocalittico.

Conclusa la lettura sale come un automatismo una domanda: ma perché il filosofo e sociologo Adorno si interessava così tanto di musica? Adorno, con la sua riflessione, ci ricorda implicitamente qualcosa di semplice e importante: la musica è sempre stata parte fondamentale della riflessione filosofica. Dai pitagorici a Nietzsche, passando per Leibniz o Bloch (di Carlo Migliaccio, Musica e utopia. La filosofia della musica di  Ernst Bloch), la speculazione filosofica sulla e nella musica ha significato eo ipso una parte fondante e costitutiva del percorso filosofico dell'uomo. Oggi in questa si registrano sbandamenti, divagazioni, vago entertainment e si rischia di perdere quest'unità costitutiva dell'essere umano tra filosofia e musica, una conquista antica e precoce che stiamo progressivamente smarrendo. Pensiamo anche a compositori come John Cage, all'inevitabile riflessione attorno (dentro?) al silenzio, a Luciano Berio, alle frequentazioni tra musica e teoria della Gestalt, al Wittgenstein musicale, oppure interroghiamoci sull'esistenza di una grandissima percussionista sorda come Evelyn Glennie, alla quale anche il giovane filosofo italiano Andrea Baldini ha dedicato studi pionieristici in un paper intitolato Touching the sound che mi è capitato di leggere tempo addietro, su consiglio del sempre stimolante Davide Sparti.

E allora ritorno sul binomio arte-critica sollevato in apertura, per rispondere in un sol colpo (ma c'è sempre spazio per i commenti, se vorrete) a interrogativi caduti lungo il percorso di chi vi scrive. Ci ritorno perché ci ho pensato continuamente durante tutta la lettura del quarto saggio di questo libro. Qualche volta, ad esempio, più o meno esplicitamente, mi è stato chiesto se con un blog del genere (e prima ancora con le riviste) intendevo fare giornalismo o critica. La risposta è ovviamente negativa per entrambi i casi. Del giornalismo sono sempre mancati i soldi per i quali, da quando il giornalismo esiste, il giornalismo si fa, con esiti che vanno dal deprecabile all'eccezionale. Per fare critica mi mancano invece innumerevoli (troppi) requisiti, culturali e probabilmente pure morali. Il punto non è quel che faccio io, ma la convinzione fondamentalista di molti, cioè che sia necessario schierarsi nettamente sul versante giornalistico o su quello critico, dimenticando anche ciò che comunemente finisce sotto l'etichetta di divulgazione e che è spesso la base della crescita culturale. Tale netto schieramento di campo, a mio avviso, oggi si configura impraticabile. Il buon giornalismo ha lasciato intuire enormi potenzialità, ben più incisive della critica, mentre la critica spesso si è racchiusa a guardarsi l'ombelico in cimiteri disciplinari alimentati soltanto dai lumini della "pubblichite" accademica. La questione è troppo ampia e andrebbe affrontata con una certa "tensione rilassata" di fondo, senza fondamentalismi appunto, consapevoli che il mondo non è finito il mese scorso e probabilmente non finirà domani. Finito, soprattutto in accezione diversa, estetica, è l'uomo. Anche un recente scritto di Claudio Giunta su Gianfranco Contini mi aiuta nel ragionamento e mi conforta: Contini è stato quasi certamente il critico letterario più intelligente e importante del secolo scorso, una figura capitale per la cultura italiana e non solo. Eppure non è detto che abbia necessariamente scritto le cose importanti e abbia depositato i saperi oggi irrinunciabili. Claudio Giunta riconosce ampiamente i meriti del maestro, la sua intelligenza difficilmente raggiungibile, ricordata dalle tante iniziative del 2012 appena concluso, anno del centenario della nascita. Anche chi scrive non può che silenziosamente accodarsi in questo duraturo attestato di stima intellettuale e morale. Ma allo stesso tempo, tra i primi a dimostrarlo, Giunta ha il coraggio di concedere al critico e linguista di Domodossola un'iniziale irrecuperabile distanza, consapevole e giusta, condivisibile, che gli fa concludere che "le cose di cui lui si è occupato non sono esattamente le cose che a me interessano, e che i problemi che lui si è posto – le domande che ha fatto ai libri, diciamo – non sono esattamente quelli la cui soluzione, o (meglio) la cui riformulazione a me sta a cuore." (Tra l'altro, sia detto per inciso, non dovremmo dimenticare pure l'umiltà di Contini, il suo lavoro "sporco" che l'ha portato ad essere il critico che tutti stimiamo: quanti sedicenti critici sarebbero oggi disposti a immergersi in quel lavoro? Quanti critici fondamentalisti richiamano per sé l'etichetta di critico senza un grammo di quell'immensa fatica?). Detto in altre parole, non è forse nel Breviario di ecdotica o in altri scritti continiani che rintracceremo le mosse più interessanti per raccapezzarci in questo tempo difficile. I confini sono frastagliati: abbiamo bisogno di leggere questo Adorno, abbiamo bisogno di studiare Contini e continuare a stimarlo, in tutti i sensi del verbo "stimare", abbiamo estremo bisogno di comprendere i movimenti della scienza d'oggi, come abbiamo estrema necessità di capire da dove potrebbe venire una rottura di continuità importante, che illumini un po' questo tempo e che faccia vivere anche alle intersezioni tra arte, critica, scienza e politica una nuova fiorente stagione. 

Perdonerete quest'incursione, dove ho accennato persino ai territori disordinati di questo blog. Prendetevela con Adorno. Si parva licet... Ma tutta questa tirata serviva per rispondere a domande che mi sono state poste strada facendo, in questi anni, spesi anche tra riviste e blog, per ribadire ancora una volta che i fondamentalismi non ci fanno per niente bene. E per rimediare almeno un po' vi lascio a Evelyn Glennie... o preferivate Globokar?



domenica 13 gennaio 2013

"Paesaggio e tempo" di Michael Jakob

Ripescaggi #18












----
Non ricordo bene dove uscì questa recensione. Avrete capito che non sono ordinatissimo nell'archivio dei miei file e in fin dei conti il blog è anche un tentativo di dare più ordine, un archivio pubblico e pubblicato, nella speranza che risulti talvolta utile a qualcuno e non solo agli studenti che cercano riassunti per le loro tesine (vi riconosco, anche dalle parole chiave, e da certi commenti che avete lasciato: questo non è un blog per studenti svogliati, l'avrete capito). Forse la recensione alla fine non uscì nemmeno con la rivista con cui la concordai (credo fosse "La Mosca di Milano") ed ecco che allora, per non buttar via nulla, la pubblico ora qui. Si tratta di un breve scritto su Paesaggio e tempo di Michael Jakob (Meltemi, 2009, pp. 141). Saprete che la casa editrice Meltemi purtroppo non pubblica più dal 2010, dopo sedici anni di attività in cui aveva seminato titoli e tradotto autori davvero interessanti.
----

Ecco una domanda che potrebbe gettare in confusione il lettore: quando è comparso il paesaggio? Da tempo, e in particolar modo con quest’ultima opera tradotta in italiano, a questo intrigante interrogativo prova a rispondere Michael Jakob, comparatista e teorico del paesaggio, che in tanti conosceranno per la direzione, insieme a Maura Formica, della collana “di monte in monte” della casa editrice Tararà di Verbania (La lettera del Ventoso del “Petrarca alpinista” ne costituisce ad oggi la perla più bella). Paesaggio e tempo è un’opera costantemente in movimento tra riflessione teorica, filosofica e letteraria, confronto con l’attualità e offerta di spunti visivi sui quali aggrappare una riflessione (il volume è infatti corredato di bellissime immagini funzionali al discorso dell’autore).

Per quanto concerne il primo aspetto della riflessione teorica, filosofica e letteraria sul concetto di paesaggio, Jakob si muove con la destrezza del comparatista tra la comparsa di questo in epoca ellenistica e poi romana, le alterne vicende nel Medioevo, fino al massimo splendore nell’Europa dell’Ottocento. La letteratura, i viaggi, il diffondersi delle immagini hanno portato l’idea di paesaggio ad essere il crocevia di una serie di relazioni umane, economiche e simboliche.

Oggi di paesaggio si discute molto e la legislazione si sta adoperando per la sua tutela, anche se i pericoli denunciati da Salvatore Settis nel suo fortunato Italia Spa sono a molti ben noti. Jakob affronta le minacce che incombono con la musealizzazione, la manipolazione e la virtualizzazione del nostro rapporto con la natura e il paesaggio. Non è difficile comprendere dove lo studioso voglia andare a parare: ci sono indubbiamente dei pericoli latenti e, prendendo come spunto la musealizzazione, per l’uomo della strada non è difficile notare il proliferare di aree protette che, pur sorte per nobili e talvolta benemeriti intenti, rappresentano anche lo specchio di un rapporto difficile, viziato, fors’anche malato dell’uomo con il paesaggio.

Il tempo citato nel titolo costituisce l’altra grande faccia del ragionamento di Jakob. Vi è un momento della storia in cui paesaggio e tempo diventano compagni inseparabili. Questo avviene nelle rappresentazioni del paesaggio di certa pittura e segnatamente, in seguito, nell’arte cinematografica del Ventesimo secolo. La comparsa del fattore temporale è determinante per la vita del paesaggio di oggi, per come lo conosciamo e per come lo studiamo ed è in questo frangente che l’analisi di Jakob mostra i tratti più innovativi. Tanto è fondamentale il fattore temporale che siamo arrivati a studiare certi paesaggi in funzione della mancanza o della sospensione del tempo che in questi alberga.

mercoledì 9 gennaio 2013

da "Erba di sogno" di Yvan Goll

Una poesia da #16


Traumkraut uscì postumo nel 1951 per la casa editrice Limes Verlag di Wiesbaden. L'autore, nato a Saint-Dié-des-Vosges nel 1891, era morto nel 1950 di leucemia. Einaudi lo propose nella sua collana bianca di poesia (un tempo davvero un filtro fondamentale di ciò che usciva nel mondo, oggi purtroppo irrimediabilmente perso) nel 1970, con il titolo di Erba di sogno (pp. 134, lire 1000 l'edizione da me consultata, titolo ormai irreperibile), nella traduzione di Lia Secci e con una prefazione della moglie dell'autore, Claire Goll (vero nome Claire Aischmann), sulla quale torneremo brevemente in seguito. Goll (vero nome Isaac Lang) è uno dei moltissimi ebrei messi in fuga dal nazismo. Lasciò la Germania nel 1933 e da lì inizierà una stagione di scrittura in francese che comprende anche il noto ciclo di ballate Jean Sans Terre. Il suo è un interessante caso di bilinguismo pressoché perfetto, che lo porta a bagnarsi, in pieno, in due delle fondamentali correnti della poesia europea del Novecento:  il surrealismo francese e l'espressionismo tedesco. Ed è da una poesia dalla raccolta postuma, in tedesco, che vuole passare il ricordo della sua scrittura. La raccolta Traumkraut fu spesso chiamata in causa per quel noto affaire di plagio che vide Paul Celan, suo amico, morto tra l'altro nell'anno della traduzione einaudiana, trascinato in una disputa senza vincitori né vinti dalla moglie di Goll. Lasciano sempre perplessi queste accuse di plagio orbitanti attorno alla montagna della scrittura poetica, anche perché in fondo il miglior dettato poetico è probabilmente una sorta di plagio puro divenuto irriconoscibile. Ma non è di questo che si può e deve parlare in uno spazio del genere. Chi vi scrive non ne ha certo competenze e diritto di farlo. Largo alle parole di Goll allora e alla traduzione di Lia Secci, per la quale mi tornavano in mente alcune riflessioni che Fernando Bandini consegnò a un suo brevissimo scritto dal titolo I misteri della traduzione: se l'originale non invecchia mai, una traduzione invecchia sempre e presto. In parte sembra di avvertire questo assioma anche nel pur pregevole lavoro della Secci.












GREISE

Euer nelkenfarbenes Fleisch
Das noch von mageren Vögeln zehrt
Und daran Feuer fängt

Singet langsamer ihr Greise
In dem verwandelten Wind
Und laßt die Sonne bröckeln
Zwischen den Fingern

Der blaugefiederte Schlaf
Hat Totenzähne
Und die Stimme des Kalks


VECCHI


La vostra carne color garofano
Che ancora si pasce di magri uccelli
E prende fuoco

Cantate più lenti voi vecchi
Nel vento mutato
E fate sbriciolare il sole 
Fra le dita

Il sonno piumato d'azzurro
Ha denti di morto
E la voce del calcio

sabato 5 gennaio 2013

"La poesia del giovedì" all'Osteria da Filo: Giovanni Turra

Prosegue la rassegna "La poesia del giovedì" curata da Maddalena Lotter e Giulia Rusconi. Con cadenza quindicinale l'Osteria da Filo (ex Poppa) a Venezia (Santa Croce 1539, Campo San Giacomo dall'Orio) ospiterà le voci dei poeti invitati dalle curatrici.



Giovedì 10 gennaio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 19:00
Presentazione e reading di Giovanni Turra
Al pianoforte: Sammy El Takriti
info: portalepoesie@gmail.com



Turra è nato a Mestre nel 1973 e insegna al Liceo «G. Berto» di Mogliano Veneto (TV), cittadina in cui risiede. Dopo il Dottorato conseguito in Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Ca' Foscari di Venezia è stato lì docente a contratto dall’AA 2005-06 all’AA 2009-10. In ambito critico-saggistico, è autore di alcune monografie su Luciano Cecchinel, Andrea Zanzotto, Emilio Cecchi, Francesco Biamonti. In ambito poetico, ha vinto il «Premio "Dino Menichini" città di Udine» (1997) e l’edizione 2007 del Premio Cetonaverde Poesia; ha pubblicato le raccolte Planimetrie (Castel Maggiore, Book, 1998 con una nota di Gian Mario Villalta) e Condòmini e figure, in Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano (Milano, Marcos y Marcos, 2007; introduzione di Franco Buffoni). È stato inoltre incluso nei volumi antologici L'opera comune e Transiti. Suoi testi sono apparsi su riviste specializzate italiane ed estere; su tutte: «In forma di parole», «Poesia», «Poeti e Poesia», «Atelier», «Journal of Italian Translations».













Ecco un paio di poesie dell'autore:

VENTO CATTIVO


Al primo sguardo dopo il sonno,
malcerto e come mosso
da correnti contrarie,
eccoti infine giunto al pianterreno.

Dal taglio dei libri si leva
a coltello contro i muri
quel vento cattivo.
Agita pensieri dov'erano
visioni e stanze illuminate.

E per quanto s'aprano
e sbattano i tuoi gomiti
in una pretesa parodia d'ali,
fuori ci trascina
a presumere il mondo.

(da Condòmini e figure, in Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano, Marcos y Marcos, Milano 2007)


SUPERFICI


Non c'è sguardo che fissi la mia nuca 
ma un'altra nuca ancora, 
seduti come siamo, 
lo sconosciuto e io, 
dentro il gazebo che fa vela
a Treviso, in Piazza Pola.
Impareremo a decifrare, 
immobili entrambi e premurosi, 
l'orografia dei corpi, 
le superfici vaste, 
le nostre schiene
come tabulae incisae.
Insetti ermafroditi a pelo d'acqua
che si toccano da dietro. 

(poesia vincitrice del premio CetonaVerde 2007)

martedì 1 gennaio 2013

"La casa bianca" di Herman Bang

Complice il centenario della morte, nel 2012 Iperborea ha ripreso a pubblicare i romanzi di Herman Bang con una certa regolarità. Lo scrittore danese, nato nello Jutland nel 1857 e morto negli Stati Uniti nel 1912, giaceva infatti da più anni in una trascuratezza editoriale per molti versi inspiegabile. La casa editrice specializzata nelle letterature del Nord d'Europa, guidata dalla bravissima Emilia Lodigiani, torna quindi su questo autore, dopo averne pubblicato nel 1999 I Quattro Diavoli, e facendo uscire in rapida sequenza L'ultimo viaggio di un poeta, La casa bianca e La casa grigia. Ed è del primo titolo del dittico che vorrei qui dar notizia, La casa bianca, Det hvide Hus nell'originale (pp. 144, euro 13, traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia, con una postfazione di Luca Scarlini). 

Il breve libro è allora un'opportunità per avvicinarsi ad uno scrittore al quale guardavano con attenzione Thomas Mann e Rainer Maria Rilke. Forse giova una rapida incursione pittorica e ricordare Monet che guardò a lui come precursore dello stesso Impressionismo. Ed è curioso pensare che gli stessi impressionisti siano andati a scovare i propri "precursori letterari" a nord, nel caso di questo libro nell'isola di Als, dove si trova la residenza di campagna del pastore Fritz Hvide (capite ora perché vi abbia citato anche il titolo originale), scenario delle vicende. La casa bianca è il mondo e il colore dell'infanzia, mentre la successiva casa grigia, dove è ambientata la seconda parte di questa sorta di dittico, è la casa dell'adolescenza: anche per questo motivo ha senso iniziare a leggere Bang proprio da La casa bianca. Il libro appartiene alla cornice di opere autobiografiche e legate all'infanzia. Lo scenario ozioso della casa, animata dall'anima gentile di Stella, carattere fortemente contrastante con la rigidità di Fritz, è posto in contrapposizione alla collocazione della Danimarca nel contesto bellicoso delle cosiddette guerre dello Schleswig.

Per quel che mi riguarda, avvicinare libri simili significa interrogarmi su un fatto, cioè sulla "femminilizzazione" della pratica della lettura in Italia. Mi pare sia evidente e a volte credo che la confezione dei libri lo confermi: sono principalmente le donne a leggere, a decretare il successo di un libro o di un autore. Ci si metta pure il cuore in pace e si parta a riflettere, con l'anno nuovo che inizia, anche su questo dato statistico e di genere, un dato tra l'altro noto ad ogni editore. Non sto naturalmente dicendo che gli uomini non leggono, sto affermando che senza l'apporto femminile i numeri dell'editoria sarebbero completamente diversi da quelli attuali. Questo dato ha delle ripercussioni, non è certo negativo in sé, anzi, ma invita a porsi delle domande. La stessa pregevole linea editoriale di Iperborea sembra stia lì a rimarcare questa cornice.

Tornando al nostro Herman Bang, è probabile che di lui si continui a parlare, nei grandi discorsi su dandismo e omosessualità a cavallo tra Ottocento e Novecento, delle sue esperienze con il teatro (Eleonora Duse, alle prese con Ibsen, si affidò ripetutamente a lui) e persino del suo essere quasi un regista ante litteram. La sua opera ammaliò pure Stanislavskij. Claudio Magris ne parla come del "poeta dell'inespresso". Insomma, Bang è senza dubbio una di quelle figure con le quali, a cadenze più o meno regolari, la storia delle letterature è chiamata a fare i conti. Quando capita l'occasione "comoda" e pure "breve", meglio approfittare.

(Con gli auguri di buon 2013 a tutti i lettori del blog.)