Una poesia da #26
Aprire questa antologia verso metà settimana quando mi è arrivata e trovarvi, per prima cosa, il nome di Dino Formaggio, seguito da una citazione di Auerbach perfettamente calata, lassù in cima alla breve nota di Amedeo Anelli, è stato un fattore che mi ha subito disposto positivamente. Su Formaggio, se non fosse per qualche iniziativa sporadica, è stranamente sceso il silenzio. E pensare che fino a qualche decennio fa si poteva trovare negli Oscar Mondadori un libro come L'arte come idea e come esperienza... Tempi d'Europa (La Vita Felice, pp. 144, euro 15) è un'antologia sicuramente ambiziosa, sicuramente per forze di cose e di dimensioni non approfondita sui vari autori, sicuramente nata da un taglio molto forte. E tuttavia è un'antologia pienamente conscia dei propri limiti e questo la aiuta ad essere una bella antologia. Allo stesso tempo è un progetto nel quale i curatori Lino Angiuli e Milica Marinković hanno dato una felice interpretazione di quel "melograno di lingue" (Zanzotto) che è tuttora il continente vecchio. A volte penso che in un'atmosfera poco propizia come quella degli anni tra le due guerre i poeti si preoccupassero di più e meglio di capire cosa e come si scrivesse fuori dai confini nazionali. Desolante invece oggi notare come qualche nome straniero manchi nei dibattiti e nelle presentazioni di poesia più informate. In questo libretto rosso troverete davvero poesie da tutti i paesi e anche testi delle minoranze linguistiche. Dall'inglese al gaelico irlandese, dal francese al provenzale, l’occitanico, il corso, il bretone; con lo spagnolo si può trovare l’euskera, il gallego e il catalano. Si trovano testi da Lussemburgo (a tal proposito, da Lussemburgo va segnalato il libretto di Lambert Schlechter All'opposto di ogni posto pubblicato da Interlinea), da Cipro, dalla Lettonia o dalla Bulgaria. E tutte le poesie presentano il testo italiano a sinistra. Sono in totale 42 testi provenienti da 28 paesi della Comunità Europea.
Simili volumi diventano utili perché, almeno nel mio caso, possono diventare il primo gradino verso una nuova lettura. E in fondo è anche questo il loro senso. Meglio ancora se diventano il primo gradino verso una nuova traduzione più ampia. Scegliere ora un testo da un'antologia così concepita e che nasce e si rafforza nella compresenza di lingue e paesi sembra davvero una mancanza di rispetto verso il criterio che l'ha informata. Eppure mi congedo con una poesia scelta naturalmente secondo una logica pretestuosa, così come è pretestuosa e riuscita la logica alla Northrop Frye adottata dai curatori di "compilazione per stagioni" dell'antologia, divisa in quattro parti e anticipata dalla poesia di Francis Jammes intitolata proprio Les quatre saisons quindi aperta davvero con la celebre La primavera hitleriana di Montale. Ma per finire, io mi sposto nell'inverno, nel quale siamo ormai dentro, verso il Baltico, in Estonia, con Doris Kareva tradotta da Piera Mattei.
Aspra e avara è la luce nordica.
Slitte trascinate in pesante oscurità,
gufi e lupi che restano all’erta.
Il Mondo digrigna i denti.
Non so, non riesco a far fronte qui,
mi gelo nella stretta della storia.
Tutti i confini sono incatenati,
ogni storia è sigillata.
Ciò di cui sto parlando è
la danza del granello di polvere
nel sole incommensurabile.
Karm, napp on põhjamaa valgus.
Rege veavad siin rasked varjud,
valvavad öökullid, hundid.
Sõna krigiseb hammaste all.
Ma ei tea, ma ei oska siin olla,
ma külmetan ajaloo käes.
Kõik piirid on puurid,
iga lugu on lukus.
Millest mina räägin, on
tolmukübeme tants
põhjatus päikeses.
(Un bell'approfondimento a cura di Piera Mattei si trova come PDF qui.)
sabato 14 dicembre 2013
"Tempi d'Europa". Una bella antologia poetica
On parle de:
Amedeo Anelli,
Dino Formaggio,
Doris Kareva,
La Vita Felice,
Lino Angiuli,
Milica Marinković,
Piera Mattei,
Tempi d'Europa
giovedì 12 dicembre 2013
Vanni Codeluppi e il bio-capitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni (una vecchia intervista)
Ripescaggi #29
Una traccia jolly delle maestre delle elementari iniziava circa così: "Frugando in un vecchio cassonetto hai trovato...". Il mio "vecchio cassonetto" è un disco esterno da 500 gigabyte e ogni tanto, quando voglio pescare qualche contenuto per i blog senza fare troppa fatica, vado in cerca lì dentro. Ormai sto raschiando il fondo di questo disco, ma ancora riesco a trovare qualcosa. Ripesco questi "vecchi contenuti" per risparmiare tempo, per variare il passo altrimenti mi annoio e perché non tutto mi sembra soffra il passaggio del tempo (alcune cose che feci davvero lo soffrono e talvolta sorrido, altre cose mi pare tengano un po' di più). Prendo ad esempio questa intervista che feci al sociologo dei consumi Vanni Codeluppi per la rivista "Che Libri" nel momento dell'uscita del suo saggio Il bio-capitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni (Bollati Boringhieri, 2008, pp. 128, euro 11,50). I temi introdotti dal saggio e la stessa parola-neologismo "bio-capitalismo" mi appaiano ancora degni di attenzione. Potete leggere l'intervista nelle due paginette pdf di questo link del sito di Bollati Boringhieri. Sono degni di nota gli altri volumi di questo studioso, in particolar modo proprio quelli in catalogo Bollati Boringhier (penso ad esempio ad un libro come La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società).
Una traccia jolly delle maestre delle elementari iniziava circa così: "Frugando in un vecchio cassonetto hai trovato...". Il mio "vecchio cassonetto" è un disco esterno da 500 gigabyte e ogni tanto, quando voglio pescare qualche contenuto per i blog senza fare troppa fatica, vado in cerca lì dentro. Ormai sto raschiando il fondo di questo disco, ma ancora riesco a trovare qualcosa. Ripesco questi "vecchi contenuti" per risparmiare tempo, per variare il passo altrimenti mi annoio e perché non tutto mi sembra soffra il passaggio del tempo (alcune cose che feci davvero lo soffrono e talvolta sorrido, altre cose mi pare tengano un po' di più). Prendo ad esempio questa intervista che feci al sociologo dei consumi Vanni Codeluppi per la rivista "Che Libri" nel momento dell'uscita del suo saggio Il bio-capitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni (Bollati Boringhieri, 2008, pp. 128, euro 11,50). I temi introdotti dal saggio e la stessa parola-neologismo "bio-capitalismo" mi appaiano ancora degni di attenzione. Potete leggere l'intervista nelle due paginette pdf di questo link del sito di Bollati Boringhieri. Sono degni di nota gli altri volumi di questo studioso, in particolar modo proprio quelli in catalogo Bollati Boringhier (penso ad esempio ad un libro come La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società).
On parle de:
Bollati Boringhieri,
Il bio-capitalismo,
Intervista,
Vanni Codeluppi
martedì 10 dicembre 2013
Le poesie di Andrea Longega a Ca' dei Ricchi a Treviso per "TRAversi 2"
Venerdì 13 dicembre 2013 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi 2" - a cura di Marco Scarpa
con Andrea Longega
Ascoltare le poesie di Andrea Longega è sempre bello. Mi è capitato già due volte quest'anno e quest'autore veneziano, una vera e propria pertica, sa come crear silenzio con la lettura e far persino, talvolta, sorridere. Ma non si tratta del solito sorriso amaro e non è nemmeno un sorriso portato dallo sciabordio del suo dialetto lagunare. Provate ad ascoltarlo e magari mi direte. I suoi libri sono Ponte de mezo (2002, Campanotto), Fiori nòvi (2004, Lietocolle), El tempo de i basi (2009, edizioni d'if), Finío de zogàr (2012, Il ponte del sale) fino al recente, bellissimo, Caterina (come le cóe dei cardelini) (2013, Edizioni L'Obliquo), tutto scritto in "soggettiva" comico-struggente da una cameriera di un grande albergo di Venezia, scelta che potrebbe ricordare anche quella di Mazzacurati nel film Sei Venezia. Nella prima parte della serata assisterete alla presentazione e al reading, mentre nella seconda ci sarà spazio per il ricordo e le letture delle poesie di un poeta del Novecento (per questo incontro Andrea Longega ha scelto le poesie di Antonia Pozzi che usciranno dalla voce di Maria Rosa Maniscalco).
Da Caterina (come le cóe dei cardelini)
Dentro sta aqua so nata
e dentro sta aqua morirò.
Semo lontre nuialtri venessiani
semo rane, e no sténe creder
co se lagnemo de l’aqua che cresse,
co le fondamenta va soto
co va soto le cali
dentro quel aqua se impianta
le nostre raìse
e co serve come i sorzi trovémo
sempre na pièra più alta, na sfésa
che ne salva.
Dentro quest’acqua sono nata | e dentro quest’acqua morirò. | Siamo lontre noi veneziani | siamo rane, e non credeteci | quando ci lamentiamo dell’acqua che sale, | quando le fondamenta affondano | quando affondano le calli | dentro quell’acqua si piantano | le nostre radici | e quando serve come topi troviamo | sempre una pietra più alta, una fessura | che ci salva.
Questo è un altro link dove potete leggere poesie tratte da Finío de zogàr mentre qui troverete alcuni testi presi da El tempo de i basi.
domenica 8 dicembre 2013
"L'infanzia di Gesù" secondo Coetzee
©overtures #4
Stavolta torno a soffermarmi su alcuni aspetti tecnici, quali la copertina ad esempio. Anzi, partiamo con le copertine. (Mi piace notare come mutano le copertine degli stessi titoli da paese a paese o da edizione a edizione, magari nel passaggio da hardcover a paperback.) Prendete la prima della colonna accanto, oppure la seconda giocata sul gigantismo della parola "Jesus" e poi quella della Kindle edition del libro dove compare quel bambino con gli occhialoni che poi ritorna su sfondo bianco nell'edizione Einaudi (mio figlio più piccolo, 16 mesi, l'ha scambiato per suo fratello, che è solito travestirsi con mantello e occhiali e ora sta tempestando di baci la bianca sovracoperta del volume).
Già, gli occhiali. In attesa dei Google Glasses, forse è una scelta pure azzeccata. Torniamo ora per un attimo al testo presente nel sito dell'editore (il corsivo è mio):
"Un uomo e un bambino sbarcano in una città misteriosa, parlano una lingua che non è la loro e non ricordano nulla delle vite precedenti. L'unica cosa che l'uomo sa è che deve prendersi cura di questo bambino eccezionale - capriccioso, dolce, capace di guardare la realtà con occhi scandalosamente nuovi - e aiutarlo a ricongiungersi con la madre. L'infanzia di Gesú è il libro piú misterioso e affascinante del premio Nobel J. M. Coetzee. Eppure è anche il racconto piú semplice di tutti: quello dell'amore di un «padre» per un «figlio» che ha la grandezza e la forza di ridefinire il mondo." Le parole "padre" e "figlio" stanno tra virgolette perché tra i due non c'è vera parentela. Si sono trovati salvi dopo un naufragio, a Novilla, e ora lui vuole aiutare il bambino a trovare sua madre, nonostante il naufragio abbia fatto smarrire tutti i documenti. La storia, nel suo procedere, ci ricorda da vicino quelle storie che accadono in posti dai contorni non ben definiti, posti però dove accadono cose del tutto normali come la vita di carico/scarico di un porto, il gioco del tennis e del calcio, il sesso, l'intasamento di water (bellissimo quel capitolo). Si fa naturalmente il nome di Kafka da qualche parte, nei paratesti. Eppure c'è qualcosa che ci sfugge continuamente in questa che non sappiamo se definire parabola o allegoria. Coetzee fa abilmente metaletteratura raffinata quando l'uomo e il bambino sono alle prese con il Don Chisciotte e forse proprio in questa citazione sta una chiave importante per noi lettori.
Torniamo però alla copertina. Come con i film che riprendono un'opera letteraria, anche con le copertine sarebbe interessante fare un test e capire che se la nostra immaginazione di lettori ha subito contraccolpi alla visione antecedente di un'immagine che intende probabilmente rappresentare in anticipo il personaggio principale di un'opera. Se lasciamo il titolo vivere da solo con l'immagine sembra quasi che questa copertina ci proponga un inedito Gesù, travestito, in panneggi ultramoderni. Tutte queste mie circonvoluzioni partite attorno a una semplice copertina mi hanno fatto inizialmente pensare di essere un po' tocco o quantomeno esagerato. Poi ho trovato questo video girato all'Università di Città del Capo dove Coetzee, in un inglese che si riesce a seguire agilmente, parla del suo libro e di una sua idea proprio in merito alla copertina e al titolo, che naturalmente non ha trovato il favore delle prassi dell'industria editoriale. Inutile dire che ho tirato un sospiro di sollievo. Resterò tocco, ma forse non esagerato.
"I had hoped that the book would appear with a blank cover and a blank title page so that only after the last page had been read would the reader meet the title, namely The Childhood of Jesus. But in the publishing industry as it is at present that is not allowed."
On parle de:
Covertures,
Einaudi,
J.M. Coetzee,
L'infanzia di Gesù,
Maria Baiocchi
giovedì 5 dicembre 2013
"Il dio delle zecche" di Danilo Dolci (e dei Massimo Volume)
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #18
Una poesia da #25
I Massimo Volume, a distanza di tre anni dal precedente album Cattive abitudini, sono usciti con Aspettando i barbari, disco molto diverso dal precedente, sotto ogni angolatura. Come però spesso accade, si sono divertiti in rimandi letterari e artistici (molto John Cage in questo disco, ad esempio). Per chi non conosce la band, dico che si tratta di rimandi mai scontati e mai pesanti, che amplificano le potenzialità dei testi e della loro musica, creando spesso cortocircuiti impensati tra testo e musica. Cito appositamente anche la loro musica perché troppo spesso questa passa in secondo piano rispetto ai testi e al "cantato" di Emidio Clementi. Credo invece che Egle Sommacal (chitarre) e Vittoria Burattini (batteria) siano dall'inizio, vent'anni fa ormai, l'asse fondamentale della miscela che fa amare o detestare questa formazione. Accennavo ai rimandi. Emidio Clementi, bassista e voce, è tra l'altro autore di non poche prove di narrativa, uscite anche per editori importanti. La globalità dei testi di Aspettando i barbari m'ha riportato però alla mente quello che scriveva Claudio Piersanti nella prefazione al primo lontano libro di Clementi, Gara di resistenza, edito da Gamberetti (l'editore non c'è più ma il libro sembra disponibile ancora su Ibs.it). Scriveva che c'è "...un'atmosfera ricorrente, una sensazione: dev'essere già successo qualcosa, da queste parti. Di solito si scrivono cose che raccontano momenti cruciali, più o meno eroici... L’originalità di Clementi sta proprio nel rendere conto del 'dopo'.” Ho ritrovato questa felice intuizione "del dopo", nonostante il titolo sembri stazionare su un "prima". L'attesa, appunto.
Tornando ai rimandi "libreschi", se nell'album Lungo i bordi la band riabilitava l'Emanuel Carnevali de Il primo dio o il Drieu La Rochelle di Fuoco fatuo, in Cattive abitudini aprivano con un brano intitolato semplicemente "Robert Lowell". Ora questo nuovo disco, il cui titolo tra l'altro rimanda a un noto romanzo di Coetzee, si apre con un testo tratto da Il dio delle zecche di Danilo Dolci (Mondadori, 1976, pp. XII + 182, fuori commercio). Chissà che una volta tanto la musica aiuti a riportare a galla un libro non più ristampato da Mondadori e appartenente a un autore che è invece bene continuare a leggere, nella breve e lunga distanza. Se oggi volete leggere Danilo Dolci, la cosa più facile è cercare nel catalogo di Sellerio, dove la poesia è però sostanzialmente assente.
DIO DELLE ZECCHE
(di Danilo Dolci)
Vince chi resiste alla nausea
chi perde meno
chi non ha da perdere
vince chi resiste
alla tentazione
tentazione di evadere
vince chi resiste
alle tentazioni
chi cerca di non smarrire
il senso
la direzione
vince chi non si illude
noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci
la moda di esibirsi travestiti
da operai
la moda di fumare
la moda di sparare o non sparare
la moda di spararsi
noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci
più confortevole inselvarsi
appiattandosi zecca
Ed ecco qui il brano dei Massimo Volume. La copertina del disco che vedete sotto nel video è dell'artista newyorkese Ryan Mendoza, a Bologna con una personale proprio in questi giorni.
Una poesia da #25
I Massimo Volume, a distanza di tre anni dal precedente album Cattive abitudini, sono usciti con Aspettando i barbari, disco molto diverso dal precedente, sotto ogni angolatura. Come però spesso accade, si sono divertiti in rimandi letterari e artistici (molto John Cage in questo disco, ad esempio). Per chi non conosce la band, dico che si tratta di rimandi mai scontati e mai pesanti, che amplificano le potenzialità dei testi e della loro musica, creando spesso cortocircuiti impensati tra testo e musica. Cito appositamente anche la loro musica perché troppo spesso questa passa in secondo piano rispetto ai testi e al "cantato" di Emidio Clementi. Credo invece che Egle Sommacal (chitarre) e Vittoria Burattini (batteria) siano dall'inizio, vent'anni fa ormai, l'asse fondamentale della miscela che fa amare o detestare questa formazione. Accennavo ai rimandi. Emidio Clementi, bassista e voce, è tra l'altro autore di non poche prove di narrativa, uscite anche per editori importanti. La globalità dei testi di Aspettando i barbari m'ha riportato però alla mente quello che scriveva Claudio Piersanti nella prefazione al primo lontano libro di Clementi, Gara di resistenza, edito da Gamberetti (l'editore non c'è più ma il libro sembra disponibile ancora su Ibs.it). Scriveva che c'è "...un'atmosfera ricorrente, una sensazione: dev'essere già successo qualcosa, da queste parti. Di solito si scrivono cose che raccontano momenti cruciali, più o meno eroici... L’originalità di Clementi sta proprio nel rendere conto del 'dopo'.” Ho ritrovato questa felice intuizione "del dopo", nonostante il titolo sembri stazionare su un "prima". L'attesa, appunto.Tornando ai rimandi "libreschi", se nell'album Lungo i bordi la band riabilitava l'Emanuel Carnevali de Il primo dio o il Drieu La Rochelle di Fuoco fatuo, in Cattive abitudini aprivano con un brano intitolato semplicemente "Robert Lowell". Ora questo nuovo disco, il cui titolo tra l'altro rimanda a un noto romanzo di Coetzee, si apre con un testo tratto da Il dio delle zecche di Danilo Dolci (Mondadori, 1976, pp. XII + 182, fuori commercio). Chissà che una volta tanto la musica aiuti a riportare a galla un libro non più ristampato da Mondadori e appartenente a un autore che è invece bene continuare a leggere, nella breve e lunga distanza. Se oggi volete leggere Danilo Dolci, la cosa più facile è cercare nel catalogo di Sellerio, dove la poesia è però sostanzialmente assente.
DIO DELLE ZECCHE
(di Danilo Dolci)
Vince chi resiste alla nausea
chi perde meno
chi non ha da perdere
vince chi resiste
alla tentazione
tentazione di evadere
vince chi resiste
alle tentazioni
chi cerca di non smarrire
il senso
la direzione
vince chi non si illude
noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci
la moda di esibirsi travestiti
da operai
la moda di fumare
la moda di sparare o non sparare
la moda di spararsi
noi che accendiamo lumi,
per nasconderci le luci
più confortevole inselvarsi
appiattandosi zecca
Ed ecco qui il brano dei Massimo Volume. La copertina del disco che vedete sotto nel video è dell'artista newyorkese Ryan Mendoza, a Bologna con una personale proprio in questi giorni.
martedì 3 dicembre 2013
"Per restare fedeli". La poesia di Stefano Raimondi
Librobreve intervista #31
C'è l'impressione che Transeuropa si sia un po' persa per la via. Del resto i tempi sono difficili per ogni azienda, figuriamoci in editoria. Il fatto è che fino a poco tempo fa questa casa editrice di Massa dava l'idea di poter diventare un punto di riferimento per la poesia in Italia, capace di coprire con un bel progetto e un promettente catalogo quello spazietto che le due collane poetiche maggiori, di Mondadori e Einaudi, occupano più che altro per rendita di posizione, quasi svogliatamente, per heritage più che per reale convinzione o "missione". L'impressione che l'editore promettente abbia mostrato difficoltà, soprattutto nella distribuzione e nella promozione, rimanendo invece assai invitante nelle scelte editoriali, non è soltanto mia. Ovviamente, chiunque abbia a cuore la ricerca poetica spera che simili impressioni, giustificate però da difficoltà oggettive a reperire tanti titoli (è la personale esperienza), non siano del tutto vere e che si tratti solo di una fase, tra l'altro comune a tanti soggetti impegnati nell'editoria. Se le impressioni però fossero corrispondenti al vero, sarebbe un peccato perché alcuni titoli di questa casa editrice, transitati anche in questo blog, sono davvero tra i più validi degli ultimi anni ed il merito va probabilmente ascritto al comitato editoriale operante in seno alla casa editrice. Ed è anche il caso di Per restare fedeli (pp. 96, euro 9,90), il libro di Stefano Raimondi del quale colloquio nelle righe che seguono con l'autore, fresco di importanti riconoscimenti e prossimo alla finale del Premio "Città di Fabriano", che si terrà il prossimo sabato 7 dicembre.


LB: Fammi partire dal titolo, che poi è sempre un asse(t) fondamentale di un libro. Ci racconti dove nasce questo titolo intrigante?
RISPOSTA: Ogni titolo è davvero un calco riassuntivo della storie che nel libro vengono raccontate e lascia sempre quell'orizzonte d'attesa a sollecitare la curiosità e l'attenzione di chi ha scelto di seguirne il destino. “Per restare fedeli" è un verso del mio poema, è un passo che ritengo essere l'insieme di due parole fondamentali: “Restare” nonostante tutto e nonostante il tutto e “fedeli” che dice il gesto, l'intenzione di un rapporto, di una relazione. Questo è un libro di fedeltà e d'abbandono e proprio su questo “chiasmo”, che la scelta diventa ancora più radicale, importante. Per restare fedeli è un titolo nato per farsi capire e per farsi intendere. Qui inoltre c'è anche un riferimento alla fedeltà a se stessi e alle proprie scelte, perché solo da questo calco iniziale, si può incominciare a “restare fedeli” a chi saprà condividere con te una reale progettualità esistenziale e non solo.
LB: Nella tua nota ci sono pochi cenni sulla genesi di questo libro di poesia. Quale arco di scrittura prende quest'ultimo libro e quali le motivazioni più profonde (se si può parlare di "motivazioni" in poesia)?
RISPOSTA: Il testo è stato scritto più di dieci anni fa. Il suo inizio è databile intorno al 2001 e precisamente in seguito ai fatti sconvolgenti di Genova. Per restare fedeli nasce dunque proprio da un cortocircuito storico-emotivo che mi ha colto durante quegli anni. Un lungo rapporto amoroso finito e lo scoppio delle guerre e delle rivolte che ho sentito come il riverbero/riflesso della mia situazione interiore. Due guerre: una privata e l'altra storica/epocale. Gli eventi di Genova, la caduta delle torre gemelle e lo scoppio della guerra d'Iraq, sono stati qui i puntelli che hanno incardinato il mio sentire dentro una narrazione dialogica e bifronte. Le guerre e il loro continuo disamore e, di rimando, l'amore con la sua guerra e le sue morti, le sue uccisioni sono le vie sulle quali ho progettato la scrittura di questa raccolta. Da entrambi si esce per speranza e con la voglia di rimediare ai torti subiti, ai dolori patiti. Ma se nel primo caso è la fortuna a farci restare in vita, nel secondo caso è solo lo scambio autentico con la persona amata, a portare provviste per il “dopo”, o meglio, anche per il “dopo”. Le motivazioni interiori plasmano ogni cosa mentre sono le progettualità artistiche – le poetiche – a definire nell'opera il suo perimetro: lo spazio per l'affondo etico. Ogni parola in poesia pone l'attesa del vero.
LB: Torna la guerra protagonista e penso anche al tutto sommato recente Guerra di Franco Buffoni. Ma Buffoni non è l'unico. Ci racconti meglio che territorio occupa la guerra (le guerre) nella tua scrittura poetica?
RISPOSTA: La guerra è per me un racconto continuo. Le guerre sono anche le parole tolte alle narrazioni: parole tolte male. Ma proprio per il fatto di raccontarle si presume di esserne scampati, sopravvissuti. Per fortuna non ho mai vissuto una guerra reale e non me lo auguro proprio, ma ciò che mi rende vicino empaticamente ad una guerra svolta nel mio tempo, nella mia epoca è il dolore della fatica e della fame che mi vengono incontro per farsi interpretare/sentire. Non ci sono guerre lontane. La “guerra” dovunque essa sia ci riguarda sempre! Io sono della generazioni di chi ha avuto i genitori nati e cresciuti sotto le bombe della seconda guerra mondiale; genitori e conoscenti che hanno passato ore e giorni nei rifugi, scampando ai bombardamenti in una città (Milano) che, a differenza della campagna, diventò una vera trappola per topi. Nelle città la guerra - mi diceva mio padre - la sentivi sulla testa e tra un bombardamento e l'altro si pregava di essere risparmiati. Ma era soprattutto la miseria e la fame a mietere più vittime, a fare del proprio vivere un'elemosina. La raccolta delle provviste era un esporsi reale e pericoloso e poter mangiare qualcosa ogni giorno era un'ossessione/desiderio che deflagrava più che le bombe. I racconti fatti dai miei, sono stati una storia reale che ho assunto come verità e spavento: come vita. La guerra detta da loro è stata la guerra capita da me!
Ogni guerra fa stragi e porta a degli stravolgimenti che nessuno può prevedere e le soluzioni di sopravvivenza delle persone si fanno estreme e decisive, nelle vite messe a prestito in quel tempo. Ho ascoltato la storia della fame e delle fughe, facendomi l'idea di una città distrutta fino alle cantine. Nel mio libro ci sono molto riferimenti ai rifugi e alla paura del buio illuminato solo da una fioca lampadina (come l'immagine perfetta ed essenziale che compare sulla copertina del mio libro), che dondola sulle facce di tutti , tra la paura di chi stava seduto ad aspettare che i caccia bombardieri finivano di mordere il cielo. Questi racconti , questa memoria/esistenza si è sovrapposta/sovrimpressionata alle notizie che leggevo quotidianamente dai giornali durante la seconda guerra del Golfo e la cronaca si intrecciava anche alla mia solitaria e privata guerra interiore: storia con la “S” maiuscola insieme alla storia con la “s” minuscola . È stato davvero un cortocircuito questo poema, un autentico lavorio di sovrimpressioni.
RISPOSTA: Ogni titolo è davvero un calco riassuntivo della storie che nel libro vengono raccontate e lascia sempre quell'orizzonte d'attesa a sollecitare la curiosità e l'attenzione di chi ha scelto di seguirne il destino. “Per restare fedeli" è un verso del mio poema, è un passo che ritengo essere l'insieme di due parole fondamentali: “Restare” nonostante tutto e nonostante il tutto e “fedeli” che dice il gesto, l'intenzione di un rapporto, di una relazione. Questo è un libro di fedeltà e d'abbandono e proprio su questo “chiasmo”, che la scelta diventa ancora più radicale, importante. Per restare fedeli è un titolo nato per farsi capire e per farsi intendere. Qui inoltre c'è anche un riferimento alla fedeltà a se stessi e alle proprie scelte, perché solo da questo calco iniziale, si può incominciare a “restare fedeli” a chi saprà condividere con te una reale progettualità esistenziale e non solo.
LB: Nella tua nota ci sono pochi cenni sulla genesi di questo libro di poesia. Quale arco di scrittura prende quest'ultimo libro e quali le motivazioni più profonde (se si può parlare di "motivazioni" in poesia)?
RISPOSTA: Il testo è stato scritto più di dieci anni fa. Il suo inizio è databile intorno al 2001 e precisamente in seguito ai fatti sconvolgenti di Genova. Per restare fedeli nasce dunque proprio da un cortocircuito storico-emotivo che mi ha colto durante quegli anni. Un lungo rapporto amoroso finito e lo scoppio delle guerre e delle rivolte che ho sentito come il riverbero/riflesso della mia situazione interiore. Due guerre: una privata e l'altra storica/epocale. Gli eventi di Genova, la caduta delle torre gemelle e lo scoppio della guerra d'Iraq, sono stati qui i puntelli che hanno incardinato il mio sentire dentro una narrazione dialogica e bifronte. Le guerre e il loro continuo disamore e, di rimando, l'amore con la sua guerra e le sue morti, le sue uccisioni sono le vie sulle quali ho progettato la scrittura di questa raccolta. Da entrambi si esce per speranza e con la voglia di rimediare ai torti subiti, ai dolori patiti. Ma se nel primo caso è la fortuna a farci restare in vita, nel secondo caso è solo lo scambio autentico con la persona amata, a portare provviste per il “dopo”, o meglio, anche per il “dopo”. Le motivazioni interiori plasmano ogni cosa mentre sono le progettualità artistiche – le poetiche – a definire nell'opera il suo perimetro: lo spazio per l'affondo etico. Ogni parola in poesia pone l'attesa del vero.
LB: Torna la guerra protagonista e penso anche al tutto sommato recente Guerra di Franco Buffoni. Ma Buffoni non è l'unico. Ci racconti meglio che territorio occupa la guerra (le guerre) nella tua scrittura poetica?
RISPOSTA: La guerra è per me un racconto continuo. Le guerre sono anche le parole tolte alle narrazioni: parole tolte male. Ma proprio per il fatto di raccontarle si presume di esserne scampati, sopravvissuti. Per fortuna non ho mai vissuto una guerra reale e non me lo auguro proprio, ma ciò che mi rende vicino empaticamente ad una guerra svolta nel mio tempo, nella mia epoca è il dolore della fatica e della fame che mi vengono incontro per farsi interpretare/sentire. Non ci sono guerre lontane. La “guerra” dovunque essa sia ci riguarda sempre! Io sono della generazioni di chi ha avuto i genitori nati e cresciuti sotto le bombe della seconda guerra mondiale; genitori e conoscenti che hanno passato ore e giorni nei rifugi, scampando ai bombardamenti in una città (Milano) che, a differenza della campagna, diventò una vera trappola per topi. Nelle città la guerra - mi diceva mio padre - la sentivi sulla testa e tra un bombardamento e l'altro si pregava di essere risparmiati. Ma era soprattutto la miseria e la fame a mietere più vittime, a fare del proprio vivere un'elemosina. La raccolta delle provviste era un esporsi reale e pericoloso e poter mangiare qualcosa ogni giorno era un'ossessione/desiderio che deflagrava più che le bombe. I racconti fatti dai miei, sono stati una storia reale che ho assunto come verità e spavento: come vita. La guerra detta da loro è stata la guerra capita da me!
Ogni guerra fa stragi e porta a degli stravolgimenti che nessuno può prevedere e le soluzioni di sopravvivenza delle persone si fanno estreme e decisive, nelle vite messe a prestito in quel tempo. Ho ascoltato la storia della fame e delle fughe, facendomi l'idea di una città distrutta fino alle cantine. Nel mio libro ci sono molto riferimenti ai rifugi e alla paura del buio illuminato solo da una fioca lampadina (come l'immagine perfetta ed essenziale che compare sulla copertina del mio libro), che dondola sulle facce di tutti , tra la paura di chi stava seduto ad aspettare che i caccia bombardieri finivano di mordere il cielo. Questi racconti , questa memoria/esistenza si è sovrapposta/sovrimpressionata alle notizie che leggevo quotidianamente dai giornali durante la seconda guerra del Golfo e la cronaca si intrecciava anche alla mia solitaria e privata guerra interiore: storia con la “S” maiuscola insieme alla storia con la “s” minuscola . È stato davvero un cortocircuito questo poema, un autentico lavorio di sovrimpressioni.
LB: Il binomio poesia-storia sembra più forte che mai. Penso anche ad un altro libro uscito per Transeuropa come Il noto, il nuovo di Giovanna Frene. Ma ci sono tanti altri libri che negli ultimi tempi sono tornati a scontrarsi/confrontarsi con questo binomio, che poi rimanda direttamente alla poesia come "forma di storiografia possibile". In Italia ma anche fuori dall'Italia. Che cosa pensi a riguardo?
RISPOSTA: Il binomio poesia e storia è una condizione naturale della poesia stessa. La Storia è la macrostruttura delle storie (quelle di tutti) e in questa relazione continua, la parola poetica diventa sismografica, tracciante, percettiva. La poesia è fatta di esperienze e dove le vite vanno ad intrecciarsi con i giorni, le opere diventano una testimonianza evidente del proprio agire, del proprio volere. La Storia è un racconto e la poesia una sua cifra. Non penso che la poesia possa essere civile solo come “genere”. Ogni poesia è civile perché politica in quanto portatrice dell'evento persona. Il rapporto poesia e Storia è dunque una condizione dello scrivere e di chi usa le parole per “dire” la sua possibilità d'esistere.
LB: Il tuo libro mi sembra un interessante banco di prova e sperimentazione per i rapporti tra testo e paratesti e tra poesia e prosa poetica. Come ti sei mosso nella scrittura in merito a questi vertici di un ipotetico perimetro di scrittura?
RISPOSTA: Sì questa raccolta ha un banco di lavoro molto ampio e molto vissuto. Ho voluto infatti tenere aperti due registri: poesia e cronaca. Soprattutto nella sezione centrale di “Blog out”, si possono notare come i brani dei quotidiani, letti in quei giorni di battaglia, siano divenuti i versi proemiali che solitamente abitano la mia scrittura poetica e che graficamente sono sempre posti in alto a destra, scritti in un corpo minore rispetto al testo centrale. Sono brani che innescano una situazione e propongono un legame con il resto che accade nel corpo centrale della pagina. Sono rimandi ma anche reali “immagini” di realtà che dialogano per rarefazione. Li intendo anche come “microfilmati” che si propongono come avvio a qualcosa che deve accadere, una sorta di prima intuizione. Ho ritagliato e sottolineato pagine e pagine in quei giorni, archiviandole, selezionando poi i dettagli che maggiormente sentivo capaci di racchiuderne gli eventi, ma anche le singole inquadrature. Questo modo di procedere, questo “montaggio” filmico dei testi è per me essenziale. Mi piace infatti affermare che io “giro” poesie più che scriverle. Il lavoro del montaggio ha per me la stessa importanza che il lavoro della gettata creativa. Jean-Luc Godard è un maestro per me in poesia quanto Giuseppe Ungaretti o Paul Celan.
Per quanto riguarda invece la comparsa di inserti di prosa poetica anche questa modalità è frutto di una “fucina” arredata nel tempo. La prosa poetica aveva già avuto una sua piccola apparizione nella raccolta d'esordio La città dell'orto (Casagrande, 2002) e poi più estesamente in Il mare dietro l'autostrada (Lietocolle, 2005), fino a concretizzarsi realmente come progetto scritturale, nella raccolta Interni con finestre (La Vita Felice, 2009). E' stato dunque un lento apprendistato e un pacato modo d'ascoltare questa particolare “misura” che, nella brevità ha la sua forza e nel ritmo il suo tono e la sua sostanza. Ho sempre pensato di non essere in grado di scrivere un romanzo e gli incipit mi hanno sempre invece molto affascinato. Ma il mio fiato è corto ed ogni tentativo di proseguire oltre “l'inizio” ha sempre dato scarsi risultati. Dunque la misura della piccola prosa poetica è la distanza massima che posso percorrere e da qui il tentativo di “dire” - nella tensione del “togliere” più che dell'aggiungere - ha realizzato in me la strada per questa scrittura ibrida e sincopata. La poesia resta a fare da partitura ritmica là dove la necessità di narrazione si fa prepotente e necessaria.
LB: Per concludere vorrei chiederti se sta accadendo qualcosa di importante e significativo attorno a questa tua ultima uscita poetica. Grazie.
RISPOSTA: Non so cosa sia importante realmente per la poesia, se non il fatto emblematico della sua resistenza come linguaggio. Attorno poi alla mia ultima raccolta si sono mosse risposte e ritorni davvero interessanti e, non in ultimo, premiazioni che mi hanno rallegrato. Ho partecipato e vinto al premio Marazza e ora sono in finale al Fabriano, dopo essere stato tra i finalisti del Fogazzaro e del Maconi. Vedremo cosa mi riserverà ancora il 2013.
Comunque sia se qualcosa di importante deve accadere intorno a un nuovo libro di poesia è sempre la sua relazione/reazione con il mondo e con la gente che ti sceglie per passare con te del tempo: il suo tempo! Questo è per me una grande cosa: il tempo dedicato. Bisogna sempre essere Ospiti e Ospitali in poesia!
RISPOSTA: Il binomio poesia e storia è una condizione naturale della poesia stessa. La Storia è la macrostruttura delle storie (quelle di tutti) e in questa relazione continua, la parola poetica diventa sismografica, tracciante, percettiva. La poesia è fatta di esperienze e dove le vite vanno ad intrecciarsi con i giorni, le opere diventano una testimonianza evidente del proprio agire, del proprio volere. La Storia è un racconto e la poesia una sua cifra. Non penso che la poesia possa essere civile solo come “genere”. Ogni poesia è civile perché politica in quanto portatrice dell'evento persona. Il rapporto poesia e Storia è dunque una condizione dello scrivere e di chi usa le parole per “dire” la sua possibilità d'esistere.
LB: Il tuo libro mi sembra un interessante banco di prova e sperimentazione per i rapporti tra testo e paratesti e tra poesia e prosa poetica. Come ti sei mosso nella scrittura in merito a questi vertici di un ipotetico perimetro di scrittura?
RISPOSTA: Sì questa raccolta ha un banco di lavoro molto ampio e molto vissuto. Ho voluto infatti tenere aperti due registri: poesia e cronaca. Soprattutto nella sezione centrale di “Blog out”, si possono notare come i brani dei quotidiani, letti in quei giorni di battaglia, siano divenuti i versi proemiali che solitamente abitano la mia scrittura poetica e che graficamente sono sempre posti in alto a destra, scritti in un corpo minore rispetto al testo centrale. Sono brani che innescano una situazione e propongono un legame con il resto che accade nel corpo centrale della pagina. Sono rimandi ma anche reali “immagini” di realtà che dialogano per rarefazione. Li intendo anche come “microfilmati” che si propongono come avvio a qualcosa che deve accadere, una sorta di prima intuizione. Ho ritagliato e sottolineato pagine e pagine in quei giorni, archiviandole, selezionando poi i dettagli che maggiormente sentivo capaci di racchiuderne gli eventi, ma anche le singole inquadrature. Questo modo di procedere, questo “montaggio” filmico dei testi è per me essenziale. Mi piace infatti affermare che io “giro” poesie più che scriverle. Il lavoro del montaggio ha per me la stessa importanza che il lavoro della gettata creativa. Jean-Luc Godard è un maestro per me in poesia quanto Giuseppe Ungaretti o Paul Celan.
Per quanto riguarda invece la comparsa di inserti di prosa poetica anche questa modalità è frutto di una “fucina” arredata nel tempo. La prosa poetica aveva già avuto una sua piccola apparizione nella raccolta d'esordio La città dell'orto (Casagrande, 2002) e poi più estesamente in Il mare dietro l'autostrada (Lietocolle, 2005), fino a concretizzarsi realmente come progetto scritturale, nella raccolta Interni con finestre (La Vita Felice, 2009). E' stato dunque un lento apprendistato e un pacato modo d'ascoltare questa particolare “misura” che, nella brevità ha la sua forza e nel ritmo il suo tono e la sua sostanza. Ho sempre pensato di non essere in grado di scrivere un romanzo e gli incipit mi hanno sempre invece molto affascinato. Ma il mio fiato è corto ed ogni tentativo di proseguire oltre “l'inizio” ha sempre dato scarsi risultati. Dunque la misura della piccola prosa poetica è la distanza massima che posso percorrere e da qui il tentativo di “dire” - nella tensione del “togliere” più che dell'aggiungere - ha realizzato in me la strada per questa scrittura ibrida e sincopata. La poesia resta a fare da partitura ritmica là dove la necessità di narrazione si fa prepotente e necessaria.
LB: Per concludere vorrei chiederti se sta accadendo qualcosa di importante e significativo attorno a questa tua ultima uscita poetica. Grazie.
RISPOSTA: Non so cosa sia importante realmente per la poesia, se non il fatto emblematico della sua resistenza come linguaggio. Attorno poi alla mia ultima raccolta si sono mosse risposte e ritorni davvero interessanti e, non in ultimo, premiazioni che mi hanno rallegrato. Ho partecipato e vinto al premio Marazza e ora sono in finale al Fabriano, dopo essere stato tra i finalisti del Fogazzaro e del Maconi. Vedremo cosa mi riserverà ancora il 2013.
Comunque sia se qualcosa di importante deve accadere intorno a un nuovo libro di poesia è sempre la sua relazione/reazione con il mondo e con la gente che ti sceglie per passare con te del tempo: il suo tempo! Questo è per me una grande cosa: il tempo dedicato. Bisogna sempre essere Ospiti e Ospitali in poesia!
Milano 2 dicembre 2013
Ad uso dei forzati del copia-incolla delle note biobibliografiche, ricopio qui sotto una sempre utile nota relativa all'intervistato:
Stefano Raimondi (Milano, 1964) poeta e critico letterario, laureato in Filosofia (Università degli Studi di Milano). Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2006) e su Nuovi Argomenti (2000; 2004). Ha pubblicato Invernale (Lietocolle, 1999); Una lettura d’anni , in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2001); La città dell’orto, (Casagrande, 2002 - Premio Sertoli Salis 2002); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005); Interni con finestre (La Vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2013 – Premio Marazza 2013). È inoltre autore di saggi come: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941), (Unicopli, 2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char, (CUEM, 2007); Portatori di silenzio, (Mimesis, 2012) e curatore dei seguenti volumi: Poesia @ Luoghi Esposizioni Connessioni, (CUEM, 2002) e [con Gabriele Scaramuzza] La parola in udienza. Paul Celan e George Steiner, (CUEM, 2008). È tra i fondatori della rivista di filosofia “Materiali di estetica”. Collabora a “PULP libri”, “Bookdetector”, “QuiLibri”, “Poesia” e tiene corsi sulla poesia in diverse associazioni culturali e strutture scolastiche. Curatore del ciclo d’incontri “Parole Urbane”. Svolge inoltre attività di consulenza editoriale, docenza presso la Libera Università dell'Autobiografia ed è tra i fondatori dell'Accademia del Silenzio.
domenica 1 dicembre 2013
La collana Sillabario/TAG delle edizioni Et al., a partire dal Brecht di Rocco Ronchi
Storie di collane micro #10
Tien botta il costrutto editoriale di collana? Mi chiedo spesso se questo costrutto, questo espediente, questa prassi consolidata storicamente del raggruppare i libri in collane resista nel panorama tutt'altro che leggibile dell'editoria italiana. I dati che l'AIE ha fatto girare a ridosso della Frankfurter Buchmesse sono preoccupanti, solo per stare alle cifre. Se pensiamo che comprendono anche quel reparto di pseudocartoleria che popola le librerie, non c'è da stare allegri. Tutto in calo e, come giustamente nota Federico Novaro nel suo contributo per "L'indice dei libri del mese", chi ne fa le spese di questa situazione è il lettore, fantomaticamente inseguito dalle pseudostrategie degli editori e invece paradossalmente frustrato e frustato dalla sferza dell'inseguimento del mercato. Molti editori sono poco più che stampatori (e tiriamo pur dentro anche i grandi, che si rifiutano di fare un mestiere difficile, nobile e tremendo) e il "dato positivo" che Novaro estrapola è un'inquietante ascesa del numero di case editrici. In fondo basta poco per definirsi "casa editrice": un libro all'anno. Ma diverso è "fare editoria", consapevoli che quella della casa editrice è un'impresa in tutte le accezioni della parola "impresa".
“Questo è il più bel mestiere del mondo”, si legge nel sito della casa editrice Et al., abbreviazione di Et alii, espressione molto diffusa nelle bibliografie. A dichiararlo, riferendosi al proprio mestiere, è il direttore Sandro D'Alessandro. In effetti si percepisce, solo a stare nel sito, la voglia di fare editoria nel senso autentico del termine, rischioso, senza prendere in giro nessuno nella lunga filiera che fa passare di mano l'oggetto libro, quando resta fatto di carta (ma scusate, come fate a chiamare "libro" l'ebook? Si tratta di un'altra cosa, che in fondo merita un nome più rispettoso, che non parassiti all'ombra del libro di carta con una "e" davanti). Se poi i libri di questa giovane casa editrice vi sono capitati tra le mani credo che l'impressione di un lavoro condotto con scrupolo, criterio, passione e intuizione sia chiaro.
La buona percezione regge ulteriormente davanti alla microcollana TAG Sillabario curata da Federico Leoni. Sono stato adescato da un bel libercolo di Rocco Ronchi su Brecht. Come sempre, il mix di due autori frequentati in passato può produrre un certo cocktail dal sapore invitante. A dire il vero, se non fossi in periodo di limitata spending review anche per i libri, mi sarei preso subito anche il Dante. Il suono dell'invisibile di Carlo Sini, stavolta per il titolo, oltre che per il mix di autori (di Dante non serve dire, di Carlo Sini ricordo l'antologia di testi che si usava al biennio). Completano il poker di partenza della collana calato dalla casa editrice Wittgenstein. Lo stupore e il grido di Sergio Benvenuto e Descartes. Una teologia della tecnologia dello stesso Federico Leoni.
Il libro di Rocco Ronchi su Brecht è un testo che perlustra la funzione peculiare di cui il drammaturgo rivestì la totalità del suo teatro in uno dei momenti più tragici della storia mondiale. Così diventa possibile ripercorrere in modo condensato molte delle fondamentali speculazioni che lo scrittore di Augusta affidò agli Scritti teatrali pubblicati da Einaudi nella PBE, nella traduzione di Emilio Castellani e Roberto Fertonani. Ronchi pone dapprima Brecht in una linea di riflessione che coinvolge il Platone del X libro della Repubblica, quindi avanza in una fondamentale diade tra tra Brecht e materialismo storico (vi ritornerà anche nell'appendice, dove riprende uno scritto apparso su "il manifesto"), poi s'allarga a Wittgenstein e Bachtin, al celebre straniamento, nel capitolo intitolato appunto Verfremdungseffekt, per concludere con un capitolo che allaccia tecnica di recitazione e filosofia.
In chiusura vorrei riportare il testo - a mio avviso efficacissimo - che presenta il concept di questa collana curata da Federico Leoni. Per rispondere alla domanda che mi ponevo in apertura, direi che di fronte a un simile testo il costrutto di collana sembra ancora reggere egregiamente. Insomma, le idee sembrano chiare, quasi luminose. Non so se il costrutto di collana regga solo presso il fantomatico "lettore forte", una specie che più che in via di estinzione mi sembra sempre più in via di stancante definizione e ridefinizione. La domanda è: a chi giova definire il "lettore forte"?
"Ogni libro della collana presenta un grande autore un classico. Della filosofia, della letteratura, della storia dell’arte. Ma lo presenta in modo tutt’altro che classico. Ne parla per tentare un esperimento con la verità, come diceva Nietzsche. Un filosofo parla di uno scrittore, un narratore di uno storico dell’arte, uno psicanalista di uno scultore. Ciascuno racconta una sua passione segreta. Una sua ossessione. Non è tempo di storicizzare, di collocare autori e testi nel cielo bianco dell’eternità. E’ tempo di dichiarare amore e guerra. Non per un autore o un’opera, ma per il suo presente. E cioè per il nostro."
Tien botta il costrutto editoriale di collana? Mi chiedo spesso se questo costrutto, questo espediente, questa prassi consolidata storicamente del raggruppare i libri in collane resista nel panorama tutt'altro che leggibile dell'editoria italiana. I dati che l'AIE ha fatto girare a ridosso della Frankfurter Buchmesse sono preoccupanti, solo per stare alle cifre. Se pensiamo che comprendono anche quel reparto di pseudocartoleria che popola le librerie, non c'è da stare allegri. Tutto in calo e, come giustamente nota Federico Novaro nel suo contributo per "L'indice dei libri del mese", chi ne fa le spese di questa situazione è il lettore, fantomaticamente inseguito dalle pseudostrategie degli editori e invece paradossalmente frustrato e frustato dalla sferza dell'inseguimento del mercato. Molti editori sono poco più che stampatori (e tiriamo pur dentro anche i grandi, che si rifiutano di fare un mestiere difficile, nobile e tremendo) e il "dato positivo" che Novaro estrapola è un'inquietante ascesa del numero di case editrici. In fondo basta poco per definirsi "casa editrice": un libro all'anno. Ma diverso è "fare editoria", consapevoli che quella della casa editrice è un'impresa in tutte le accezioni della parola "impresa".
“Questo è il più bel mestiere del mondo”, si legge nel sito della casa editrice Et al., abbreviazione di Et alii, espressione molto diffusa nelle bibliografie. A dichiararlo, riferendosi al proprio mestiere, è il direttore Sandro D'Alessandro. In effetti si percepisce, solo a stare nel sito, la voglia di fare editoria nel senso autentico del termine, rischioso, senza prendere in giro nessuno nella lunga filiera che fa passare di mano l'oggetto libro, quando resta fatto di carta (ma scusate, come fate a chiamare "libro" l'ebook? Si tratta di un'altra cosa, che in fondo merita un nome più rispettoso, che non parassiti all'ombra del libro di carta con una "e" davanti). Se poi i libri di questa giovane casa editrice vi sono capitati tra le mani credo che l'impressione di un lavoro condotto con scrupolo, criterio, passione e intuizione sia chiaro.
La buona percezione regge ulteriormente davanti alla microcollana TAG Sillabario curata da Federico Leoni. Sono stato adescato da un bel libercolo di Rocco Ronchi su Brecht. Come sempre, il mix di due autori frequentati in passato può produrre un certo cocktail dal sapore invitante. A dire il vero, se non fossi in periodo di limitata spending review anche per i libri, mi sarei preso subito anche il Dante. Il suono dell'invisibile di Carlo Sini, stavolta per il titolo, oltre che per il mix di autori (di Dante non serve dire, di Carlo Sini ricordo l'antologia di testi che si usava al biennio). Completano il poker di partenza della collana calato dalla casa editrice Wittgenstein. Lo stupore e il grido di Sergio Benvenuto e Descartes. Una teologia della tecnologia dello stesso Federico Leoni.
Il libro di Rocco Ronchi su Brecht è un testo che perlustra la funzione peculiare di cui il drammaturgo rivestì la totalità del suo teatro in uno dei momenti più tragici della storia mondiale. Così diventa possibile ripercorrere in modo condensato molte delle fondamentali speculazioni che lo scrittore di Augusta affidò agli Scritti teatrali pubblicati da Einaudi nella PBE, nella traduzione di Emilio Castellani e Roberto Fertonani. Ronchi pone dapprima Brecht in una linea di riflessione che coinvolge il Platone del X libro della Repubblica, quindi avanza in una fondamentale diade tra tra Brecht e materialismo storico (vi ritornerà anche nell'appendice, dove riprende uno scritto apparso su "il manifesto"), poi s'allarga a Wittgenstein e Bachtin, al celebre straniamento, nel capitolo intitolato appunto Verfremdungseffekt, per concludere con un capitolo che allaccia tecnica di recitazione e filosofia.
In chiusura vorrei riportare il testo - a mio avviso efficacissimo - che presenta il concept di questa collana curata da Federico Leoni. Per rispondere alla domanda che mi ponevo in apertura, direi che di fronte a un simile testo il costrutto di collana sembra ancora reggere egregiamente. Insomma, le idee sembrano chiare, quasi luminose. Non so se il costrutto di collana regga solo presso il fantomatico "lettore forte", una specie che più che in via di estinzione mi sembra sempre più in via di stancante definizione e ridefinizione. La domanda è: a chi giova definire il "lettore forte"?
"Ogni libro della collana presenta un grande autore un classico. Della filosofia, della letteratura, della storia dell’arte. Ma lo presenta in modo tutt’altro che classico. Ne parla per tentare un esperimento con la verità, come diceva Nietzsche. Un filosofo parla di uno scrittore, un narratore di uno storico dell’arte, uno psicanalista di uno scultore. Ciascuno racconta una sua passione segreta. Una sua ossessione. Non è tempo di storicizzare, di collocare autori e testi nel cielo bianco dell’eternità. E’ tempo di dichiarare amore e guerra. Non per un autore o un’opera, ma per il suo presente. E cioè per il nostro."
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