martedì 14 novembre 2017

"La disponibilità della nostra carne" di Laura Liberale. Una nota di Giusi Montali

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. Il libro di Laura Liberale La disponibilità della nostra carne si è classificato secondo ex-aequo nella sezione della poesia edita.



Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017.

La disponibilità della nostra carne è un libro oracolare dai testi enigmatici che sembrano interrogare il lettore e porre nuove domande a ogni lettura. Ci si muove infatti tra parole che sono diventate “assolute come ossa” e voci dialogiche interne al testo che ampliano il tessuto verbale e altre esterne che lo seguono. In quest’ultimo caso si tratta di citazioni – pressoché tutte, fatta un’eccezione, attinte dalla vastissima letteratura dell’India – che illuminano i testi o vi gettano oscurità, ma in entrambi i casi danno loro maggiore respiro. Ci si può anche giustamente chiedere se le citazioni (o una loro reminiscenza) siano all'origine del testo, oppure se il testo, dopo essersi generato, abbia trovato una sua risposta nella letteratura e nella mitologia indiana. Altra caratteristica della raccolta e il tempo sospeso che fa da sfondo a un’umanità sciolta da qualsiasi elemento storico. Non per niente nella seconda di copertina troviamo, accompagnata da una nota esplicativa dell’autrice, una citazione di Jung dal Libro rosso, dal quale deriva anche il titolo della raccolta: i testi infatti sono continuamente attraversati da archetipi dell’inconscio collettivo come a ribadire il procedimento che si attua, ovvero il passaggio da una dimensione individuale a una universale. Cosi il soggetto, già in parte deliricizzato e oggettivizzato che si esprime attraverso una seconda persona singolare in apertura di raccolta (“Ti sei capovolta in crescita inferiore | sotterranea”), giunge nel finale a una dimensione corale e impersonale (“E appresa la risacca dell’umano | indolore il suo battere di maglio. || Si fanno chiari i volti delle madri”). Nel mezzo un percorso che permette sia all’individuo (inteso come rappresentante della specie) che alla parola di avvicinarsi - attraverso un processo alchemico che raschia le scorie, sgrossa e libera dalle impurità - a una verità che permette di integrare le differenti concezioni del femminile, e da li attingere a una visione totalizzante che lascia trasparire la sua luce (“Dimmi di questo oltre. | Se, smerigliato il se che fummo | abraso l’ego, raschiate via le scorie | di tamas, di nigredo | riluce la pepita | ritorna a sfavillare.”).

Giusi Montali

Nelle acque di dentro vi immergo
nel tumulto dell’acqua corporea
nel guado che toglie il respiro
e lo ricongiunge al Respiro.
Nelle pozze del ventre vi annego
nel tremendo, nel nero dell’acqua.
A uno solo, in quest’acqua, il respiro.


Uno dopo l’altro, lei getta i figli nell’acqua.

Mahābhārata, I, 98, 13

lunedì 13 novembre 2017

"Sequenza di Malco" di Lorenzo Mari (silloge inedita). Una nota di Luca Pasello

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. La silloge di Lorenzo Mari si è classificata terza ex-aequo nella sezione di poesia non edita.


Lorenzo Mari, o del plurivoco.
Bastino gli incipit dei quattro pannelli di una silloge unitaria disposta a polittico, e il nome dell’eponimo: Malco, servo di Caifa cui Pietro, nel Getsemani, recide un orecchio (Giovanni 18:10-11), non si compone. All’espressione fanno seguito quattro verbi-chiave: fumare/tagliare/parlare/perire, che dettano il tema della variatio.
Il procedimento è ben leggibile: per agganci motivici e strutture foniche/morfologiche iterative (la sequenza non è solo intertestuale, ma investe la microstruttura), l’Autore procede a una ricodifica progressiva attorno a quel Malco, figura mitica e proiezione, che catalizza l’organizzazione del senso di ogni singola anta e dell’intera serie: fumare ci dice del padre (ma s’incontreranno un più ingombrante Padre, detto dio, per il tramite di un figlio/Figlio, che è pure Malco o Lorenzo o altra persona, e madre e fratelli...) e si dice di carte (lascito e scrittura che arde lenta) e cartine (di sigaretta?); tagliare è de-cisione, è l’atto di scrittura e d’altro dolorosamente primario: un generatore archetipico; parlare rinsalda il doppio registro (parlare a una tavola | una domenica una qualsiasi domenica e tuttavia parlare metro libero); perire è del padre e del Figlio, che ormai sappiamo chi sia ed è vano riattaccargli l’orecchio se non si compone (poesia?).
Ri-comporre, si dovrebbe, ma ormai è noto, il dolore all’orecchio, è noto a destra e a | Malco (...) e pure al lettore è noto il suo senso.

Luca Pasello


non si compone: non sa fumare
dello spazio che fumare riempie di ictus
il canto che fumare potrebbe
fumare come una riserva
altamente disponibile e in cerchio
per ogni tipo di combustione fumare
senza rivoluzione quasi come
un lapsus o un’altra forma
(...)

non si compone: sa che tagliare
la pelle tagliare di netto la voce
o la campitura e tagliare di netto la strofa
dovrebbe consentire al piede inerte
di tagliare le gambe che ancora
riescono a muoversi
dovrebbe verso un altro passo
tagliare senza dividere
il cammino da tagliare
saprebbe dire
prendere la svolta altrimenti
(...)
ma si preparava lo stesso
nonostante il macero del suo primo
libro di poesie per sentirsi libera
nella sommossa generale della generale rivolta
libera di soprassalto
di tagliare a un certo punto la

           [frase che dicevano: già morta]

sabato 11 novembre 2017

La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura fenomenologico di Paolo Giovannetti, tra spunti più o meno efficaci

Spesso, quando si cerca di perlustrare i territori dell'iperproduzione poetica contemporeanea italiana (solo contemporenea e solo italiana?), emerge il confronto con la musica, e si finisce per ricordare come in quell'ambito nessuno si crederebbe musicista senza un'adeguata formazione. Il confronto, che implicitamente accusa la poesia di dilettantismo diffuso, ha senza dubbio le sue ragioni, ma dimentica che la formazione e preparazione non sono tutto: musicisti grandi e diversi, come ad esempio Carlos Kleiber e Vinko Globokar, erano letteralmente divorati da dubbi costanti e radicali sull'essenza dell'interpretazione e dell'esecuzione in musica. Di certo, quantomeno, avevano a lungo studiato. Ecco allora emergere un punto primario: lo studio: bisogna anche studiare. Poi una certa dose di autodidattica e iniziativa individuale è sempre necessaria, perché la scuola e lo studio da soli non sono certo tutto. Allo stesso tempo, lo studio di qualche manuale di metrica e la frequentazione assidua di certe pubblicazioni dedicate alla poesia non può e non deve essere la ragione sufficiente per ingolfare un nuovo universo di sapientoni e sapientini-scuola che mostrano di saperne a pacchi di poesia, che cosa lo sia e che cosa non lo sia. Lo strumento antologico, per riferirsi a un'istituzione un tempo davvero utile e usata criticamente per "fare cernita" e critica, si è appiattito, ora sulle velleità del curatore di turno, ora su un ecumenismo e inclusivismo tronfio e distratto, ora sul perseguimento di un'idea comune anziché sull'ossessione per distinzioni e differenze tra le singole poetiche. Siamo evidentemente nell'era del "mi piace", una azione-pulsante irrazionale, immediata e trasversale, su cui si orientano gli odierni ed effimeri sciami di approvazione o disapprovazione, piaceri e fastidi. Insomma, per quel che mi riguarda preferisco chi studia e legge molto ed è parimenti tormentato dai dubbi, senza però arrendersi a una finta umiltà paralizzata dal dubbio stesso, la quale serve non serve a molto nell'acqua ristagnante dei nostri molti "tempi presentificati". Sono consapevole che grandi sorprese possono arrivare anche da chi ha letto e studiato poco e che non c'è una regola, però direi che in linea di massima studio e lettura vanno preservati come capisaldi. Aggiungerei che sono dei capisaldi anche un vivo interesse, appercezione e curiosità, ma se consideriamo la configurazione egotistica e autistica crescente del panorama letterario, rischiamo di rimanere nauseati o stecchiti all'istante (eppure è parimenti vero che qualcosa di interessante è uscito anche da scrittori egotistici e autistici). 

Parlando allora di studi, rischia di cascare il palco, perché la poesia riscuote un interesse abbastanza scarso nell'ambito degli studi dedicati, sia in quelli specialistici, sia in scritti e avvenimenti che provino a veicolare con piglio più divulgativo le ragioni del suo interesse nel panorama della letteratura. Tra tante recensioni, ad esempio, pochissime sono rimaste quelle dedicate alla poesia e questo dato vorrà pur dire qualcosa (la recensione serve a far vendere, tra l'altro). Anche per i suddetti motivi è utile prendere in considerazione la possibilità di leggere il libro di Paolo Giovannetti. In copertina trovate una finestra che dà su alcune foglie chiare e su un ammasso di libri ripresi nei loro spessori, in posizioni traballanti e precarie. Paiono libri voluminosi e anche datati, non come quelli che vanno per la maggiore nell'ambito della poesia assai recente che costituisce oggetto di analisi del libro. Quasi sicuramente in copertina persiste un'idea di quantità e di disorientamento, ma forse anche la "vecchia" idea di contemplazione poetica, data dalla finestra. Il breve saggio scritto da Paolo Giovannetti e pubblicato da Carocci (pp. 128, euro 13) ha un titolo necessariamente circoscritto, La poesia italiana degli anni Duemila, che assomma un tentativo di punto della situazione e di sintesi su circa tre lustri. Il compito, va da sé, è difficile e nemmeno particolarmente gratificante. In pochi si prendono una briga del genere di questi tempi ma, come si dice in certi casi, qualcuno dovrà pur farlo. Giovannetti allora ha fatto il suo passo e ha tratto dal panorama italiano recente alcune linee di demarcazione. Il suo approccio è fenomenologico, ma non da fenomenologo degli stili e questo è forse il nodo problematico che si è trovato ad affrontare: Giovannetti assomiglia più a un fenomenologo delle aree, delle zone e dei... campi. Il critico e professore ordinario di Letteratura italiana dello IULM di Milano ha allestito un volume agile che si snoda per linee di forza, lungo le quali prova a fornire un panorama - e non certo un'impossibile mappatura o, peggio, una georeferenziazione - del "campo" della poesia italiana più recente (a tal proposito sarebbe interessante usare più spesso la parola campo, proprio con riferimento a Bourdieu, anche quando si affronta la poesia). 

Ogni persona che leggerà questo libro potrà farne l'uso che preferisce, confrontandone i capitoli con la propria esperienza di lettore, fruitore, frequentatore e eventualmente critico della scena poetica e dichiararsi alla fine più o meno soddisfatto di quanto avrà letto. E sebbene dei passaggi possano lasciare perplessi in quanto a incisività o efficacia (la necessità stringente di confezionare un libro non sempre aiuta a sviscerare i nuclei di pensiero più promettenti), c'è da dire che studi del genere dedicati alla poesia recente non sono frequenti e pertanto vanno salutati con apertura. L'interesse, almeno per chi scrive, sta più nel cercare di capire come sono progettati e scritti, sta quindi più nella loro ossatura. Nel modo in cui rimpolpa le linee di forza dei diversi capitoli, l'autore sembra a volte trascurare l'asse dell'opera, a favore di un approccio che ancora privilegia, in ultima analisi, l'asse dell'autorialità e il conseguente appiccicoso "portato dell'autore". Nella trattazione sui rapporti tra poesia e rete, l'esempio di Gilda Policastro serve più che altro a illustrare cosa ha scatenato la pubblicazione di alcuni suoi versi in "Nazione Indiana" e assai meno ad addentrarci nella sua poesia. Si tratta quindi di un'esemplificazione che risente del saggio Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog di Policastro e meno interessata alla proposta costituita dai libri di poesia che ha pubblicato negli anni. Questa scelta è forse necessaria per contenere entro certi margini una trattazione potenzialmente sterminata: una volta individuate le linee di forza di cui si diceva, l'autore deve preoccuparsi di sostanziarle e rimpolparle con esempi. Da sempre però, e non solo in poesia, appare più utile parlare e scrivere di opere e di libri più o meno riusciti, per quanto il libro non sia più il solo asse di sviluppo possibile di un'opera (ci torneremo prossimamente parlando di Let Them Eat Chaos di Kate Tempest). Capiamo comunque che non è questo lo scopo di Giovannetti, che si mostra più interessato alla creazione di macroaree in cui gli esempi che propone possano via via collocarsi a suffragio delle diverse tesi. In questo sta lo sforzo critico-creativo del suo saggio e qui naturalmente si innesta lo spazio per qualsiasi discussione o dibattito futuro. Ce ne saranno?

Torniamo incidentalmente alla recensione, un testo strumentale che ancora vive in rete o nei giornali, ma che sembra abbia completamente abbandonato il terreno della poesia a favore di frettolosi post nei blog. Detto in altre parole: chi recensisce più la poesia? Le dita di qualche mano bastano. E la recensione, necessariamente, si collega alla fruizione e al concetto di opera (opera di poesia, in questo caso, spesso un libro, ma non solo), che così si trova però priva di un suo consolidato strumento di analisi e divulgazione. Chi ha più la capacità di analisi e visione o la vocazione a una fuga da sguardi impauriti che emerge lampante da Plausi e botte di Giovanni Boine? Nei libri di poesia sopravvivono prefazioni e postfazioni, ma sappiamo bene di quali testi poco interessanti stiamo parlando, testi che molto spesso non sono critica e, nei pochi casi in cui si salvano, sono degli inviti alla lettura ravvicinati alla lettura stessa, degli avalli, dei passaggi di testimone in staffette scoordinate (non parliamo della prevedibilità di quasi tutti i premi letterari). E proprio collegandomi alla mancanza di recensioni, viene da citare la perplessità più marcata che ha sollevato la lettura del libro di Giovannetti, ovvero il già ricordato indebolirsi del concetto di opera. Si ragiona qui per stralci, spesso per autori. Certo, un capitolo che costituisce un nodo essenziale della trattazione si intitola "Il libro come installazione. Cos’è la poesia di ricerca?" e sembrerebbe riportare il libro di poesia al centro, fermo restando che poi l'immagine installativa del libro appare troppo debole, troppo "mutuata" dalle altre arti, e finisce per avallare un'idea ancillare della poesia, che deve per forza ispirarsi da quello che accade nel sistema dell'arte per affermare una delle sue traiettorie nel contemporaneo. E questo accade paradossalmente in un saggio che invece, nei passaggi più efficaci, sa affrontare le specificità più inalienabili della poesia stessa, soprattutto là dove si confronta con la trasmedialità (questo è uno dei nuclei più promettenti, a mio avviso, che ci auguriamo possa essere sviluppato in futuro dall'autore).

Un altro punto da considerare sta proprio nei libri stessi. Non è detto che il libro di poesia scomparirà, ma da più parti, e non ultimo da Amazon stesso e dal self-publishing, ci accorgiamo che ci sono in nuce dei possibili sviluppi per la poesia nei terreni della transmedialità. Ed è qui che Giovannetti infila i pensieri più interessanti ed efficaci: vale ancora la pena leggere poesia, senza troppi piagnistei sui suoi destini, perché si scoprono così certi adempimenti che in un testo poetico funzionano meglio che in altri testi. È pertanto un elemento assai positivo la capacità della poesia di farsi continuamente spiazzare da altri media. In questi ragionamenti, contenuti e ben sviluppati soprattutto nelle battute iniziali del volume, si concentrano i punti più interessanti del ragionamento del critico, i quali comunque non mancano anche nel capitolo dedicato alla poesia lirica. Qui si ricorda giustamente che non è un insulto o un'eresia parlare di "lirica" oggi, semmai è un insulto dimenticarsene o parlarne con poca cognizione. Giovannetti precisa infatti che il poeta lirico del Duemila "non pratica l'improvvisazione irriflessa. Semmai si confronta con il suo contrario: con un eccesso di autocoscienza espressiva." In questi stralci risale una figura di passaggio e confronto ingombrante come quella di Vittorio Sereni. 

L'approccio di Giovannetti è dunque simile a quello dell'etnologo e del fenomenologo. Ciò probabilmente deriva dalla vastità talvolta scoraggiante del "fenomeno" che desidera analizzare. Dopo il capitolo sulla lirica ricordato sopra, segue il già citato capitolo sul libro come installazione. Un capitolo posto in posizione centrale è dedicato all'esperienza dell'oralità poetica: rap, slam e l'oralità della spoken word trovano qui la loro casa ed il capitolo costituisce per il lettore il momento giusto per riguadagnare un fatto scontato quanto essenziale, ossia la grande vicenda della metrica, sulla quale varrebbe la pena tornare sempre più spesso, perché è qui che si gioca il confronto tra opere (anche di uno stesso autore), tra le diverse realtà di poesia nelle diverse lingue. Non poteva mancare un capitolo su poesia e prosa in prosa, uno di quelli più felicemente problematici di questo libro. Il capitolo finale è invece emblematicamente intitolato "Tra muscolarità e regressione: poesia dentro la Rete e Rete dentro la poesia": qui i motivi di interesse stanno già tutti nel titolo che rintraccia due direzioni di sviluppo ormai conclamate e nel nuovo situazionismo che dalla rete potrebbe nascere. La problematicità e la criticità stanno però nello spacchettare la poesia degli ultimi anni in diversi rivoli e poi provare a riproporla sotto una trattazione unica, dentro e fuori i filtri autoriali, delle scuole, delle aree di influenza, delle tendenze e persino delle mode (spero non crediamo che la poesia ne sia immune, tutt'altro). Spesso le distinzioni che si vanno instaurando nel panorama sono false distinzioni sorte da falsi problemi (libro vs. oralità, tradizione vs. neoavanguardie e via dicendo). Con simili dicotomie si obbedisce più alle esigenze di posizionamento nel panorama e quindi siamo in una piena ottica di marketing letterario. Togliete la poesia ai soli poeti e forse sarà un gran giorno. La cosa che va salvata, promossa e riproposta di questo libro è la buona dose di pragmatismo e soprattutto empirismo che prova a mettere in campo. Sono questi due fattori che possono salvare la riflessione estetica dalle paludi soltanto ideologiche dove, a ogni lustro o decennio, in modo avvitato e sterile, rischia di rintanarsi. Senza dimenticare che la lingua, che in poesia continuerà ad avere sempre una posizione preponderante, può diventare ideologia allo stato puro.

Nonostante quanto scritto sopra,  so bene che in questi libri si va a caccia dei nomi, e allora ecco qualche anticipazione per non deludere chi eventualmente è arrivato fin qui: Umberto Fiori, Fabio Pusterla, Paolo Febbraro, Milo De Angelis, Francesco Targhetta, Silvia Bre e Laura Pugno nel capitolo della "lirica"; Alessandro Broggi, Michele Zaffarano, Giulio Marzaioli, Luigi Severi, Italo Testa e Gherardo Bortolotti per il capitolo dedicato al libro come installazione; Lello Voce, Guido Catalano, Julian Zhara, Gabriele Frasca, Giovanni Nadiani e Assunta Finiguerra nel capitolo più musicale intitolato "Voci e corpi del testo"; Angelo Lumelli, Tiziano Rossi, Andrea Inglese e Valerio Magrelli tra altri nel capitolo che guarda alla prosa; Gilda Policastro, Vincenzo Ostuni, Ferdinando Tricarico, ancora Gabriele Frasca, Marco Ceriani, Silvia Tripodi nel capitolo finale che si apre alla Rete. Questo è inoltre un libro che si apre molto anche ai cantautori e alla musica, terreno da sempre considerato attiguo a quello della poesia. Lasciamo al lettore scoprire come rientrino certi cantautori nella trattazione.

giovedì 9 novembre 2017

"Gli scomparsi. Storie da Chi l'ha visto?" di Maria Grazia Calandrone. Una nota di Luca Pasello

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. Il libro di Maria Grazia Calandrone Gli scomparsi. Storie da Chi l'ha visto? è una delle due segnalazioni con menzione d'onore.


Piove fitto e leggero; docilmente | macera e divaga | il mondo in questa gabbia atrocissima | sul blu spartano delle serrande – sull’ordine | cartesiano delle autostrade | sferraglianti e luttuose.
È questione cruciale, a nostro avviso, se una così felice mano necessiti, per fare della scrittura opera e di questa senso e pensiero, di apporti tanto prepotentemente dichiarati, dal paratesto all’occasione per quanto sanguinante, questa, di dolorosa memoria personale.
Sul trattamento da riservare all’occasione Novecento dixit, definitivamente; ne deriva che ogni novitas è problematica, almeno quanto irrisolto, qui, lo spiattellamento di un medium di massa, in pieno titolo e poi nelle note e inevitabilmente, di riflesso, sin dentro i testi, così (pre)potente da trasvalutare anche la più sofferta materia.
Doloroso è, per chi legge, registrare lo iato che allontana la materia/espressione da un’operazione editoriale forse opinabile, lasciandole scollate: se la scrittura, come crediamo, è scavo nel vivo di qualcosa e lavoro sui codici, la si dovrebbe preservare con maggiore cura dalla mano di Mida dei mezzi pop e delle loro finalità cosmetiche e sedative (ideologicamente tali!).
La Giuria del Premio Anna Osti apprezza ed elogia la penna di Maria Grazia Calandrone segnalandone il libro, la cui problematicità lo dice meritevole di lettura e riflessione.

Luca Pasello


I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia. 

martedì 7 novembre 2017

"Esercizi di vita pratica" di Gilda Policastro. Una nota di Giusi Montali

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. Il libro di Gilda Policastro Esercizi di vita pratica si è classificato terzo nella sezione della poesia edita.

Gilda Policastro, Esercizi di vita pratica, Prufrock spa, 2017.


Gilda Policastro prosegue il percorso poetico intrapreso con le Inattuali (transeuropa, 2016), riprendendo alcuni temi a lei cari (il corpo, la malattia, la morte, il lavoro, l’attenzione alla realtà presente che viene inscenata in tutto il suo squallore e banalità) e declinandoli secondo un verso lungo - a volte intervallato da versi brevi - che imita il parlato, o meglio i parlati, essendo i testi un affollarsi di voci (mi riferisco in particolare alla prima sezione: Calendario). Procedendo la lettura, ci si imbatte nelle Nuove inattuali nelle quali il procedimento dell’eavesdropping è ridotto ai minimi termini, ovvero viene riportato il singolo lacerto di frase origliato ed esso non è più all’origine del discorso poetico che qui viene taciuto e omesso. La terza sezione invece, Materia grigia, contrasta nettamente con la precedente: al lacerto di frase qui si contrappongono delle prose costruite con grande maestria retorica e arguzia. È una prosa dalla forte ritmicità, tanto da suscitare nel lettore la domanda se considerare tali testi come prosa o poesia. L’ultima sezione, Tre esercizi passepartout, propone tre poesie che in maniera diversa richiedono la cooperazione del lettore che deve non solo interpretare il testo poetico ma in qualche modo agire (“[scrivi un commento, | tu che leggi, condividi | o elimina]”), inserendosi in una corrente che va dai Bricolages di Renato Pedio a Figurina enigmistica di Mariangela Guatteri. Un ultimo appunto sul titolo della raccolta: il riferimento è a una serie di esercizi del Metodo Montessori volti ad allenare i bambini nello svolgimento di gesti e azioni: si va dalla cura della persona e dell’ambiente, al comportamento sociale e al controllo raffinato dei movimenti. Stadi questi in un qualche modo individuabili nelle quattro sezioni che compongono la raccolta. L’intento autoriale è però ironico o piuttosto venato di amarezza. Infine l’assunto è che, dicendola con Sanguineti, “la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, | in ogni caso, praticamente così”. 

Giusi Montali



8. Il corpo è tutto. Un biglietto da visita, un tramite, un perimetro, un
confine, uno spot, un bluff, un limite, un cruccio, un impedimento. Il
corpo può essere malato e parere sano o viceversa. Il corpo si flette, si
tende, si accuccia, si torce, il corpo salta, il corpo si ferma, nell’immobilità
della morte o anche del riposo. Il corpo russa, piscia, rutta. Il corpo ama, il
corpo lecca, spinge, respinge, si piega, accoglie. Il corpo è ricettacolo del
male ma l’anima non è sempre veicolo del bene, nemmeno per i cattolici
osservanti. Il corpo è scoperto, esposto, sfigurato, il corpo può essere
scuoiato, squartato, spellato, curato, protetto, lavato, medicato. […]
Il corpo è sconosciuto, il corpo svela sempre un particolare nuovo, il corpo
è asimmetrico, vivo, caldo. Il corpo si raffredda subito, si rattrappisce,
il corpo minimamente sollecitato, reagisce. Il corpo è capace di sopportare
i dolori più atroci, il corpo oltre un certo limite di dolore non sente.
Il corpo di un morto è come un burattino scongelato. Etc., come potendo
continuare.

lunedì 6 novembre 2017

"INVETTIVE" di Roberto Minardi (silloge inedita). Una nota di Alessandra Conte

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. La silloge INVETTIVE di Roberto Minardi si è classificata terza ex-aequo nella sezione di poesie non edite.

Nei testi di Roberto Minardi il discorso attacca deciso e dichiarativo, senza dubbi: «L'ebetismo colonizza le flebili animelle / a colpi di etichette». La scelta lessicale incipitaria determina il tono dell'invettiva nel caso in cui il titolo non ci avesse avvertito. L'oggetto contro cui si scaglia è presto determinato da etichette, cataloghi, compratori del mondo, ossia alcune delle declinazioni del superficiale contemporaneo globalizzato con i suoi paradossi, anche veicolato dai mass media e dalle estrapolazioni captate da discorsi di tutti i giorni, che si cuciono al fangoso flusso verbale. Il testo è pieno e abbondante, e l'incedere è a passo di verso lungo, che si attesta mediamente sulle 15 sillabe, spesso frazionabile in due. Che i tempi siano i nostri, è confermato anche dalla prevalenza del presente indicativo nell'elencare le situazioni e i tipi contro cui il soggetto inveisce. La rara presenza del tempo passato, invece, fa emergere la testimonianza del soggetto che si fa portavoce dell'invettiva («Tutto è stato già segnato su un murale en passant»; «Quello che c'era a Istanbul, a Vittoria»). Questi è un soggetto che sa, per aver visto, e che, come ci rivela la conduzione del discorso, è in costante contrapposizione avversativa con coloro che credono di sapere, e dei quali riferisce con affettata cortesia e chiaro sarcasmo («so bene, so bene, so, l'educazione, lo so...»; «cosa sa»; «mi si conceda lo sturbo,/ madame des quartiers de nobles»; «ma i suoi discorsi»; «Lei non mi capirà, […] ma»; «ma la signora ha ragione»). Marketing, mercato, mecap, migrazione, personal trainer, google, piccole imprese, tecnologia, il superfluo, i carnivori, le speculazioni, nuovi e vecchi colonialismi. Il calderone ribolle di tutto: mentre il soggetto si identifica nella vittima universale («E io muoio […] io muoio»; «sono morto in partenza»; «mi ha ucciso»), e “loro” continuano a coltivare giardini, bimbe impeccabili, forma fisica e individualismi, c'è spazio per chiedersi se «[...] questo dire sia degno della Poesia?».



Alessandra Conte


Scorderai gracchi di rane, paesaggi luneggianti,
la podestà dei tuoi cari penetratori, inventori
d'un figlio principiante. Avrai la testa corretta.
Ti parrà tutto normale: la tecnica assai realista
con cui ritraggono i duchi, le loro fidanzatrici,
il volontariato d'obbligo [….]

[…] Tu ci vedrai mangiare
con la passione del rito, chissà se comprenderai.
Ti sposterai di paese in aeroporto, a un tiro
di schioppo avrai tutto ciò che serve, il contorno.


sabato 4 novembre 2017

"Ibsen" di Scipio Slataper e "Casa di bambola": tra nuove messe in scena, nuove possibili interpretazioni e la lettura dello scrittore triestino

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #37


Il classico o quasi classico (fuori catalogo e fuori commercio) di oggi è Ibsen di Scipio Slataper. Esiste un'ultima edizione Vallecchi del 1977, forse ancora girovagante per i circuiti antiquari, oppure, se volete, lo potete scaricare gratuitamente da "Liber Liber" qui. Sul saggio di Slataper torneremo tra qualche riga con abbondanti citazioni che offriranno qualche scorcio della sua scrittura e che intendono essere un invito alla rilettura e - perché no? - alla riproposta di questo suo studio. Per ora si ricordi che si tratta di un libro uscito postumo e derivante dalla tesi di laurea dello scrittore triestino, lodato tra gli altri anche da Claudio Magris (si veda un interessante articolo di Magris su Ibsen e Slataper in questa pagina de "Il Piccolo") e tuttavia scomparso dalla circolazione e dai discorsi, compresi quelli più strettamente ibseniani. Passo indietro: negli ultimi tempi, di Ibsen, ho riletto dopo diversi anni il dramma Casa di bambola, che Slataper curiosamente chiama invece Casa di bambole, testo teatrale arcinoto che risale al 1879 e che l'autore scrisse durante un soggiorno ad Amalfi (il Sud e il suo valore di cura - "laude e gaudio del sole e della libertà meridionale" scrive Slataper - assieme alla tarantella sono ingredienti importanti di questo dramma, come saprà chi ha letto il testo o assistito a una messa in scena). Che la ricezione di Casa di bambola sia stata un fatto epocale è cosa parimenti ben nota e anche negli ultimi tempi si sono lette recensioni legate al percepito di questo dramma, alla sua inesauribilità (caratteristica tipica del grande teatro, che più di altri generi sa perpetuamente mettere sulla scena i dilemmi). Lo scandalo e scalpore - così si racconta - furono davvero grandi e tali da fare il giro del globo. Il personaggio principale, Nora Helmer, è entrato nell'immaginario condiviso e a lungo è stata bandiera del femminismo. Tutte cose abbastanza note e ruminate, specie in ambito accademico, anche se ancora controverse. Nuove messe in scena, come quella ricordata in questo articolo, hanno messo in discussione la portata epocale del personaggio di Nora. Slataper si inserisce con un'analisi che, a distanza di oltre un secolo, ci tiene ancorati alla sua prosa, per visione e stile di scrittura. Come ogni testo teatrale davvero fertile, per fortuna anche Casa di bambola non si può prestare a una lettura data una volta per tutte. Oltre alla chiave femminista, che naturalmente ha tenuto banco, ci sarebbero altri lati del prisma su cui sarebbe opportuno ritornare, come ad esempio la nemesi che si compie su ogni famiglia e qualche ragionamento attorno a un altro vero protagonista (invertebrato) del dramma ibseniano: il denaro. Per Slataper le battute iniziali del dramma tutto contengono in potenza (nel passo seguente il cenno alle didascalie fa pensare a quelle del teatro di Pirandello mentre il titolo Fantasmi, nelle traduzioni più vicine a noi, è diventato più saldamente Gli spettri):
Vediamo la prima scena di Casa di bambole (benché i Fantasmi siano anche più caratteristici in questo senso). Leggiamo attentamente le didascalie, che in Ibsen sono tutte importantissime. «Stanza raccolta, messa con molto gusto, ma senza lusso». Cioè: appena s’alza la tela, ancora prima che nessuno abbia detta mezza parola, il pubblico deve saper subito che chi l’abita non ha molti soldi, ma è raffinato. Difatti «alle pareti pendono incisioni», su un’étagère sono disposte porcellane e altri oggetti artistici. L’ambiente è comodo: un grande tappeto copre tutto il pavimento; c’è la stufa accesa, e molte poltrone e sofà e una sedia a dondolo. Una porta mette nello studio di Helmer. – Voi vedete come qui, in potenza, c’è tutto. 
L'intellettuale morto sul Podgora nota come il dualismo uomo e donna percorra tutta la vicenda compositiva di Casa di bambola, compreso l'allestimento del piano scenico e i ripensamenti che si sono succeduti.
Non è ormai chiaro tutto il dramma? Nora che è scoiattoletto e donna (e perciò «bisogna prenderti come sei»), un po’ bugiarda (perché nega di aver mangiato le chicche), che s’infischia degli altri e domanda soldi con la scusa che gli scoiattoletti devono spendere moltissimo («piccola cantatina e sorriso beato»); e Helmer, con la penna in mano, dilettante estetico che condanna i debiti non per una convinzione morale, non secondo lo scopo per cui si sono fatti, ma perché turbano l’armonia estetica della casa, come una tazza da tè con fioretti azzurri stona su una tovaglia ricamata in rosso. E quando pensa alla ricca paga che presto avranno dice, egli: «Ma proprio! È un gusto a pensarci»; lei: «Ah, è meraviglioso! ». E lo ripete tre volte in poche parole; e lo ripeterà in tutto il dramma. È la sua verità e la sua parola. Nora, abbiam visto, è nata con il «meraviglioso».  
E arrivando alla svolta del dramma ibseniano e focalizzandosi sulla precoce e straordinaria interpretazione della Duse, che con Nora condivideva anche parte del nome, Slataper aggiunge:
Ella non può più ammazzarsi perché non sa più che cosa significherebbe quel suo atto. Ciò che era la sua legge si dimostra vana appena ella s’accorge che non vale anche per gli altri. Ammazzarsi era per lei difendere la propria opera, la propria responsabilità, ma d’impedire che il marito assumendosela rendesse vano il suo atto, la sua falsificazione. Ammazzarsi era per lei difendere la propria opera, il sacrificio di cui è orgogliosa. Ma poiché il marito, senza comprender niente, la giudica un’ignominia, ne è schifato, rifiuta ogni responsabilità, anzi il solo pensiero che altri gliela possa attribuire lo atterrisce – ella deve accettarla lei, veramente, tutta. È questo il momento in cui nasce in lei la vita morale: con la subitanea rivelazione e sbalordimento che sono propri di quella nascita – e che fa stupire tutti i malaccorti interpreti di Nora. Eleonora Duse ha intuito magnificamente ciò, concentrando tutto il fulmineo formarsi della nuova personalità nella brevissima pausa quando Nora che ha visto entrar nello studio il marito incalorito e fremente di desiderio per lei, se lo rivede davanti, dopo un minuto, con la lettera in mano, freddo, gretto, meschino. Proprio quella muta pausa è il fulcro del dramma. E s’inizia quel meraviglioso dialogo represso, in cui Nora a poco a poco, via via che la crisi le si manifesta, trova le nuove parole, tutte nuove, e che aprendosi con lo scatto brutale di Helmer si muta nell’atto d’accusa di Nora contro di lui. È qui che l’amore crolla e la donna diventa un essere umano.  
Sul fondamentale capitolo dell'accoglienza del dramma ibseniano - un fenomeno che andrebbe davvero analizzato tanto che si parlò addirittura di "malattia noriana" - Slataper ricordò il propagarsi a macchia d'olio del successo di Casa di bambola, un successo travolgente, quasi una sorta di malinteso, frutto di interpretazioni affrettate e malaccorte, com'era capitato al Werther di Goethe, altra opera capace di scatenare una serie impressionante di imitazioni maldestre, proprio perché opera che diventa dito nella piaga di un'epoca. Ma ogni imitazione è una bugia, ricorda Slataper, e il "tipo Nora" che si cercherà di veicolare servirà soltanto a "coprire ogni sorta di contrabbando". Per chiudere con le parole dell'articolo di Claudio Magris:
Ibsen è uno dei primi e più grandi poeti del tramonto borghese, nelle cui contraddizioni sapeva di affondare le proprie radici. In ciò consiste il suo potenziale eversivo, arginato dal suo decoro borghese, dal suo stile mai eccessivo e smodato. Radicale continuatore critico di Nietzsche, Ibsen rappresenta la ricerca della vita al di là della morale e della coscienza e mostra come questa ricerca implichi la distruzione della vita stessa. Chi si libera della coscienza, perde l’incanto e il desiderio della vita vagheggiata al di là della coscienza. Il tragico, nell’età contemporanea, tende fatalmente al tragicomico. Nell’età del relativo, diceva già Kierkegaard, l’assoluto è fatalmente ridicolo.
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(Questo post rappresenta un breve ritorno su Ibsen, dopo quello dedicato a Vita dalle lettere pubblicato da Iperborea nel 1995, un libro ancora disponibile che mi è parso un epistolario notevolissimo.)