martedì 20 marzo 2018

I cambi di stagione: equinozio di primavera


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole



Risolvo e ho occhi sbiechi
sul graffiato bianco del muro
o ricordi in grosse tende a fioroni
dove infagottarsi e annusare
quello che sbiadisce in ocra
in echi dai campanili bagnati.
Ma è qui la stanza murata 
i suoi strumenti dentro
la cucina di penne ai pomodori 
pelati e vino rosso allungato, 
a un passo dalla strada un cumulo 
di polveri di caffè in una aiuola. Risolvo

e sono a un cancello aperto 
dove bastano basse delle nuvole
a due fratelli e due fratelli altri
entrano e hanno anche ora quelle gambe 
che scottavano al sole.
Reale è un marciapiede irrisolto
con gli attacchi dei rubinetti 
negli stessi buchi in cui credi,
si destano i violenti detti, i proverbi
e da qualche nastro registrato le voci
che ridono dei loro congedi: vigliacco d’un tempo
o maledetta primavera perché pioveva.
Qua quasi tutti hanno pensato quando
farsi una casa per morire in piedi.

sabato 17 marzo 2018

"L'informe e senza ombra" di Ikkyū. Due conversazioni

Librobreve intervista #82

Da qualche giorno è disponibile L'informe e senza ombra del monaco buddista e poeta giapponese Ikkyū (Kyōto, 1394 – Kyōtanabe, 1481), libriccino de La collana Isola tradotto da Leonardo Vittorio Arena e illustrato da Chiara Druda (per informazioni lacollanaisola.tumblr.com) e qui di seguito si ospita una conversazione della curatrice della collana Mariagiorgia Ulbar con l'illustratrice e il traduttore.

Una conversazione con Chiara Druda

1) Chiara, quando ti è stato proposto di disegnare un’Isola, i dattiloscritti che ti avevamo inviato erano due e tu hai preferito i canti di Ikkyu. Non conoscevi l’autore, ma lo hai scelto. Ti era stato detto che veniva dal passato e ti veniva proposta una lettura in traduzione. Sapevi che non avresti potuto comunicare con lui - non utilizzando i canali convenzionali almeno, ma non hai avuto dubbi nella scelta. Quale corda ha toccato? A quale visione grafica ti ha condotta?
R: Ho scelto Ikkyu perché parla una lingua universale, questo mi ha sollevata dal problema della comunicazione, una lingua mediopassiva cui tendo, insieme all’orecchio, la mia, in una sorta di bacio di comprensione e svelamento. L’ho scelto per la perspicuità con cui descrive l'amore per la vita e per la morte, si riesce a compatirlo, sono stata affascinata dalla naturalezza con cui la sua parola può sfumare nel discorso di un altro, andare e venire, insinuarsi. Un monito fiorito, privo di vanità, che dura nella vanitas. Graficamente ha evocato dapprima i segni, successivamente i disegni, intesi come discorsi complessi di subordinate grafiche.

2) Come hai disegnato le poesie di Ikkyu? Che rapporto c’è tra parole e immagini?
R: Ho letto e ho sentito il fiume ed anche il mare, ho sentito “lo stesso" manifesto in circostanze diverse, che sono le mie, le mie grafie, i miei topoi, visioni, casi e disguidi, i disegni. Ikkyu rende accessibile e confortevole la sospensione del giudizio, l’epoché, la verità. Per questo non ho illustrato le sue parole ma ho detto a modo mio, in proporzione a ciò che ho appreso, lo stesso sentimento. La montagna, la pioggia, il Calderone, il fiume, il mare, la verticale, l’ascesi orizzontale.

3) Se immagini questo poeta di molti secoli fa in un Giappone molto diverso da quello di oggi, provando a dirlo in una parola, cosa vedi? E se lo immagini oggi?
R: Lo immagino sorridente, per sempre. 

4) Sei una ceramista: come sarebbe la poesia di Ikkyu in ceramica? Che tipo di manufatto? Puoi dirci forma, colore, consistenza?
R: Sarebbe argilla, lasciata alla natura, non fissata irreversibilmente dalla cottura che definisce la ceramica. Sarebbe un invito ad andare a cercare la materia e godere delle forze che naturalmente la trasformano.

5) Che cos’è per te un’isola?
R: Un approdo, in senso lato. La collana Isola lo stesso.


Una conversazione con Leonardo Vittorio Arena

1) Dal 2012, la Collana Isola ha pubblicato ventuno Isole e questa è la ventiduesima, poesie e illustrazioni in bianco e nero come sempre, ma con una differenza: Ikkyu è il primo poeta non vivente e non contemporaneo a comparire nella collana. Ti chiedo: Ikkyu è “non vivente” e “non contemporaneo”?
R: Rispondo per analogia. Quest'anno, per il mio corso di Storia della filosofia contemporanea all'università di Urbino, una delle due parti è dedicata al maestro taoista Zhuangzi, all'incirca vissuto tra il IV e III sec. a. C. Ciò che ho detto per lui vale, a maggior ragione, per Ikkyu. La sua presenza si percepisce sempre di più oggi, grazie alle tematiche e allo spirito. Certe opere sono sovratemporali.

2) I canti che compaiono in questa edizione di Isola non sono la tua prima traduzione del poeta giapponese: quando hai tradotto Ikkyu per la prima volta? Quante volte lo hai tradotto e perché?
R: La prima volta fu per una rivista, ma non ne autorizzai la pubblicazione. Studiavo giapponese da due-tre anni. Pochi anni fa ho scritto un ebook, Ikkyu poeta Zen, con molte citazioni dalle sue opere. Mi è stato utile per un corso monografico sul suo pensiero, nella disciplina "Filosofie orientali". Ikkyu mi ha colpito subito. Il suo spirito anti-istituzionale e libero l'ho sentito molto vicino.

3) Quando rileggi le traduzioni che fai, trovi la distanza per leggerle? Quando hai il libro in mano, chi è a leggere? Leonardo, il traduttore di Ikkyu, un lettore qualunque, una emanazione di Ikkyu che legge la versione di sé in italiano, il lettore o la lettrice d’elezione che hai immaginato traducendo?
R: Non sono distante. Forse, nella rilettura, sono il traduttore o lo studioso del buddhismo. Penso che potevo cambiare alcune parole o impostare una versione diversa. È l'attitudine più comune con cui rileggo i miei testi stampati. Con Ikkyu mi è capitata una cosa strana, insolita: ho sentito una registrazione in cui si recitavano poesie dalla mia traduzione. Mi sono piaciute, non le ho riconosciute subito.

4) È la prima volta che qualcosa da te scritto o tradotto viene illustrato da una persona che non conosci e che ti viene proposta da chi cura il libro: avevi riserve in merito? Come è stato l’incontro con i disegni? Puoi raccontarci in poche righe reazioni, dubbi, gioie o altro?
R: Avevo riserve, ma potrei dire che non avevo colto lo spirito della collana. Non mi era stato spiegato, non lo avevo capito o non ricordavo che traduttore e disegnatore avrebbero lavorato in piena libertà e autonomia, senza comunicare. Sono un fautore della improvvisazione musicale radicale; quindi, una volta apprese le "regole" o i "principi" editoriali, ho accolto di buon grado disegni che non mi sembravano pertinenti. Nell'improvvisazione si accetta qualsiasi cosa dall'interazione tra i musicisti, senza prevenzioni. Tutto vale ed è bello. I disegni esercitano su di me un grande fascino. Mi piacerebbe fare fumetti, ma non ho mai trovato un disegnatore che potesse dar corpo alle mie storie. È stato molto gradevole per me vedere queste poesie "sceneggiate".

5) Pensando a tutto ciò che per te rappresenta la poesia di Ikkyu e dovendolo riassumere in una immagine o in un disegno, cosa vedi?
R: Un airone bianco in mezzo alla neve.

6) Come consiglieresti la lettura di questo libro usando solo tre parole?
R: "Fanne quanto vuoi."

7) Cos’è per te un’isola?
R: Evoca qualcosa di separato, altero, fiero della sua diversità.


NOTE

Chiara Druda è nata sulla costa dell'Adriatico centrale, ha studiato pittura e filosofia guardando l'orizzonte e attraversando campi e nel 2012 ha intrapreso il percorso della ceramica che l'ha portata a Castelli, sotto il Gran Sasso. Lavora a progetti artistici per la ceramica in Italia e in alcune città europee. Conduce laboratori di ceramica.

Leonardo Vittorio Arena insegna storia della filosofia contemporanea all'università di Urbino. Orientalista, fa corsi di meditazione e concerti di musica elettronica con ipad. Pubblica per Rizzoli, Mondadori e altre case editrici italiane. 
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Vittorio_Arena

mercoledì 14 marzo 2018

Ancora sul vintage: la rubrica di poesia "Parole italiane" di Luca Mastrantonio su "7" del "Corriere della Sera" e un esempio con Alfonso Gatto

Libri brevi che mi piacerebbe scrivere o trovare #15
 
In commercio
Questo breve intervento fa il paio con il precedente intitolato Quanto ci piacciono vintage anche le patrie lettere! e si sofferma sulla predilezione per quanto è antico, anzi vintage, anche nel discorso editoriale-letterario. Diciamo che potrebbe essere un capitoletto di questo fantomatico e inesistente "libro breve che mi piacerebbe scrivere o trovare". Mi interessano moltissimo i vecchi cataloghi editoriali, i libri fuori commercio, le librerie dei remainders, però trovo assai meno interessanti i modi, i tempi e i luoghi in cui prevale la fascinazione per il vintage in editoria. Vediamo un esempio. 

La rubrica poetica intitolata "Parole italiane" a cura di Luca Mastrantonio su "7", settimanale del "Corriere della Sera", spesso va a recuperare poesie di un tempo passato, mostrando le copertine di prime edizioni di allora. Fin qui va tutto bene o quasi (dipende dai gusti, dalle inclinazioni, dal pensiero che si ha nei confronti di simili rubriche ecc.). Va meno bene, a mio avviso, se le opere di quel dato poeta sono regolarmente disponibili in commercio. Tra le predilezioni del curatore, già più di una volta ho rivisto certe copertine de Lo Specchio Mondadori di un tempo. È successo ad esempio di recente con Alfonso Gatto, del quale proprio lo scorso anno è però uscita per gli Oscar Mondadori la raccolta Tutte le poesie a cura di Silvio Ramat (pp. XLVIII-842, euro 26). Ora qualcuno dirà che è benemerito qualsiasi intervento che faccia riaffiorare la poesia in contesti di buona se non ottima visibilità. Può darsi, non lo so, e anche qui c'entrano gusti, inclinazioni e ambizioni, ma se la tendenza è questa emergente patina vintage, che sembra slittare  piano piano e insidiosamente in un giudizio di valore, non sono d'accordo. È vero che c'è una miriade di titoli di un tempo che meriterebbe nuova attenzione, una ristampa, una nuova edizione, una segnalazione su un settimanale importante. Però l'approccio molto vintage di questa rubrica di poesia che occupa una pagina di "7" mi è sembrato - per quello che sono riuscito a intravedere sin qui - trainato da questa fascinazione vintage poco vivace e producente. E credo vada ben distinto il rovistare tra vecchi cataloghi editoriali finalizzato alla ricerca di determinati titoli, dalla fascinazione, talvolta aprioristica, per quanto presenta una patina vintage. Se si doveva oliare un sistema produttivo nel quale anche Corriere e RCS sono inseriti, in questo caso specifico aveva molto più senso mostrare il libro regolarmente in commercio negli Oscar. Inoltre, a questi aspetti, va aggiunto che il tutto non è salutare per l'arte poetica (anzi, per questo genere editoriale). E il caso di Alfonso Gatto, del quale esiste appunto un Oscar Mondadori recentissimo, mi ha sostanzialmente spinto a formulare queste righette. Del resto tutto ciò s'accompagna a un recente tentativo di rilancio della poesia in casa Mondadori che si è palesato con tinte e toni fortemente vintage di recupero del blasone perduto, un'operazione che non può che destare grandi perplessità.

Se va avanti di questo passo, tra non molto, a fronte di un panorama distratto e non interessato alla poesia - il che ci può stare, esistono infatti i gusti e le mode anche in letteratura -, troveremo presto un fiorente mercato del libro antico di poesia. Esiste già, a dir quel che è, anche se dovrei togliere la parola "fiorente". In questo mercatino, to', ci si scannerà per la seconda edizione difettata degli Ossi di seppia (titolo sempre reperibile in edizione economica) magari lasciandoci scappare un affarone su un libro remainder di Dario Villa, Danilo Dolci o Mario Benedetti (quello italiano nato in Friuli, non l'uruguagio). È chiaro che il mercatino del collezionismo è altra cosa rispetto al mercatino della poesia in commercio, però c'è questa possibilità che aleggia, cioè che, soprattutto per certe tasche, i due mercatini vadano a sovrapporsi. Chi vivrà vedrà.

lunedì 12 marzo 2018

Cimitero di guerra: un testo da "Preparativi per la villeggiatura" di Remo Pagnanelli

Leggere una grande guerra #27


Lo scorso anno, in occasione del trentennale della morte e grazie anche alla pubblicazione Quasi un consuntivo (1975-1987) (Donzelli, pp. 160, euro 15, a cura di Daniela Marcheschi), si è riattivata qualche attenzione attorno all'opera del poeta e critico Remo Pagnanelli (Macerata, 6 maggio 1955 - Macerata, 22 novembre 1987). Nella sua breve vita interrotta dal suicidio, oltre ad alcune pubblicazioni che, tra altri editori, hanno riguardato Scheiwiller, Forum e Il lavoro editoriale, il marchigiano Pagnanelli ha incrociato il Veneto in un paio di occasioni, prima con Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e poi con il volume postumo Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988, con una nota di Giampiero Neri). In biblioteca mi è capitato in mano proprio quest'ultimo volume marrone, del quale riporto il testo seguente. Di Pagnanelli si trova ancora il volumetto Prime scene da manuale della collana "Ocra gialla" delle Edizioni Via del Vento di Pistoia, mentre il versante critico della sua scrittura è più difficilmente accessibile. Oltre agli studi su Vittorio Sereni, ha senso ricordare il volume pubblicato sempre postumo da Mursia nel 1991 e intitolato Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento con contributi su Bellezza, Bertolucci, D'Elia, Giudici, Mussapi, Penna, Sereni e Zanzotto. 

(Nell'edizione Amadeus del testo seguente, parole come "orto" o "uomo" sono effettivamente precedute dall'articolo indeterminativo con l'apostrofo.)


dentro un inizio di bosco curato più di un'orto il cimitero contiene novecento morti della prima guerra mondiale. Ci s'incappa per caso deviando dal sentiero segnato che conduce alla malga. Piccolo miracolo di perfezione giardiniera che un'uomo accudisce con ossessione. Uno di questi perimetri esagonali potrebbe essere il posto del riposo. Tutto sembra suggerirlo. Divisi da steccati trasparenti i sudditi austroungarici stanno agglomerati per etnie. Sono turchi, prigionieri russi, ebrei. Le date si riferiscono in massima parte al 1916. Scontri di retroguardia. Io e mio padre pronunciamo ridendo i nomi più strani (invariabilmente turchi), elogiamo la pulizia e la democraticità geometrica cercando qualche eccitazione di sussulto o fastidio. Col chiederci chi mai erano e il senso delle loro vite il gioco necrofilo su cui si regge la letteratura è ben avviato. Desidero una tomba di eguale essenzialità. Solo a queste altezze la povertà ha un suono sacro e sublime insieme. Non è del tutto vero se si pensa che qui la natura ha dispiegato con ostentazione erbe aromatiche, rivoli di fiori, resine profumate. L'inganno è più feroce della ridicola rimozione urbana. Qui agisce il mito del sonno dolce e progressivo, della giusta fine d'una bella biografia. Invece, la musica silenziosa è una riduzione della lingua, non il suo azzeramento. La morte sta nell'eliminazione d'ogni suono e residuo linguistico. Di conseguenza non sarebbero praticabili incontri con ombre, dèi, fate, cioè alcuna consolazione da scribi. Attraverso questa porta senza referenti si può dimenticare e essere dimenticati, non possedere né essere posseduti. Addio storia, addio natura. 

(cimitero di guerra)

giovedì 8 marzo 2018

"Ti do i miei occhi di un tempo fa": un libro per Marco Dinoi

Silvana Editoriale ha meritoriamente dato alle stampe un volume postumo di fotografie e appunti di Marco Dinoi. Dinoi (1972 - 2008) è stato ricercatore e docente dell'ateneo senese, dove ha insegnato Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico e Metodologie della critica cinematografica e dove ha fondato il Laboratorio Universitario Cinematografico. Una sua pubblicazione si pone proprio a cavallo del millennio e mi riferisco a Girare in digitale (Dino Audino Editore, 2000). Girare in digitale, all'epoca, solo diciott'anni fa, non era così scontato. La gran mole di fotografie e appunti di cui questo libro offre uno scorcio è andata di pari passo anche con la realizzazione dei cortometraggi quali Rumori d’assenza (1998), Time Lapse (2004), Rosso di Sera (2005). Del 2007, anno antecedente la morte, è la cura della regia video dello spettacolo teatrale Al Kamandjâti (Il violinista). Questa breve incursione in una parabola di vita altrettanto breve dice di una figura intellettuale ricettiva e mobile, il cui picco di riflessione e attività si è assestato in anni fondamentali per la trasformazione del nostro sguardo e persino di una certa produttività dell'immagine, in alcuni frangenti-gangli del nostro pensiero, incluso quello potremmo chiamare pensiero emotivo. Questo volume postumo, come postumo era Lo sguardo e l’evento. I media. La memoria. Il cinema (Le Lettere, 2008), tiene viva una fiaccola di attenzione su un operato e una riflessione teorico-pratica che ha senso riprendere in mano ad ogni stagione. La stessa "documentalità" - per usare un termine di Maurizio Ferraris - di queste foto e di questi appunti scansionati pone il fruitore contemporaneo dentro un bianco e nero che continua a mandare il proprio riverbero e interrogativo.

Filippo Bologna incomincia in questo modo la nota introduttiva di Ti do i miei occhi di un tempo fa 
In fondo, ogni foto è la testimonianza di un’assenza. Assenza del soggetto, del luogo e dell’istante in cui è avvenuto lo scatto, fulminante e irripetibile incrocio di tre coordinate che intersecano la realtà per convergere in un clic. È un miracolo che dalla risultante di tre assenze scaturisca una presenza. Viva, erratica: quella dello sguardo, un ponte mobile tra passato e presente, breve come un battito di ciglia. La chiusura di un circuito immaginario che permette di andare avanti e indietro, invertendo, anche solo per un istante, la tirannia del tempo.
In questo caso il passato è via di Fieravecchia, dove se chiudo gli occhi vedo ancora Marco aggirarsi per i corridoi della facoltà con le sue giacche scure e le Clarks alla Dylan Dog, in una mano il tabacco, nell’altra una cartina sottile e trasparente come i suoi ragionamenti.
Il presente, invece, è questo libro che tenete tra le mani [...]
Questo libro che potete tenere tra le mani è stato curato da Vincenzo Cascone e Giacomo Tagliani, consta di 128 pagine e di un centinaio di illustrazioni e costa 15 euro. Si tratta solo di una parte circoscritta di un archivio che potrebbe diventare davvero rilevante e d'aiuto per scrutare meglio l'immaginario di un'epoca sfuggente e così recente, coincidente con gli anni più febbrili di Dinoi. Ed è in tale modo che possiamo sfogliare il senso delle sue inquadrature in questo libro pochissimo scritto e sostanzialmente fatto tutto di immagini. Ricordano i curatori nella loro essenziale nota che fotografare per Dinoi
era mettere a fuoco un concetto, mettere in pratica la teoria, e in azione il pensiero: un equivalente visivo di quella parola – letta, parlata, scritta – che pure era al centro della sua quotidianità fatta di lezioni agli studenti, letture in biblioteca, scrittura di saggi. Scattare fotografie era uno dei tanti modi attraverso i quali Marco si interrogava sulla realtà e sulle immagini che la supportano; credeva tenacemente in entrambe, e le loro reciproche implicazioni e i punti di intersezione tra esse rappresentavano la sua preoccupazione più stringente, la sua forma peculiare di fare ricerca. Fotografava coerentemente al suo stile, in modo riflessivo, essenziale, senza distrazioni; non a caso possedeva solo una Yashica FX-3 Super 2000 e una Contax 137 MA Quartz, oltre all’obiettivo Carl Zeiss Planar T* 50mm f/1.7, usato con entrambe le macchine. 
Questo libro intende restituire la tensione etica – e quindi anche estetica – che traspare dalle immagini in bianco e nero che hanno accompagnato con discrezione quasi tutto il suo percorso di ricerca teorica; diciassette anni durante i quali noi curatori ci siamo avvicendati accanto a lui, insieme a tanti altri compagni di viaggio. 
Per concludere rimando a questo link quale punto d'accesso per iniziare un'esplorazione dell'Archivio Marco Dinoi.

mercoledì 7 marzo 2018

Poesie di Jorge Boccanera nella traduzione di Stefano Strazzabosco


Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.


Jorge Boccanera
Parlano gli occhi di Nazim Hikmet
Versioni di Stefano Strazzabosco


Commento III

“Il pasto povero”
Acquaforte del 1904, Picasso

Seduti dalla stessa parte del tavolo
          Pedro prendeva Nora per la spalla,
ascoltavano la pioggia che leccava gli angoli
però non si guardavano.

Guardarsi era pensare abbiamo fame.


Commento X

Risuona / uno sparo nella notte: il poeta /
non / dorme / più.
Rafael Góchez Sosa

La gente qui ha nascosto i suoi rumori,
le sue maniere di far male,
ha incendiato i suoi nomi,
fucilato i vestiti,
messo a letto il suo sangue e i suoi saluti.

Come se non bastasse,
i cani della notte
portano il nome mio tra i denti.


Appunti

Io ti ricordo, madre,
come quando l’unica luce era la tua ombra.


Ricordo

Ieri
è una casa
che non ha più le porte.


Sul mestiere della poesia

Occorre incendiare la poesia
e poi cantare
con le ceneri utili


Solitudine

Nessuno.
Come dire:
tutti dall’altra parte.


Saggio sull’onestà poetica

Non è che i poeti mentano,
è che i bugiardi
vogliono fare poesia.


Confini

Il mio Paese
confina a nord con la Bolivia e il Paraguay,
a est con il Brasile, l’Oceano Atlantico e l’Uruguay,
a ovest con il Cile,
e Luisa
marcisce in una cella di due metri per uno.


Commenti

Due bambini che si guardano,
interrompono il mondo.


Scomparso I

Parlano e parlano
di loro
tutto il tempo.
Corre di bocca in bocca la parola
          disfatta.
Parlano e parlano
          di loro
          perché sanno
se tacciono
          che quel silenzio
          sanguina.


Quaderno del suicida

I miei piedi assomigliano a pale.
E la lingua e le mani hanno forma di pale.
Se mi guardassi allo specchio vedrei solo
una pala.

Tutto ciò che farò
avrà forma di fossa.


Illusione ottica

Il calabrone svola sul capo del gufo appollaiato
sul cappello della bambina che in sella
sul dorso del cavallo che galoppa sulla strada
polverosa.

Ma in realtà,
il calabrone, il gufo, la bambina e il cavallo, sono
figure immobili,
e l’unica cosa che corre, crudelmente,
       è la strada.


Il sogno che sogno

Avrà visto ciò che avrà visto,
con gli occhi cuciti al cuscino,
niente altro che un’ombra
con un anello d’oro.


Burlesque

Lei fa uno striptease per me solo.
Lei fa uno striptease per me.
Lei fa uno striptease.
Lei
tira fuori la lingua
che è la punta dell’iceberg.


Parlano gli occhi di Nazim Hikmet

Sulla mia mano,
la metà di una mela sta splendendo.
L’altra metà è su un tavolo a migliaia di
chilometri da qui.
È impossibile mordere questa metà
senza che dolga il vuoto.





Jorge Boccanera
Hablan los ojos de Nazim Hikmet


Comentario III

“La comida pobre”
Aguafuerte de 1904, Picasso

Sentados de un mismo lado de la mesa
          Pedro tomaba a Nora por el hombro,
escichaban la lluvia lamiendo los rincones
pero no se miraban.

Mirarse era pensar tenemos hambre.



Comentario X

Suena / un tiro en la noche: el poeta /
ya / no / duerme.
Rafael Góchez Sosa

La gente ha escondido sus ruidos,
sus modos de doler,
ha incendiado sus nombres,
fusilado su ropa,
puesto a dormir su sangre y sus saludos.

Por si esto fuera poco,
los perros de la noche
llevan mi nombre entre sus dientes.


Apuntes

Y te recuerdo, madre,
como cuando la única luz era tu sombra.


Recuerdo

Ayer,
es una casa
que se quedó sin puertas.


Del oficio de la poesía

Hay que incendiar a la poesía
y cantar luego
con las cenizas útiles


Soledad

Nadie.
Como decir:
todos del otro lado.


Ensayo sobre la honestidad poética

No es que los poetas mientan,
es que los mentirosos
quieren hacer poesía.


Límites

Mi pueblo
limita al norte con Bolivia y Paraguay,
al este con Brasil, el Océano Atlántico y Uruguay,
al oeste con Chile,
y Luisa,
se pudre en una celda de dos metros por uno.


Comentarios

Dos niños que se miran,
interrumpen el mundo.


Desaparecido I

Hablan y hablan
          de aquellos
          todo el tiempo.
Sigue de boca en boca la palabra
          deshecha.
Hablan y hablan
          de aquellos
          porque saben
si callan
          que ese silencio
          sangra.


Cuaderno del suicida

Mis pies parecen palas.
Y mi lengua y mis manos tienen forma de palas.
Si me viese al espejo vería sólo
          una pala.

Todo lo que yo haga
tendrá forma de fosa.


Ilusión óptica

El abejón aletea sobre la cabeza del búho parado
en el sombrero de la niña que camina
sobre el lomo del caballo que galopa por el camino
polvoriento.

Pero en verdad,
el abejón, el búho, la niña y el caballo, son
figuras inmóviles,
y el único que corre, salvaje,
                                       es el camino.


El sueño que sueño

Habráse visto lo que ha visto
con los ojos cosidos a la almohada,
nada más que una sombra
con un anillo de oro.


Burlesque

Ella hace un striptease para mí solo.
Ella hace un striptease para mí.
Ella hace un striptease.
Ella
saca la lengua
que es la punta del iceberg.


Hablan los ojos de Nazim Hikmet

Sobre mi mano,
la mitad de una manzana brilla.
La otra mitad está sobre una mesa a miles de
kilómetros de aquí.
Es imposible morder esta mitad
sin que duela el vacío.


Jorge Boccanera (Bahía Blanca, 1952), giornalista, saggista e poeta, è uno degli autori argentini più riconosciuti dei nostri giorni. Ha insegnato Letteratura e Giornalismo presso l’Università del Costa Rica e la Universidad Nacional de Lomas de Zamora (Argentina), e ha diretto i settimanali “Crisis” (Argentina), “Plural” (Messico), “Aportes” e Forja” (Costa Rica). Durante il periodo della dittatura (1976-1983) ha vissuto in Messico, per tornare nel suo Paese nel 1984. Attualmente dirige la Cattedra di Poesia Latinoamericana dell’Universidad Nacional de General San Martín, a Buenos Aires. 
La sua poesia, tradotta in molte lingue (inglese, francese, italiano, olandese, giapponese, ceco, portoghese, bulgaro, svedese, ungherese), è stata pubblicata in più di quindici raccolte e ha vinto numerosi premi, tra i quali ricordiamo il Premio Casa de las Américas di Cuba (1976), il Premio Internazionale di Poesia Camaiore (2008), il Ramón López Velarde (Messico, 2012) e il Gran Premio d’Onore della Fundación Argentina para la Poesía (2012). I testi che presentiamo sono tratti da Servicios de insomnio. Antología, Visor, Madrid 2005 e Marimba. Antología poética, Laberinto Ediciones, México 2011.

venerdì 2 marzo 2018

"Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia" di Alberto Casadei

"Biologia della letteratura" che cosa significa? Letteralmente dovrebbe essere la scienza che studia gli esseri viventi e le leggi che li governano applicata a quella cosa che chiamiamo letteratura. Nell'espressione s'intuisce forse, ad un livello epidermico, che si va oltre una biologia della cellula e ci si avvicina a una biologia largamente intesa, che abbraccia le scienze cognitive e neuroscienze, le recenti acquisizioni attorno al dualismo corpo-mente e a quelle che riguardano il superamento della dicotomia natura-cultura. Ma capiamo di più così di questa espressione? Non è che sia l'ennesimo accostamento di termini per dar vita a qualche evanescente disciplina destinata a durare una stagione, magari anche lunga, o a una nuova fantasmagorica cattedra universitaria? No. Il titolo non scalda, ma va bene così, perché è il titolo di uno studio che promette uno sguardo rilevante e parimenti imposta un lavoro lungo e per larga parte, se non da incominciare, da consolidare. Per capirci meglio dobbiamo iniziare a spostarci sul sottotitolo: "Corpo, stile, storia". Questi sintagmi ci dicono invece dei tre termini con i quali Alberto Casadei si confronta lungo tutta la sua puntuta trattazione. Biologia della letteratura (Il Saggiatore, pp. 248, euro 23) porta dunque un titolo che è curiosamente piatto e ambiziosissimo. È normale che sia così, perché non è facile rendere conto di come l'ormai lunga storia delle scienze e delle scienze cognitive - con in testa certe ricerche di Gerald M. Edelman, Gregory Bateson e António R. Damásio, ma anche di Jean-Pierre Changeux assieme a Paul Ricoeur - possa fecondare gli attuali studi di letteratura e di altre espressioni artistiche, le ripetute analisi sul come arriviamo a elaborare nei testi miti, sempre nuove forme o quelle metafore di cui Susan Sontag diffidava, circa negli stessi anni in cui George Lakoff le metteva alla base dei meccanismi cognitivi nel suo celebre studio Metafora e vita quotidiana

Diciamo già che nel libro di Casadei lo sguardo sulla letteratura è prominente, anche se non esclusivo. Si potrebbe leggere in tandem con un altro recente titolo di Michele Cometa, che però si pone al lettore con tutt'altro spirito: Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina Editore, 2017). L'autore riprende in mano discorsi come quelli che volteggiano pericolosamente attorno a cosa sia "ispirazione" o cosa sia "classico", ragionamenti che da sempre camminano sopra terreni scivolosi. Inoltre - e qui si colloca la parte più innovativa di questo studio necessario  - torna a parlare della cosa più importante: lo stile, non a caso parola centrale del sottotitolo. Il punto di partenza vuole essere un dato assodato, vale a dire il necessario superamento del dualismo tra natura e cultura. Se ne parla da anni, ma la collosità di quel dualismo è dura a morire. La dimensione di vita (quindi anche "biologica") media odierna si trova inondata di stimoli e pulsioni che ci hanno catapultato in un mondo così diverso da quello di poco tempo fa, che con accelerazioni fino a l'altro giorno impensabili ha agito sul nostro cervello e sull'atto creativo. In questo studio, come si enuclea programmaticamente in sede di incipit:
si tenterà di inserire la creazione artistica, e in specie letteraria, nel continuum dei processi biologici, incarnati nell'insieme corpo-mente a partire dal quale si sviluppano le potenzialità e le propensioni umane.
Avrete notato la densità di parole-spia, ognuna fulcro di leve importanti ("creazione artistica", "continuum dei processi biologici", "insieme corpo-mente", "potenzialità" e "propensioni umane"). Per insistere sullo stile, come spiegherà qualche paragrafo dopo
L'inserimento dei processi artistici in un continuum biologico-storico-culturale consente di spiegare meglio la componente essenziale per il cambiamento di status di un oggetto (non solo testuale, e non solo verbale) da semplice entità d'uso a opera adeguata per un riuso nel tempo. Grazie allo stile, inteso appunto come un'elaborazione higher level a partire da forme riconoscibili, non ci si limita a indicare sottili discrimini fra ciò che è creazione e ciò che rimane nel campo della scoperta o dell'invenzione ma si toccano i fondamenti del rapporto dell'artista con il mondo. Lo aveva già intuito Giacomo Debenedetti: «Stile è [...] la scelta del dettaglio suggestivo in mezzo alla congerie amorfa e schiacciante del reale». Di fatto, la questione è semplice: «sia in filosofia sia in letteratura lo stile è sostanza» (George Steiner in La poesia del pensiero. Dall'ellenismo a Paul Celan).
Attenzione, ritmicità, capacità mimetica, metaforizzazione (blending) sono i quadranti dove il cursore di Casadei si muove con agio ed efficacia. L'autore non è nuovo a questi affondi, avendo alle spalle titoli come Poesia e ispirazione (Luca Sossella Editore, 2009) e Poetiche della creatività. Letteratura e scienze della mente (Bruno Mondadori, 2011). Lo stile torna continuamente al centro del triangolo (ora equilatero, ora isoscele, ora scaleno) tra storia, ambiente e biologia del soggetto. La tanto sbandierata interdisciplinarietà, qui così evidente sin dal titolo, è una conquista difficile e non un facile spot pubblicitario e accademico. Oggi l'interdisciplinarietà si contrabbanda con una facilità esagerata, forse di più proprio là dove è carente, e si rischia di giungere a conclusioni sin troppo eclettiche. Questo studio di Alberto Casadei gode di un avvicinamento built-in all'interdisciplinarietà, senza complessi di inferiorità o superiorità tra sfere del sapere, e si conclude ritraendo il corpo umano all'interno dello scenario dove si trova effettivamente, quel cloud rappresentato dal Web e dalle interazioni in rete. 
Un’arte che si pone il problema dell’arte (Blanchot); che si presenta come progetto di vita scritto ai margini del vivere (Celan); che trasforma ogni vincolo coercitivo per far coincidere parole e cose (Foucault); un’arte così caratterizzata non può non darsi come obiettivo fondamentale quello di proporre la co-fondazione di una humanitas che non sia solo la somma delle visioni del mondo attuali, come avevano gia intuito Jean-Pierre Changeux e Paul Ricoeur (1998). Si dovrà verificare quali stili saranno adatti a riproporre e rappresentare la condizione della nuova sfera-Cloud e delle sue interazioni con la corporeità e il pensiero. Ma d’altronde che cosa ha fatto l’arte, dalle sue prime manifestazioni a oggi, se non fondere propensioni biologico-cognitive ed elaborazioni stilistiche?
Inevitabile, giunti alla fine, interrogarsi sui nuovi stili che apriranno le porte a nuove forme di rielaborazione artistica da dentro questa nuvola, nuova metafora delle potenzialità cognitive umane, massa ora densa ora rarefatta. La cosa che pare certa è che non ci sia più uno stare sopra o sotto la nuvola, ma uno stare dentro soltanto.