martedì 29 novembre 2016

A Padova ritorna "Il sabato dei villaggi", rassegna di poesia, critica e piccola editoria a cura di Giovanna Frene


Ricevo la comunicazione e segnalo questa serie di incontri:

 IL SABATO DEI VILLAGGI 
RASSEGNA DI POESIA, CRITICA E PICCOLA EDITORIA 
Seconda Edizione Ideazione e cura di GIOVANNA FRENE 
Dicembre 2016 -­ Aprile 2017 
LIBRERIA ZABARELLA, via Zabarella 80, PADOVA 
Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1839421446305877/

PRESENTAZIONE DELLA RASSEGNA 

Torna nel cuore di Padova la rassegna di poesia, critica e piccola editoria IL SABATO DEI VILLAGGI. Il successo di pubblico e l'entusiasmo degli invitati (poeti, critici ed editori) nella scorsa rassegna ci hanno incoraggiato a proporre gli incontri alla Libreria Zabarella. La formula ha la stessa finalità dello scorso anno: portare al pubblico, in maniera organica, l'ambito del poetico contemporaneo italiano, spesso del tutto dimenticato negli scaffali delle librerie-­‐supermarket, mediante l'incontro con giovani poeti o autori affermati, critici letterari ed editori piccoli e grandi, nell'ottica di promuovere la polifonia della ricerca poetica attuale in Italia, e far sì che concretamente esista una libreria che tenga i nuovi libri di poesia negli scaffali. Ci sono però delle novità: gli incontri saranno più articolati, vedendo la partecipazione di due o più soggetti alla volta, affinché il dialogo con il pubblico risulti più coinvolgente. Crediamo ancora che la poesia sia il centro, a volte occulto, della cultura, e che il difficile frangente epocale esiga da ognuno la resistenza di avere il coraggio di fare cultura alta e allo stesso tempo aderente alla vita, come lo è, o dovrebbe essere, la poesia. 

CALENDARIO 

Dicembre 2016

Sabato 10 dicembre, ore 17.30: Gian Mario Villalta (Collane Gialla e Oro di PordenoneLegge - Lietocolle), con Maria Grazia Calandrone, Luciano Cecchinel, Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter, Giulia Rusconi 

Gennaio 2017 

Sabato 14 gennaio, ore 18: Gian Paolo Arena e Marina Caneve (The walking mountain. CALAMITA/à PROJECT, sul Vajont)

Martedì 17 gennaio, ore18: Luca Rizzatello (Prufrock spa) e Daniele Poletti (progetto Dia.forìa)

Sabato 28 gennaio, ore 18: Davide Colussi e Stefano Brugnolo (La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci 2016) 

Febbraio 2017

Mercoledì 8 febbraio, ore 18: Renzo Casadei (CartaCanta) e Matteo Saccone (Peter Pan è morto, CartaCanta 2016)

Sabato 25 febbraio, ore 18: Italo Testa e Michele Zaffarano 

Marzo 2017

Sabato 4 marzo, ore 18: Alessandro Canzian (Samuele Editore) e Sandro Pecchiari 

Sabato 11 marzo, ore 18: Vincenzo Ostuni e Gherardo Bortolotti 

Sabato 25 marzo, ore 18: Giulio Perrone (Perrone Editore), Jacopo Alessandro Brusa e Marco Bini 

Aprile 2017

Sabato 15 aprile, ore 18: Danilo Mandolini (ArcipelagoItaca Editore) e Paolo Steffan (Luciano Cecchinel. Poesia, ecologia, resistenza, ArcipelagoItaca 2017)

Sabato 22 aprile, ore 18: Bruno Galluccio e Tommaso Di Dio

domenica 27 novembre 2016

Il nome giusto per la casa editrice di racconti è Racconti Edizioni. Intervista con Emanuele Giammarco

Librobreve intervista #71

All'inizio del 2016 a Roma è nata una casa editrice specializzata in racconti. Si chiama Racconti Edizioni. Ospito di seguito le risposte di Emanuele Giammarco, che ringrazio.


Lo scarafaggio capovolto, l'emblema
LB: Sul web vanno per la maggiore le liste, i decaloghi. Vi va di stilare un elenco con i titoli dei dieci racconti che improntano la vostra idea editoriale e la vostra idea di catalogo e del suo sviluppo? Quei dieci racconti che secondo voi hanno cambiato il corso degli eventi di quella che, in ambito internazionale, si definisce "short story"? (Teniamoci una bonus track n. 11 per il racconto che vorreste pubblicare e non avete ancora letto.)
R: Ci sembra un compito assai arduo con cui misurarsi, è un po’ come cercare di assemblare un album con la colonna sonora della propria vita. Questi sono solo alcuni di quelli che ci piacciono e che di recente, inesorabilmente, hanno fatto prendere quella piega surreale alle nostre vite che ci ha trasformato in editori, per quanto improbabili. I racconti sono in ordine perlopiù casuale. Difficilmente ci facciamo ingolosire per la pubblicazione da un libro non letto. Quindi occupiamo la bonus track con un genio.

1. Bartleby lo scrivano di Herman Melville.
2. Un medico di campagna di Franz Kafka.
3. Pastoralia di George Saunders.
4. Gli storpi entreranno per primi di Flannery O’Connor.
5. Qualsiasi cosa di Michele Mari.
6. Manuale per donne delle pulizie di Lucia Berlin.
7. Something Nice from London di Petina Gappah.
8. Ultimamente invece mi si rizza di Etgar Keret.
9. Il sogno di Cesare di Luigi Malerba.
10. La Torre Rossa di Thomas Ligotti.
Bonus track L’incendio di via Keplero di Carlo Emilio Gadda.

LB: Lo scrivete chiaramente anche nel vostro sito: in origine del vostro progetto ci sono anche le molte "chiacchiere" sul racconto (non vende, non è curato dall'editoria nostrana, non è ben recepito dai lettori che sembrano preferire romanzi dalle 800 pagine in su ecc.). Vi siete già dati delle risposte su questo scenario che si è creato negli anni o preferite darvi delle risposte lavorando e progettando, strada facendo? Di primo acchito quale sarebbe ed è la vostra obiezione a una frase come "tanto il racconto non funziona in Italia"?
R: «Può darsi, speriamo di no, in ogni caso chi se ne frega.» Non abbiamo nessuna certezza che possa funzionare editorialmente, però abbiamo la certezza che i lettori possano senza dubbio innamorarsi di un racconto allo stesso modo in cui lo fanno con un romanzo. Bisogna vedere se un numero sufficiente di lettori lo capisce, decide che le nostre scelte sono interessanti e decide pure di spendere dei soldi per noi in mezzo a tante splendide opzioni letterarie. Se così non è, il «chi se ne frega» di cui sopra potrebbe diventare ridicolo. Però sono comunque sicuro che non ce lo toglierebbe dalla testa nessuno che i racconti non hanno nulla da invidiare alle altre forme letterarie. Poi ci sono tantissime raccolte meravigliose in giro, non solo le nostre. Noi dobbiamo convincere a prescindere dalla nostra battaglia sul racconto. Siamo contenti anche se cominciano a vendere di più Ballard, Yates, Čechov, Buzzati, Berlin, Poissant ecc.

LB: Un po' di terminologia: "racconto" e "novella". Il secondo termine ha un peso rilevante nella nostra tradizione, da Boccaccio ad autori più vicini come Verga o Pirandello. Vi siete posti anche questo interrogativo di natura terminologica? Cosa è uscito dalla riflessione?
R: Ci siamo posti molti problemi su come definire il racconto, senza mai cavarne molto in realtà. In fondo la discriminante più immediata è anche la più giusta: si tratta di una «forma» breve. I francesi lo chiamano ancora nouvelle. Nonostante la gloriosa tradizione a cui giustamente richiami tu, noi italiani abbiamo spostato l’asse semantico, come credo gli spagnoli, su «racconto». I latini, in generale, mantengono però tutte e due le espressioni cercando ogni tanto di individuare una differenza che in fondo non c’è. Interessante invece notare come gli inglesi abbiano chiarissima la definizione di short story, e quindi di short story writer, usando invece l’espressione novellas per i racconti lunghi, da Piccola Biblioteca Adelphi per capirci. I cambiamenti linguistici sono un dato di fatto contro cui sarebbe donchisciottesco combattere. Quindi ci teniamo il termine «racconto» e abbracciamo la «novella» come racconto più lungo. In fondo il «raccontare», nella sua generalità, sembra alludere al nocciolo dell’azione di scrivere e narrare, riportando la forma letteraria breve al senso più originario della letteratura.

LB: Sul fronte traduzioni, come pensate di bilanciarvi tra eventuali riproposte di traduzioni del passato e nuove traduzioni?
R: Nel caso in cui un libro sia stato già tradotto, non perseguiamo un modello prestabilito. Ci limitiamo a rileggere l’originale per valutare la traduzione. Sin qui non ci è mai capitato di dover dire: «è necessario cambiare la traduzione». Con Chiara Vatteroni abbiamo rivisto e migliorato Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry, così come è capitato con Luigi Ballerini con Stamattina stasera troppo presto, in cui c’era anche una questione linguistica che ci stava a cuore: la traduzione fedele dei molti modi in cui Baldwin e i suoi personaggi chiamano i neri americani. I grandi traduttori sono ben lieti di rileggersi e migliorarsi, non è stato così difficile. Nel caso ci siano delle proposte di ritraduzione, del resto, siamo ben lieti di ascoltarle e magari di accoglierle. In quel caso è giusto dare credito a chi si spende per la pubblicazione di un libro. L’idea comunque è di spendere del tempo per rileggere a fondo il testo, anche nel remoto caso che non ci sia nulla di migliorabile. Ma c’è sempre qualcosa, è una questione di semplice cura editoriale.

LB: Quale ambito della filiera editoriale, a vostro avviso, necessita di maggiore portato di innovazione: la ricerca dei testi, la produzione, la distribuzione o la promozione?
R: Una domanda complessa a cui dobbiamo per forza di cose premettere, prima di rispondere, un moto di umiltà: siamo nuovi del settore e non è il caso di catechizzare troppo la filiera. Addetti molto più esperti di noi hanno strumenti più adatti per farlo. Fatta questa premessa credo che il dato più eclatante sia la diminuzione del numero dei lettori e dei lettori forti. Una vera piaga epocale, perché in controtendenza con la pur lenta ascesa dal dopoguerra in avanti. Oggi il mercato è gestito dai grandi gruppi editoriali, da Messaggerie e dalle catene. A loro pertanto è dato il compito di rispondere di questo dato sinistro. L’impressione è che la gestione monopolistica nei più decisivi passaggi della filiera alla lunga sia controproducente. Prendersela con chi detiene i monopoli però non ha molto senso, fanno il loro gioco com’è ovvio che sia. Bisognerebbe imprimere una direzione a livello politico, attraverso leggi che valorizzino la bibliodiversità e il lavoro di chi sostiene la curiosità innanzitutto, a prescindere dall’interesse immediato. È una questione di prospettiva: un libro così così oggi può vendere anche di più di un bel libro; un libro bello invece, che oggi forse vende di meno, domani è sicuro che venderà di più e che farà da sprone all’acquisto di altri libri.

LB: Per la casa editrice avete scelto un nome che ha il vantaggio di posizionarvi immediatamente nel panorama ma che forse non vi consentirà di aumentare agilmente la lunghezza qualora – poniamo tra cinque anni – vi venga voglia di pubblicare romanzi. Ci avete pensato a quest'eventualità e non vi disturba affatto?
R: Quando ci arrenderemo a pubblicare romanzi vorrà dire che il progetto editoriale avrà perso. Speriamo con tutto il cuore di non pubblicare romanzi. Non perché non ci piacciano, ma perché abbiamo a cuore il nostro progetto editoriale e la fiducia richiesta ai lettori che questo stesso progetto comporta. Ci chiamiamo Racconti e continueremo a pubblicare racconti. Sulle novellas al massimo – una forma che ci piace assai – siamo apertissimi.

Eudora Welty (1909 - 2001)
LB: Potete dare qualche anticipazione sulle future pubblicazioni? Grazie.
R: Alcune di queste sono già note perché ne abbiamo parlato in altre sedi. C’è stato un piccolo ritardo ma pubblicheremo sicuramente Eudora Welty con Una coltre di verde. Una raccolta che era uscita anni fa per Editori Riuniti ma in una versione alquanto sfigurata. Di fatto sarà un vero e proprio inedito, con racconti mai visti e letti in Italia, tra i quali l’importantissimo Why I Live at the P.O. Le traduzioni sono magnifiche: Vincenzo Mantovani e Isabella Zani, due pesi massimi assoluti con cui siamo onorati di aver potuto lavorare. Nella prossima primavera sarà anche il turno di Mia Alvar, tradotta dalla mitica Gioia Guerzoni. Un libro di un’intensità incredibile, In The Country, che ha fatto innamorare già molti (biecamente basterebbe vedere i premi che ha vinto la raccolta). Si apre una stagione al femminile che proseguirà con nomi pazzeschi. Non voglio anticipare proprio tutto. Stiamo lavorando a ritmi serrati per definire il prossimo anno, che dovrebbe vedere il nostro primo libro di narrativa italiana, a cui teniamo particolarmente.

sabato 26 novembre 2016

Simone Burratti, Silloge senza titolo - Una nota di Alessandra Conte

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche alle opere premiate nell'edizione 2016 (quest'anno il primo premio non è stato assegnato né per la categoria di poesia edita né per quella di poesia inedita). La silloge di oggi si è classificata terza nella sezione poesia inedita.



Simone Burratti, Silloge senza titolo

Una citazione, attribuita ad un regista cinematografico, precede le quattro prose di Simone Burratti, chiamando in causa superbia ed eccesso di umiltà. Dopo questo, forse, un individuo; o una presenza-assenza, poiché fuoricampo; oppure la ripetizione ad libitum del calco di se stesso, che ci ritrova tutti uguali. Gioco o son desto? AVATAR, 11H (NUOVI MODI PER USCIRNE), ESORCISMI e TRUE ENDING sono i titoli dei testi dal linguaggio medio e senza punte, in cui solo poche spie, distrattamente, rimandano ad aree più specifiche (avatar, gandharva, kitsune, jinn, trickster, Majora's mask, I Ching, azioni prerenderizzate). Se l'intenzione è di scrivere o parlare di una condizione di quasi divina indefinitezza, S. è il personaggio pretesto per farlo, caratterizzato a principio da una realtà che è tangibile grazie almeno ai suoi moti corporali, ed il cui pensiero si confonde con i gas intestinali. Se è mai veramente comparso, S. riappare solo alla fine, nell'unica azione volitiva di eclissare il sole del cielo-schermo, collocandogli sopra la sagoma-icona del cestino. Da dove proviene la voce che scrive? Dove risuona la voce inscenata dall'autore? Se di scena si tratta, essa è sfocata, anche se nitida (ma senza più pareti) è la stanza-corpo dove l'individuo si colloca, bloccato in profezie che si autoavverano, impossibilitato ad uscire da un luogo che non è chiuso, ma con quel poco di nozioni in saccoccia per farsi beffe anche della propria condizione d'inetto. Tra «mura invisibili che si alzano virtualmente» e «realtà in bianco e nero», la contemplazione si riduce ad un'attesa presso il cellulare-oracolo, nella dilatazione temporale data dalla prevalenza del tempo verbale presente. 

Alessandra Conte

giovedì 24 novembre 2016

Daniele Bellomi, "divided by zero" (silloge inedita) - Una nota di Giusi Montali

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche alle opere premiate nell'edizione 2016 (quest'anno il primo premio non è stato assegnato né per la categoria di poesia edita né per quella di poesia inedita). La silloge di oggi si è classificata seconda nella sezione poesia inedita.



Daniele Bellomi, divided by zero 

Il lettore della silloge di Daniele Bellomi si trova di fronte a una possibile palingenesi che succede a una apocalisse voluta, cercata (“finito, detto al mondo: andato in pace, lontano | prima che ne sovrascriva la memoria”) da un soggetto che intende ricreare un reale – o forse un virtuale – migliore (“riapre | il termine a un sistema detto meglio”). Già, perché il demiurgo davanti al quale ci si trova davanti è un uomo e il suo tentativo di palingenesi è strettamente connesso al suo rapporto con la macchina – in questo caso un sistema operativo. Un umano che scivola verso il post-umano e, come tale, è un coacervo di elementi biologici e tecnologici: non sappiamo più che cosa appartenga al computer e cosa al suo creatore/manipolatore, tanto i termini sono stati confusi e tendono ad accavallarsi tra loro (“sa, e ripara i pannelli di luce: la corona, il sangue. dalla linea bianca del costato vuota il figlio, lo vomita a ritroso”). Forse siamo davanti a un teatro anatomico nel quale il cadavere sottratto alla sepoltura è stato sostituito da un sistema operativo. E il soggetto osserva le conseguenze del suo operare e tenta di plasmare l’alterità, di ricrearla e renderla più simile a sé, così da trovare un riparo (“dal retro dei monitor riesce a fare | una magia, a domare la terra, il codice, le stringhe: allaccia a caso | la sua idea di domazione, cioè non di dominare, ma di fare domus, o casa, al meglio”).         
Ma questo tentativo di ricreazione è destinato allo scacco e a una reiterazione parossistica dal momento che la possibilità di una palingenesi scivola ostinatamente nella negazione. Ogni tentativo viene infatti, come ci ricorda il titolo della silloge, diviso per zero (“finisce per | allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero”). 


Giusi Montali

martedì 22 novembre 2016

Marco Bini, "Il cane di Tokyo" (Giulio Perrone Editore, 2015) - Una nota di Giusi Montali

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche dei libri premiati nell'edizione 2016. Il libro di oggi è stato segnalato nella sezione poesia edita.


Marco Bini, Il cane di Tokyo (Giulio Perrone Editore, 2015) 

Che cosa resta dopo l’implosione del pianeta Terra “espulso per igiene” e che subito “fa ritorno e generandosi ancora si addensa”? Leggendo la raccolta di Marco Bini, si può trovare risposta a tale domanda: ciò che rimane è “un’unica palude dilagante” che ospita “avanzi sommersi senza storia”. Così, data questa desolazione post-apocalittica, il lettore del Cane di Tokyo può trovarsi davanti solo a dei lacerti che si susseguono in un magma privo di alcuna consequenzialità e testimoniano una situazione diffusa, non circoscrivibile, comune all’umanità tutta. Tuttavia un trait d’union è possibile ritrovarlo nel senso di desolazione e di crisi universale e individuale che attanaglia il soggetto – o sarebbe meglio utilizzare il plurale, i soggetti –, la collettività e l’ambiente circostante: si attende il ritorno di qualcuno che non può tornare (come il cane di Tokyo, appunto), oppure si rammemora un periodo giovanile (quello tra i venti e i trent’anni) che è irrimediabilmente andato, oppure si dipanano colloqui impossibili con poeti (Frost, Sereni, Heaney) o antenati. O ancora la città belga di Ypres, devastata da quattro terribili battaglie durante la Prima Guerra Mondiale, viene assurta ad emblema della forza distruttiva dell’uomo e della Storia (“filamento unico e malvagio”). A tanta devastazione si può rispondere solo con la capacità della scrittura di ricucire le ferite, di lasciare traccia di un possibile percorso da seguire, oppure di fornire un riparo, rivelando al tempo stesso il disagio e il dolore di chi scrive. La scrittura diviene allora una forma di resilienza che permette al soggetto di trovare una propria stabilità, un punto da cui ripartire (“Così le zampe si fissano a terra | le unghie – dure – si fanno radici”).

Giusi Montali

domenica 20 novembre 2016

Giovanna Frene, "Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda" (Arcipelago Itaca, 2015) - Una nota di Marco Scarpa

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche dei libri premiati nell'edizione 2016 (quest'anno il primo premio non è stato assegnato né per la categoria di poesia edita né per quella di poesia inedita). Il libro segnalato oggi si è classificato terzo nella sezione poesia edita.



Giovanna Frene, Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015) 

Libro denso, tortuoso, riflessivo che si pone come primo stadio di un progetto più ampio denominato Eredità ed estinzione. Ogni poesia o sezione ruotano attorno alla storia o meglio alla rappresentazione della storia. Gli spunti vanno rintracciati nella storia personale dell’autrice che da essi parte per un’analisi più ampia. La riflessione si concentra sul concetto che storia e pure le vicende private sono nient’altro che allegorie, visioni non definite, somma di dettagli pur sempre limitati e limitanti. La comprensione degli eventi è più che altro accettazione incastonata in un lavoro di montaggio e smontaggio. Un’indagine inesausta che non ricerca la perfezione di una ricostruzione ma piuttosto una apertura dello sguardo. Le storie, e la storia tutta, appaiono nella loro fragile dissoluzione. E le poesie restituiscono questi frammenti, queste considerazioni fulminee, visioni in ebollizione. Non ci sono grossi appigli proprio per esemplificare la natura destrutturata dell’idea di passato. Resta la memoria, e con essa le colpe, le occasioni mancate, i giudizi a posteriori, “un peccato, che è infinita sete”. Resta la morte, inequivocabilmente. “non può esistere pietà per tutti i morti uccisi / anche se il morire è solo il morire / le colpe strattonano solo i piedi colpevoli”. Ma pure “questa morte che è solo una morte / la morte non cambia per niente”. Estrapolare versi dai singoli testi è azione che restituisce solo una parvenza perché le poesie lavorano su più livelli e soprattutto sull’idea che tutto regge. Quanto emerge è una intelaiatura appunto che tende a un’indagine più ampia e in questo libro si percepisce questo respiro iniziale, non del tutto approfondito. Le premesse d'altronde sono chiare ed è esplicitato pure nell’introduzione dell’autrice che questo è solo il primo tassello. Non rimane che attendere la prosecuzione delle riflessioni e le potenzialità che le parole sapranno estrarre da questa esplorazione per scardinare l’idea più comune e “stretta” della storia. 

Marco Scarpa
 

venerdì 18 novembre 2016

Fabia Ghenzovich, "Totem" (Edizioni Puntoacapo, 2015) - Una nota di Alessandra Conte

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche sui libri premiati nell'edizione 2016 (quest'anno il primo premio non è stato assegnato né per la categoria di poesia edita né per quella di poesia inedita). Il libro segnalato oggi si è classificato secondo nella sezione di poesia edita.




Fabia Ghenzovich, Totem (Edizioni Puntoacapo, 2015) 

Il libro di Fabia Ghenzovich trova ciò di cui si fa tramite per la ricerca? Il Totem del titolo si erge lapidario e multiforme, in un libro unitario in cui circolarmente, dall’inizio alla fine, appaiono le figure femminili cui l’autrice affida il compito di mostrare spazi archetipici dell’animo umano. La concezione di quest’ultimo si rivela a tratti: è prevalentemente istintuale e femminile, o pertiene al genere desensibilizzato umano – maschile solo nel genere grammaticale? Alcuni esempi: «Sono quello che vedi di me – che tu / vuoi vedere – la santa inquisizione di quello che vuoi che io sia», p. 22, vv. 1-3; «Lui sta a guardare con abulica codardia», p.15, v 1; «nessuno per ferocia lo eguaglia […] l’uomo soltanto si sbizzarrisce in gusto macabro», p.12, vv. 1-3. 
Il destinatario di Totem è collettivo, come fanno intendere le spie lessicali riferite alla prima persona plurale noi, ed è chiaro ad apertura e chiusura, come recitano i testi che fanno da confine materiale della raccolta (dall’incipit: «ecco quel che abbiamo perso / la prima vera pelle – la sola che ci salva.», p.7, vv. 6-7; dalla chiusura: «Eppure cosa in bilico ci resta / tra perdita e bellezza? / Di quale lontananza parleremo […] ci sfugge», p.40, vv. 1-3, 6).
Emerge in questi due esempi lo svolgersi del discorso del libro: dall’ecco presentativo iniziale che addita e sottolinea la perdita subita in un prossimo passato, che rappresenta all’inizio però l’unica via di salvezza, l’autrice passa all’eppure di forte valore avversativo, in prima posizione, posto in una domanda.  La sostanza femminile che popola le figure di Totem è una e plurima, e vuole riportare il lettore e la lettrice ad un passato mitico dalla continuità spezzata, intriso di corpo e animalità. Laddove invece irrompe il presente nel tempo dei verbi, l’autrice ci indica la corrotta sostanza dell’oggi o il riconoscimento del permanere in sé dei caratteri di una lupa/loba sentita come antenata; personaggio talmente individuato ma inafferrabile, che arriva a dissolversi in paesaggio notturno lagunare. La ricerca del libro si chiude in una domanda, lasciandolo aperto, ed in questo – anche se il soggetto scrivente si può identificare con il personaggio in minime metamorfosi dall’equilibrio dinamico – una via è rappresentata dalla scrittura stessa come fonte di rinvenimento del senso (nell’assonanza anima : pagina), intuibile ed esperibile, forse, ma non raziocinante. 

Alessandra Conte