mercoledì 11 ottobre 2017

Due libri di poesia polacca: "Il lettore di impronte digitali" di Ewa Lipska e "Libro dei poveri" di Jarosław Mikołajewski

Non è una mossa corretta raggruppare e parlare contemporaneamente di due libri solo perché costituiscono esempi recenti di traduzioni di poesia polacca in italiano. La scorrettezza è però annunciata a monte e il lettore mezzo avvisato. Diciamo che per comodità si raggruppano qui traduzioni recenti di due poeti ritenuti tra i più rappresentativi di quel paese. Ha senso allora parlare di poesia polacca? Non vi è il rischio di perpetuare quello che avviene già pericolosamente altrove, cioè insistere su certi immaginari di marche-nazioni? Con la poesia, in linea generale, si può fare un'eccezione e tale eccezione, a ben vedere, si è sempre fatta. Le antologie sono compilate spesso secondo criteri di lingua (o dialetti) e il legame indissolubile tra poesia e una data lingua ci consente di compiere simili operazioni con maggiore consapevolezza: comanda la lingua, la lingua è già un criterio. Certo, tentare dei percorsi di lettura seguendo vie nazionali è complesso e difficile e lo dimostra anche un recente studio di Paolo Giovannetti, ristretto addirittura ai soli anni Duemila della poesia italiana, sul quale si tornerà prossimamente. Certe linee di forza lì individuate valgono quasi sicuramente anche per altre poesie di altre lingue, ma va sempre considerata l'aporia insolubile di qualsiasi mappatura che segua determinati criteri linguistici e estetici (e il libro di Giovannetti pare più interessante laddove insegue la specificità della poesia di dove mutua da altri contesti certi costrutti per applicarli alla poesia). Parimenti, va detto, un tentativo di analisi e ricerca di un percorso di lettura va fatto e soprattutto resta centrale, nonostante tutto quel che si dice, l'operare attorno al costrutto di "libro".

Tornando ai libri di oggi allora, per il paese che ha dato i natali a una delle scrittrici di poesia più lette degli ultimi anni, ha senso interrogarsi su un effetto-Szymborska? Di certo, se di effetto si tratta, è un traino benefico, una scia lunga, di cui può forse beneficiare il "percepito" della poesia polacca a livello internazionale. E non è certo una "scuola". Più interessante sarebbe provare a capire se questo percepito è granitico, diffuso, se presenta tratti consolidati che ritornano similmente in più libri dei poeti polacchi contemporanei. Una delle caratteristiche del primo libro, Il lettore di impronte di digitali di Ewa Lipska (Donzelli, pp. 96, euro 15, traduzione di Marina Ciccarini), è la frontalità con cui si pone in mezzo a taluni temi ritenuti caldi nel nostro presente: la virtualità, il mondo "schermato", la progressiva rovina di ciò che è deputato a essere prensile (i nostri arti, persino il nostro sguardo e la risorsa scarsa per antonomasia, cioè l'attenzione). Questo è curiosamente in cortocircuito con il titolo che ci riporta a un fattore identitario come le (una volta) uniche, irripetibili impronte digitali, linee curve destinate a fare il loro ingresso sempre più prepotente nella virtualità, non fosse altro per motivi di sicurezza e controllo (per inciso: quanto è singolare che la notizia sulla non unicità delle impronte digitali esca proprio ora? E quanto cambia con la crescita esponenziale dei dati passibili di analisi e la possibilità di analizzarli davvero?). 

Prendiamo un testo di Ewa Lipska a mo' di carotaggio e cerchiamo di comprendere almeno alcuni dei motivi di interesse. Ecco la poesia che presta il titolo al volume:

Poggiamo un dito
sul lettore di impronte digitali
e iniziamo ad amarci.

I nostri file virtuali di corpi
in album
blog
in taccuini di conoscenti.
Nuovi eventi.
Nuovi mi piace.

Piacciamo alla Coca-Cola
a Ronaldo e al Papa.

Siamo già 
nei contatti 
e nelle notifiche.

Il nostro letto
nel diario.
Toccami
e tieni premuto.

Ci baciamo 
con miliardi di bocche.

L'autrice, che è nata a Cracovia nel 1945, si confronta con un contesto che curiosamente quasi rifuggono le generazioni di nativi digitali che scrivono versi. Sembra quasi affermi "qualcuno dovrà pur farlo, prima o poi". Conta sempre lo svolgimento, più che il tema, e nello svolgimento la poesia si mostra annodata sul noi. A volte sarebbe interessante seguire il percorso della poesia, più che per mappature, per pure considerazioni attorno ai pronomi personali e di lì tentare qualche indagine, anche statistica. La poesia di Lipska balzella tra i pronomi e le situazioni ed è spesso poesia di circostanza, nel senso orteghiano del termine (questo va specificato perché nell'uso comune "circostanza" ha assunto quasi esclusivamente le connotazioni più logore). In "Innamoramento", poesia che pare scritta su un drone, prendiamo parte ad una scena tratteggiata con pochissime linee persistenti e nella quale si incista la riflessione ancor più essenziale della terza strofa, con l'efficacissima similitudine del cane:

Questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.

In viaggio attraverso leggende

omelie e aneddoti.
Finalmente addormentati
nel manto nero dell'hotel 
sul quale si dilungano
i media scandalistici.

Risvegliarli dall'amore

è ciò che desidera un lampo fragoroso.
E la vita gelosa in lutto
si aggira intorno alla reception come un cane.

Ma questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.
Felici per sempre.
Della morte sputano

soltanto il nòcciolo.


Un altro libro recente e molto bello, esemplare della poesia polacca che si può leggere oggi in traduzione, è Libro dei poveri di Jarosław Mikołajewski (LietoColle/Pordenonelegge, pp. 148, euro 13, traduzione di Silvano De Fanti, postfazione di Marcello Piacentini). In questo caso l'autore conosce molto bene la lingua in cui è tradotto, dal momento che è noto anche per la sua straordinaria attività di traduttore dall'italiano. Chi legge Collodi, Dante, Leopardi, Michelangelo, Montale, Petrarca, Luzi, Pasolini, Pavese, Penna o Ungaretti in polacco è molto probabile che si sia imbattuto in una sua versione e una nuova traduzione della Divina Commedia è attesa a breve. Il falsopiano su cui si muove Mikołajewski è analogo a quello che abbiamo riscontrato in Lipska e che troviamo sicuramente anche in tanti componimenti di Szymborska: riflessività, asperità perlopiù concettuali, insomma una poesia di pensiero sveglio, alacre e imprevedibile che però si muove per gradi, verso conclusioni sorprendenti che ora assumono la forza stupefacente e vibrante dell'aforisma, ora prendono la strada di una strampalata ma sempre riuscita coreografia poetica: la lingua e le immagini danzano a comporre poesie di pensiero. Nella sua nota finale intitolata "La poesia di Mikołajewski: la forma antica di una preghiera nuova", Marcello Piacentini, partendo dal "falso problema" dell'origine, osserva che
Gli inizi talora sono un fiasco, e neanche è detto che l'uomo non sia un mal riuscito esperimento, degli inizi appunto. Il soggetto lirico della poesia di Mikołajewski guarda piuttosto alla terrenità della creazione, di qualsiasi creazione "il cigno che è creatore / non meno di colui / a cui pensiamo come a un inizio" (lapsus). L'opportunità più grande sta proprio in un banale lapsus che attiva una penetrante, chiara metafora: la gelata immobilizza ogni cosa vivente, la mareggiata è la forza, scatenata certo, ma d'una natura vitale che dà la vita, così come la toglie.
Soprattutto in avvio il libro di Mikołajewski accompagna in riflessioni che affondano nella trama dei nostri dubbi o certezze, nelle nostre persuasioni, nel modo in cui ci piace tracciare la nostra epopea o persino la nostra "autoagiografia", stracciandolo improvvisamente come un foglio. Si prenda ad esempio questa poesia "nn":

non tanto all'improvviso 
quanto inaspettatamente 
seppe che di lì a poco
sarebbe scomparso dalla faccia 
della terra

ci furono le procedure
la discrezione
e il tono in cui
i catechisti insegnano 
a dire no ai testimoni di jehova

gentile e deciso

prima provò rimpianto

tanti scritti incompiuti
tanti non iniziati
interminabili

dopo un breve momento
pensò che il non finito 
è tutto

lui stesso e il mondo 
intero
fino a che la scomparsa
non concluderà l'opera
e dopo

e dopo ci sarà
un mondo altro
anch'esso con qualcosa
o qualcun altro 
d'incompiuto

con un'altra e altrui
scomparsa

trovò la sua consolazione
e non provò nessun piacere
pensando che scompaiono
anche gli altri

no

era una sensazione 
di tipo solidale

Oltre a un efficace esemplare dell'andamento componitivo di Mikołajewski (per il resto, dobbiamo ricordare che siamo pur sempre nell'ambito di una traduzione, condotta comunque da uno dei nostri massimi esperti), questo testo tocca dei punti essenziali e comuni a qualsiasi parabola esistenziale: l'incompletezza, l'incompiutezza, il desiderio, il non-finito. Ed è singolare che un testo così arrivi dal traduttore polacco di Michelangelo, di cui troppo spesso e ingiustamente dimentichiamo i versi a favore degli altri lati del genio (a proposito di genii, va menzionato il finale di "lettere a un'amica" dove il poeta chiude "in ogni momento di genii ne nasce / un milione / e non muore nessuno / perché la morte non esiste"). Il testo di "nn" costituisce un mirabile esempio di rottura d'equilibrio e di un conseguente sviluppo di situazioni, fino all'illuminazione centrale, fino a quando si arriva a pensare che "il non finito / è tutto". Ecco, considerando sempre, per forza di cose, quello che è la traduzione di queste poesie, sia nel caso di Lipska che di Mikołajewski va detto di una certa facilità di avvicinare il lettore, di condurlo in scene e riflessioni, in scansioni strofiche che hanno pesi specifici diversificati. Sono poesie che condensano secoli di riflessione filosofica sull'identità, la tecnica, la teologia (nella inequivocabile e brevissima "errore teologico" si legge "non dio è amore / ma amore / è dio amen"). Questo accade anche in Szymborska, è chiaro. C'è allora qualcosa che ci portiamo a casa, forse, quando iniziamo a leggere "poesia polacca": la sensazione che proprio l'esperienza di lettura della poesia non possa incagliarsi in un Triangolo delle Bermude che abbia come vertici la sola quotidianità, la muscolarità esibita o la pura aderenza a una tensione superficiale. E la peculiarità conversativa di certa poesia polacca che abbiamo potuto leggere in traduzione si risolve a volte in "una non conversazione" strampalata, stralunata e così inafferrabile come questa:

la mia maturazione verso dio
si rivelò un suo
avvicinarsi a me

ci incontrammo al crocevia
alla fermata sulla superstrada

che a quanto pare è al mezzo del cammino

lo riconobbi nella sua nevrosi
da stress creativo

nel caffè non volle 
entrare

mi spiegò che era 
un personaggio pubblico
che non avrebbe lasciato il triangolo al guardaroba
e che sulla barba
gli sarebbero rimaste le briciole della torta di mele
che sull'istante acquistano
significati metafisici

proposi il parco łazienki
scendemmo lungo via agrykola
tacemmo per l'intera passeggiata 
in maniera indelicata
per il primo e unico
appuntamento in cui
in ritardo di un'eternità
scoprivamo le differenze dello stato 
di sensibilità

del rapporto verso gli scoiattoli
e le carpe

ma ormai non si può scappare
si può soltanto rompere

non si può negare che in origine
fossimo interessati
l'uno all'altro


martedì 10 ottobre 2017

La nuova collana di poesia A27 di Amos Edizioni. Un'intervista coi curatori Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra

Di seguito potete leggere una intervista con Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, ideatori e curatori della nuova collana di poesia A27 edita da Amos Edizioni. Ringraziandoli per le risposte, ricordo che le collane di poesia A27 e Nervi saranno oggetto di una presentazione congiunta sabato 14 ottobre alle ore 16:00 nell'ambito del festival Carta Carbone a Treviso (Palazzo di Francia, via Roggia 12).

LB: La collana di poesia A27 nasce all'interno di un catalogo di un editore che esiste da molto tempo, Amos Edizioni. Potete dire come è avvenuto l'innesto e quali regole vi siete dati per risiedere all'interno del catalogo di questo editore?
R: Facendo un’eccezione alle sue abitudini, per la collana di poesia a27 Amos edizioni ha scelto di lasciare carta bianca ai tre curatori. Le regole valgono solo per il formato del libro, mentre il resto viene da un rapporto di fiducia che si è costruito in oltre 20 anni di frequentazioni.

Un tratto prealpino della A27
LB: Il nome, una sigla autostradale che idealmente potrebbe abbracciare tutta l'Italia, rinvia a una passata esperienza dei curatori, risalente a diversi anni fa. Con quali intenzioni avete ripescato quella sigla per marchiare questa nuova collana di poesia?
R: È stata la scelta più semplice e naturale: prima di tutto è stata la sigla che ci accomunava, e metteva tutti d’accordo. E poi una sigla non ammicca e non connota, piuttosto “indica”. Quale luogo migliore di un’autostrada, di una via di comunicazione (non a caso), per aprirsi e accogliere esperienze, proposte, passaggi, incursioni e scambi? Ovviamente indica anche un luogo di provenienza, il nostro, ma che non vuole essere sede esclusiva e privilegiata nella selezione dei poeti.

LB: Varate la collana proprio in questi giorni e partite con tre titoli. Quali sono e cosa ci dicono questi tre libri?
R: I primi libri sono: Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, Linoleum di Giulia Rusconi, Ambienti saturi di Fabio Donalisio. Sono libri molto diversi tra loro, e siamo molto soddisfatti di questa scelta, proprio perché non ci inquadra in una scuola né in un gusto prevedibile. Complessivamente questi libri ci dicono che la poesia è viva, e non è vero che è ormai impossibile intercettare vene poetiche fresche ed autentiche.
Cerchiamo di privilegiare questo aspetto: la scrittura attorno a uno o più temi solidi, più che raccogliere semplicemente testi sparsi finché si arriva a un numero adatto alla stampa.
Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, ad esempio, è un libro in due sezioni, entrambe riferiscono di esperienze concrete, dove il lirismo si impasta con versi materici e aspri che si interrogano sulla cenere e la luminosità della vita umana.
Linoleum di Giulia Rusconi invece è tutto chiuso dentro le stanze di una casa di riposo, dove i versi asciutti e toccanti aprono al lettore una nuova prospettiva sul legame ambiguo tra cura e sofferenza, tra pazienti e infermieri.
Ambienti saturi di Fabio Donalisio, invece è tutto ripiegato su un Io che non c’è. I versi frammentati e acidi girano straniti negli ambienti per forza minori di un’abitazione cercando ciò che non c’è più, non può più esserci e forse non c’è mai stato.

LB: La scrittura poetica è spesso intesa malamente come uno spazio di libertà assoluta. Forse può esserlo uno spazio di libertà, il punto è che questa libertà emerge anche grazie a dei "divieti" (sulla lingua, sull'immaginario ecc.) che scolpiscono l'estetica, la superficie e poi fin giù il nucleo di una poetica. Oggi si possono individuare posizioni estreme, parimenti "ridicole", da chi continua a perorare la causa della libertà assoluta di movimento a chi mette dei paletti anzitempo, ad esempio sostenendo che parole come "cielo" o "erba" non abbiano più diritto d'asilo nella poesia oggi. Senza scomodare Azzurro o Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, a me sembrano posizioni alquanto discutibili: la prima mi sembra molto ingenua e impraticabile, la seconda ricorda un po' i futuristi che volevano uccidere il "chiaro di luna". Voi quale idea avete e eventualmente "applicate" quando vi arrivano dei dattiloscritti da valutare?
R: I gusti di ciascuno influenzano sicuramente la valutazione dei dattiloscritti. Così come l’idea che abbiamo di poetica. Ce lo siamo detto fin dall’inizio, e ci siamo preparati per questo. La sfida è quella di tenere a bada i personalismi per non pregiudicare la lettura di poesia anche molto diversa dalla nostra. La pubblicazione di un libro passa comunque dall’approvazione di tutti e tre i curatori della collana. Quello che è importante è cercare di rispettare e valutare i testi ciascuno nel proprio immaginario e nella propria poetica, cercare di riconoscere le voci autentiche e  tecnicamente consapevoli. Scartare a priori una proposta perché rientra in una delle due posizioni che dici tu, ad esempio, può essere un errore.

LB: Un aspetto che è emerso nelle conversazioni e che mi è parso molto interessante è che lavorate a stretto contatto con gli autori, rimaneggiando anche pesantemente i dattiloscritti che intendete trasformare in libri (tagliando, integrando o riscrivendo). Una domanda cattiva: in futuro varrà per tutti il trattamento, inclusi i nomi più affermati che potrebbero trovare posto nella vostra collana?
R: Sì, certamente. A volte più a volte meno. La “cura” di un libro di poesia può prevedere anche questo “gioco di squadra”. Lo si fa in narrativa, ad esempio, non vediamo perché in poesia sia percepito come un tabù. Ma, giusto per chiarezza, non si tratta di riscrittura (come ipotizzi nella domanda). Si  tratta più che altro di rivedere e ripensare la struttura dei libri proposti, sempre rispettando le peculiarità e le esigenze degli autori, qualora intuiamo che ciò potrebbe rassodare e dare maggior sapore al testo. Non vogliamo ricavarne dei libri “alla A27”, dove traspaiono le nostre personalità.
Ti faremo degli esempi concreti: dei testi di Donalisio ci interessava l’aspetto corrosivo sia dello stile, sia a livello contenutistico. Con lui si è dunque concordato di selezionare quei testi che andassero più in questa direzione. Nel caso di Rusconi il libro era praticamente fatto, ma, visto il tema, le è stato chiesto di inserire elementi di alleggerimento – versi, rime, testi – che spezzassero il ritmo. Con Pusterla, visto che il suo libro è quello che inaugura l’intera collana, abbiamo scelto di invertire l’ordine delle sezioni al fine di partire con testi più diretti e di avvicinarsi gradualmente a quelli più cupi della seconda parte.
Crediamo che un ragionamento di gruppo, di un gruppo di persone che insieme all’autore ragionano sull’opera, può portare a vedere alcuni aspetti in maniera diversa, sorprendente e interessante; è un lavoro che facciamo innanzitutto per il bene del libro, per aiutare l’autore quando ha delle incertezze (un ordine, ad esempio, un titolo, un taglio).

LB: Il progetto grafico ora. Gli esterni sono visibili nelle copertine qui a lato, ma si sa che il progetto grafico non riguarda solo la veste esterna del libro. Potete parlare di questo, illustrando le scelte fatte per interni e esterni?
R: Volevamo preservare la tradizionale pulizia di Amos Edizioni aggiungendo un ritmo più energico e dinamico. È stata una scelta coerente con lo stesso nome scelto per la collana: una sigla, di per sé apparentemente poco poetica. Per l’interno abbiamo cercato di privilegiare la leggibilità, per questo, se guardi bene, il formato e i caratteri usati, la carta, l’impaginazione, sono le stesse dei libri classici di Amos Edizioni, gli aggiustamenti in tal senso sono stati minimi. Non è stato necessario cambiare, perché era buono ed efficiente così com’era. Il lavoro si è concentrato maggiormente sull’esterno. Anche perché la sfida attuale è differenziarsi e spiccare sul banco della libreria. La suggestione di partenza è nata dal ricordo di vecchie copertine della Feltrinelli, e poi da certe collane inglesi come quella di poesia di Faber & Faber. Ci piaceva l’idea di una griglia grafica in cui inserire di volta in volta il nome dell’autore e i titoli, adeguando la grandezza del carattere e creare in questo modo un movimento (si percepisce meno nei primi tre libri perché i nomi sono di lunghezza simile, non potevamo certo selezionare gli autori in base a quest’esigenza!). La grandezza “massiccia” del titolo e del nome invita la poesia a non essere timida, a non nascondersi in mezzo agli altri libri.
Una particolarità dei libri è l’inserimento, accanto alle note biografiche, di foto “rivisitate” di cartine topografiche legate al territorio di provenienza degli autori. Queste elaborazioni grafiche, che assomigliano a una sezione del sistema arterioso di un corpo umano, non servono a isolare una zona, ma a mostrare come faccia parte di una pianta, di un organismo più grande.

LB: Facebook fa bene o male alla poesia, ai poeti e agli editori in Italia? Lo so che è una domanda campata un po' per aria e che quel Social è uno strumento quindi, in sé, potrebbe essere abbastanza "neutrale". Ma la vostra idea (e bilancio) qual è all'altezza del 2017, alla luce dell'uso che ne viene fatto, soprattutto in ottica promozionale?
R: Premesso che nessuno di noi ne fa grande uso (Igor non ha nemmeno un profilo personale), e ammesso che come strumento di minima promozione Facebook è sicuramente efficace, la domanda piuttosto si può rovesciare. Se, come noti nella domanda, è uno strumento e un luogo Social, dato e consacrato per lo scopo e ormai inevitabile, allora ci verrebbe da rovesciare e chiedere: la poesia fa bene o male a Facebook? Da questo punto di vista crediamo si possa affermare con sicurezza che faccia bene; ci sono migliaia di profili e migliaia di post quotidiani che riguardano la poesia. Facebook ringrazia.
Ciò detto, il tema dei social è affrontato da decine di sociologi, massmediologi e via dicendo, come a dire che non si può affrontare nello spazio di poche righe. Se ti accontenti ti daremo uno spunto: riteniamo che la poesia, per sua stessa natura, per la presenza di quegli spazi bianchi, abbia a che fare col tempo, abbia bisogno di tempo e non di obsolescenza programmata. Forse facebook va in direzione contraria.

LB: Andrea Zanzotto scrisse un interessante contributo intitolato Poesia e televisione. Se foste alle prese con un palinsesto che concede la presenza di un programma di poesia in TV, come vorreste strutturarlo? (E quali spot vi immaginate più gettonati durante le interruzioni pubblicitarie?)
R: L’intervento di Zanzotto al quale fai riferimento è ancora interessante seppur datato. Anche lui però, come molti altri, alla fine elude la questione, non prospettando alcuna valida soluzione di conciliazione tra poesia e televisione. Il problema non è quello di capire se la poesia in televisione debba/possa diventare spettacolo o momento pedagogico. La difficoltà è tutta formale: come è possibile conciliare la necessità del montaggio televisivo (in cui un’inquadratura non rimane ormai fissa per più di pochi secondi, e le telecamera è sempre in movimento per la paura del vuoto e del silenzio) con la forma della poesia, che, pur restando ferma in una lettura “sfugge da tutte le parti” come dice Zanzotto? I due ritmi sono forse inconciliabili.
Potremmo immaginare uno schermo nero, anzi la ripresa di una stanza buia, e una o più luci pulsanti anche colorate, se ti piace, a sottolineare il flusso elettrico e sanguigno della lettura. Non mancherebbero ovviamente gli spot; vedremmo bene le pubblicità di cosmetici, di fasce dimagranti, di macchine avanzatissime e lussuose, di siti che comparano condizioni economiche di banche e assicurazioni per farti incredibilmente risparmiare, insomma, tutte cose che sono lontane dall’uomo e detestano l’uomo così com’è, e lo vorrebbero trasformato, così che la poesia, che invece l’uomo lo ama e detesta così com’è, avrebbe la sua voce.

sabato 7 ottobre 2017

"Nuove nughette" di Leonardo Canella

Nuove nughette di Leonardo Canella (pp. 84, euro 12) è il secondo titolo della collana "Ago" di Prufrock spa, inaugurata quest'anno da Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro (in precedenza l'editore aveva pubblicato essenzialmente poesia). La collana, dal nome bifronte se letto all'italiana e all'inglese, si propone quindi come l'entrata della casa editrice nel discorso della prosa. Il nome tra l'altro è curioso e riuscito, come del resto le copertine di Roberta Durante: se in italiano sono fin troppo facili i rimandi tra ago-tessuto-testo, l'avverbio ago, in inglese, così connotato nel passato, punta in realtà decisamente i piedi nel presente che definisce l'estensione di quel passato. E se con il libro di Gilda Policastro quest'entrata nel giardino della prosa era ancora malcerta, nel senso che in quell'opera convivono poesie e prose brevi (talvolta brevissime come una twittata), nel caso di Canella siamo decisamente nel perimetro di una prosa breve, una nughetta per pagina di media. Per l'autore si può parlare di sequel, dal momento che queste nughette nuove seguono quelle già pubblicate da Guaraldi nel 2014 con il titolo di Nughette. 

Una nughetta è un testo che sa di essere quello, come una lettera, un testamento e forse una poesia. La fiction vera e propria è spesso un testo che fa anche finta di non essere quello, oppure fa finta di dimenticarselo, a meno che, dal punto di vista narratologico, si scopra che il narratore si autodichiari. La parola "nughetta" ricorre continuamente nel libro, con rimandi interni frequenti o addirittura al già citato libro di nughette del 2014. Un campionario? "E dire alla tv dall’Aldilà che una nughetta raccontata è più bella di una storia vissuta.", "Ma la nughetta 55 del nughettolibello 2014 dice che Giulia si è sparata nella culla.", "Ma ritorniamo a quel ‘divorzierebbe’ all’inizio della nughetta.", "E andare da Bruno Vespa e sorridere e leggere questa nughetta.", "Sto scrivendo questa nughetta in aereo così penso che forse anch’io oggi divento una bolla di fumo e cemento...", "Lui c'ha i quadri, io le nughette." o perfino "Ha letto le mie nughette e non mi saluta più." Il patto con il lettore è apparentemente semplice, il progetto di Canella è instradato in una cornice di serialità che lo accomuna a molta arte contemporanea. E comincerei da qui, ovvero dal fatto che la nughetta è protagonista di sé stessa, è un testo che sa di essere quello che è. E già dal campionario riportato è chiaro l'immaginario pop, scanzonato e persino irriverente che fa trapelare l'autore. Le inezie o la minima baia sono disposte in un congegno votato ad amplificare una realtà sporcata dalla scrittura. Il libro incomincia con questa qui, dove con "allucinatogeloso" fa la comparsa un tratto stilistico ricorrente di Canella, la parola composta e corsiva:
1. 
indovina cos’è questo!, e l’occhio del polpo che abbiamo appena mangiato giù per il lavandino ancora vivo mi guarda. Oggi è morto Robin Williams e secondo me giù per il lavandino c’è anche il suo occhio che mi guarda. Vivo. E allora cerco. Ma al posto dell’occhio di Robin Williams che mi guarda c’è una piccola matassa dei tuoi capelli e io capisco allucinatogeloso che TU mi tradisci e che quella è la SUA via di fuga. Non di Robin Williams e del suo occhio ancora vivo che mi guarda, ma del polpo. Che ti ha lasciato sulle chiappe dei segni di ventosa.
Dopo un percorso di oltre 50 brevi prose, termina con la nughetta seguente:
57.
ecco, se la Polly tornasse adesso mi troverebbe seduto in cucina davanti a youtube, due limoni, il Corriere, Dante, le nughette, la macchina digitale difronte, i piedi sulla sedia. Morto. Penso questo e penso però che questa nughetta falsa la mia posizione e che la Polly non mi troverebbe esattamente così. La scrittura sporca la realtà! mi grida dal freezer il pollo della Despar.
Questo modo di intendere e praticare la scrittura si pone frontalmente a certe derive spirituali o arcaicizzanti di una parte della produzione narrativa contemporanea. Se molti fotografi hanno capito che si deve fotografare quello che c'è e che tutto sta nell'inquadratura, Canella ci butta dentro il pollo della Despar, al di fuori di un meccanismo neocrepuscolare. Molti nomi di persona affollano queste prose, tanti accompagnati da quell'aggettivo giovanilistico "mitico", un tempo appannaggio di gerghi giovanili e ora in grado di portare con leggerezza tutti i significati della parola, in quanto scrigno di pulsioni relazionali e racconto, ad un tempo. E così accanto alla "mitica Polly" il lettore non mancherà di affezionarsi a un "mitico Delmy", "mitico Delby", "mitica Dildy", "mitico Omero" e "mitico ciclope" e molti altri, fino all'indimenticabile "mitico Oreste" della nughetta 18. Le sezioni sono cinque e già titoli "Inviti a cena" o "Letteratura e dintorni" la dicono lunga sugli scenari culinari che qui si potranno trovare e sulle considerazioni interne allo stesso ambiente (ma è un ambiente o cosa?) della letteratura, con le annate di RicercaBO a fare continue comparse tra le righe.

Il proponimento di Canella, ma anche quello dell'avvio di questa collana che ospita il suo libro, sembra quello di riportare all'attenzione le possibilità di una prosa che non si attorcigli necessariamente attorno all'ironia o alla leggerezza, ma che da queste rimane pervasa. Come già ricordato, questo libro decisamente pop arriva comunque come un elemento di rottura in un panorama di prosa che in Italia pare ancora fermo impalato agli anni Settanta, da più punti di vista (questioni non risolte o falsi problemi, autoinganni, immobilità della lingua compresa quella dei dialoghi, scenari più da cartolina che corrispondenti alla realtà sotto gli occhi ogni giorno). Di certo potremmo dire che certi drammi sono e saranno lontani da questi terreni e anche questa appare una scelta editoriale e critica precisa. Il dado (pardon, l'ago) è tratto e sarà interessante seguirne gli sviluppi possibili. Il punto, talvolta, potrebbe essere provare a intenderci su ciò che intendiamo con letteratura d'evasione oppure con "Dio cameriere" che troverete nella nughetta letta nel booktrailer seguente.




giovedì 5 ottobre 2017

New York come archivio della rimozione. "Vita" di Melania Mazzucco e l'epopea dell'emigrazione italiana. Uno scritto di Franco Baldasso

Di seguito si può leggere un passo di uno scritto di Franco Baldasso pubblicato in "Scritture migranti" 3 (2009). L'oggetto del contributo è il romanzo Vita di Melania Gaia Mazzucco, uscito nel 2003 per Rizzoli e ora in catalogo Einaudi, come molte altre opere dell'autrice. Rinvio alla fine del post per la lettura completa dell'articolo.


Melania Gaia Mazzucco
Pubblicato nel 2003 e subito accolto con favore da pubblico e critica vincendo fra l’altro il prestigioso Premio Strega, il romanzo Vita di Melania Mazzucco, è probabilmente il più interessante dei tentativi di integrare la memoria dell’emigrazione come parte costitutiva della narrazione della storia nazionale italiana. Il romanzo è infatti uscito proprio nel momento di più forte crisi dell’identità nazionale dovuta all’aprirsi di una vera e propria immigrazione di massa in Italia. Ma aldilà dell’attualità politica, Vita recupera la memoria dell’emigrazione italiana coniugando nella propria narrazione storia (trans)nazionale e memoria privata, attraverso «l’unica istituzione nazionale che gli italiani riconoscano»: la famiglia, come la stessa autrice rivela in un’intervista. 

Il risultato, come in svariate costruzioni artistiche contemporanee, è il tentativo di realizzare un contro-archivio e un contro-monumento in grado di sfidare la memoria cristallizzata, in questo caso dell’emigrazione italiana, e arrivare ad una conoscenza alternativa. Una conoscenza capace di integrare la memoria dell’emigrazione nella nostra narrazione storica, allargandola nel confronto con l’archivio transnazionale per eccellenza, quello costituito dalla città di New York, teatro e contro-epica dell'emigrazione italiana. [Per leggere l'intero scritto su academia.edu clicca qui oppure scarica direttamente il file da questo link]



lunedì 2 ottobre 2017

Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione e fenomenologia dell'esperienza artistica. Un'intervista con Lorella Scacco

Librobreve intervista #81


Alberto Giacometti
(Foto: H. Cartier-Bresson)
Gangemi Editore ha da poco pubblicato il libro di Lorella Scacco intitolato Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione. Fenomenologia dell'esperienza artistica (pp. 112, euro 20). I due estremi del titolo non necessitano di molte introduzioni, rappresentando da un versante uno dei più noti e affermati artisti del Novecento e dall'altro uno dei filosofi sicuramente più influenti. Semmai è interessante leggere il libro per comprendere cosa li avvicina e come si intersecarono le loro parabole.

Con l'occasione ricordiamo anche un paio di appuntamenti di presentazione del libro di Lorella Scacco: all'Accademia di Brera presso la Sala Napoleonica il giorno 24 gennaio 2018 alle ore 11. Più vicina invece sarà una tavola rotonda, ispirata dal libro e con l'intervento di storici dell'arte e filosofi, intitolata "Giacometti: nuove prospettive" presso il Museo H.C. Andersen di Roma il giorno 30 novembre 2017 alle ore 17.



LB: Nei primi capitoli il suo libro presenta una precisa scansione della vita e dell'opera di Alberto Giacometti. La potrebbe ripercorrere sinteticamente qui, evidenziando quali sono state le motivazioni che l'hanno portata a scansionare in questo modo l'opera dell'artista?
R: Ho voluto ripercorrere la vita di Alberto Giacometti perché fin dalla sua giovinezza si è iniziato a scontrare con i problemi della visione, o meglio, a imbattersi nella unilateralità della teoria prospettica introdotta da Leon Battista Alberti che si basava sulla geometria euclidea del III a.C. e che aveva dominato fino a tutto l’Ottocento le discipline artistiche insegnate nelle Accademie. L’esperienza surrealista poi per lui rappresenta un momento di liberazione dagli insegnamenti accademici e un passaggio verso una nuova ricerca della verità. La mia scelta di raccontare la vita dell’artista ha voluto anche avere un valore di documentazione per quel lettore che non conosce così a fondo la sua biografia e le sue fasi artistiche. Spesso Giacometti è infatti conosciuto soltanto per le sue sculture più tarde.


Alberto Giacometti
LB: Si è da poco conclusa alla Tate Gallery un'importante mostra dedicata a Giacometti. "The Guardian", parlandone, titolava "a spectacular hymn to human survival". C'è qualcosa che non mi convince del tutto in questa formula (d'accordo, è un titolo, ma molto del percepito spesso si incrosta e si perpetua grazie a titoli e formule). Con il suo lavoro lei suggerisce la necessità di una nuova stagione di rilettura dell'opera giacomettiana, con uno sforzo che esca dal solco critico ormai consolidato. Potrebbe sintetizzare qui le linee di forza salienti per questo rilancio, magari proprio con nuove formule, non tanto diverse a quelle che si usano negli articoli di giornale?
R: Definire l’opera di Giacometti un inno alla sopravvivenza umana è riduttivo perché considerata solo in un’ottica esistenzialistica e legata al clima del dopoguerra. In realtà, l’opera di Giacometti offre diverse possibilità di lettura, da quella meramente ritrattistica a quella di stampo fenomenologico. La sua insistenza a voler esprimere la “totalità della vita”, la sua caparbietà a scolpire un volto in situazione, a distanza, nella sua esistenza per gli altri, è chiaramente legato alla fenomenologia. Se Merleau-Ponty si sforzò di reperire una dimensione originaria, precedente la distinzione soggetto-oggetto, Giacometti cercò di tornare ad una visione allo stato nascente, dove l’uomo è con-fuso con il mondo e dove il corpo torna ad essere partecipe del processo creativo essendosi liberato da tutti i preconcetti. Quindi, ripensando alla formula usata nel quotidiano inglese, si potrebbe parlare di uno spettacolare inno alla “rinascita” della percezione umana piuttosto che alla sua sopravvivenza. 


Maurice Merleau-Ponty
LB: La parte nuova del suo libro è senz'altro l'accostamento al filosofo della visione Maurice Merleau-Ponty. Come arriva questa idea e quali le principali tappe di strutturazione di questo suo accostamento-dialogo tra i due? 
R: Questa idea è nata dal fatto che i due intellettuali si sono conosciuti a Parigi dopo il 1945, come dichiarato da T. Dufrene, ma a questa conoscenza se ne è sempre accennato e mai approfondito. Ho voluto così immaginare il rapporto tra queste due persone e indicarne le affinità attraverso l’accostamento delle loro dichiarazioni. Mi sono poi chiesta come mai non esistesse un disegno che mostrasse il ritratto del filosofo da parte dell’artista, visto che si conoscevano e frequentavano la stessa cerchia di amici, tanto da individuarne uno circa due anni fa osservando l’archivio della Fondazione Giacometti di Parigi. La somiglianza è molto accentuata e l’anno del 1946 in cui è stato eseguito porterebbe ad individuare anche un anno preciso del loro incontro nello studio di Giacometti.


Alberto Giacometti, Il gatto (1951)
LB: E nella breve sezione intitolata "Epistolario" che cosa potrà scoprire il lettore di Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione? 
R: Ho inserito questo epistolario a testimonianza di come lo studioso Reinhold Hohl, uno dei massimi esperti di Giacometti e tra i primi sostenitori del rapporto tra l’artista e la fenomenologia, mi abbia spinto a proseguire la ricerca indicandomi che ero sulla strada giusta dopo aver letto i miei primi articoli pubblicati. 

LB: Quali rimangono a suo avviso i libri di riferimento per avvicinarsi all'opera giacomettiana?
R: Posso consigliare i testi e le monografie su Giacometti di alcuni studiosi: Yves Bonnefoy, Reinhold Hohl, Jean Soldini e David Sylvester. 

venerdì 29 settembre 2017

"Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche" di Maria Anna Mariani

Persone giovani di tutto il mondo terminano gli studi universitari e, se motivate a rimanere nell’ambito accademico e della ricerca, spesso partono. Destinazioni? Molteplici. Vanno dove ci sono posizioni vacanti, affini ai loro curricula e alle loro ambizioni, giungono in contesti in cui convergono persone da più parti del mondo, più o meno giovani, sole o accompagnate, atterrando in appartamenti o dormitori più o meno rumorosi. Che cosa c’è in questi posti? C’è uno stipendio, innanzitutto. C’è anche la possibilità di inseguire un’ambizione o la prospettiva di carriera del tenure track. Può esserci la fuga da un horror vacui, lavorativo o più estesamente esistenziale, che si fa via via scorticante, così come scortica l’irrequietezza quando diventa il sale (o soltanto il cloro senza il sodio) di un’esistenza. Può esserci persino il tentativo di ridare un senso a parole forse sfibrate come ‘avventura’. Sono situazioni in cui può regnare o perpetuarsi la destrezza nell’arte di distanziarsi e “trasformare in un lampo una persona da essenziale a superflua”. Non c’è alcuna intenzione di giudizio racchiusa in queste considerazioni preliminari che riguardano esili lavorativi, eremitaggi, vagabondaggi o spaesamenti volontari, né da parte di chi ha scritto il libro di cui si parla oggi e tanto meno da parte di chi prova a darne notizia qui. La condizione dello sradicamento è del resto così nota e spesso foriera di esiti mirabili (pensiamo solo a Emanuel Carnevali, alla sua poesia come "grido del primo giorno di conoscenza, ch'io smarrii attraverso tanti giorni di dissipazione"). Spesso il primo impatto, se non si finisce in un paese anglofono del quale crediamo di conoscere la lingua, è proprio di natura linguistica, all’interno di contesti internazionali che somigliano da vicino a passerelle dove sfila ciò che resta delle marche-nazioni (quello delle nazioni come brand, al di là degli stereotipi, è un tema persistente). È possibile allora che si sviluppi nel nuovo arrivato un fastidio profondo per quella parlata disidratata che s’àgita ed è agìta in simili situazioni, per le interiezioni fatte con lo stampo che puntellano discorsi pieni di sorrisi di disagio e di wow. Un nuovo lavoro inizia e con questo principiano nuove abitudini, diversi ritmi s’accalcano, nuove facce, climi e odori appaiono, in uno spazio dove si radunano stipendiati che provengono da storie diverse e spesso lontanissime tra loro. In uno scenario del genere siamo catapultati all’inizio del bel libro di Maria Anna Mariani, uno scritto caratterizzato da una nota dolente e divertente al contempo, incuneato tra il reportage brillante e la cocente testimonianza-confessione, dov’è la lingua, innanzitutto, a mostrare un tono persuasivo, se paragonata a tanta paccottiglia linguistica cascante del Romanzificio Italia S.r.l. (o, se preferite, S.n.c.). Solo che stavolta la destinazione non è Berlino o New York, bensì una più esotica e insolita Corea del Sud, o Repubblica di Corea, tornata negli ultimi tempi alla ribalta per lo stato con cui confina a nord, ma anche grazie a Samsung, la principale concorrente “simbolica” di Apple, che proprio nei giorni scorsi, durante l’arresto del suo vicepresidente, si apprestava a un altrettanto simbolico sorpasso dell’azienda americana. E non siamo nemmeno a Seul, bensì in un’università prestigiosa che dalla capitale sudcoreana dista circa due ore di pullman.

Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche (Exòrma, pp. 168, euro 14,90) è insomma un libro lontano e fortunatamente lontano anche dal precariato. Sia chiaro che nessuno vuole sostenere che il problema del precariato sia risolto o che non vada più nominato. Il problema semmai è proprio come lo analizziamo e ce lo raccontiamo, magari con l’intento di farci un affare. Se si vuole fare un dispetto al movente intimo di questo libro sarà sufficiente provare a veicolarlo sui solchi del precariato. Questo è invece un libro sul nostro tempo e i suoi fusi orari, sulle sue inaggirabili aporie e inquietudini, sugli uomini che si incontrano e agiscono, su quelli che restano lontanissimi, è una testimonianza cucita attorno a un’appercezione divenuta così nitida forse durante l’isolamento. Dal punto di vista editoriale, attorno al tema del precariato è spesso uscito il peggio del peggio, quasi a conferma cortocircuitale che una certa porzione di editoria è fatta e fruita principalmente da persone che in quel precariato piantano i piedi. Il libro di Maria Anna Mariani sfiora soltanto quel filone editoriale, e lo sfiora nella considerazione, in fondo trascurabile e comunque non essenziale, che la protagonista spoletina non rappresenta un caso di coincidenza tra luogo o nazione d’origine e luogo e nazione di lavoro. Poi, pensiamoci: in fin dei conti la nostra protagonista in Corea del Sud ci è andata per lavorare e a lavorare continua ancora (adesso è alla University of Chicago e, dal punto di vista della ricerca, l'invito è anche quello di leggere lo studio intitolato Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi uscito nel 2012 per Carocci). Un’immagine ricorrente è proprio quella della “Babele stipendiata” e stipendio significa appunto un lavoro che c’è. Non sarebbe allora utile rinnovare periodicamente la domanda: di che cosa parliamo quando parliamo di precariato? L’accento è sui luoghi o sulle forme contrattuali? Sul restare o sul partire? E su quale diritto al/del lavoro? E come muta questo tema, negli anni e da caso a caso?

Serialità dell'abitare, serialità dell'esistere
Ma abbandonando le temibili divagazioni editoriali, si può anticipare che questo libro è costituito da brevi e smaglianti capitoli e da una calibrata selezione di foto in bianco e nero dell’autrice e di Irene Mariani (a lato potete vederne un paio). Si apre con il racconto del primo impatto con la nazione asiatica, con il suo paesaggio, urbano e non. Ecco allora la spesa al supermercato (“Salvarsi, mangiare, coprirsi, lavarsi e lavare. Cos’altro importa?”), le parole mimate quando ancora è lontana una minima padronanza del coreano, le lezioni con gli studenti “passivi e macchinici” e le domeniche libere, magari riempite con una gita fuori porta. In queste gite seguiamo la nostra testimone tra gli sciamani, oppure nella zona al confine con la Corea del Nord, paradiso naturale e inquietante area dove s’applica al turista un rigido protocollo, oppure in una gita a Mokpo, la città più povera e “brutta” del paese, colta nei giorni del viaggio di Papa Francesco in Corea del Sud, dove c’è una cospicua comunità cattolica. V’è spazio anche per un inedito e tutto sommato distaccato ritratto dell’intasatore degli scaffali di filosofia delle librerie, in tournée nelle università coreane. Avete indovinato? Sì, lui, Slavoj Žižek e il capitolo a lui dedicato, “Cosa vuol dire madre”, non mancherà di colpire per i diversi piani che allestisce e interseca tra descrizione e pensieri. E poi c’è qualcosa di nuovo quasi a ogni capitolo, in una variazione continua di temi e toni. Eppure tutto è legato con un unico nastro e assomiglia a una strana corrispondenza, una condivisione che pare lontanissima da quella istantanea tipica dei social e delle chat con le loro esche a buon mercato (ad un certo punto l’autrice confesserà, con un anacronismo che quasi fa girare a vuoto la mente, di usare ancora una lista di indirizzi email formata dagli strati geologici della propria “vita precedente” e oramai mezza inservibile). Potremmo quindi ipotizzare che Dalla Corea del Sud sia una sorta di strano libro epistolare, dove però non emergono destinatari delle singole lettere-paragrafi, un testo che va incontro a una progressiva rastremazione verso l’impersonale, che s’accentua con il passare degli anni coreani o magari quando, nel bel mezzo di una sindrome premestruale, si teme di diventare una “Creatura Spam” per amici abissalmente lontani (in questi casi la soluzione è una: uscire di casa). I destinatari di queste quasi-lettere sono anche in quella mailing list ormai inservibile, deposito della polvere del tempo su piani di scrittura e rispecchiamento trattenuti durante il lungo periodo dell’espatrio. E sicuramente il legame con la lingua italiana, che la protagonista in Corea insegna, ha un determinato ruolo nello sviluppo di questa scrittura, poiché qui ci imbattiamo anche in riflessioni e acquisizioni che toccano la natura delle stesse lingue: se l’italiano resta lingua del tempo, l’autrice scoprirà, anche grazie a dei fraintendimenti, che il coreano è segnatamente lingua spaziale. Mi è parsa subito una scoperta interessante.

Quanto striato è il cielo
Ecco allora lampeggiare le solite domande: perché si scrive? Per chi si scrive? In questo libro la scrittura ha inizialmente una vocazione di adattamento e testimonianza di come si vive la solitudine di certi lavori, “testimonianza sorda” perlopiù, precisa l’autrice (la sordità è il motivo per cui permanenza in Corea e scrittura non possono durare). In effetti è questo un libro molto visivo che apre all’udito soprattutto nei rumori, compresi i rumori guarda caso “invisibili” che salgono dal riscaldamento a pavimento o dai tubi di scarico delle lavatrici nel dormitorio. Ci sono come sempre diverse ragioni che possono portarci a una lettura come questa. Se dal punto di vista editoriale e commerciale fa gioco mostrare il lato esotico e persino divertente di quattro anni trascorsi in un paese lontano dal nostro vissuto medio, ad uno sguardo più ravvicinato Dalla Corea del Sud di Maria Anna Mariani è un’immersione nelle relazioni, nelle loro continuità e interruzioni. Ci parla di come si resta in contatto o ci si perde, di come si viaggia, si parte e magari si ritorna, di come si può arrivare a giustificare il susseguirsi delle proprie scelte e l’orografia del proprio transito esistenziale. È infine una dimostrazione di come si può sorvolare, persino sull’amore, l’ellissi più bianca. Il testo, che racchiude anche passaggi molto divertenti, si presenta a chi legge con le sembianze della confessione senza sconti, forma letteraria nota, densa di implicazioni, eppure poco battuta, e di sicuro non in toni così intransigenti:

“È di questa solitudine di espatriata che vorrei parlare mentre fuori piove, di questo esilio feticizzato, che ha portato a ingigantire l’anaffettività, l’adattabilità e l’intransigenza. Li vedo accentuati adesso, questi tratti del mio carattere, dopo averli isolati attraverso un bilancio che si è reso necessario, ora che sto per lasciare questo luogo e spostarmi verso un altrove, posizionato esattamente all’altra estremità: Chicago.”

Poco prima si era letto:

“L’estraneità è diventata una condizione familiare. Sentirsi esotici può farsi abitudine? Sì, e non è un paradosso perché è comodo vivere con lineamenti eccentrici e giustificare la propria inettitudine con l’alibi dello straniero piombato dentro un’atmosfera aliena. Lo spaesamento è diventato esonero, un esonero permanente, da tutto quanto credo.”

L’esilio feticizzato che si fa esonero permanente da tutto: raramente capita di leggere pagine così affilate e riflettenti in uno scritto che si può ricondurre all’alveo dell’autobiografia, parola da sempre mal digerita in Italia, dove persino nelle quarte di copertina di case editrici rispettabili, anziché usarla, si preferisce parare in formule ampollose e assurde come “romanzo di una vita” (ci rendiamo conto della sciocchezza di questa formula, vero?). La vita o si vive o si scrive, sosteneva già Pirandello. La realtà è oggi un po’ diversa: la scriviamo un po’ tutti la vita e non sappiamo se questo implichi che la viviamo tutti un po’ di meno. Non c’è scrittura che al fondo non sia auto-bio-grafia (finanche un libro di fantascienza o un fumetto). Resta allora l’interrogazione sulle forme in cui ce la raccontiamo questa vita e su cosa facciamo, più precisamente, in questo pianeta (non sarà un caso che il nome di Anne Carson, autrice dell’Antropologia dell’acqua, faccia capolino nel testo, verso la fine). L’autrice si è messa in gioco stando però distante da qualsiasi gioco e il coraggio appare sempre più come l’ingrediente primario, per quanto raro, di un libro che valga la pena consigliare. Qui il mutamento è preso di petto e, anche se le pagine trattano un percorso di vita quasi potesse sembrare casuale, non c’è spazio né tempo per il caso, se è vero che “Tutto cambia a un certo punto, per una spinta sorridente o perversa, molto spesso suscitata – perché il caso siamo noi che lo fecondiamo – ma che comunque sconvolge, sconquassa. Fino a che la vita non si riassesta.” C’è qua, più chiara e scottante, la confessione di chi desidera continuare a imparare, di chi preferisce “la terra franata alla palude e al movimento che si ripete”.